giovedì 5 marzo 2009

Ichino: si a un lavoro flessibile contro il precariato

Intervista pubblicata il 4 marzo 2009 su Il Piccolo a cura di Piercarlo Fiumanò
TRIESTE Pietro Ichino, senatore del Pd, è uno dei più conosciuti e apprezzati giuslavoristi italiani: "Sostenere il reddito dei lavoratori precari che perdono il lavoro in questo periodo di crisi è una misura congiunturale necessaria sul piano della solidarietà e dell’equità", afferma.
Professor Ichino, lei ha più volte invocato una riforma della struttura della contrattazione collettiva. In tempi di crisi economica sono necessarie regole straordinarie?
I periodi di crisi sono sempre periodi propizi alle riforme; e la crisi attuale mette in evidenza numerosi difetti del nostro sistema di relazioni industriali.
Come valuta il disegno di legge approvato dal governo sugli scioperi nel settore dei trasporti che consente scioperi virtuali?
Trovo sbagliato che il governo chieda, su questa materia, una delega legislativa al Parlamento. Come dimostrano i due disegni di legge di cui sono primo firmatario, rispettivamente in materia di sciopero virtuale e di sciopero nei servizi di trasporto pubblico, la materia si presta a un intervento legislativo molto semplice e snello: non si vede perché esso non possa essere elaborato direttamente dal Parlamento.
Il governo sostiene che non ci sono risorse per l’assegno di disoccupazione proposto dal Pd. Ritiene questa forma di aiuto sociale sufficiente ad affrontare l’emergenza lavoro innescata dalla recessione?
Sostenere il reddito dei lavoratori precari che perdono il lavoro in questo periodo di crisi è una misura congiunturale necessaria sul piano della solidarietà e dell’equità; ma al tempo stesso è una misura di sostegno della domanda di beni e servizi, necessaria per contrastare efficacemente la recessione. Il costo sta tra gli otto e i dieci miliardi: per farvi fronte potremmo permetterci anche di ricorrere a un aumento “una tantum” del deficit di bilancio, se contemporaneamente avviassimo le grandi riforme del mercato del lavoro e del welfare: queste riforme, infatti, rafforzerebbero molto la fiducia dei mercati finanziari nei confronti del sistema-Italia.
Lei parla di misura congiunturale; ma nelle proposte del PD quella degli “ammortizzatori sociali per tutti” è indicata come riforma strutturale.
Questo è un altro discorso: un sistema di assicurazione universale contro la disoccupazione è necessario, ma va costruito correttamente, finanziato dalla contribuzione a carico delle imprese, non a carico dello Stato. È solo l’intervento immediato, congiunturale, che deve essere finanziato oggi con denaro pubblico, perché per le centinaia di migliaia di lavoratori precari che perdono il posto oggi manca il meccanismo assicurativo.
Il pacchetto economico fino ad ora proposto dal governo è adeguato al clima di emergenza economica in cui viviamo anche alla luce di quanto stanno facendo gli altri Paesi europei?
No: è molto avaro e striminzito. Il ministro del Tesoro ha ragione quando si preoccupa di non peggiorare l’affidabilità complessiva del nostro bilancio. Ma, ripeto, potremmo permetterci un insieme di misure anticrisi più costoso e incisivo, con il conseguente aumento del deficit per uno o due anni, se ponessimo mano alle grandi riforme strutturali di cui il sistema ha bisogno.
E' d’accordo sugli aiuti pubblici all’industria?
Pochissimo. Preferirei molto che le stesse risorse fossero destinate al sostegno del reddito di chi perde il lavoro, alla detassazione dei redditi di lavoro più bassi, e/o alla detassazione selettiva del lavoro femminile: tutte misure che avrebbero un maggiore effetto tonificante sulla domanda di beni e servizi, senza rischiare di produrre distorsioni nel funzionamento del mercato dei beni e servizi stessi.
Si parla di contratti di solidarietà nelle fabbriche: lavorare meno con meno salario? Basterà?
In alcune situazioni può essere una misura utile.
Qual è la sua proposta per rilanciare l’occupazione in tempi di crisi?
È il progetto a cui sto lavorando: offrire un nuovo diritto del lavoro alle imprese disponibili a farsi carico del costo sociale dei licenziamenti. Lavoro a tempo indeterminato per tutti i nuovi lavoratori dipendenti, ma con un regime che consenta alle imprese un rapido “aggiustamento industriale” quando esso è necessario, garantendo al tempo stesso a chi perde il posto un forte sostegno del reddito e assistenza efficace nel mercato del lavoro.
Ma chi paga questo sostegno e questa sicurezza?
Le imprese, in cambio della flessibilità che si offre loro. Sarebbe sufficiente un contributo medio dello 0,5% sulle retribuzioni lorde dei nuovi assunti. Per i dettagli rinvio al mio sito (http://www.pietroichino.it/).

