martedì 24 gennaio 2012

Riforma degli ammortizzatori sociali

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato su Corriere della Sera il 24 gennaio 2012
La riforma degli ammortizzatori sociali è uno dei piatti forti del confronto fra governo e sindacati avviato ieri mattina. Il ministro Fornero ha proposto di ridisegnare l'attuale sistema di tutele caratterizzato da marcate sperequazioni e lacune. L'idea non è certo nuova: quasi tutti i governi dell'ultimo decennio hanno cercato di riformare gli ammortizzatori. Ma i tempi sembrano oggi maturi per fare sul serio.
Il sistema è oggi imperniato sulla cassa integrazione guadagni (cig), che consente alle grandi imprese in crisi (aziendale o settoriale) di tenere a casa i dipendenti, erogando loro parte della retribuzione per un periodo che può durare fino a 48 mesi. Quanti non possono accedere alla Cassa (ad esempio i dipendenti delle piccole imprese) hanno diritto, se perdono il lavoro, a un'indennità di importo più basso e di durata molto più breve. Non tutti i disoccupati riescono però a ottenere questa prestazione, soprattutto per mancanza di requisiti assicurativi: col risultato che l'Italia ha il record europeo di disoccupati privi di qualsiasi tutela.
Dagli anni Settanta in poi la cig è stata l'ammortizzatore sociale per eccellenza, molto apprezzato sia dalle imprese sia dai sindacati. La crisi scoppiata nel 2008 è stata fronteggiata principalmente tramite questo strumento: attraverso una serie di «deroghe», i cancelli della cig sono stati aperti anche alle piccole imprese e ad alcune fasce di lavoratori atipici. Nessun Paese europeo ha investito così tanto durante la crisi su questo tipo di schema e così poco sulle tradizionali indennità di disoccupazione. Il sistema delle deroghe ha consentito, è vero, di tamponare l'emergenza occupazionale, ma non può durare ancora a lungo. Non solo costa troppo, ma può diventare inefficiente e iniquo. Da un lato congela l'occupazione esistente anche in aziende o settori senza prospettive di recupero, dall'altro continua a lasciar scoperti un numero molto alto di outsider.
La proposta del governo è quella di correggere la situazione in due modi. Da un lato, riconducendo la cassa integrazione alla sua funzione originaria di sostegno a crisi aziendali temporanee, così come avviene in tutti i Paesi Ue. Dall'altro lato, creando un robusto «secondo pilastro» volto a erogare prestazioni di importo e durata europea a tutti i lavoratori che perdono l'impiego.
Il nuovo sistema andrebbe accuratamente raccordato con le altre riforme del mercato del lavoro, in particolare quelle sul contratto unico, sui servizi per l'impiego e sulle nuove forme di flessibilità in uscita previste per le imprese disponibili a sperimentare forme innovative di flexsecurity.
Le organizzazioni sindacali sono uscite dall'incontro di ieri esprimendo forti perplessità sull'approccio Fornero. Eppure gli orientamenti di riforma da loro stessi formulati nel documento unitario (encomiabilmente) portato all'incontro non sembrano affatto lontani da questo approccio: tutt'altro. È vero che il ridimensionamento della cig ridurrebbe il ruolo dei sindacati nella gestione delle crisi. Ma tale ruolo potrebbe essere recuperato ed anzi accresciuto tramite la contrattazione decentrata e la sperimentazione di schemi integrativi di welfare a livello aziendale o settoriale. Il terreno per un accordo c'è, il tempo stringe. Al Paese non servono polveroni polemici, ma riforme serie, efficaci e senza strappi.

