giovedì 16 febbraio 2012

Pietro Ichino per una grande riforma del lavoro

Intervista al senatore Pietro Ichino a cura di Marina Nemeth pubblicata su http://www.firstonline.info/home 
Mario Monti accelera sula riforma del mercato del lavoro e la trattativa con le parti sociali si fa più serrata, fra dichiarazioni ufficiali e scoop, o presunti tali, come l'incontro segreto tra il premier il segretario della Cgil Susanna Camusso. La situazione è tutta in movimento, ma secondo alcuni comincerebbe a delinearsi una base di partenza per arrivare ad un compromesso onorevole che metta d'accordo tutti. E' davvero così? Lo abbiamo chiesto al senatore del Pd e giuslavorista Pietro Ichino.
Riforma del mercato del lavoro: secondo il premier Monti e il ministro Fornero “siamo vicini alle conclusioni”. La volontà del Governo di affrontare la questione senza tabù e in tempi rapidi ha costretto quantomeno sindacati e Confindustria a dialogare fra loro. Ma siamo sicuri che la strada sia diventata in discesa?
Non lo siamo affatto. L’impressione è che si stiano riducendo gli ostacoli di natura politica. Ma restano tutti gli ostacoli tecnici di una riforma di difficile fattura, nella quale più che in qualsiasi altra il diavolo si nasconde nei dettagli. In ogni caso dei grossi passi avanti si sono fatti in questo primo mese di confronto tra Governo e parti sociali.
La strategia di sindacati e Confindustria sembra quella di lasciare sullo sfondo il tema caldo dei licenziamenti. Non sarà un'intesa al ribasso?
Direi piuttosto che si tratta di un riconoscimento della grande difficoltà di un accordo tra sindacati e imprenditori su questo tema specifico, accompagnato però dalla rinuncia a fare barricate su questo stesso tema. Così, le parti potrebbero accordarsi tacitamente di affidare al Governo una sorta di mandato arbitrale, confidando che esso sappia esercitarlo in modo equilibrato. Tutto questo sul presupposto – fin dall’inizio ribadito dal Governo – che comunque la nuova disciplina non si applicherà ai rapporti già costituiti, ma soltanto ai nuovi, in funzione di una forte promozione dei contratti a tempo indeterminato.
Contrasto alla precarietà e ammortizzatori sociali: sono i nodi dai quali il sindacato vuole partire. Come si può farlo senza affrontare il nodo dell'articolo 18?
Effettivamente è difficile farlo. Si tratta, in sostanza, di attivare la transizione a un nuovo equilibrio più virtuoso, ispirato ai migliori modelli del nord-Europa, abbandonando il nostro vecchio “equilibrio mediterraneo” di cui l’articolo 18 costituisce una chiave di volta.
Lei è il sostenitore di un modello di flexsecurity – quello delineato nel disegno di legge n. 1873/2009 – che prevede un contratto prevalente a tempo indeterminato con la possibilità di licenziamento individuale per motivi economici, tecnici o organizzativi, ma con un indennizzo per i licenziati e un assegno di disoccupazione finanziato anche dalle aziende. Le imprese inoltre dovrebbero farsi carico della riqualificazione e del ricollocamento dei licenziati, con il rimborso da parte delle Regioni del relativo costo-standard di mercato. Le collaborazioni autonome in regime di monocommittenza dovrebbero essere ammesse solo oltre la soglia di 40 mila euro di reddito annuo. Oggi quante probabilità ci sono che questa soluzione venga adottata?
Il disegno di legge che lei ha citato propone anche una riscrittura integrale della nostra legislazione in materia di lavoro, con una sua drastica semplificazione: la riduce a una settantina di articoli brevi, chiari e scritti per essere traducibili in inglese. Non è plausibile che una riforma di questa portata possa essere varata in poche settimane come riforma generale, applicabile a tutti i nuovi rapporti di lavoro. Si può pensare, però, che un ordinamento così riformato e semplificato diventi oggetto di sperimentazione, nei casi limitati in cui una Regione e un’impresa intendano impegnarsi a sostenerne i costi. Così, per esempio, si potrebbe offrire a una multinazionale interessata a un insediamento nel nostro Paese di compierlo applicando a tutti i nuovi assunti questo nuovo ordinamento, con costi modestissimi o addirittura azzerati per lo Stato.