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Donne in pensione

La Corte di Giustizia ha deciso l’equiparazione dell’età pensionabile per uomini e donne per i trattamenti Inpdap e l’Italia è obbligata a dare esecuzione alla sentenza in un clima italiano non certo favorevole alle donne (occupazione femminile, carriera, servizi, asili nido). Gli uomini sono stati sempre favoriti nell’occupazione, nella carriera e nel sistema pensionistico con le pensioni di anzianità. Inoltre, le donne non sono sostenute come negli altri paesi europei da servizi efficaci alla famiglia. Il Governo affronterà questo problema in quanto obbligato e certamente non farà nulla per tutelare le donne.
Intervista al senatore Pietro Ichino pubblicata su Il Messaggero del 4 marzo 2009
Per Piero Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, la decisione del governo di prevedere un aumento graduale dell`età pensionabile delle donne nella Pubblica amministrazione a partire dal 2010 per arrivare a 65 anni nel 2018, inviato come bozza alla Unione Europea, «è un atto dovuto» dopo la condanna subita dall`Italia in sede di parificazione dell`età pensionabile tra uomini e donne.
Dunque l`Italia non poteva sottrarsi, senatore. E la sua valutazione sul merito della bozza, professore, qual è?
Siamo obbligati sul piano comunitario, non c`erano margini di interventi diversi o di non intervento. Caso mai si potrà e dovrà ragionare sulla graduazione, sui tempi. Questo, diciamo, per l`aspetto di adempimento alle norme comunitarie e relativi vincoli.
Ma il suo giudizio politico qual è?
Come è noto, io e la senatrice Emma Bonino avevamo scritto una lettera aperta al ministro Brunetta proprio per affrontare questa questione in maniera organica. Un intervento finalizzato al raggiungimento dell'obiettivo fissato a Lisbona, cioè all`adempimento di un obbligo comunitario di una situazione oggettivamente discriminatoria.
E adesso il governo, diciamo così, si avvia a mettersi in regola con le norme comunitarie...
Infatti.
E basta così?
No, non basta. lo penso questo, e cioè che tutto quanto viene fuori di risparmio dall`innalzamento dell`età pensionabile delle donne, cioè da una parificazione dell`età pensionabile, credo debba essere destinato ad una detassazione selettiva del reddito di lavoro femminile.
E questo non produrrebbe il rischio di un tipo nuovo di discriminazione?
No. Un intervento di questo genere non sarebbe discriminatoria perché sarebbe funzionale al raggiungimento dell`obiettivo di Lisbona, cioè il superamento del ritardo del tasso di occupazione femminile.
Insomma le risorse così reperite devono servire ad incrementare l`occupazione femminile: giusto?
Certo. Come ho detto, i risparmi che si otterrebbero andrebbero destinati interamente ad una detassazione selettiva delle aliquote riservate al lavoro femminile, ossia agli stipendi più bassi, quelli fino a 1000-1200 euro.
Ciò al fine di ridurre il prelievo sul lavoro femminile e quindi incentivare l`occupazione di questo tipo di mano d`opera.
Intervista alla senatrice Emma Bonino pubblicata su Corriere della Sera del 5 marzo 2009
Bonino: Stare a casa? Non è un privilegio. Cosi siamo ultime nell’UE
Emma Bonino racconta: “L’altro giorno alla stazione ho incontrato una donna, Maria, che correva trafelata. “Non vedo l’ora della pensione”, mi ha detto. Ma se non dovessi occuparti di tutto il resto – figli, genitori, la spesa – ti piacerebbe lavorare?, ho chiesto. “Certo!, ha detto scappando via”.
Emma Bonino la pensione a 65 anni per le donne è una sua battaglia.
Si, da molto tempo. Quando ero ministro di Prodi ho provato a farla approvare.
La sinistra radicale si oppose.
Non c’era entusiasmo da parte di nessuno. Dicevano: aspettiamo la sentenza della Corte europea di giustizia. Così, la situazione delle donne italiane sul mercato del lavoro è sempre patetica.
Patetica
In Italia lavorano 46 donne su cento, mentre la media europea è 60 su cento. In italia 9 bambini su cento hanno accesso agli asili nido, in Europa 30 su cento.
Andrebbe bene il piano del governo? Arrivare per le donne alla pensione a 65 anni, con gradualità fra il 2010 ed il 2018?
A me interessa che si facciano, con gradualità che riterranno necessaria. D’altronde sono costretti: la sentenza europea è arrivata e prevede multe salatissime.
Ma la parificazione dell’età pensionabile non basta.
Con i soldi che si risparmiano si debbono equiparare carriere e salari tra uomini e donne, detassare il lavoro femminile, come propone Ichino, e sostenere le donne che non cercano lavoro perché hanno troppi altri lavori da fare in casa.
Pensioni femminili a 65 anni anche per il settore privato?
Si, ma si può andare per gradi: questa è una scelta politica.
Dopo l’equiparazione donne-uomini si dovrà alzare l’età pensionabile di tutti? Ne hanno parlato Enrico Letta, Ciampi ….
Non deve essere un tabù. Il precedente governo Berlusconi fece lo scalone, ma in modo che lo applicasse il governo successivo. Prodi modificò lo scalone in scalini. Accettai perché contemporaneamente fu data una delega al governo per riformare gli ammortizzatori sociali.
Ma non è successo nulla
La delega scadeva a gennaio 2009. Il governo attuale l’ha spostata a luglio. Oggi solo il 30 per cento di chi ha un lavoro ha qualche forma di protezione.
Come si batte per tutto ciò, ora che è fuori dal governo?
Sta uscendo un mio libro: Pensionata a chi.