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domenica 22 gennaio 2012

Giovani, precari e mercato del lavoro

Articolo di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi pubblicato su Corriere della Sera il 22 gennaio 2012
Con il pacchetto di liberalizzazioni approvato venerdì scorso, il governo Monti ha fatto in due mesi ciò che i precedenti governi non avevano fatto dall’introduzione dell’euro. Al di là dei singoli provvedimenti, che vanno tutti nella giusta direzione, la cosa forse più importante è il messaggio politico che ne esce. Non è vero che «in Italia non si può fare»; non è vero che l’Italia è bloccata dalle corporazioni. In queste ore il governo viene attaccato da ogni parte: nelle strade, nelle telefonate dei capi delle categorie, che in piazza non vanno ma usano canali più occulti, e da domani anche in Parlamento. Non deve cedere, anche se venerdì qualche pezzo per strada si è perduto.
Ora però arriva un passo forse ancor più difficile: la riforma del mercato del lavoro. Al centro c’è una questione di equità fra padri e figli. E di equità tra cittadini protetti dai sindacati e cittadini coinvolti nelle liberalizzazioni. Una questione che il ministro Fornero -ricordando una frase di Luciano Lama, il leader della Cgil negli anni 70;- ha colto perfettamente. Riflettendo sul ruolo del sindacato in quel periodo, e quindi sui criteri che ispirarono la legislazione sul lavoro tuttora in vigore, Lama disse: «Noi, purtroppo, in un certo senso, abbiamo vinto contro i nostri figli». E non vale l’argomento che oggi i padri aiutano i figli all’interno della famiglia. Questo è vero, ma la famiglia non deve diventare un’istituzione che, lo voglia o no, è costretta a sostituirsi a ciò che dovrebbero fare lo Stato e il mercato. La riforma dei contratti di lavoro deve liberare i giovani da una dipendenza forzata dai loro padri e dalle loro madri.


Nei quindici anni passati il mercato del lavoro italiano è diventato molto più flessibile: il risultato, con buona pace di chi pensa che più flessibilità significhi più disoccupazione, è che (almeno fino all’inizio della crisi, che comunque passerà) molte più persone lavorano. Il guaio è che la maggior flessibilità è stata ottenuta imponendo un costo elevato ai giovani, mentre i lavoratori più anziani continuavano ad essere protetti da contratti a tempo indeterminato. E, se occupati in imprese con più di quindici dipendenti (ecco un altro fattore di iniquità), protetti anche dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che ne sancisce l’illicenziabilità per motivi economici. E se poi la loro azienda è in difficoltà li soccorre la cassa integrazione, un istituto sconosciuto alla gran maggioranza dei giovani.
Come mostrano Emiliano Mandrone e Nicola Massarelli sul sito www.lavoce.info, la precarietà involontaria (cioè i lavoratori a termine involontari, i finti collaboratori e gli individui non più occupati perché hanno concluso un contratto temporaneo e ne cercano un altro) coinvolgeva, prima della crisi, poco meno di quattro milioni di lavoratori, quasi tutti giovani.
Per loro il precariato non è una breve parentesi nel percorso verso un lavoro stabile, è una «trappola»: nemmeno uno su tre riesce a passare a un contratto a tempo indeterminato. Il motivo è che, per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’articolo 18, e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa. Quindi i giovani rimangono precari troppo a lungo, talvolta a vita. E quando arriveranno alla pensione i pochi contributi saltuariamente versati non saranno sufficienti. Non solo, ma un’impresa non investe nella formazione di un lavoratore che dopo pochi mesi perderà: quindi la produttività dei giovani precari rimane bassa, non imparano nulla e più l’età avanza meno diventano impiegabili. È un dramma non solo per i giovani ma per la produttività del Paese. Per abbattere questo muro c’è una sola via: eliminare l’articolo 18. Sbaglia chi ripete che non è una battaglia che valga la pena di combattere. È una battaglia fondamentale.
Il ministro Fornero ha perfettamente chiari i termini e la soluzione del problema: «Penso», ha detto nell’intervista al Corriere del 18 dicembre, «che un ciclo di vita che funzioni è quello che permette ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Un contratto che riconosca che sei all’inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa, ma che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto». Questo significa abolire l’articolo 18. Si obietta che oggi, nel mezzo di una recessione, eliminare l’articolo 18 significherebbe consentire alle imprese licenziamenti indiscriminati. È vero il contrario. In un momento di grande incertezza, come quello che stiamo attraversando, gli imprenditori sono restii ad assumere con l’inflessibilità dell’articolo 18 proprio perché sono insicuri sul futuro della loro azienda. Quindi è proprio in un momento difficile che l’articolo 18 preoccupa gli imprenditori. Quando tutto va bene e si è ottimisti, assumere per la vita è facile per tutti.
Ma anche alle imprese dev’essere chiesto un contributo. A fronte dell’abolizione dell’articolo 18 devono essere disposte a pagare una quota dei sussidi di disoccupazione. E questo non tanto per alleggerire l’onere a carico dell’Inps, quanto soprattutto perché in questo modo un’impresa ci penserà bene prima di licenziare un lavoratore, e lo farà solo se davvero è convinta che la domanda per i suoi prodotti rimarrà bassa a lungo. Una possibilità è quanto prevede la proposta di legge presentata dal senatore Pietro Ichino. Il sussidio del primo anno potrebbe rimanere, come già previsto, quasi interamente a carico dell’Inps. Questo sussidio, che oggi raggiunge l’80% della retribuzione di base, potrebbe essere integrato ponendo un ulteriore 10% a carico dell’impresa. Il secondo anno, quando viene meno il sussidio pubblico, potrebbe essere interamente a carico dell’impresa, con una copertura, ad esempio, del 70%. Questa scenderebbe il terzo anno con un onere suddiviso fra Inps e impresa. Ovviamente questo richiederebbe che la cassa integrazione fosse riservata ai soli casi di caduta temporanea degli ordini, cinque o sei mesi, non di più. Oltre questo periodo deve intervenire un moderno sistema di sussidi temporanei, decrescenti nel tempo e accompagnati da attività di riqualificazione dei lavoratori. Non stiamo inventando nulla di originale: più o meno così funziona il welfare in quasi tutti i Paesi industriali tranne l’Italia e pochi altri.
Le imprese non dovrebbero esser obbligate ad aderire al nuovo sistema: quelle che accettano di contribuire al finanziamento dei sussidi avrebbero accesso ai nuovi contratti non protetti dall’articolo 18. Le altre possono rimanere nel vecchio regime. Ma al di là degli aspetti tecnici, un punto è cruciale. Deve esserci un unico contratto per tutti e l’articolo 18 va abolito. Solo così si abbatte il muro che ha trasformato i giovani nei paria del mercato del lavoro. Accettare compromessi su questi due punti significa varare una riforma inutile. Fare una riforma parziale è peggio che non far nulla perché si darebbe l’impressione di aver risolto un problema senza averlo fatto, perdendo così un’occasione forse irripetibile.