Ci sono Regioni e imprese disponibili per una sperimentazione di questo genere?
La provincia autonoma di Trento ha già posto ufficialmente la propria candidatura, mentre la provincia di Torino ci sta pensando seriamente. La Giunta regionale lombarda ha presentato un progetto di legge che contiene una disposizione in larga parte modellata su questa ipotesi. Quanto alle imprese, già quando venne presentato il mio disegno di legge, nel 2009 gli amministratori o responsabili del personale di 75 aziende di varie dimensioni e collocazioni geografiche inviarono una lettera aperta al ministro del Lavoro dichiarando la propria disponibilità a sperimentare il nuovo modello per i nuovi rapporti di lavoro.
Che cosa ci si aspetta dalla sperimentazione?
Se essa decollerà, questo potrà innanzitutto facilitare i nuovi investimenti dall’estero, i quali potranno avvalersi del nuovo ordinamento, più chiaro, semplice ed allineato ai migliori standard nord-europei. Poi, fra tre o quattro anni, potremo valutare pragmaticamente i risultati. Se constateremo che nelle aziende impegnate nella sperimentazione effettivamente le nuove assunzioni sono state quasi tutte a tempo indeterminato, e che i lavoratori eventualmente licenziati saranno stati trattati in modo civile, con tutte le garanzie previste per una loro sicurezza economica e professionale nettamente superiore e più efficace rispetto a quella che sarebbe stata garantita loro nel vecchio regime, a quel punto la decisione di generalizzare l’applicazione della nuova disciplina potrà essere presa senza lacerazioni. Se ci sarà qualche cosa da correggere, lo si potrà fare prima della riforma generale. Se invece si constaterà che il nuovo schema non ha funzionato, si cambierà strada.
Lei ha recentemente affermato che “Il no al posto fisso fa bene anche a chi non ce l'ha”: perché?
Quello che volevo dire è che la possibilità di muoversi, di scegliere, rafforza il potere contrattuale del lavoratore nei confronti dell’imprenditore. Non c’è legge, giudice, sindacato o ispettore che garantisca meglio la libertà, la dignità e la professionalità di chi lavora di quanto le garantisca la possibilità di andarsene sbattendo la porta da un’azienda perché ce n'è un’altra che offre un trattamento migliore. Per questo occorre un mercato del lavoro fluido non solo nella sua metà non protetta, ma anche in quella del lavoro regolare a tempo indeterminato: quella metà che oggi invece è molto vischiosa.
Se non capisco male, lei sostiene che, paradossalmente, l'articolo 18, misura nata per tutelare i lavoratori, ha finito per creare diseguaglianze e ha complicato la ricerca di lavoro di due generazioni di lavoratori (i giovani e quelli di ogni età usciti dal mercato del lavoro che non possono più reinserirsi): è così?
È proprio quello che voglio dire. Non è un caso che i nostri ragazzi oggi trovino facilmente un lavoro soddisfacente in Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Svezia, per non parlare degli Stati Uniti, mentre da noi, quando va loro bene e trovano qualche cosa, in nove casi su dieci trovano dei bad jobs.
Per diminuire la precarietà bisognerebbe dare alle imprese delle contropartite in termini di flessibilità, soprattutto in uscita. Da qui il dibattito su flessibilità buona e cattiva. Cosa ne pensa?
Dobbiamo superare l’idea, molto radicata nell’opinione pubblica di sinistra, che un rapporto di lavoro a tempo indeterminato senza articolo 18 sia un rapporto precario, nel quale non è protetta la dignità e la libertà morale, politica e sindacale del lavoratore. In nessun altro Paese d’Europa si applica una disposizione di questo genere per i licenziamenti di natura economica od organizzativa: i nove milioni di lavoratori italiani a cui esso si applica sono meno del cinque per cento della forza-lavoro europea; non si può ragionevolmente affermare che il novanta per cento dei lavoratori europei operi in condizioni incompatibili con la loro libertà e dignità personale!
