venerdì 10 maggio 2013

Giulio Sapelli: Politica, Crescita e Impresa

Intervista a Giulio Sapelli a cura di Antonino Leone pubblicata su SistemieImpresa N. 4 - aprile 2013 - 12
Giulio Sapelli è un economista, docente di Storia economica ed Economia politica nell’Università Statale di Milano ed editorialista del Corriere della Sera. Sostiene le politiche Keynesiane per avviare la crescita dell’economia e superare la crisi finanziaria internazionale del 2007. Non condivide la politica di austerità che ha portato ad una deflazione e a una disoccupazione devastante ed è favorevole al sostegno della domanda per riavviare la crescita. Ritiene che per sostenere le imprese occorre detassare e sburocratizzare, lottare contro gli sprechi e migliorare la produttività.
Vuole spiegare la sua posizione a favore di un governo di riappacificazione e le motivazioni che stanno alla base di questa scelta?
Occorre ricostruire la Nazione e questo è possibile solo ritornando alla politica con un governo di unità nazionale che riaffermi una comune volontà ricostruttiva dinanzi a una crisi da deflazione tra le più dure degli ultimi cento anni.
Vi è un acceso confronto tra coloro che sostengono la politica di austerità e quelli che propongono una politica di crescita attraverso la spesa pubblica. Vuole chiarire i difetti e i pregi di tali scelte?
L’onore della prova che Lord Keynes avesse torto spetta ai Suoi detrattori. L’austerità ha portato a una deflazione e a una disoccupazione devastante. Gli Stati Uniti e il Giappone si stanno risollevando dalla crisi da altissimo rischio finanziario e da sottoconsumo. Solo la ripresa della domanda può riavviare la crescita.
Per l’Italia non è rischioso, a causa dell’elevato debito pubblico, affidarsi unicamente a una politica della spesa pubblica al fine di avviare la crescita del paese?
Non ci si affida solo alla spesa pubblica ma alla lotta contestuale allo spreco pubblico e all’aumento della produttività del lavoro.
Quali sono i motivi per cui le imprese italiane,particolarmente le Pmi, non sono capaci di reagire alla crisi economica e finanziaria internazionale?
Lo sono state invece, con una capacità di resilienza enorme e che non è compresa dagli economisti neoclassici.
Le Pmi in Italia rappresentano in gran parte il tessuto produttivo della ricchezza nazionale. Quali interventi da parte del Governo e delle imprese stesse occorre fare per sostenere le Pmi in questo momento di difficoltà?
Nessun intervento. Solo detassare, sburocratizzare e sostenere le banche cooperative e popolari che sono le uniche ad aiutare le piccole imprese.
Le micro e piccolissime imprese possono farsi carico dell’avvio dello sviluppo del paese?
Nessun settore da solo può farsi portatore di tale carico. Occorre l’integrazione polifonica tra diverse dimensioni di scala e diverse merceologie e destinazioni dei prodotti.

Chi è Giulio Sapelli
Giulio Sapelli è nato a Torino nel 1947, dove si è laureato in Storia economica e ha conseguito la specializzazione in Ergonomia. Ha studiato presso l’Institut fur Weltwirschaft di Kiel e ha insegnato e svolto attività di ricerca presso la London School of Economics and Political Sciences, nonché presso l’Università Autonoma di Barcellona e l’Università di Buenos Aires. A cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 è stato Directeur d’Etudes presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi.
Ai temi della cultura organizzativa ha dedicato, oltre al lavoro di consulenza e di intervento operativo, molte ricerche, tra cui ricordiamo: Educare e studiare insieme nell’impresa. Una testimonianza di Giulio Sapelli, in G.Maifreda e S.Roncaglia, “Narrare la formazione. Grande impresa e sindacato”, Guerini Editore, 2005. Ai temi delle patologia dei mercati e della necessità della loro trasparenza istituzionale, organizzativa ed etica, ha dedicato i lavori: Cleptocrazia. Il meccanismo unico della corruzione tra economia e politica, Feltrinelli, 1994. Responsabilità d’impresa. Tra mercato e nuova sovranità politica, Guerini & Associati, 1996. La sua riflessione ora si rivolge alle trasformazioni della sovranità e quindi della teoria dello stato, tra economia, politica, geostrategia: Prefazione. La nuova grande trasformazione, in (a cura di G. Vittadini), “Che cosa è la sussidiarietà. Un altro nome della libertà”, Guerini Editore, 2007, pp 13-16.