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Liberalizzazioni per avviare il cambiamento

Articolo di Irene Tinagli pubblicato su La Stampa il 21 gennaio 2012
Attese e polemiche, sono arrivate le liberalizzazioni. Molte critiche erano già partite prima ancora del decreto, figuriamoci adesso. Ogni dettaglio sarà scandagliato, ogni partito metterà i propri paletti, ogni lobby si armerà fino ai denti. In tutto questo rumore l'opinione pubblica rischia di restare confusa e divisa. A cosa servono davvero, chi ci guadagnerà e chi ci perderà?
Fioriscono stime e tabelle, ma essendo le previsioni incerte per definizione, alla fine molti temono che chi ci perde sia più di chi ci guadagna. Le tariffe dei professionisti diminuiranno, anzi no, aumenteranno. Si creeranno nuovi posti di lavoro, anzi no, la concorrenza li distruggerà. E così via. E su queste confusioni e paure giocano molte lobby e molti politici. Il rischio però è che si perda di vista la vera essenza delle liberalizzazioni e l’impatto complessivo che possono avere sul Paese.
Liberalizzare significa semplicemente rendere più semplice e meno vincolata la concorrenza, ovvero creare le condizioni perché nuovi concorrenti possano organizzarsi per entrare ed operare sul mercato. Tutto qua. Non è detto che ogni città verrà invasa da edicole, farmacie, negozi e professionisti, né che all’improvviso tutti i prezzi crolleranno o aumenteranno. Ma il punto, nonostante molti giochino su queste argomentazioni, non è questo, non è se qualcuno alza o abbassa la tariffa. Il punto è che ci sia un’offerta sufficientemente variegata che consenta al cittadino di scegliere il rapporto qualità/prezzo che fa al caso suo.
E creare un mercato che consenta ad un negoziante o ad un professionista di decidere come preferisce competere. Questo implica un cambiamento profondo di come si muovono i consumatori, i produttori, ma anche del ruolo dello Stato. Il compito del regolatore pubblico in alcuni settori non sarà più decidere quanta e quale offerta e a quale prezzo è disponibile al cittadino, ma sarà vigilare che i cittadini abbiano accesso ad un’informazione chiara e trasparente su prezzi e caratteristiche di tutta l’offerta disponibile, e strumenti efficaci per potersi difendere da eventuali frodi o abusi. Questa è la vera novità che potrebbe cambiare profondamente non solo la nostra economia ma anche la nostra società. Che poi questo si traduca in un determinato aumento o diminuzione dei prezzi medi in certi settori non possiamo saperlo con certezza.
Potrebbe anche semplicemente tradursi in un aumento di qualità ed efficienza a parità di prezzo. Ma non sarebbe comunque un ottimo risultato che cambia la qualità della vita e del lavoro nel nostro Paese? Stesso ragionamento per gli effetti occupazionali. Prendiamo l’esempio dei servizi pubblici. Una maggiore concorrenza e trasparenza nei settori pubblici non necessariamente porterà un aumento di posti di lavoro. Potrebbe capitare che certe aziende erogatrici che fino ad oggi hanno assunto centinaia di figli di amici e parenti, si trovino costrette, per poter competere, ad assumerne un po’ meno, persone che siano però veramente competenti e produttive. Ma non sarebbe forse un risultato positivo? E’ vero, la concorrenza, nei settori pubblici come altrove, dovrebbe favorire la creazione di nuove aziende e quindi nuovi posti di lavoro che vadano a compensare la perdita che avrà luogo nelle aziende meno efficienti. Ma non è facile stimare di quanto sarà l’impatto netto nel prossimo anno o due, soprattutto in un contesto di forte contrazione dell’economia nazionale e internazionale come quello attuale. La domanda che dobbiamo porci non è soltanto «quanti posti di lavoro» creeremo quest’anno, ma quali logiche cambieremo, quale Paese vogliamo costruire e quali condizioni stiamo creando affinché ciò si realizzi.
Recuperare efficienza, eliminare sacche di inefficienza e posizioni di rendita, dare alle persone la libertà di potere scegliere se, quando e come produrre un certo servizio op- pure se, quando e come consumarlo, significa dare più opportunità ai cittadini. E anche questa è equità. Anche questa è redistribuzione. Non si ridistribuisce solo dando assegni di assistenza, ma anche creando spazi ed opportunità per chiunque abbia voglia e capacità di mettersi in gioco, a prescindere dalle persone di cui è figlio, amico o parente. Quanti consumatori o quanti aspiranti imprenditori, professionisti, farmacisti e commercianti decidano poi di cogliere davvero queste opportunità nel giro di un anno o due è un altro discorso. Che dipende da fattori economici congiunturali, da fattori culturali (non è detto che tutti gli aspiranti professionisti o farmacisti italiani decida- no di investire i loro risparmi in un’attività imprenditoriale e rischiosa), e anche da una serie di altri fattori di contesto (riforma della giusti- zia civile, del mercato del lavoro, della burocrazia e del fisco, perché anche questi fattori influenzano le scelte d’investimento e di consumo).
Ma il cambiamento che è in gioco è più profondo e va ben oltre il 2012. E per quanto sia giusto discutere e valutare anche gli effetti immediati di questi provvedimenti, occorre fa- re molta attenzione. Per anni siamo stati vittime di riforme fallite perché vincolate agli interessi di breve periodo, affossate dal «chi ci guadagna e chi ci perde». Dimostriamo che abbiamo imparato dagli errori passati. Ci guadagneremo tutti.