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mercoledì 4 marzo 2009

La mozione del PD sull'assegno di disoccupazione

Pubblichiamo il testo integrale della mozione sull'assegno mensile di disoccupazione presentata dal PD durante la conferenza stampa di Dario Franceschini il 3 marzo 2009.
Premesso che
la crisi economica internazionale, come ampiamente previsto, da mesi sta facendo sentire i suoi effetti anche nel nostro paese. Gli ultimi dati, recentemente resi noti dal Servizio studi della Confindustria, configurano il 2009 e il 2010 come due anni di recessione con conseguente tracollo dei posti di lavoro: secondo gli stessi dati nell’anno in corso saranno 600 mila i lavoratori che perderanno il posto di lavoro e la disoccupazione salirà al 8,4%. Solo nel mese di dicembre 2008, il ricorso alla cassa integrazione ordinaria da parte delle aziende, ha conosciuto un incremento pari al 526% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Dati questi che prefigurano un anno particolarmente nero per l’occupazione italiana;
in questo quadro, già di per sé abbastanza fosco, si inserisce il problema dei lavori con contratto a termine, i lavoratori cosiddetti precari, che nel nostro paese riguarda un lavoratore su 8. Un fenomeno molto vasto ed in costante crescita: il lavoratore atipico è molto più frequente nel Sud del paese, ma avanza anche nelle regioni del Nord: secondo i dati elaborati dalla Cgia di Mestre i lavoratori precari in Italia ammontano a 2 milioni 812 mila, circa il 12 per cento degli occupati. Negli ultimi cinque anni, il lavoro precario nel Nord è aumentato del 17 per cento, - contro un modesto 3,1 per cento di contratti a tempo indeterminato - con punte, però del 24,6 per cento solo nel Nord-est;si tratta di migliaia di lavoratori privi di tutele, che saranno i primi a pagare gli effetti della crisi economica. Si stima che sono circa 305 mila i contratti scaduti solo al 31 dicembre 2008 ai quali il decreto del governo, il cosiddetto “sostegno all’economia”, ha previsto un sussidio poco più che simbolico e comunque non ancora operativo, pari al 10 per cento sull’ultima retribuzione. Inoltre, la platea dei precari che beneficerà delle norme contenute nel decreto, non sarà superiore al dieci per cento del totale dei lavoratori precari. Mentre, in un recente studio pubblicato dall’Università la Sapienza di Roma, si calcola che siano oltre 800 mila gli atipici a “rischio precarietà”, vale a dire con un solo contratto e un solo committente;a fronte di questa situazione le misure predisposte dal Governo si sono rilevate totalmente inefficaci a contrastare la profonda crisi in atto. Gli stanziamenti previsti e la platea alla quale si riferiscono i benefici, in particolare del decreto 185/2008, appaiono sottostimati e totalmente inadeguati a far fronte alla grave crisi economica ed occupazionale che sta già investendo il nostro paese e che perdurerà almeno per i prossimi due anni. Per di più, con il decreto-legge 112/2008, convertito con la legge 133/2008, è stato abolito il processo di stabilizzazione del personale precario avviato con le due leggi finanziarie del Governo Prodi, e ciò determinerà la perdita di lavoro di oltre 60 mila lavoratori precari della pubblica amministrazione e della scuola;a distanza di pochi mesi, si evidenzia tutta la fondatezza delle critiche mosse dal PD alle misure del Governo che hanno distolto ingenti risorse per interventi inefficaci o iniqui come l’eliminazione dell’ l’Ici o la detassazione degli straordinari. Una misura, quest’ultima, assolutamente inappropriata perchè in un momento di crisi economica e di rischio occupazionale gli straordinari sicuramente non sono una misura alla quale ricorrono le aziende in difficoltà. Queste risorse avrebbero potuto invece essere indirizzate verso gli ammortizzatori sociali, vera e propria emergenza dell’anno in corso; manca, a tutt’oggi, una strategia condivisa di sostegno all’occupazione, così come non è stata data attuazione ad un disegno organico di riforma degli ammortizzatori sociali, secondo le linee guida concordate tra Governo e parti sociali, con il Protocollo del 23 luglio 2007;in questo quadro gli interventi proposti dal Governo sono tardivi ed ancora una volta inefficaci: anche l’accordo recentemente raggiunto con le Regioni non si propone di avviare la riforma degli ammortizzatori sociali, cosa che è diventata urgente, ma si limita ad intervenire sui vecchi strumenti, aumentando le risorse sulla cassa integrazione in deroga;appare necessario approntare, con strumenti eccezionali, misure che assicurino forme di tutela economica, tramite un assegno mensile di disoccupazione, pari almeno al 60 per cento della retribuzione percepita ogni mese nell’ultimo anno lavorativo, per quei lavoratori che, in caso di licenziamento, fino ad ora risultano esclusi dall’accesso agli ammortizzatori sociali, vale a dire: i lavoratori a tempo determinato e indeterminato appartenenti ai settori ed alle imprese che non risultano destinatari di alcun trattamento di integrazione salariale, i dipendenti da imprese nel settore artigiano; gli apprendisti; i titolari di partita Iva, in regime di monocommittenza, con un reddito inferiore ad una determinata soglia; i soggetti iscritti alla gestione separata INPS di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335;in coerenza con tale impostazione il Partito Democratico ha già avanzato precise proposte, sia in occasione dell’esame del citato decreto-legge 185/2008, sia con appositi progetti di legge volti ad assicurare l’estensione delle misure di sostegno del reddito dei lavoratori esclusi dall’applicazione degli strumenti previsti in materia di ammortizzatori sociali. Al Senato il 14 ottobre 2008 a firma Finocchiaro, Treu e altri, alla Camera il 23 gennaio 2009 a firma Damiano e altri;gli interventi previsti nel Protocollo tra Governo Regioni e Province Autonome del 12 Febbraio 2009 riguardano esclusivamente i lavoratori coinvolti in trattamenti in deroga ai sensi dell'art. 19, comma 8 del D.L. 185/2008 convertito con modificazioni dalla Legge n. 2 del 2009 e che quindi escludono i soggetti iscritti alla gestione separata INPS di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335;gli effetti della crisi economica non possono essere fatti gravare esclusivamente sui lavoratori ed in particolare sui lavoratori più deboli, quali risultano i lavoratori precari e i lavoratori delle imprese artigiane e delle piccole imprese industriali; le misure di sostegno al reddito dei disoccupati sono uno strumento di giustizia sociale e insieme di sostegno ai consumi e alla domanda che contribuirà al rilancio dell’economia;impegna il Governoad adottare, entro il 31 marzo, misure volte ad assicurare per l’anno 2009 forme di sostegno del reddito, attraverso l’istituzione di un assegno mensile di disoccupazione, pari almeno al 60 per cento della retribuzione percepita ogni mese nell’ultimo anno lavorativo, per tutti quei lavoratori attualmente esclusi dall’accesso agli strumenti previsti dal sistema di ammortizzatori sociali e che hanno perso il posto di lavoro dal 01 settembre 2008;ad estendere a tutti i lavoratori le tutele della cassa integrazione previste nei casi di crisi temporanea e di sospensione del lavoro. Oggi i dipendenti delle piccole imprese e i precari sono largamente privi di tutela, con la conseguenza che anche crisi temporanee hanno effetti sociali gravi, lasciano senza reddito i lavoratori e costringono spesso le imprese a licenziare i dipendenti, disperdendo così risorse umane preziose, necessarie per la futura ripresa;a procedere, con il coinvolgimento delle parti sociali, al varo di un disegno organico di riforma degli ammortizzatori sociali attraverso le linee guida concordate tra Governo e parti sociali con il Protocollo del 23 luglio 2007 e indicate nei disegni di legge del PD sopra ricordati, che preveda forme di attivazione per la ricerca di impiego e per la formazione da parte dei lavoratori beneficiari delle tutele al reddito (Patto di servizio).Per la copertura degli oneri dell'assegno mensile per i disoccupati si propone: 1. il riavvio delle politiche anti-evasione, a cominciare dalla tracciabilità dei corrispettivi, dal limite massimo dei trasferimenti in contanti e dal ripristino delle sanzioni per le imposte evase. Lo smantellamento ha portato, al netto della crisi economica, ad una perdita di gettito quantificata, in via prudenziale, sulla base dei dati contenuti nei “Conti Economici Nazionali” comunicati dall'Istat il 2 marzo scorso, in 7 miliardi di euro per il 2008. 2. l'introduzione della centrale unica per gli acquisti nelle pubbliche amministrazioni centrali e regionali (con operatività estesa agli enti locali presenti sul territorio regionale e alle società in house degli enti territoriali);3. la ricostituzione presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze della Commissione per la spending review al fine di completare l'analisi avviata nel 2007 ed individuare i programmi di spesa da eliminare e riorganizzare, in alternativa agli iniqui, inefficienti ed inefficaci tagli lineari al centro della manovra di finanza pubblica di cui al D.L. 112/08, convertito con modificazioni nella Legge n. 133 del 2008.4. l’utilizzo immediato delle risorse di competenza nazionale, previste nel Protocollo tra Governo, Regioni e Province autonome del 12 febbraio 2009, non impegnate nell’erogazione di trattamenti in deroga ai sensi dell’art. 19, comma 8 del D.L. 185/2008, convertito con modificazioni dalla legge n. 2 del 2009.
Documento

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Diego Zardini: Assemblea dei sostenitori

Diego Zardini ha organizzato la prima assemblea dei suoi sostenitori che si svolgerà il giorno 5 marzo alle ore 21 presso la Cooperativa del Popolo di Avesa.
Intanto continuano gli attestati di stima nei confronti di Diego.
“Siamo stati in tanti a chiedere a Diego di candidarsi, afferma Zeno Toffalini, giovane democratico di Borgo Venezia, e l’abbiamo fatto non perché ci fosse una candidatura di bandiera a rappresentare gli under qualcosa, ma perché Diego ha tutte le qualità per essere il migliore candidato del PD. E’ un amministratore bravo, competente e attivo sul territorio, che non ha mai avuto paura nell’affermare con schiettezza le sue idee.”
“I nostri elettori, prosegue Zeno, chiedono al PD di cambiare, di mostrare una faccia nuova e ripulita da troppe polemiche, divisioni e correnti. La candidatura di Diego nasce anche per questo, perché è in una situazione di crisi che dobbiamo trovare il coraggio di metterci in gioco. Sulla carta la candidatura di Diego non è la favorita, rispetto ad altre di maggiore esperienza all’interno del Partito, ma noi vogliamo parlare a tutto il PD, e a tutti gli elettori. Vogliamo dire a tutti che noi cambiamo, sul serio.”
L’incontro è molto importante per iniziare una mobilitazione per una nuova presenza del Partito Democratico di Verona nell’Amministrazione Provinciale. Occorrono idee nuove, capacità fresche ed una presenza nelle istituzioni che sappia realizzare un dialogo operativo con la comunità veronese. Per tali motivi personalmente sostengo la candidatura di Diego che rappresenta un nuovo modo di fare politica.
Invito tutti i visitatori di questo blog della provincia di Verona a intervenire con idee, suggerimenti e consigli per il nostro candidato alle primarie. Questo blog sarà al servizio di questo impegno molto importante per lo sviluppo della Provincia di Verona.