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giovedì 9 maggio 2013

Diego Zardini e Alessia Rotta a sostegno degli invalidi civili

La qualità del processo di erogazione dei servizi pubblici, la cui produzione coinvolge più enti, dipende dal livello di cooperazione ed integrazione degli enti nello svolgimento delle fasi di lavorazione assegnate a ciascuno. Nel caso in cui il disegno organizzativo complessivo ed unificante non viene rispettato e le attività vengono svolte non considerando le necessità degli enti che dovranno svolgere le fasi successive si verificano disfunzioni, confusione ed inefficienza nell’erogazione dei servizi. In tale caso i tempi di erogazione dei servizi si allungano con gravi disagi per gli utenti. Pertanto, occorre svolgere al meglio le attività nel rispetto del modello organizzativo, focalizzarsi sul cliente, il quale prima della fase finale del processo è rappresentato da un altro ente, e cooperare per migliorare continuamente il processo.
Tutto questo non accade tra l’Inps di Verona e l’ Ulss n. 22 di Bussolengo per responsabilità esclusiva della struttura sanitaria, la quale si pone in antitesi al modello organizzativo, supportato da adeguate e moderne applicazioni informatiche, continua a svolgere le proprie attività in modo tradizionale e corporativo e non considera i cambiamenti avvenuti nel processo di erogazione delle prestazioni di invalidità civile.
I deputati del Partito Democratico Diego Zardini ed Alessia Rotta hanno presentato una interrogazione sugli invalidi civili al Ministro per la Pubblica amministrazione e la Semplificazione ed al Ministro per gli Affari Regionali sottolineando che:
- "la grave crisi economica e sociale che interessa l’Italia impone allo Stato, considerato complessivamente,tra l’altro di fare bene le proprie attività e di gestire al meglio i servizi pubblici e le prestazioni sociali al fine di creare valore per i cittadini, maggiormente per coloro che vivono direttamente gli effetti devastanti della congiuntura;
- l’aumento progressivo della fascia della terza età e i crescenti bisogni che essa rappresenta impegna gli Enti, titolari delle relative funzioni, ad una gestione più efficace ed efficiente del sistema di tutela sociale della disabilità”.
Le ultime modifiche legislative in materia di invalidità civile hanno innovato il processo di riconoscimento e di erogazione delle prestazioni. La funzione relativa alla concessione dei benefici agli invalidi civili è stata trasferita alle Regioni, le quali hanno attribuito le competenze alle Ulss. All’Inps è stata confermata l’erogazione delle provvidenze e sono stati assegnati nuovi compiti.
L’Inps ha introdotto il fascicolo elettronico sanitario, il monitoraggio delle fasi di lavorazione del processo, la trasparenza dei parametri di qualità e quantità delle prestazioni, la presentazione per via telematica della domanda e della relativa certificazione sanitaria, l’integrazione delle commissioni sanitarie da un medico dell’Inps, gli strumenti di integrazione e di cooperazione tra i sistemi informativi degli Enti al fine di facilitare il rapporto di collaborazione tra gli enti e contrarre i tempi di definizione delle prestazioni di invalidità civile.
“L’innovazione introdotta nel processo di invalidità civile, affermano Diego Zardini e Alessia Rotta non è stata recepita concretamente da tutte le aziende sanitarie, con la conseguenza che non sono migliorati, in alcuni territori, i tempi di effettuazione delle visite sanitarie e di definizione delle prestazioni, con disagi gravi da parte degli utenti segnalati dalla stampa”.
“Il caso emblematico, continuano Zardini e Rotta, è rappresentato dall’ Ulss n. 22 di Bussolengo, la quale utilizza la procedura informatica dell’Inps unicamente per scaricare le domande di invalidità civile, handicap e disabilità trasmesse dal cittadino o dai patronati. Per la fase sanitaria di accertamento dell’invalidità (calendarizzazione visita, convocazione a visita, redazione del verbale di visita, aggiornamento del fascicolo elettronico) l’Asl 22 non utilizza la procedura informatica Inps e, all’esito del procedimento di accertamento, trasmette all’Inps i verbali e la documentazione sanitaria in formato esclusivamente cartaceo. L’ Ulss n. 22 di Bussolengo non utilizza nemmeno lo strumento della cooperazione applicativa, prevista dall’Inps già dal 2010, consistente nel dialogo tra i diversi sistemi informativi degli Enti. Tale strumento, pur con tempi di attuazione diversificati caso per caso sul territorio, è ormai consolidato e largamente utilizzato dalle aziende sanitarie al punto che nella Regione Veneto solo l’Asl 22 è estranea a tale sistema operativo”.
Il mancato adeguamento, sottolineano Zardini e Rotta, dell’Asl n. 22 di Bussolengo e degli enti di altri territori al modello organizzativo realizzato dall’Inps, supportato da apposite ed adeguate procedure informatiche, causa:
- "il rallentamento del processo d’invalidità civile che si basa sulla integrazione tra enti diversi con gravi conseguenze per i cittadini per i tempi troppo lunghi di attesa per le convocazioni alle visite mediche e per la definizione delle prestazioni; - l’impossibilità dell’Inps e dei Patronati di avere la tempestiva disponibilità degli atti, in quanto i verbali sanitari non sono redatti e trasmessi in formato elettronico, rallenta il lavoro degli uffici amministrativi per la parte inerente i loro specifici adempimenti e impedisce di fornire informazioni attendibili in tempo reale sullo stato delle pratiche;
- il pagamento degli interessi sulle prestazioni liquidate dopo 120 giorni dalla data di decorrenza della domanda. Costi questi che potrebbero essere eliminati attraverso una gestione efficace delle prestazioni ed attenta a non superare i limiti temporali oltre i quali scatta il calcolo degli interessi".
L’Inps è in grado, grazie alle proprie procedure informatiche in uso ed all’utilizzo degli strumenti di rilevazione (cruscotto direzionale), di rendere trasparenti i tempi di liquidazione delle prestazioni in questione classificati per provincia e gli indicatori di qualità e quantità delle prestazioni stesse.
Diego Zardini e Alessia Rotta chiedono ai Ministri:
- “se non ritengano necessario rendere trasparenti tramite l’Inps gli indicatori qualitativi (tempi di effettuazione delle visite sanitarie e di definizione delle pratiche) e quantitativi (giacenze) delle prestazioni di invalidità civile, classificati per provincia, al fine di poter intervenire e migliorare la performance del prodotto su tutto il territorio nazionale;
- se non reputino urgente conoscere gli importi relativi agli interessi corrisposti agli interessati per ritardato pagamento delle prestazioni di invalidità civile al fine di eliminare gli sprechi prodotti da una gestione non efficiente del processo invalidità civile;
- se non ritengano necessario intervenire per il tramite dell'ispettorato della funzione pubblica onde verificare se l'Asl n. 22 di Bussolengo (Verona) nella gestione delle pratiche di invalidità civile rispetti i principi di efficienza e di efficacia nell'azione amministrativa”.