Viceversa, tutti coloro che esaminano da vicino l’esperienza in questo campo dei Paesi scandinavi, dove i vincoli al licenziamento per motivi economici od organizzativi sono ridotti al minimo ma è massimo l’impegno per garantire la sicurezza economica e professionale del lavoratore nel mercato, nel passaggio dal vecchio posto al nuovo, concordano nel riconoscere che essa costituisce un first best su scala mondiale.
Ma aggiungono che in Italia quell’esperienza non si può trasferire.
Perché mancherebbero le risorse e i servizi di alta qualità nel mercato del lavoro. Ma là dove Regioni e imprese siano disposte a metterci le risorse necessarie, anche per ingaggiare i migliori servizi di outplacement offerti dalle agenzie private, perché non dovremmo provarci anche noi?
Obiettano che da noi il mercato del lavoro è asfittico, non offre possibilità di ricollocazione.
Questa affermazione è vera soltanto in parte. È molto diffusa da noi la sottovalutazione di quello che offre il nostro mercato del lavoro. Per fare soltanto due esempi: entro i confini del Comune di Milano, nel corso del 2011 sono stati stipulati 108.000 contratti di lavoro. Nella Regione Veneto 843.000. Le persone che hanno perso il posto nello stesso anno in situazioni di crisi aziendali si contano con due zeri di meno. Certo, per quattro quinti questi nuovi contratti di lavoro sono a termine. Per questo è importante invertire il rapporto: dobbiamo fare in modo che i quattro quinti siano di rapporti a tempo indeterminato, e solo un quinto a termine.
Ma non potremo mai conseguire questo obiettivo, finché rapporto a tempo indeterminato vorrà dire applicazione dell’articolo 18. E poi dobbiamo sfruttare i giacimenti di occupazione che oggi ignoriamo: gli skill shortages, le decine di migliaia di posti che restano permanentemente scoperti in ciascuna regione per mancanza di personale con una formazione adeguata. E dobbiamo aprire il sistema agli investimenti stranieri: se riuscissimo ad allinearci alla media europea per questo aspetto, questo significherebbe più di 50 miliardi di investimenti esteri in più ogni anno nel nostro Paese: centinaia di migliaia di posti di lavoro aggiuntivi. Ma questo presuppone semplificazione e allineamento della nostra legislazione a quelle dei Paesi più avanzati.
Cassa integrazione: così come è oggi questo strumento è diventato una sorta di welfare che non aiuta il lavoratore a riqualificarsi e a rientrare nel mercato. Come cambiarla?
La Cassa integrazione non può svolgere questa funzione, per il semplice motivo che è uno strumento concepito per l’obbiettivo esattamente opposto: quello di tenere legato il lavoratore all’impresa da cui dipende, nei periodi di difficoltà temporanea. Quando invece è certo che il lavoro non riprenderà mai più presso l’azienda di provenienza, occorre attivare uno strumento diverso, che si chiama trattamento di mobilità o di disoccupazione, e che deve essere coniugato robustamente con iniziative di assistenza intensiva per il reperimento della nuova occupazione e per la riqualificazione mirata del lavoratore. Il sostegno del reddito di chi ha perso il posto deve essere anche più elevato rispetto a quello garantito dalla Cassa integrazione, ma sempre condizionato alla partecipazione attiva del lavoratore alle iniziative per il reperimento della nuova occupazione.
La Cgil resta ferma nel suo granitico no ad alcuna modifica all'articolo 18. Cisl e Uil hanno invece aperto ad alcune “manutenzioni”: sia Bonanni, sia Angeletti propongono di tagliare i tempi delle sentenze sui licenziamenti e di sottrarre il licenziamento per motivi economici dal campo di applicazione dell’articolo 18. Sono proposte convincenti?