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Michele Bertucco, vivibilità nei quartieri di Verona

Intervento di Michele Bertucco, candidato sindaco a Verona
Ho incontrato più di 150 persone tra consiglieri comunali, di circoscrizione e cittadini nel mio primo giro di ricognizione dei quartieri. E’ l’avvio della costruzione del progetto di città che porterò al confronto elettorale attraverso i contributi di tutti i veronesi che vorranno rispondere al mio invito alla partecipazione. Per adesso registro un generale senso di insicurezza a cui l'amministrazione uscente ha opposto per lo più soluzioni insufficienti e disomogenee.
Innanzitutto insicurezza per la nuova ondata di delinquenza che ha investito tanto il quartiere Stadio quanto la “tranquilla” Valsquaranto o il quartiere “bene” di Borgo Trento. L'incolumità dei cittadini e dei loro beni va affidata a chi fa sicurezza per mestiere, senza improvvisarsi sceriffi per convenienza o per audience.
In secondo luogo un forte senso di insicurezza per il futuro che colpisce tante famiglie in cui c’è già un disoccupato, giovane o meno giovane, o che sono minacciate dallo spettro della disoccupazione, ma anche tante famiglie della classe media che stanno vedendo a rischio molte delle loro certezze. Di fronte a tale malessere diffuso non basta, come ha fatto l'amministrazione uscente, gonfiare gli organici delle aziende partecipate o moltiplicare a dismisura le aree commerciali o residenziali (vedi Piano degli Interventi o le grandi riqualificazioni come le ex Cartiere) nella speranza che “il mercato si riprenda”. Occorre riavviare un dialogo vero e franco con le associazioni imprenditoriali ed economiche, con gli enti pubblici deputati allo sviluppo, e ridare speranza alla città rimediando alla desertificazione produttiva che colpisce tanto i quartieri Sud che quelli ad Est (Compometal, Cardi, Officine Ferroviarie, Tiberghien, Pasqua, Mondadori). Da questo passaggio dipende in buona parte anche il benessere di migliaia di professionisti, dagli avvocati ai notai, dagli ingegneri agli architetti. Soprattutto, dipende il futuro occupazionale dei giovani, in particolare diplomati e laureati, altrimenti costretti ad andarsene da Verona. La città ha già perso la grossa occasione del Polo Finanziario, la cui logica è stata invece sposata da Milano, non possiamo permetterci altri errori.
Rilevo, infine, una grave crisi della vivibilità dei quartieri, conseguenza della mancanza di investimenti condivisi. Sono indispensabili interventi di messa in sicurezza attorno alle grandi arterie (da via Mantovana a via Tombetta a via Unità d'Italia); il completamento di percorsi protetti fruibili a piedi e in bicicletta, nonché la ricostruzione di spazi di socialità sia sotto forma di centri di aggregazione giovanili sia come riqualificazioni di piazze che privilegino l'aspetto della funzionalità su quello estetico, anche adottando misure di limitazione del traffico come la Ztl di quartiere. Per gli anziani serve una nuova casa di riposo nella zona a sud della città.
In breve: non ha più senso parlare di centro e periferia. Chi lo fa assegna più importanza e attenzione al primo che ai secondi. Ogni quartiere deve ritornare ad avere una propria identità e questo significa ripensare l’urbanistica, la ricerca delle risorse necessarie, la distribuzione equilibrata degli interventi. Occorre tornare a parlare del progetto di città che vogliamo e, soprattutto, del suo sviluppo.