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Ulss n. 22 di Bussolengo inefficiente con gli invalidi civili

La qualità dei servizi pubblici spesso dipende dal rapporto di collaborazione e di cooperazione tra enti diversi nel caso in cui le diverse attività del processo non sono assegnate ad un unico ente.
Nel caso specifico delle prestazioni di invalidità civile dell’ambito territoriale dell’Asl 22 di Bussolengo la qualità delle prestazioni di invalidità civile lascia a desiderare in quanto la struttura sanitaria  non è coerente al disegno organizzativo stabilito e non si avvale delle procedure informatiche che permettono all’Inps ed all'Ulss di dialogare in tempo reale.
I consiglieri regionali Franco Bonfante e Roberto Fasoli hanno presentato una interrogazione alla Giunta Regionale ed all’Assessore regionale alla sanità nella quale vengono elencati i punti di debolezza dell’Asl 22 di Bussolengo:
- “l’Ulss n. 22 di Bussolengo sia la sola in tutto il Veneto a non avere adottato le suddette procedure informatiche; a quanto pare tale l’Asl utilizza i software dell’Inps soltanto per scaricare le domande di invalidità civile, handicap, ecc ma non per il vero e proprio iter procedurale (calendarizzazioni e convocazioni delle visite,redazione dei verbali), né per trasmettere gli esiti dei procedimenti all’Istituto previdenziale;
- l’Ulss di Bussolengo continui ad inviare all’Inps tutta la mole di documentazione prodotta in formato cartaceo;
- ciò comporterebbe notevoli penalizzazioni per gli utenti, visti i tempi lunghi per l’effettuazione delle visite sanitarie e quindi per la liquidazione delle prestazioni di invalidità;
- i fascicoli elettronici di ogni pratica vanno comunque aggiornati: pare che l’Inps di Verona si sia sostituito all’Ulss di Bussolengo in tale compito”.
Bonfante e Fasoli indicano gli effetti del non allineamento dell’ Ulss 22 di Bussolengo al modello organizzativo ed al non utilizzo delle procedure informatiche: “- tempi lunghi di erogazione dei servizi; - Inps e Patronati non sono in grado di dare informazioni attendibili in tempo reale agli utenti in quanto i fascicoli non sono aggiornati; - aumento delle code degli utenti in attesa delle visite ed in cerca di informazioni”.
Nel terzo millennio l’ Ulss 22 di Bussolengo non utilizza la piattaforma informatica realizzata dall’Inps e condivisa da tutte le regioni per operare in tempo reale ma produce carta ed esporta carta verso l’Inps di Verona causando tempi lunghi per la definizione delle prestazioni a danno degli utenti.
“A quanto pare - scrivono Bonfante e Fasoli nella loro interrogazione - l’Ulss 22 utilizza i software dell’Inps soltanto per scaricare le domande di invalidità ma non per il vero e proprio iter procedurale (calendarizzazioni e convocazioni delle visite, redazione dei verbali), né per trasmettere gli esiti dei procedimenti all’Istituto previdenziale. Di fatto tutta la documentazione inviata dall’Ulss all’Inps pare sia ancora in formato cartaceo, con notevoli penalizzazioni per gli utenti, vista l’impossibilità di avere dati aggiornati in tempo reale ed i tempi lunghi per l’effettuazione delle visite sanitarie e quindi per la liquidazione delle prestazioni di invalidità civile”.
Bonfante e Fasoli incalzano quindi l’assessore alla Sanità e la Giunta per chiedere un intervento per “fare in modo che l’Ulss n. 22 di Bussolengo si allinei immediatamente con tutte le altre Ulss venete nell’utilizzare gli ambienti virtuali messi a disposizione dall’Inps, per  contrarre al massimo i tempi del processo di erogazione delle prestazioni relative al riconoscimento delle invalidità civili”.
L’articolo 20 del decreto legge n. 78 del 2009, convertito con modificazioni nella legge n. 102 del 3 agosto 2009, ha apportato importanti innovazioni nell’iter di riconoscimento dei benefici in materia di invalidità civile, cecità civile, sordità civile, handicap e disabilità al fine di migliorare la qualità del servizio ed i tempi di definizione delle prestazioni di invalidità civile.
La cooperazione e la collaborazione tra enti diversi (Ulss 22 di Bussolengo e Inps di Verona) prevista nel disegno organizzativo e sostenuta da nuove applicazioni informatiche realizzate dall’Inps è saltata in quanto l’Asl n. 22 di Bussolengo si ostina a non rispettare le regole del processo di invalidità civile, il quale in altri territori ha prodotto risultati apprezzabili migliorando i parametri di qualità e quantità del prodotto.
I consiglieri regionali Bonfante e Fasoli interrogano la Giunta regionale e l’Assessore regionale alla Sanità per sapere: “se intendano fare in modo che l’Ulss n. 22 di Bussolengo si allinei immediatamente con tutte le altre Ulss venete nell’utilizzare gli ambienti virtuali messi a disposizione dall’Inps, per contrarre al massimo i tempi del processo di erogazione delle prestazioni relative al riconoscimento delle invalidità civili”.