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Cooperazione

Il Coordinamento Italiano Network Internazionali (CINI), il quale comprende le componenti italiane di ActionAid International, AMREF, Save the Children, Terre des hommes, VIS e WWF, ha riunito a Roma “alcuni esperti di aiuti allo sviluppo provenienti da paesi del Nord e del Sud del mondo allo scopo di contribuire al dibattito sull’efficacia degli aiuti con una propsettiva che unisca paesi donatori e paesi partner, nella conferenza internazionale dal titolo: Aid effectiveness: Perspectives from the South and the North.”
“Al fine di produrre un piano completo e in continuità con quanto espresso nelle linee guida del periodo 2009-2011”, afferma Egizia Petroccione, “il piano nazionale italiano sull’efficacia dell’aiuto dovrebbe completare le riforme procedurali necessarie ad assicurare la flessibilità, aumentare la prevedibilità dell’aiuto, rendere più trasparenti le attività di cooperazione, pianificare un ulteriore slegamento dell’aiuto, aumentare la percentuale di approvvigionamento locale di beni e servizi e confrontarsi sistematicamente con la società civile nelle fasi di pianificazione, implementazione e monitoraggio della strategia italiana”.
“non si può trattare il tema dell’efficacia dell’aiuto pubblico, conclude Egizia Petroccione, allo sviluppo senza ricordare quanto sia necessario che l’Italia rispetti anche gli impegni internazionali in tema di quantità. Nel 2009 il nostro paese ha toccato il minimo storico degli ultimi 20 anni, con solo lo 0,19% di APS in rapporto al PIL. In assenza di risorse adeguate anche il migliore dei piani resta inattuabile”.
Nel corso del convegno è stato messo a confronto la Cooperazione dell’Italia con quella di altri 5 paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Svezia) e con quella dell’Unione Europea. Dai dati risulta che l’Italia ha contribuito meno degli altri Paesi e con una percentuale del PIL dello 0,19 non rispettando l’impegno dello 0,43%. Inoltre, l’Italia non si è dotata del Piano nazionale sull’efficacia degli aiuti.
La cooperazione italiana allo sviluppo con la Finanziaria 2009 è scesa ai livelli di 20 anni fa. Dai dati esposti risulta che nel 2007 la Francia ha contribuito con lo 0,38%, la Germania con lo 0,37, la Spagna con lo 0,37, la Svezia con lo 0,93 e la Gran Bretagna con lo 0,36.
Anche con la cooperazione l’Italia si è posizionata agli ultimi posti grazie alla sensibilità del Governo Berlusconi.

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martedì 3 marzo 2009

Diego Zardini candidato alle primarie del PD

Diego Zardini ha presentato la sua candidature alle primarie del Partito Democratico per la designazione del candidato alle prossime elezioni provinciali.
Intorno alla sua candidatura si sono creati entusiasmi e consensi.
Ho pensato di intervistarlo per conoscere la qualità del suo impegno ed i suoi progetti.
Attualmente lei ricopre la responsabilità di consigliere della seconda circoscrizione e di capo del gruppo del PD. Di quali problemi lei ed il gruppo del Partito Democratico nella seconda circoscrizione vi siete occupati e che importanza hanno per la comunità?
Da quando io e i miei consiglieri siamo stati eletti nel 2007, il nostro gruppo ha cercato di portare avanti il programma che avevamo presentato agli elettori, ovvero tutelare il territorio sotto ogni profilo, cercare soluzioni ai problemi quotidiani convinti che è possibile un'idea alternativa di città più vivibile. Abbiamo combattuto assieme ai cittadini l'idea di traforo di questa maggioranza, un'opera autostradale devastante per la salute ed il paesaggio, inutile e costosa. Abbiamo difeso le piste ciclabili e la mobilità alternativa all'uso dell'auto, abbiamo monitorato e tutelato la collina dagli appetiti speculativi. Con la maggioranza siamo stati costruttivi ma severi, evidenziando la loro incoerenza e gli sprechi di danaro di questa amministrazione, puntando molto sui mezzi di comunicazione.
Perché ha deciso di proporre la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico per la designazione a Presidente della Provincia?
Da buon democratico ho deciso di mettermi al servizio del PD. Ritengo che i problemi del PD derivino principalmente dalla difficoltà di superare certi schemi di vecchie logiche e provenienze, unite all'ambiguità sui temi e le proposte. Considero superata la fase delle correnti legate alle candidature del 14 ottobre 2007 dove si è scelto un leader, senza chiarire la nostra linea politica. Il PD deve discutere e decidere sulle questioni importanti, trovare in sé idee chiare per poterle comunicare con forza e decisione agli elettori, affinché possano darci fiducia.
Occorre anche riguadagnare credibilità verso un elettorato deluso e diffidente, per questo a mio avviso un giovane con passione, che impersoni un vero cambiamento, può risvegliare in noi la speranza, la voglia di vittoria e rimettere in moto le immense energie presenti nel
popolo delle primarie e riavvicinare i giovani alla politica. Ecco in questo senso spero di poter dare un utile contributo.
Come valuta l'impegno del centro destra nella Amministrazione Provinciale e quali problemi sono rimasti irrisolti o non affrontati bene?
L'amministrazione provinciale in questi anni ha abdicato al suo ruolo e alle sue funzioni. E' stata prona agli input di Venezia e vittima della popolarità del Sindaco di Verona. Non ha fatto praticamente nulla. Non ha prodotto il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, non ha realizzato il piano dei rifiuti, il piano energetico, di gestione delle cave. Poteva incidere e contrastare la crisi economica attraverso i Centri per l'impiego e la partecipazione a molte aziende e consorzi e invece nulla. Poteva realizzare importanti opere di cui si parla da anni e invece ha assistito in silenzio alla propaganda altrui su opere
faraoniche e dannose. Insomma cinque anni davvero persi, tanto da far risultare la provincia l'ente più lontano dai cittadini.
Per presentarsi alle primarie del Partito Democratico avrà senz’altro dei progetti da realizzare nella Amministrazione Provinciale. Quali sono?
Innanzi tutto la Provincia deve riappropriarsi del proprio ruolo, utilizzare fino in fondo gli strumenti di pianificazione per contrastare la devastante crisi economica in atto, per incidere sulla gestione del territorio, sulla tutela ambientale, sulla realizzazione delle opere prioritarie per risolvere i problemi dei veronesi.
La Provincia deve migliorare la vita, l'ambiente ed il territorio della grande Verona.
Ha ricevuto attestati di stima e di solidarietà alla sua candidatura alle primarie?
La mia candidatura voleva rimettere in moto i democratici ormai delusi, voleva dare entusiasmo ai giovani e mettere a confronto più opzioni credibili per convincere i veronesi a votarci a giugno.
La riposta è stata davvero trasversale coprendo tutte le sensibilità del partito, così come molti cittadini hanno apprezzato lo sforzo di dare un segnale forte di rinnovamento e coerenza con il progetto democratico.
La speranza e la voglia di superare logiche di appartenenza di ogni specie, di superare logoranti divisioni interne che distolgono dal vero obbiettivo.
Proporre una chiara, coraggiosa e coerente alternativa ai nostri avversari, una proposta scelta con grande serenità e con la forza della trasparenza e partecipazione degli elettori, così come previsto nel nostro Statuto.
Trasformare la pluralità di idee e sensibilità da problema a risorsa, che consenta uno sforzo corale per vincere Verona. Questo il mio grande sogno.
Chissà, a volte, i sogni possono diventare realtà.
Ho registrato anche una dichiarazione a favore di Diego Zardini da parte di Federico Benini, segretario comunale dei giovani del Partito Democratico.
“Quando sono nella cabina elettorale valuto, nella scelta del candidato, la “regola delle tre C”: correttezza, competenza, coraggio. Tre caratteristiche imprescindibili, tre parametri che immancabilmente riescono a giudicare il successo di un’amministrazione, piuttosto che la sua gestione fallimentare.
L’individuazione di queste tre qualità in una persona spesso non risulta facile, proprio per questo motivo spesso ci si trova ad essere governati da persone con caratteristiche opposte a quelle indicate, a causa del loro fiuto politico e demagogico superiore.
Personalmente, dopo aver riflettuto molto su quale candidato appoggiare e scegliere in questa tornata elettorale, ritengo che l’unica persona che seriamente rispetta questi tre parametri sia Diego Zardini.
Sostengo Diego perché non “vive di politica”, lavora in una solida multinazionale e si occupa di sicurezza e salute sul lavoro. È una persona corretta che mette a sua disposizione tutto se stesso per gli altri. Esempi? Il massiccio lavoro delle ultime quattro feste di Quinzano, il pesante compito di coordinare il gruppo del PD in seconda circoscrizione, dove sono state messe in evidenza contraddizioni, sprechi e ambiguità della maggioranza e sono state condotte efficaci collaborazioni con le realtà associative di volontariato e di opinione del territorio.
Sostengo Diego per la sua competenza, specialmente nel campo ambientale e nella salvaguardia del territorio, infatti si occupa anche del settore ambientale, dalla normativa sui rifiuti fino alla regolamentazione sull’Emission Trading (protocollo di Kyoto), l’Autorizzazione Integrata Ambientale (IPPC) e di gestione delle energie. È stato anche incaricato di seguire il Sistema di Gestione della Qualità per la certificazione ISO 9001. Recentemente è stato nominato Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione del settore vetro.
Sostengo Diego perché è coraggioso. Ha trent’anni e si candida a presidente della provincia. Non è nuovismo è passione per la cosa pubblica.
Se tutti insieme ci impegniamo a sostenere Diego avremo non un candidato della presidenza della provincia, ma della presidenza per la provincia.”