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mercoledì 18 gennaio 2012

Prevenire e contrastare il crimine organizzato

Il Gruppo Consiliare del Partito Democratico della Regione Veneto al fine di promuovere una proposta di legge per prevenire e contrastare il crimine organizzato e promuovere la cultura della legalità e della responsabilità ha organizzato un seminario per lunedì 23 gennaio 2012, alle ore 9,45, presso il Palazzo Ferro Fini a Venezia.
Il seminario prevede il seguente programma dei lavori:
- ore 9,45 Saluto di Clodovaldo Ruffato, Presidente del consiglio regionale Veneto;
- Roberto Fasoli, presentazione del seminario;
Interventi:
- Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico;
- Don Luigi Tellatin, referente regionale Veneto di Libera;
- Roberto Terzo, Sostituto procuratore direzione distrettuale antimafia di Venezia
- Simonetta Saliera, Vice-Presidente della Giunta regionale Emilia-Romagna;
- Davide Boni, Presidente del Consiglio regionale della Lombardia;
- Flavio Zanonato, Sindaco del Comune di Padova;
Conclusioni di Laura Puppato, Presidente del gruppo consiliare PD Veneto.
Si riporta la presentazione del seminario.
Le più recenti inchieste giudiziarie testimoniano come l’infiltrazione della criminalità organizzata e mafiosa riguardi in modo particolare le regioni più ricche del nostro Paese. Le mafie non sono più soltanto una questione meridionale. Anche in Veneto, infatti, l’attività degli inquirenti ha scoperto e colpito alcune realtà di infiltrazione mafiosa. Dal lavoro dei magistrati e delle forze dell’ordine è emerso che nelle regioni centro-settentrionali il crimine organizzato utilizza spesso il canale del riciclaggio del denaro sporco e dell’usura per inserirsi all’interno del sistema economico legale, approfittando anche dei momenti di crisi com’è quello attuale.
Il Veneto non è terra di mafia, ma è certamente una regione che interessa alle mafie. Lo testimoniano alcuni darti ufficiali in materia di operazioni finanziarie sospette, traffico di droga e beni confiscati.
Di fronte ad una situazione simile, altre regioni italiane si sono dotate di una legislazione organica finalizzata alla prevenzione e al contrasto del crimine organizzato e mafioso e alla promozione della cultura della legalità e della responsabilità. Questo passaggio è maturato nella convinzione che il ruolo della magistratura e delle forse dell’ordine è necessario ma non sufficiente. La lotta alle mafie e al crimine organizzato deve fondarsi su un’azione collettiva e culturale capace di mettere insieme, in modo coordinato, realtà istituzionali, sociali, categorie professionali, mondo della scuola e dell’università. In tale ottica, quindi, è necessario che anche il Veneto si doti di una strumentazione legislativa organica.
Scopo del seminario è quello di costruire unitariamente, con il concorso dei gruppi consiliari disponibili, una proposta di legge, condivisa dagli interlocutori istituzionali e dalle forse sociali, che consente di affrontare in modo efficiente e adeguato la prevenzione e il contrasto del fenomeno mafioso e della criminalità organizzata.
In preparazione del seminario sarà predisposta una raccolta della principale documentazione legislativa antimafia nazionale e regionale.
Per informazioni e comunicazioni: 041/2701407 - pdveneto@consiglioveneto.it