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giovedì 2 maggio 2013

La politica apprenda dalle aziende

Articolo di Roger Abravanel pubblicato sul Corriere della Sera il 27 aprile 2013
Può apparire strano che in un'epoca di fallimenti, salvataggi e disastri bancari e aziendali si ritenga che il management abbia ancora qualcosa da insegnare. Eppure mai come in questo momento di grande indecisione, populismo e miopia, la politica potrebbe imparare qualcosa dalla management science, la scienza (o l'arte) di fare avvenire le cose (giuste) nelle aziende.
Le riforme politiche (lavoro, giustizia, scuola, economia) dovrebbero essere fatte con una logica che in un'azienda viene chiamata «pianificazione strategica»: ovvero valutandone la priorità, i costì, gli effetti, le reazioni degli altri soggetti coinvolti; e soprattutto considerandone la fattibilità. Perché una strategia, anche ottima, che però non si può realizzare, non serve a nulla. Basta pensare al tema dei miliardi di debiti arretrati della pubblica amministrazione: ancora non sappiamo se sarà possibile pagarli, se questo peggiorerà il deficit o il debito, e infine ignoriamo come farli arrivare ai creditori «giusti» e non ai furbi; questo avviene perché manca un minimo di pianificazione finanziaria e di efficace contabilità. Molte delle nostre riforme sono dettate dal populismo di breve termine, cosa che nelle aziende ben gestite non avviene perché ciò che si decide di fare nei prossimi mesi e nel corso dell'anno è il risultato di piani a medio e lungo termine. E le priorità delle riforme politiche sono spesso poco ragionate, non basate su fatti e mai condivise: per la giustizia i «saggi» stanno definendo come urgente il problema delle intercettazioni, quando la nostra economia è bloccata da una giustizia civile con i tempi del Gabon.
Questa incapacità da parte di un Parlamento rissoso e poco competente di pianificare bene le riforme alla fine fa sì che da noi le leggi debbano essere fatte dal governo (con il meccanismo della fiducia) e che siano un modello di legislazione caotica e di pessima qualità: leggi fatte in fretta e furia per reagire a un'emergenza, alla pressione sociale e dei media o perché scadono i termini.
La pessima pianificazione strategica delle riforme si traduce infine nella cronica incapacità dell'esecutivo di «eseguire» le leggi approvate perché sono mal concepite, scritte e comunicate malissimo. Ma, se anche le riforme e le leggi fossero impeccabili esiste un altro insormontabile ostacolo alla loro attuazione: un management della pubblica amministrazione antimeritocratico, con preparazione soprattutto giuridica o accademica e pochissimo responsabilizzato, formato e incentivato. E anche qui ci sarebbe molto da imparare dal (buon) management aziendale: la gestione delle risorse umane che è nelle aziende una variabile assolutamente cruciale, perché un bravo manager è soprattutto un bravo gestore di persone. Quindi, la politica può imparare dal management non solo nel marketing elettorale, convincendo i «clienti» (gli elettori) a comprare il proprio prodotto (dare il proprio voto al politico): è anche fare buone riforme e leggi in Parlamento e realizzarle con efficacia nel governo e nella pubblica amministrazione. E anche per questo potrebbe imparare molto dal management. Ma non necessariamente «importando» in politica imprenditori e manager. In Italia abbiamo avuto l'esperienza di Silvio Berlusconi che è diventato un ottimo politico nel senso che è riuscito a convincere per anni milioni di italiani a comprare il «prodotto» Berlusconi grazie a un marketing di tipo aziendale ma che non sembra essere stato in grado di mettere a posto l'azienda Italia, pur essendo lui un grande imprenditore. Peraltro sono rari i casi di imprenditori come Michael Bloomberg (sindaco di New York) che hanno guidato bene partiti o governi, e la ragione è chiara: gestire un Paese (o una città) è molto più difficile che gestire un'azienda, ed è per questo che esiste la «professione» della politica. E allora, se non si possono importare dalle aziende in politica imprenditori o manager, come può la politica imparare dal management? Intanto, quando gli elettori italiani potranno scegliere i candidati (loro e non i capi dei partiti), dovranno abbandonare le ideologie del passato e del presente (esempio Internet) cercando di valutare chi è più credibile nel realizzare le promesse che fa: bisognerà guardare ai risultati ottenuti nella carriera politica passata, dando preferenza a chi ha dimostrato di avere fatto qualcosa in un ruolo amministrativo e gestionale a livello locale (per esempio un sindaco o un assessore).
L'area dove la politica potrà imparare di più dal management è sicuramente però quella della gestione delle risorse umane. Che non significa solo «licenziare i fannulloni» ma inserire una seria meritocrazia, ispirandosi a modelli vecchi (la pubblica amministrazione francese) e soprattutto nuovi (quella di Singapore). Infine è essenziale che il nostro servizio pubblico impari dalle aziende come avere più trasparenza: i costi e la qualità dei servizi pubblici chiave come la scuola e la giustizia sono oggi incomprensibili ai cittadini.
La politica in Italia sembra entrata in una crisi di portata epocale. Quello che accade in questi casi nelle aziende è un profondo rinnovamento nella leadership: saprà farlo la politica.

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Verona: progetto Università e Provincia