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Yunus in Italia tra consensi ed entusiasmi

Yunus si incontra in Italia con banchieri, operatori e studenti e spiega il suo modello di social business ed i progetti di collaborazione realizzati con imprese come Danone, Basf e Volkswagen per lottare contro la povertà, la quale dovrebbe essere rinchiusa in un museo. Un grande sogno per Muhammad Yunus al quale sta lavorando da molto tempo.
Muhammad Yunus è nato e cresciuto a Chittagong. Laureato in economia, ha insegnato in diverse Università ed ha diretto il dipartimento di economia dell’università di Chittagong. Nel 1977 ha fondato la Grameen Bank, una banca indipendente che pratica il microcredito senza garanzie e che è diffusa in 57 paesi ed in 36 mila villaggi del Bangladesh.
Yunus ha rivoluzionato il modo di fare banca e di aiutare gli altri: a favore dei poveri cioè di soggetti che non possono offrire alcuna garanzia e non a favore dei ricchi. L’obiettivo è quello di liberare dal bisogno i poveri e restituire loro la libertà di vivere superando i bisogni essenziali della sopravvivenza dall’istruzione alla nutrizione. Non si tratta di una forma di carità o di beneficienza perché i soldi dati prestito dalla Grameen Bank rientrano per essere utilizzati per altre persone.
Il prof. Yunus afferma che gli insolventi sono i ricchi e non i poveri. L’attuale crisi finanziaria nel mondo dimostra chiaramente che ha mettere in crisi il sistema non sono stati i poveri ma le persone ricche con la loro insolvenza. Le vittime della crisi nell’attuale sistema saranno i poveri non i ricchi che ritorneranno ad avere i loro capitali.
La Grameen non è entrata in crisi e la sua mission continua con più vigore e impegno.
Per approfondire il pensiero di Muhammad Yunus si invita a leggere i suoi libri:
- Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, 2006
- Un mondo senza povertà, Feltrinelli, 2008
Sulla esperienza della banca dei poveri e di altre esperienze C. K. Prahalad ha proposto una nuova strategia che nello stesso tempo realizza profitti e sconfigge la povertà. Nella sua ultima pubblicazione, La fortuna alla base della piramide, ed in alcune interviste insiste nella collaborazione tra imprese profit e non profit per trasformare 4 miliardi di poveri in consumatori senza trascurare il conseguimento del profitto.
Yunus ha annunciato che Grameen interverrà in Italia con Unicredit e l’Università di Bologna. Questo dimostra che nell’occidente la strategia di Yunus e di Prahalad può essere realizzata a favore delle nuove povertà che si sono presentate nelle società occidentali, le quali hanno bisogno di riformare lo Stato Sociale per riuscire ad intervenire in modo efficace per debellare i nuovi problemi del terzo millennio.
Yunus ha sottolineato che l’attuale sistema, compreso il settore finanziario, non tiene conto della persona umana e fa ricadere la crisi sui più deboli.
Video Un mondo senza povertà