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sabato 14 gennaio 2012

Protocollo legalità nel Veneto per prevenire la mafia

Articolo di Pierpaolo Romani, coordinatore di Avviso pubblico, pubblicato su Corriere Verona il 13 gennaio 2012
È superiore ai 100 miliardi di euro, vale a dire l’8% del PIL, il valore del mercato degli appalti pubblici in Italia e in esso trovano occupazione quasi 1,5 milioni di persone. Questi dati sono contenuti nella relazione annuale dell’Autorità per la vigilanza dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (www.acpt.it). Si tratta di numeri importanti destinati ad attirare l’attenzione non solo degli operatori economici ma, altresì, delle organizzazioni mafiose. È un mercato delicato quello degli appalti, in cui, come scrive l’Autorità, non mancano casi dove si registra «una sproporzionata durata dell'esecuzione dei contratti e un ricorso frequente e immotivato a varianti progettuali che provocano un sensibile aumento dei costi contrattuali». A tutto questo, si legge sempre nella relazione, si aggiunga che oltre 5.000 imprese non applicano il codice degli appalti pubblici e che il 30% degli appalti avviene senza gara.
Di fronte di questo scenario, è certamente un segnale importante quello che è giunto dal Veneto lo scorso 9 gennaio con la firma del Protocollo di legalità finalizzato a prevenire l’infiltrazione mafiosa negli appalti pubblici, sottoscritto dalle Prefetture, dalla Regione, dalle Province e dall’Anci alla presenza del Ministro dell’Interno Cancellieri. Un protocollo chiaro e specifico che si propone come modello per altre regioni italiane. Un documento importante anche per i messaggi che veicola. Il primo è quello che il problema della presenza mafiosa nel tessuto economico locale è un rischio concreto, anche in Veneto. Il secondo è che il contrasto alle mafie non è delegabile esclusivamente alla fase repressiva svolta dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Anche la politica e la pubblica amministrazione sono chiamate a fare la loro parte rafforzando la trasparenza, la sicurezza e il controllo sul sistema degli appalti pubblici.
Nella nostra regione, come in altri territori dell’Italia settentrionale, una seria politica preventiva antimafia deve fondarsi sul monitoraggio costante dei capitali che circolano e delle imprese che operano. E questo va fatto soprattutto in determinati settori, elencati anche nel Protocollo, e con particolare attenzione nel sistema dei sub-appalti. Per questo, come previsto nel documento sottoscritto a Venezia, è fondamentale conoscere gli assetti societari delle realtà coinvolte nella realizzazione delle opere, rendere tracciabili i flussi finanziari, affidare precise responsabilità di controllo e monitoraggio di quanto avviene nei cantieri ogni giorno. E altrettanto significativo è l’obbligo che il Protocollo conferisce all’impresa aggiudicataria dei lavori, alle imprese subappaltatrici e ad ogni altro soggetto che intervenga nella realizzazione dei lavori di denunciare tentativi di pressione criminale; così come è importante la previsione della rescissione del contratto con imprese e società qualora emergano infiltrazioni mafiose. La mafia non è compatibile con la libertà di impresa e con il principio della libera concorrenza. Questo deve essere chiaro ai cittadini e agli operatori economici che credono nel libero mercato.
Il Protocollo ha una durata di due anni al termine dei quali sarà interessante conoscere i risultati prodotti dalla sua applicazione. Chi lo dovrà fare non è stato specificato nel documento sottoscritto. Una mancanza, alla quale, ci auguriamo si possa presto porre rimedio.