Il Consiglio Provinciale di Verona nell’ultima seduta ha approvato all'unanimità l'Ordine del Giorno presentato da Lorenzo Dalai, capo gruppo del Partito Democratico, collegato alla delibera n. 17/2013 di approvazione del Bilancio consultivo 2012.
Il progetto di collaborazione tra la Provincia e l’Università di Verona, dichiara Lorenzo Dalai, si pone tre obiettivi principali: - conoscere lo stato dell’organizzazione dei comuni della provincia di Verona; sostenere il cambiamento del modello organizzativo nei comuni che si trovano in difficoltà anche per le dimensioni; avviare un proficuo rapporto di collaborazione tra la Provincia, l’Università ed i comuni scaligeri al fine di migliorare l’offerta dei servizi. Ritengo che questo progetto possa contribuire a dare un impulso importante all'economia del nostro Territorio, in un momento di estrema difficoltà di tutto il tessuto produttivo. Ringrazio tutti i colleghi della collaborazione”.
Si riporta l’Ordine del Giorno approvato dal Consiglio Provinciale.
“Considerato che l’economia italiana, a causa della grave crisi economica, registra una bassa e lenta crescita della ricchezza che non è sufficiente a creare prospettive positive ai problemi sociali del paese;
le Pubbliche Amministrazioni rappresentano un fattore che influisce sulla crescita economica dell’Italia. Le PA efficienti ed efficaci aiutano a superare la crisi economica in quanto intervengono sulla qualità della vita dei cittadini e sulla competitività delle imprese, le quali oggi subiscono i tempi lunghi ed i costi della burocrazia;
il D. Lgs. n. 150/2009 rappresenta un’opportunità da cogliere per avviare un cambiamento positivo nelle Amministrazioni Centrali dello Stato ed in particolare negli enti locali;
il processo di cambiamento, avviato dal D. Lgs. n. 150/2009, interessa i comuni della Provincia di Verona e va sostenuto da interventi innovativi realizzati nel territorio;
I comuni veronesi che hanno aderito al progetto “Performance e Merito” dell’Anci sono solo 5 e, pertanto, solo questi potranno ricevere assistenza e supporto.
i comuni di piccole dimensioni non essendo dotati di management e di capacità finanziaria incontrano notevoli difficoltà ad attuare i cambiamenti necessari per migliorare la qualità dei servizi erogati. Per tali problemi il sistema degli enti locali è poco propenso ad innovare e ricorre a scelte difensive che non creano valore per i cittadini;
Si propone
di realizzare un progetto tra la Provincia e l’Università di Verona, Facoltà di Economia, al fine di conoscere la situazione organizzativa dei comuni veronesi in rapporto al D. Lgs. n. 150/2009 e di intervenire a supporto dell’adeguamento dei comuni ai principi del medesimo decreto;
Il progetto che si propone consta delle seguenti fasi:
- Prima fase, studio e ricerca sullo stato di attuazione del D. Lgs. n. 150/2009 nei comuni della Provincia di Verona;
- Seconda Fase, scegliere e sostenere degli ambiti territoriali o aggregati di comuni omogenei che si trovano in difficoltà a realizzare la riforma.
Si ritiene che il coinvolgimento dell’Università su questa problematica sia molto importante al fine di avviare un cambiamento positivo nei comuni veronesi”.
Adesso la fase attuativa del progetto dipende dalla responsabilità e sensibilità dell’Assessore competente della Provincia.
La proposta era stata sottoposta all’attenzione del Presidente Miozzi nell’aprile del 2011 da Diego Zardini a quel tempo capogruppo del PD ed oggi parlamentare. Da allora Miozzi non ha risposto e non ha espresso nessuna valutazione. Soltanto la tenacia e l’impegno di Lorenzo Dalai ha permesso la discussione in Consiglio Provinciale e l’approvazione all’unanimità del progetto.
Con l’attuazione del progetto si realizza una collaborazione ed integrazione proficua tra la Provincia, l’Università ed il territorio nell’interesse delle comunità locali.

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venerdì 26 aprile 2013

Più qualità e meno costi per lo Stato

Articolo di Lucrezia Reichlin pubblicato sul Corriere della Sera  il 26 aprile 2013
La sfida chiave per il nuovo governo sarà, ancora una volta, l'economia. L'esecutivo guidato da Mario Monti era nato debole, pur avendo avuto, non troppo diversamente da quello in via di formazione, il sostegno di un ampio schieramento parlamentare. Aveva promesso austerità di bilancio e riforme. L'austerità non è mancata, le riforme, ben più complesso obbiettivo, meno. Tuttavia molti tra coloro che promettono oggi di sostenere l'esecutivo Letta hanno condotto la campagna elettorale contestando l'agenda Monti, largamente riproposta nel documento dei saggi. Ci muoviamo, dunque, su un terreno pericolosamente accidentato, anzi minato.
Il prossimo governo non nasce con la coesione di un fronte nazionale che possa ricomporre l'Italia su un programma ambizioso di riforma. Non c'è una piattaforma condivisa nella Grande coalizione che lo sosterrà mentre si consolida la diffidenza dei cittadini.
Qualcosa però si può fare, aggirando le asperità politiche maggiori. Io credo che si debba iniziare un'opera coraggiosa, unendo lo sforzo di più ministeri, per semplificare drasticamente la macchina statale, tagliandone i costi, migliorandone il servizio al pubblico anche attraverso un mutato rapporto tra l'amministrazione centrale e quella locale. Questa dovrebbe essere la bandiera del nuovo esecutivo.
È un terreno pericoloso perché nelle pieghe dello Stato si annidano privilegi e rapporti di scambio che hanno distrutto il nostro bene comune più caro: la fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato. È un percorso che richiede coraggio e alleanze anche trasversali. Va fatto con un'attenzione minuziosa alla trasparenza e alla comunicazione che dovrà essere chiara e dettagliata nell'illustrare quanto si sta provando a fare. La spinta al cambiamento e alla partecipazione che si è manifestata in queste ultime elezioni va sfruttata per dare forza a questo progetto. Per soddisfare una domanda che si leva con forza dalla base del Paese non basta che i ministri vadano al lavoro in bicicletta. Le dosi omeopatiche di trasparenza non sono più sufficienti. I nuovi ministri dovranno spiegare con evidenza cristallina il proprio operato, e strutturare un'efficace comunicazione per ricucire il rapporto con gli elettori. La scatola nera del governo nazionale e locale dovrà essere aperta, tutti dovranno poter comprendere quali sono gli ostacoli, le ragioni di successi e fallimenti. Per questo è cruciale che i cittadini non siano solo spettatori, ma che possano partecipare in modo innovativo al cambiamento e alla gestione della cosa pubblica. Esperienze simili sono state fatte in altri Paesi. Comportano l'adozione di misure politiche che, in linea di principio, non hanno colore. Misure trasversali capaci di unire invece che dividere.
Il principio è semplice, ma la realizzazione pratica richiede cambiamenti importanti. Il governo che verrà, pur nascendo intrinsecamente debole, potrebbe, in realtà, avere la forza per avviare un processo radicale perché per poter sopravvivere dovrà instaurare un rapporto diretto con gli elettori oltre che con partiti quanto mai discreditati.
Ovviamente tutto questo non potrà ridare fiato immediato all'economia. Nel breve periodo vanno diminuite le tasse sul lavoro e va dato sostegno al reddito di chi, il lavoro, non ce l'ha. Le proposte ci sono, anche suggerite nei documenti della Banca d'Italia, ma costano care. I soldi vanno recuperati con tagli aggressivi ai costi dello Stato, lungo le linee prima accennate.
C'è anche qualche margine per ottenere più flessibilità da Bruxelles sul rigore dei conti pubblici. Il negoziato va dunque aperto, ma non deve dare adito a eccessive illusioni. Il margine esiste, ma è limitato e si basa su tre elementi. Il più importante - spunto di utile riflessione - è che l'Italia, non avendo sforato il limite del 3% del deficit pubblico nel 2012 ha acquisito credibilità. In secondo luogo le previsioni indicano un rallentamento per tutta l'Europa, compresa la Germania, scenario che potrebbe indurre Berlino a considerare una maggiore flessibilità. In terzo luogo esistono fattori specifici che si potranno far valere in sede negoziale. Mi riferisco, per esempio, al peso sul nostro debito del contributo che versiamo al Fondo salva Stati europeo, oppure all'eccezionalità dei debiti dello Stato verso le imprese. È dunque essenziale che l'Italia imbocchi la via del negoziato, ma senza mettere in discussione gli impegni di medio periodo. La politica antiausterità può essere fatta solo su queste basi, con una contrattazione realistica e consapevole delle dinamiche europee. Sarebbe velleitario invocare improbabili battaglie senza quartiere, generiche e irrealistiche tenzoni contro un'Europa che ci affama.
Puntiamo invece a riprendere il controllo di ciò che possiamo controllare noi, del nostro bene comune, cioè, lo Stato. Facciamone, ripeto, la bandiera di questo governo, affrontando l'anomalia di una macchina statale vetusta, costosa e inefficiente che ci rende molto diversi anche da Paesi a noi vicini come la Spagna.
Un altro governo, con le spalle più larghe, se un giorno arriverà, potrà imbarcarsi su un progetto ancora più ambizioso, capace di ripensare globalmente il modello del capitalismo italiano. Ma gli obbiettivi qui illustrati, sebbene più limitati, sono già molto ambiziosi e potrebbero essere le basi per una riflessione costruttiva e soprattutto collettiva sul nostro futuro.