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lunedì 2 marzo 2009

Carta acquisti si blocca al 50%

Grazie all’interrogazione presentata da Donata Lenzi e Livia Turco, parlamentari del Partito Democratico, al Ministro del Lavoro per conoscere il quadro completo delle social card, realmente distribuite e attivate, sia per i pensionati che per i bambini di età inferiore ai tre anni, si può conoscere il flop della carta acquisti.
Turco e Lenzi hanno fatto presente che i dati forniti dall'Inps lo scorso 15 gennaio, sulla diffusione della social card evidenziano:
1) la ristrettezza della platea finora coinvolta, rispetto alle famiglie in condizioni di povertà presenti nel nostro Paese;
2) una disomogenea distribuzione sul territorio nazionale, con quasi il 70 per cento delle carte distribuite nel Mezzogiorno;
3) una limitata, ma non irrilevante, divergenza tra diffusione delle carte e diffusione degli indici di povertà sul territorio nazionale;
4) una quantità di carte distribuite e caricate pari a 423.868, pari a non più di un terzo della platea originariamente stimata dal Governo e a meno del 16 per cento delle famiglie povere stimate dall'Istat (2 milioni 653 mila - anno 2007);
I deputati del PD ritengono che i limiti reddituali decisamente assai bassi, e gli ulteriori requisiti richiesti possano aver limitato, al di là del previsto, la platea dei richiedenti.
In risposta all’interrogazione il sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio, ha affermato che nei primi due mesi del 2009 sono state attivate 140 mila carte che sommate a quelle rilasciate nel 2008 (420 mila) ammontano complessivamente a 560 mila. Inoltre, Fazio ha informato che a fine marzo il Governo relazionerà sull’attuazione della carta acquisti.
Donata LENZI (PD), replicando, si dichiara insoddisfatta, “poiché le 560 mila social card distribuite rappresentano una percentuale molto piccola rispetto al totale di 1,3 milioni di aventi diritto stimato dal Governo.”
“La risposta del sottosegretario Fazio, continua Lenzi, conferma le preoccupazioni del Partito democratico per la scarsa conoscenza di questo beneficio da parte di un’ampia fascia degli aventi diritto. Auspica pertanto che il Governo promuova un’efficace campagna informativa al riguardo.”
Condivido le preoccupazioni dei deputati Lenzi e Turco e ritengo che le previsioni fatte dal Governo non siano state rispettate per i seguenti ulteriori motivi:
- Il processo di rilascio delle carte è risultato farraginoso e complicato e, quindi, ha scoraggiato i beneficiari;
- La fase di rilascio del nullaosta da parte dell’INPS è stata gestita a livello centrale in modo automatizzato incrociando i dati dei richiedenti con i redditi presenti nei data base dell’Istituto;
- Le richieste respinte dall’INPS sono state esaminate dalle sedi periferiche senza poter intervenire sul provvedimento di rilascio del nullaosta e, pertanto, coloro che non si sono adoperati di persona a conoscere la motivazione della reiezione non hanno avuto la possibilità di un eventuale riesame positivo della pratica.
In definitiva l’operazione è stata gestita a livello centrale in modo automatizzato non tenendo conto che le sedi periferiche dell’Istituto avrebbero potuto fornire assistenza alle persone interessate ed intervenire direttamente nel rilascio del nullaosta nei casi in cui il provvedimento centrale risultasse errato.
Al momento le Sedi Provinciali dell’INPS possono solo segnalare a livello centrale eventuali errori nel caso in cui le persone interessate si recano per informazioni presso le sedi.
Sono preoccupato per le richieste respinte e non riesaminate in quanto parte di tali richieste potrebbero aver diritto alla carta acquisti.
Come risolvere il problema? Affidare alle sedi periferiche il riesame di tali pratiche convocando i cittadini interessati al fine di conoscere gli elementi che incidono sul diritto alla carta acquisti.
Il Governo e gli enti coinvolti hanno adottato per il bonus famiglia e la carta acquisti due metodi organizzativi diversi: - procedure automatizzate e decentramento per il bonus; procedure automatizzate e centralizzazione per la carta acquisti. Nel secondo caso la sussidarietà è stata dimenticata.

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Flexsecurity e stage in Calabria