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venerdì 13 gennaio 2012

Verona contraria a Cà del Bue

Si è svolta oggi una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Vincenzo D’Arienzo, segretario del Pd di Verona, Michele Bertucco, candidato sindaco del centro sinistra, e Diego Zardini, capo gruppo del Pd al consiglio provinciale di Verona. L’argomento trattato è stato l’inceneritore di Ca’ del Bue.
Sull’inceneritore che Tosi vuole costruire è stato commissionato un sondaggio dal PD di Verona.
Sono emersi dati e risultati chiari sulla contrarietà/preoccupazione della maggioranza dei veronesi all’impianto nonché diffusi timori verso l’inquinamento, anche da diossina, che sarà prodotto.
I veronesi si sono espressi così:
- favorevoli a Cà del Bue il 33,8% (uomini 36,4%, donne 31,5%);
- contrari per i rischi alla salute il 32% (uomini 29,4%, donne 34,2%);
- preoccupati dall’inquinamento che produrrà il 23,9% (uomini 29,4%, donne 19%)
- non conoscono il tema il 10,3% (uomini 4,7%, donne 15,3%)
In pratica, il 66,2% dei veronesi residenti in città è contrario, preoccupato dall’inquinamento che Cà del Bue produrrà o non conosce nulla dell’impianto che Tosi vuole costruire.
Una quota alta di donne (15,3%) non conosce il pericolo, ma tra quelle informate spicca la contrarietà: il 53,2% delle intervistate sono contrarie o preoccupate da Cà del Bue e avvertono l’impianto come una minaccia per i propri parenti o figli.
La sensibilità femminile è stata confermata nel focus group organizzato con 15 donne di varie età a sondaggio terminato. Sebbene la prima reazione all’argomento dell'inceneritore sia stata negativa, ma non drammatica, oltre a considerazioni marginali sul fatto che non risolve il problema dei rifiuti, che non produce energia sufficiente e che costituisce uno sperpero, l’attenzione - anche delle donne rimaste fino a quel momento più passive – è stata alta sul tema/problema per la salute dei cittadini. Le possibili conseguenze su 'donne incinte' e 'neonati', hanno comportato un consenso unanime e appassionato contro l’inceneritore.
(estratto dall’interazione)
..io faccio il mio esempio, ho due sorelle, tutte incinta e sapere che il problema potrebbe essere per i miei nipoti o eventualmente per i miei figli…. Per me potrebbe chiudere anche oggi (Ca' del Bue). I veronesi non si fidano degli esperti che il Comune ha messo in campo per calmare le preoccupazioni.
Quel mostro che incombe sulla città va fermato. A Verona non ci sono rifiuti sufficienti e, quindi, l’inceneritore dovrà bruciare i rifiuti del Veneto e oltre. Se a ciò aggiungiamo la riattivazione dei forni a letto fluido, a S. Michele avremo un polo che incenerisce oltre 1.000 tonnellate al giorno di rifiuti.
Il Partito Democratico avvierà una capillare informazione per tutte le famiglie di Verona: migliaia di volantini che spiegheranno casa per casa il pericolo al quale Tosi sta esponendo la salute dei veronesi.

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Lorenzo Dalai, primarie ed elezioni a Verona

Lorenzo Dalai, consigliere del PD alla Provincia di Verona, è stato disponibile a farsi intervistare in un momento particolare della vita politica veronese.
Qualcuno, nel PD dice che tu sei contrario alle Primarie....
Questo non corrisponde assolutamente al mio pensiero e a quanto  riportato dai media, devo dire correttamente, sulle mie perplessità di tempi e modi. Sulla sostanza ribadisco che le Primarie sono il carattere distintivo del Partito Democratico e poiché si è proceduto in modo trasparente e altamente democratico, penso che si debba accettare il risultato e quindi appoggiare al massimo il candidato che ha prevalso.
Quindi non condividi le dichiarazioni di chi non ha accolto positivamente il verdetto delle urne ?
Qualsiasi dichiarazioni che non sia di sostegno a Michele Bertucco ritengo sia offensiva per tutti quei cittadini-elettori che si sono recati a votare e che hanno anche versato un contributo.
Il candidato Sindaco del Centrosinistra c'è, il quadro politico è in movimento vorticoso, ma non vorrei che alla fine ci si ritrovasse al punto di partenza: partiti di Destra compatti intorno a Tosi e Centro isolato e privo di chance. Dato che i partiti, che dovrebbero appoggiare il Sindaco uscente, sono lacerati da pesanti dissidi interni, potremmo trovarci in una situazione analoga al 2002.
Visto che noi il candidato lo abbiamo, se andiamo avanti compatti e convinti possiamo ripetere l'exploit!
Perciò ritieni non determinante una eventuale alleanza con il Terzo Polo? Con alcuni amici di questo raggruppamento il dialogo non si è mai interrotto, ma purtroppo si tratta di una realtà dove ci sono troppi colonnelli e poche truppe e, per di più, con obiettivi non sempre condivisi da tutti loro. Tra l'altro c'è anche poca “aria fresca”, ma tanti revival.
Cosa dici , visto che sei Consigliere Provinciale, delle dichiarazioni di Ruzzenente, comparse qualche giorno fa ? Mah...trovo strano che chi è stato assessore per un mandato e consigliere per altri due dica, per restare nel coro, che le Province vanno abolite subito. Mi sorge un dubbio: ma allora perché è restato a Palazzo Scaligero per 15 anni? Mi sembra che per accreditarsi si sia disponibili a cancellare con un tratto di penna la propria storia. Lo ritengo poco credibile, oltre che non condivisibile.
Allora sei convinto che Bertucco possa sbaragliare il campo? Bertucco da solo non può vincere. Bertucco con una squadra solida e ben assortita può farcela, eccome !!!
Proprio per questo io darò una mano, un contributo di idee e di lavoro, a due candidati: un giovane ed una donna che rappresentano le vere novità, persone che portano idee nuove, che non sono facce viste e riviste, disponibili al dialogo, ma con principi molto saldi e chiari.
Personalmente sono stufo di vedere personaggi logorati da anni e anni di agone politico; che si facciano da parte e largo al Nuovo !
Anche tu ti farai da parte ? Io ho iniziato a far politica nel 2002, con le elezioni vinte da Paolo Zanotto, perciò non ritengo di essere logoro, ma se dovesse servire a dare un impulso determinante, certo ! Sono disponibile da subito.