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Contrastare la povertà

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 23 aprile 2013
Secondo gli indicatori Ue, l'impatto sociale della crisi è stato in Italia un po' meno forte che negli altri Paesi ad alto debito. Rispetto a Grecia e Portogallo, è stato anche meno regressivo: tutte le fasce di reddito hanno sofferto, non solo (o soprattutto) quelle più basse. Vi è però un'eccezione, costituita dalle famiglie povere con figli a carico e con persona di riferimento disoccupata. E' su questi nuclei che la scure ha colpito con particolare intensità, relegando il nostro Paese agli ultimissimi posti nelle graduatorie Ue, vicino a Bulgaria e Romania.
Questa vera e propria emergenza dovrà costituire la priorità sociale numero uno del nuovo governo. L'agenda predisposta dai saggi nominati da Napolitano riconosce il problema della povertà, ma resta sorprendentemente timida e conservatrice in merito alle possibili soluzioni. I suoi piatti forti per sostenere il reddito delle famiglie sono il rifinanziamento degli ammortizzatori in deroga e la salvaguardia dei cosiddetti esodati. Siamo sicuri che convenga congelare l'occupazione esistente tramite deroghe automatiche, anche quando le imprese interessate non hanno alcuna possibilità di riprendersi?
La tutela del reddito potrebbe essere affidata alla nuova Assicurazione per l'impiego (Aspi) introdotta dalla riforma Fornero: è con questo tipo di schemi che gli altri Paesi stanno fronteggiando la crisi occupazionale. Si eviterebbero erogazioni a perdere, da un lato, e si allargherebbe la platea dei potenziali beneficiari, dall'altro lato. Per quanto riguarda gli esodati, fatto salvo il principio generale che non si lascia nessun dipendente senza reddito e senza pensione, non sarebbe meglio astenersi da sanatorie automatiche (tutti in pensione con le vecchie regole) e procedere invece con salvaguardie incrementali e calibrate sulle situazioni concrete di «esodo»? Il rischio da evitare è quello di sempre: aiutare solo gli insider e abbandonare a se stessi tutti gli outsider, in particolare i minori in povertà.
Il Movimento Cinque Stelle vorrebbe, come è noto, il reddito di cittadinanza. Diamo per scontato che la proposta sia quella di un trasferimento minimo garantito, in base a una valutazione delle condizioni di bisogno economico e alla disponibilità all'impiego (o ad altre forme di "attivazione"). La Commissione dei saggi riconosce che schemi di questo genere hanno dato buona prova di sé in molti Paesi. Aggiunge però subito che nelle attuali condizioni di bilancio il reddito minimo è irrealizzabile, a meno di una «decisa redistribuzione delle risorse disponibili». Perché arrendersi così in fretta? Innanzitutto, limitando inizialmente la misura ai nuclei con minori, i costi non sarebbero così proibitivi: poco più dello 0,25% del Pil, quanto si spende per le pensioni sociali.
In secondo luogo, l'obiettivo di una decisa redistribuzione delle risorse disponibili a favore di chi ha veramente bisogno non è più rinviabile. Se ne parla dai tempi della Commissione Onofri (era il 1997); è stato esplicitamente indicato dalla riforma dell'assistenza varata nel 2000; sono state fatte e rifatte varie sperimentazioni; importanti istituti per le ricerche sociali come l'Irs hanno elaborato progetti molto articolati. Possibile che non si possa chiedere a un governo «di larghe intese» di passare dalle parole ai fatti? Anche molti Paesi dell'America Latina ormai dispongono di schemi nazionali di reddito minimo: volendo si può fare anche in Italia. Naturalmente la precondizione è che funzioni uno strumento affidabile di verifica dei redditi. Il varo del nuovo Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), lasciato in sospeso dal governo Monti per l'opposizione della regione Lombardia, va dunque anch'esso inserito nel paniere delle priorità (anche i saggi qui concordano).
Come raccomandato dall'Unione europea, le politiche di contrasto alla povertà non devono poggiare soltanto sui trasferimenti, ma anche su servizi: formazione, tirocini, sostegno al reinserimento lavorativo e sociale. È quella logica di «inclusione attiva» che ispira la strategia Europa 2020. Dove trovare le risorse per tutto questo? Un Isee più mirato ed esteso a tutte le prestazioni collegate al reddito genererebbe da solo un notevole flusso di risparmi, a cui potrebbero aggiungersi una parte di quelli provenienti dalla revisione delle detrazioni e deduzioni fiscali. Almeno per la componente servizi, bisogna inoltre sfruttare i margini che si stanno aprendo a livello europeo.
L'Italia potrebbe essere fra i primi Paesi a chiedere e ottenere un «accordo contrattuale» con Bruxelles, che consenta di allentare temporaneamente i vincoli sul deficit e/o di ricevere maggiori risorse dal bilancio Ue. Se si vuole seguire questa strada, è però necessario un progetto serio, presentato da un governo serio. In questo Paese, purtroppo, di questi tempi né l'uno né l'altro possono essere dati per scontati.