Si è vero la rete annulla lo spazio ed il tempo e cosi dopo tanti anni mi incontro con l’amico Franco Quattrone, già deputato e sottosegretario della presidenza del Consiglio con delega alla funzione pubblica, il quale mi scrive “ho letto quasi tutti gli scritti di Ichino. Li apprezzo e condivido gran parte delle sue analisi e proposte. Mi convince abbastanza il progetto della flexsecurity anche se ho delle osservazioni, o meglio dei dubbi su certi aspetti. In Calabria è venuta fuori, su suo stimolo, una polemica sui "cosiddetti stages" organizzati dalla regione per giovani - si fa per dire - laureati. Così ho scritto una nota che ho mandato al Presidente del Consiglio Regionale ed in copia a Ichino. La mando anche a te, per leggerla. Ciao. Franco
Riporto la lettera inviata Al Presidente del Consiglio regionale della Calabria mi permetto di inviarLe, pregandola di darne conoscenza ai componenti l’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale, una breve nota di considerazioni e riflessioni, appena abbozzate e necessariamente succinte, sulla vicenda dei”voucher” a giovani laureati calabresi.
La vicenda e, più che la stessa, il dibattito innescato potrebbe considerarsi concluso.
Così non è.
Il merito che l’iniziativa ha, incontestabilmente, avuto è stato quello di denunciare la necessità di porre attenzione in termini seri alle politiche del lavoro nella nostra regione, tentando di dare una prima risposta.
La ringrazio per l’attenzione che vorrà riservare alle poche notazioni seguenti.
Il problema di fondo emerge, in termini quasi chiari, dai tanti interventi sui “voucher” assegnati dal Consiglio regionale a 500 “giovani” laureati.
Che la finalizzazione degli stessi sia stata pensata per finanziare uno stage od un master di alta formazione, a questo punto, appare del tutto secondario.
Finite le critiche; archiviate le risposte, le pur legittime rivendiche di pregresse operosità, il solenne ricordo di partecipazioni attive nella affermazione della necessità dell’etica pubblica, esaurite, insomma, le polemiche, restano: un dato positivo ed il problema reale che lo stesso ha posto in evidenza.
Il dato positivo: per la prima volta il Consiglio Regionale della Calabria, ma per comodità - diciamo la Regione-, ha spostato una considerevole quantità di denaro da capitoli improduttivi ma comodi ( benefit di vario tipo per i politici) ad un capitolo finalizzato comunque a dare un supporto a giovani laureati calabresi in fase di approccio al mondo del lavoro.
E’ vero, ha anche utilizzato, forse impropriamente, fondi comunitari, ma se non è corretto utilizzarli così, doverli restituire a Bruxelles, come è capitato più volte, è inqualificabile, devastante e coerente con la peggiore politica piagnucolosa, rivendicatrice ed inetta,
Sono state spese bene queste risorse? Non lo so, forse non al meglio (credo soprattutto per incomprensioni tra tecnici, università e politici), ma lo spirito, la voglia di fare qualcosa è assolutamente più che apprezzabile.
Certo, ritengo fondate le preoccupazioni espresse dal prof. Ichino rispetto al modus della iniziativa ed ai rischi che il suo svolgimento, cosi come programmato e presentato, offre.
La confusione terminologica ( stages -alta formazione- master di II° livello ), il periodo di studio - esperienza presso gli Enti locali, tutto poteva e potrebbe indurre i partecipanti ad immaginare, nonostante le ripetute precisazioni della Regione, uno sbocco occupazionale, non dico certo ma molto privilegiato e probabile, presso gli Enti locali.
Purtroppo, sia pure con diverse modalità, i precedenti abbondano nella nostra regione.
Basti ricordare le varie stabilizzazioni di precari del C.R ( non riesco ad immaginare gli effetti dell’ultima sentenza del Tar) dei LSU e LPU per giungere, tra stabilizzazioni e sanatorie anche nei vari enti, ai forestali ed alla L.285 ecc.
Ma c’è un rischio occulto parimenti se non maggiormente grave.
I giovani per due anni si potrebbero adagiare nell’esperienza e nel modesto, ma tutto sommato quasi gratuito, assegno percepito e potrebbero perdere, accantonare o almeno diminuire l’impegno ( e l’approfondimento di studio necessario ) nella ricerca di un vero inserimento nel mercato del lavoro. Se si impegneranno al meglio lo faranno perché convinti di conseguire un forte!! (necessariamente allo stato, ahimé men che generico) titolo preferenziale corrispondente ad un master in ..?.
Con l’ulteriore rischio, non irreale, che qualche aspirante dirigente sindacale li spinga a creare un comitato di lotta, di difesa e di salvaguardia delle “professionalità” acquisite ed inizi così una vecchia nuova lunga stagione di rivendiche del posto di lavoro.
Ovviamente non è il momento di continuare nella ulteriore pur minima, ma forse doverosa, osservazione del percorso interamente comune di approfondimento immaginato per tanti giovani dottori, in possesso delle lauree più diverse.
E’, invece, il momento di soffermarsi su una iniziativa così importante, innovativa, incidente sul piano delle politiche attive del lavoro, sempre concretamente assenti in Calabria, e di approfittare dello slancio politico e della forza dell’Istituzione promotrice, delle analisi, delle sensibilità manifestate, delle competenze scese in campo per iniziare la riflessione.
Fare un cenno alla gravità della crisi che ha investito l’economia del paese ed il mercato del lavoro sarebbe ripetere cose ormai acquisite dalla generalità e purtroppo spesso vissute quotidianamente in maniera drammatica da molti, specie in Calabria.
Se è certo che il Pil regionale è fatto in parte di stipendi pubblici è pur certo che, oltre gli altri settori, anche il resto delle attività private rientranti nei servizi risentirà della crisi.
Non so se sia vero che le grandi riforme possano essere varate più facilmente nei momenti di grave crisi, colgo, invece dopo anni di dibattiti, alcune possibili occasioni favorevoli per operare un tentativo di svolta nel mercato del lavoro in Calabria.
Ho seguito con notevole interesse gli interventi e le posizioni del sen. prof. Ichino nel dibattito sul mercato del lavoro, sul sistema duale che lo caratterizza, sui limiti dello stesso e sulle distorsioni prodotte, sulle proposte avanzate in più riprese e pur da non pochi anni per superarlo. Ho letto la bozza del progetto sulla flexsecurity che condivido in larga misura.
Vorrei partire da una sommaria lettura di alcuni dati di carattere generale perché, pur con tutti i limiti insiti in questo tipo di analisi, possono essere utili per una idea generale della problematica.
L’ultimo dato viene dall’Eurostat: “……..Dove invece 'spiccano' regioni italiane e' nella disoccupazione giovanile ” Dietro i dipartimenti d'Oltremare francese ed alcune regioni meridionali italiane, “al decimo posto in Europa ( con più del 34 %) è la Calabria.” Ma vorrei ricordare a me stesso, prima di continuare nel discorso, la partizione tecnica normalmente usata tra i termini: disoccupazione, in cerca di prima occupazione, inoccupati e ….altri (diciamo così).
Per quanto riguarda, poi, solo il nostro paese, a prescindere dalla graduatorie di demerito in cui quasi sempre primeggiamo, sarà opportuno ricordare pochi dati tratti dal solito annuario Istat 2008.
Su di una popolazione residente pari a circa 1.995.000 cittadini, lavorano in 602.000 (208.000 donne e 394.000 uomini) ripartiti, sempre per grandi linee, nei seguenti settori: agricoltura 66.000 ( 27.000 donne), industria 113.000 (11.000 donne) servizi 423.000 ( 170.000 donne). La disoccupazione è pari all’11,2% , (di cui il 5,6% di lunga durata e comunque la fascia è composta in maggioranza da soggetti tra i 34 ed i 45 anni ; 77.000 i soggetti attivamente! in cerca di occupazione (di cui 42.000 con esperienza) .
La percentuale di occupati stabilmente ( ma è stato già detto) anche tra i laureati da tre anni è anch’essa del 35 % ca. Non è il caso di approfondire ora i dati aggiungendo ed incrociando i tanti altri sempre di fonte Istat o Isfol o Eurostat ecc. pur utili per definire sempre meglio lo scenario di carattere generale che ci riguarda.
Difficili da interpretare univocamente partendo da ottiche e avendo obiettivi di utilizzazioni diverse; difficili da interpretare perché necessariamente, in atto, carenti di ulteriori indagini analitiche settoriali, che pur dovrebbero essere primo compito degli uffici regionali e provinciali deputati ai settori lavoro e formazione. Necessari per orientare e programmare le loro attività non di semplice routine.
Sarebbe utile conoscere i dati sui calabresi laureati in Università di altre regioni (escludo Messina per la straordinaria presenza nella stessa di studenti calabresi – forse ancora quasi il 40% o più del totale), e sulle percentuali dell’inserimento degli stessi nel mondo del lavoro, sulle sedi di lavoro degli stessi, sui settori di attività.