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Semplificazione e sperimentazione nel lavoro

articolo di Maurizio Ferrera pubblicato su Corriere della Sera il 12 gennaio 2012
Con le consultazioni avviate dal ministro Fornero, la partita sul mercato del lavoro sta entrando nel vivo. Sinistra e sindacati hanno levato gli scudi a difesa dell'articolo 18. Per ora, dunque, la discussione riguarda essenzialmente il cosiddetto contratto unico o «prevalente» (che dovrebbe sostituire la pletora di contratti atipici) e gli ammortizzatori sociali.
Precarietà e scarse tutele contro la disoccupazione sono problemi molto seri, che creano crescente disagio sociale. Su entrambi i fronti le soluzioni non possono che essere di tipo «difensivo»: ciò che serve è infatti maggiore protezione. L'agenda delle riforme non può però esaurirsi con questo tipo di misure. Occorrono anche provvedimenti di tipo «espansivo», capaci di stimolare l'occupazione.
In Italia mancano i posti di lavoro. Non è solo colpa della crisi, il problema ha radici strutturali. I nostri tassi di occupazione sono fra i più bassi d'Europa: rispetto alla Gran Bretagna (che ha la stessa popolazione dell'Italia) abbiamo quasi sette milioni di occupati in meno, soprattutto donne. La via maestra per creare lavoro è ovviamente la crescita. Ma attenzione: la struttura del mercato occupazionale è a sua volta un fattore di crescita. Se ci sono troppe strozzature, i posti di lavoro non arrivano neppure quando l'economia si espande. Le riforme possibili sono tante, ma la più promettente è una drastica semplificazione delle norme. Agli imprenditori stranieri il diritto del lavoro italiano appare come un indecifrabile mosaico bizantino, privo di certezze interpretative e applicative. Il risultato è che abbiamo pochissimi investimenti esteri e così rinunciamo a centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.
C'è poi la riforma dei servizi per l'impiego. Mancano programmi efficienti di reinserimento e riqualificazione dei disoccupati, soprattutto i più anziani. Chi è in cerca di lavoro è abbandonato a se stesso, mentre ai beneficiari di sussidi non viene chiesta alcuna contropartita. Scuola e università non parlano con le imprese, che a loro volta non sanno valorizzare le competenze di diplomati e laureati. Abbiamo un enorme deficit di occupazione nel terziario: se non incentiviamo l'economia dei servizi è impensabile raggiungere i livelli d'impiego di Francia o Gran Bretagna.
Le parti sociali possono far molto, anche sul piano bilaterale. Ma sulle questioni decisive occorre l'iniziativa del governo. Ciò vale soprattutto per la semplificazione. La proposta Ichino sul nuovo Codice del lavoro costituisce un'ottima base da cui partire. La questione della flessibilità in uscita potrebbe anche essere accantonata e affrontata, per il momento, con sperimentazioni volontarie.
Sul mercato del lavoro dal governo Monti ci aspettiamo non un compromesso al ribasso, ma un progetto ambizioso che combini l'obiettivo dell'equità protettiva con quello dell'efficienza regolativa e organizzativa. E ci auguriamo che, al momento buono, sinistra e sindacati sappiano mostrare disponibilità e lungimiranza: non solo sul primo, ma anche sul secondo obiettivo.

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