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martedì 23 aprile 2013

Il messaggio di Giorgio Napolitano

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domenica 21 aprile 2013

Alessia Rotta, così si esce dalla crisi

Intervista a Alessia Rotta, neoparlamentare del Partito Democratico a cura di Antonino Leone pubblicata su SistemieImpresa N. 3 - aprile 2013 - 13
Alessia Rotta è neoparlamentare del Partito Democratico, giornalista e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Verona in Economia aziendale.
Appassionata del ‘modello Olivetti’, difende un’idea di sviluppo economico che sia sostenibile -prima di tutto - per il territorio.
Si ispira ad Hannah Arendt quando dice che nella relazione donne e uomini trovano la loro libertà per la creazione di uno ‘spazio comune’.
Dopo gli studi classici a Verona mi sono trasferita a Bologna e poi in Francia per gli studi in comunicazione. Mai avrei pensato di diventare giornalista, come è accaduto, per una televisione locale,Telearena, di Verona. E’ qui che mi sono appassionata per alcuni dei temi che sono e rimangono per me domande centrali di vita e della società: il benessere, il lavoro, le questioni femminili. Così risalendo la china, alla ricerca di risposte alle domande che venivano dalla strada, dai servizi televisivi di tutti i giorni, sono approdata, da un lato all’Università, in un dottorato di ricerca dove sto studiando il modello di Adriano Olivetti, dall’altro ho osservato e interrogato la politica, mi sono incuriosita, ho visto un mondo autoreferenziale, da un lato, un mondo che stava incrinandosi d’altro canto. E quando poi ho pensato che ero stanca, come molti, di stare a guardare dall’oblò, criticando, mi sono data da fare. Ed ora eccomi qua, a cercare di mettere in connessione persone e palazzi, a trovare soluzioni percorribili, tra le resistenze inevitabili di modi di agire e procedere consolidati.
Nella sua città, Verona, ha sostenuto e partecipato a manifestazioni delle donne. Può descrivere tali manifestazioni e gli obiettivi che vi siete poste?
Il pensiero femminile ha radici profonde in riva all’Adige, basti pensare alla scuola di filosofia dell’Università di Verona, ma anche alla consulta delle associazioni femminili che conta quasi un centinaio di associazioni. Non stupisce perciò che qui il grande movimento che ha fatto irruzione sulla scena italiana, Se non ora quando, abbia trovato grande eco. La semplicità degli obiettivi che ci poniamo, mette in luce quanto la situazione attuale sia anomala: ci battiamo contro il femminicidio e contro qualsiasi forma di violenza e privazione nei confronti della donna, a questo proposito sta per nascere un’associazione. E, per tutte noi, vorremmo che le donne non dovessero vedere delle opzioni tra essere madri, lavoratrici, politiche. Ci sono volute le quote in alcuni casi, ci sono volute leggi, come quella sulla rappresentanza di genere nei Cda degli istituti bancari, come quella sulla doppia preferenza di genere nelle consultazioni elettorali. Ma la parità, o meglio il riconoscimento di pari diritti è una conquista lenta e lunga che richiede un impegno costante.
Quali obiettivi intende perseguire attraverso il suo impegno politico anche con riferimento alla partità di genere?
Oggi la questione sociale e la crisi economica minano la tenuta del Paese, da sempre, in situazioni analoghe, come nel dopoguerra, le donne hanno contribuito moltissimo ad uscire dall’impasse.Non voglio citare i singoli provvedimenti da prendere per incentivare l’assunzione femminile, detassandola, ad esempio, ma vorrei che il lavoro, lo sguardo fosse complessivo. Un welfare a misura di donna significa benessere per la società, di questo sono convinta, come sono convinta, sulla scorta di ricerche europee, che i Paesi dove più donne lavorano siano Paesi che aumentano il proprio Pil. Non sono accettabili differenze salariali che non hanno motivi di esistere, non è accettabile il tetto di cristallo sulle posizioni apicali a fronte di maggiori e migliori risultati, nel merito, da parte delle lavoratrici. Il potere, questo potere, così esercitato, credo non sia più attuale.
Sembra affermato che il mondo abbia bisogno dei talenti naturali delle donne dopo un lungo periodo di sottovalutazione del loro apporto innovativo. Quali sono le capacità specifiche delle donne a differenza di quelle degli uomini?
A questa domanda troppo spesso abbiamo risposto elencando le differenze, le propensioni naturali della donna, la cura, l’ascolto e via discorrendo. E certo le differenze ci sono e sono una ricchezza, ma credo che sia maturo il momento del riconoscimento reciproco delle identità di donne e uomini come risorsa per la società intera. Mutuerò le parole di Hannah Arendt «La donna (l’uomo) può essere in armonia con se stesso se esiste un accordo di due o più suoni; per essere uno ella/egli ha bisogno degli altri. Solo nel rapporto con gli altri ella/egli può vivere l'esperienza della libertà». E sempre seguendo la grande pensatrice penso che il ruolo delle donne nella società sia da conquistare a partire dalla pluralità e dalla differenza. E’ solo dal confronto tra maschi e femmine che nasce e può nascere la totalità: nello spazio politico esistono persone con valori diversi e linguaggi differenti che si possono confrontare per creare uno spazio comune.Non dimentichiamoci poi che la propensione alla generazione, al rinnovamento è proprio della donna, da cui nasciamo.
Le donne che rivestono ruoli di comando sono meno simpatiche rispetto agli uomini?