Sarebbe anche utile conoscere la percentuali di giovani laureati in Calabria e di calabresi laureati in altre regioni vincitori di concorsi nella p.a ed in particolare le percentuali nei concorsi per magistrati, ( ordinari, amministrativi, ecc) notaio, avvocato dello stato, ecc, nei concorsi per dirigenti, funzionari e impiegati pubblici; sarebbe importantissimo sapere quanti giovani calabresi hanno iniziato una attività di ricerca in altre Università, quanti si sono inseriti nel mondo della grande impresa e della finanza ecc.
L’esame dell’insieme dei dati forse porterebbe a nuove importanti riflessioni.
Situazione drammatica dunque, in particolare per le prospettive delle nuove generazioni.
Tentiamo di dare un contributo al superamento, ripensiamo alle analisi già compiute sulle cause del mancato decollo del mezzogiorno anche nei momenti di grande slancio dell’economia. Ripensiamo alle analisi sulla crisi del mercato del lavoro in Calabria, sulle cause, anche non direttamente percepibili, dei grandi numeri della disoccupazione ed in particolare di quella giovanile.
Il vigente sistema duale del mercato del lavoro ha, senza dubbio pesato, così come la qualità della domanda di lavoro.
La genericità delle qualifiche, la grave mancanza generalizzata di forza lavoro realmente professionale, e di quella altamente specializzata, al passo con le continue innovazioni tecnologiche di settori industriali che presuppongono anche una notevole flessibilità del mercato, sono la seconda delle cause del mancato potere di attrazione di nuovi insediamenti.
L’ulteriore indisponibilità anche di una quota tra la forza lavoro specializzata, testata e già occupata ma disposta a partecipare alla logica di un moderno mercato rimettendosi in gioco con l’aderire, dopo averla verificata, ad una nuova iniziativa produttiva, è certamente un altro dei fattori determinanti nello scoraggiare possibili intraprese industriali in un mercato regionale, minato da altri elementi di debolezza esterni ma fortemente incidenti (quali il potere della ndrangheta, la grave carenza di infrastrutture e le vischiosità della burocrazia e della politica, le posizioni del sindacato).
La combinazione di rigidità contrattuale, sia sul piano dell’intangibilità dell’art.18 dello statuto dei lavoratori, che su quella della possibile contrattazione aziendale, (attenzione!!!!…..immagino già le certe reazioni a fronte non dico del pericolo ma anche solo del sospetto di possibili “gabbie salariali”) la scarsa partecipazione degli interessati al mercato del lavoro ed alle moderne logiche dello stesso, l’assoluta carenza non solo di vere politiche attive del lavoro, ma anche di sistemi pubblici di monitoraggio costante e di informazione propositiva, sono da sole formidabili freni. Se alle stesse si aggiunge la fiorente esistenza di un parallelo mercato “nero” (che non vuol dire di extracomunitari) del lavoro dai costi assai minori cui attingere, il fermo ed il blocco sono certi, quasi inamovibili.
Resta sempre da risolvere il dubbio perché tale ultimo fiorentissimo fenomeno non venga individuato e stroncato, essendo teoricamente agevole farlo grazie al possibile incrocio di dati.
Infine le vischiosità della burocrazia, le disattenzioni della politica e le rigidità delle posizioni dei sindacati. Ogni parola aggiunta all’argomento è ….. far piovere sul bagnato.
Un nuovo ruolo del sindacato è urgente ed essenziale. Certo prima di giudicare e condannare, occorre far mente locale alla situazione dell’economia e del lavoro calabrese ed al ruolo che il sindacato ha assunto o è stato costretto ad assumere.
Una seria riflessione sull’argomento, non potrà prescindere dal partire dalla vecchia strategia, talvolta comune a politica e sindacato: ottenere una lunga …..infinita cassa integrazione e sulle devastanti conseguenze derivanti da questa logica ( stabilizzazione di precari, ampliamenti di bacini, incremento del mercato nero protetto od almeno subito passivamente ecc.).
I nuovi modelli contrattuali siglati tra Sindacati e Confindustria, con l’ancor timida ma importante apertura ad un momento aziendale significativo e qualificante sul piano retributivo, la proposta di una seria modifica del sistema di sicurezza e di protezione dei lavoratori per l’avvenire (la flexsecrity proposta dal sen. Ichino) aprono oggettivamente nuovi spazi anche ad una rivitalizzazione del mercato del lavoro nella nostra regione.
Uno dei principali blocchi o freni allo sviluppo sta per essere attenuato o addirittura cadere. Occorre mettere mano all’altro per rimuoverlo.
Non mancano certamente le intelligenze anzi i talenti, le capacità, le preparazioni professionali, anche di eccezionale livello.
Il problema è che le stesse, in larga misura, se motivate a realizzare al meglio l’obiettivo ed utilizzare ed approfondire le conoscenze acquisite, sono costrette a ricercare da sole sbocchi di impegno ed occupazionali frequentemente fuori dall’ambito regionale, sovente trovandolo e conseguendo poi notevoli successi.
L’alternativa, invece, è spesso una via, via sempre più rassegnata attesa della “volta buona”, poi forse all’accettazione un lavoro inadeguato alle competenze acquisite o, ancor peggio, alla partecipazione ad una qualunque forma succedanea di assistenzialismo ( Lsu ecc ) con lo sguardo spesso rivolto solo agli enti pubblici visti come dispensatori del “posto” e dello stipendio fisso.
Non so cosa si sia veramente proposto il Consiglio regionale con la legge 28/08; leggo sui quotidiani che lavoratori provenienti da società ed aziende diverse, in forza della stessa, coerentemente a quanto è stato loro assicurato, reclamano giustamente la definitiva soluzione della loro vertenza.
Non credo che nell’attesa la regione abbia offerto agli stessi anche la possibilità di percorsi formativi di perfezionamento o di vera riqualificazione. Non capisco perché anche la L.R. 5/2001 sia rimasta dormiente per tanti lunghi anni.
Ed il discorso va all’altro nodo, quello che ci riporta anche alla polemica, formazione, alta formazione ecc.
Formazione: per anni abbiamo letto di corsi per pittori, pizzaioli, tornitori, estetisti ecc. Poi è stata la volta dei programmatori e quant’altro connesso alla..- informatica….. poi….. .
Sarebbe bello e rasserenante pensare, avendo non dico certezze ma fondate speranze, che detti corsi saranno autorizzati e programmati dopo una reale analisi dei bisogni dei qualificandi e della possibilità di assorbimento nel mercato. Sarebbe bello sapere che regione ed a cascata giù fino ai centri per l’impiego, aiutano i giovani a far emergere le proprie potenzialità ed aspirazioni e li indirizzano verso il percorso formativo più adatto e che offre probabili maggiori sbocchi occupazionali.
Questo a maggior ragione per l’alta formazione. E’anche doveroso finanziare diversi Master specialistici anche di 2° livello differenziati per precise discipline professionali. Una procedura di verifica e di assistenza specialistica seria dovrà, però, essere antecedente l’ammissione in modo da coinvolgere il giovane impegnandolo fino in fondo nell’attività formativa.
Una assistenza ancor più pregante e specialistica lo dovrà accompagnare nella introduzione al mercato del lavoro e nella ricerca attiva del datore di lavoro privato ( ma forse anche pubblico )
Anche per impedire il consolidarsi di un sistema in cui, alla fine, la partecipazione a fatti formativi anche di grande livello sia visto sempre solo come momento di parcheggio, magari anche di modesta retribuzione, con il certo, magari non particolarmente faticoso, conseguimento di un …….titolo da archiviare e mettere nel curriculum.
Ecco che può essere valutata ed apprezzata l’idea di dotare i giovani che abbiano tratto profitto vero dal momento formativo di un voucher da portare in dote all’azienda che utilizzerà questa risorsa. In qualche misura un nuovo schema di contratto di formazione e lavoro (come non ricordare il grande successo ottenuto ed grandissimi risultati dati dall’istituto) per cui il giovane stesso finanzierà, almeno in parte, con il suo voucher l’esperienza sul campo e sopperirà alla ridotta retribuzione.
Forse si riuscirà a vedere la prima timida realizzazione di quella che è sembrata un’utopia pensata da uno studioso “sognatore” come il prof. Ichino: immaginare il mezzogiorno come primo momento di verifica del grande progetto: far cadere ogni ostacolo alla possibilità che i lavoratori scelgano il proprio datore di lavoro e che gli stessi siano il traino e la nascita di nuovi veri processi industriali nella nostra regione.
Su questi temi sono assolutamente necessari maggiori approfondimenti, altre pacate riflessioni ed approfonditi contributi; l’optimum sarebbe cogliere l’occasione per promuovere una iniziativa che, dal confronto delle diverse idee e proposte, faccia emergere indirizzi operativi immediati per l’effettiva realizzazione di una politica attiva del lavoro in Calabria.
Con viva cordialità
Franco Quattrone
Stages in Calabria
Lettere di studenti

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