Vorrei rispondere a questa domanda con una battuta: la caratteristica simpatia è forse attinente al ruolo dirigenziale? Ci chiediamo se i capi maschi sono simpatici? Non voglio certo polemizzare, quanto piuttosto mettere a soqquadro i nostri schemi mentali, i discorsi che facciamo in molti contesti, dal più alto alle chiacchiere al caffè. Magari le donne in posizione apicale sorridono meno per non essere fraintese o per esigere maggiore rispetto, magari la scorza si è indurita sulla strada della rivendicazione di diritti che la donna si è sudata di più di un uomo, nel senso che per arrivare in cima ha dovuto portare sulle spalle uno zaino più pesante e lo ha dovuto portare senza voler, giustamente, rinunciare a tacchi e gonna. Credo che l’essere donna al vertice possa contribuire al benessere dell’azienda, ma magari dirlo non è molto simpatico?
Quali interventi urgenti potrebbero essere adottati per sostenere le imprese particolarmente le Pmi che si trovano in difficoltà e contrastare le condizioni di povertà? 
Gli interventi urgenti per la Pmi sono tutti noti e scritti neri su bianco: ci vuole meno burocrazia, che se è onerosa per le grandi imprese lo è di più per le piccole e medie, stesso discorso per la tassazione iniqua e insostenibile, non ultima quella sulla Tares. L’altro grande tema è l’accesso al credito: negarlo rende impossibile la stessa sopravvivenza delle aziende. E ancora penso alla trasparenza della Pubblica amministrazione, all’accesso totale e trasparente agli atti, alla lotta alla corruzione per una corretta competizione.
In questo Paese non bastano neppure i suicidi degli imprenditori a dare segnali: anche la politica deve cambiare i suoi tempi per l’urgenza che il Paese vive. E’ necessario introdurre il reddito minimo di cittadinanza, come chiesto con migliaia di firme in una legge di iniziativa popolare, per contrastare le condizioni di povertà nel nostro Paese e razionalizzare i molti strumenti esistenti circa il sostegno sociale. Mentre altre misure, a partire da un’analisi accurata, sono da trovare per risolvere l’anomalia italiana: la forbice larghissima tra poveri e ricchi, un divario che è cresciuto di sette volte dal 1960 ad oggi.
Di recente è stato sottoscritto un accordo dal Ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico per la costituzione di una sezione speciale del Fondo Centrale di Garanzia dello Stato per sostenere l’imprenditoria femminile. Ritiene utile tale intervento e per quali motivi?
Lo saluto come uno dei provvedimenti che vanno nella giusta direzione, per due motivi, primo perché sappiamo che l’inaccessibilità al credito è una delle note dolenti del fare impresa, secondo perché è una misura a favore dell’imprenditoria femminile e quindi coglie nel segno l’indicazione: se le donne lavorano il Pil cresce. Nel 2012 sono nate 7 mila nuova imprese, a farle nascere sono state donne: nel turismo,in agricoltura, nella sanità e nell’assistenza sociale.
Immediatamente dopo la parificazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini nel settore pubblico sono state presentate proposte e disegni di legge finalizzati ad utilizzare tali risparmi a favore delle donne senza pervenire ad alcuna approvazione. L’attuazione di provvedimenti di detassazione del lavoro femminile può incrementare l’occupazione delle donne?
Non rubo le parole di nessuno, ma nel disegno di legge presentato al Senato, primo firmatario il giuslavorista Pietro Ichino, proprio a favore della detassazione del lavoro femminile, ci sono le prove scientifiche, un esperimento che dimostra come la detassazione del lavoro femminile, favorisca l’offerta e quindi l’occupazione delle donne, tanto da riuscirne a dimostrare con precisione gli effetti dell’incentivo economico. Anche perché molti studi dimostrano che detassando il lavoro femminile le donne, a differenza degli uomini, che si dimostrano meno sensibili su questo punto, lavorano di più e più volentieri quando la loro retribuzione aumenta.
In Italia vi sono imprese che, nonostante la crisi economica accompagnata dalla recessione, sono rimaste competitive nel mercato globale. Altre invece incontrano difficoltà. Quali fattori e quali capacità distintive le imprese devono possedere per avere successo?
I fattori del successo delle imprese oggi sono l’internazionalizzazione e l’innovazione, spesso due facce della stessa medaglia. ma ancor più direi, ciò che mi interessa maggiormente, sono le imprese che hanno allargato lo sguardo. Non solo fuori da sé ma dentro alle proprie mura. Mi piace ricordare quanto ha fatto recentemente Mario Cucinelli che ha ripartito l’utile dell’impresa tra i lavoratori. Credo che il benessere aziendale, la ricerca pervicace di questo costituisca un fattore di sviluppo sostenibile fondamentale.
Considerate le condizioni economiche e finanziarie del paese, è possibile conseguire un interesse comune tra gli imprenditori e i lavoratori?
Il mio mito è e rimane Adriano Olivetti: oggi manager e sindacati parlano di patti territoriali e di condivisione di gestione aziendale tra lavoratori e dirigenti o titolari. Negli anni ‘50 non solo Olivetti studiò e cercò di portare il modello della svizzera Zeiss alla Olivetti di Ivrea,con una partecipazione piena da parte dei lavoratori, ma promosse, come noto, a tutti i livelli il benessere, la crescita prima che economica umana dei propri dipendenti, delle loro famiglie e del territorio tutto.

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