Sullo sveltire la soluzione delle controversie, tutti sono d’accordo; ma se anche riuscissimo a ridurre la durata media dei procedimenti dai sei-otto anni attuali a due o tre, il problema per i licenziamenti di natura economica od organizzativa non sarebbe risolto: un’impresa non può attendere due anni prima di sapere se una ristrutturazione o una riduzione degli organici sono convalidate dal giudice. D’altra parte, l’esperienza insegna che la valutazione dei giudici sul motivo economico od organizzativo di un licenziamento è sempre estremamente aleatoria, anche perché si tratta di questione sempre altamente opinabile, in una materia nella quale i giudici non hanno la competenza tecnica necessaria.
Si dice che il giudice dovrebbe limitarsi ad accertare l’effettività della scelta imprenditoriale, ma non è quasi mai effettivamente così: il giudice valuta anche se il lavoratore licenziato non potesse essere utilizzato altrove, se non si potessero esperire misure alternative, e così via. Per questo motivo è molto importante l’apertura della Cisl e della Uil a una soluzione che limiti il compito del giudice – e quindi l’applicazione dell’articolo 18 – all’accertamento e repressione del licenziamento discriminatorio o di rappresaglia, e che per il licenziamento economico-organizzativo preveda una tecnica protettiva diversa, tesa a responsabilizzare l’impresa, entro un limite predeterminato, per la sicurezza economica e professionale del lavoratore licenziato.
Pensioni, mercato del lavoro, liberalizzazioni e riforma fiscale sono i quattro pilastri sui quali costruire un nuovo cambio di rotta in Italia. A suo avviso il Governo deve andare avanti anche se il sostegno delle parti sociali risultasse impossibile?
Quello della concertazione è un metodo utilissimo, che può dare a un Paese una marcia in più. Ma per funzionare, quel metodo presuppone che tra il Governo e le associazioni sindacali e imprenditoriali ci sia almeno una visione comune degli obiettivi da raggiungere e dei vincoli da rispettare. Se manca quel prerequisito, il metodo della concertazione diventa una palla al piede per il Governo, un fattore di paralisi. Nella situazione attuale di crisi economica straordinaria e di pericolo non del tutto superato di default in cui versa l’Italia, anche solo un rallentamento della capacità decisionale del Governo potrebbe essere molto rischioso, anche per l’immediata perdita di credibilità che ne deriverebbe, agli occhi degli operatori internazionali, per il programma di risanamento e di stimolazione della crescita economica del Paese.
Sono questi i motivi per cui Mario Monti in queste settimane sta cercando molto intensamente il più largo consenso possibile delle parti sociali sugli obiettivi e i vincoli da rispettare, nell’opera di riforma del mercato del lavoro; e, sulla base di quello, sta sollecitando una negoziazione rapida delle scelte tecniche praticabili per raggiungere quegli obiettivi. Ma, se il consenso dovesse venir meno al tavolo del confronto con le parti sociali, il Governo non avrebbe altra scelta che presentare in tempi molto brevi un proprio progetto coerente con quegli obiettivi alle forze politiche che lo sorreggono, e spostare la discussione in Parlamento. Mi sembra, comunque, che l’evoluzione della trattativa in questi ultimi giorni consenta di sperare che un accordo entro la fine di febbraio si raggiunga.

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mercoledì 15 febbraio 2012

Michele Boldrin e Maurizio Lupi a Ballarò



Ballarò 14 febbraio 2012 - Il dibattito sulla situazione economica dell'Europa tra il vicepresidente della Camera dei Deputati Maurizio Lupi e il docente di economia Michele Boldrin.

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mercoledì 8 febbraio 2012

Michele Bertucco: rilanciare Verona insieme ai cittadini

Liberare nuove energie per guardare con più fiducia al futuro: di questo Verona ha bisogno secondo Michele Bertucco. Messa all'angolo dagli scontri di potere della politica, la città deve poter ritornare a contare sulle proprie forze più genuine, fondate sul merito piuttosto che sul nepotismo, sulla passione civica piuttosto che sulle convenienze politiche, sulla dedizione per l'interesse generale piuttosto che sul calcolo utilitaristico. Così Verona potrà superare la crisi.
A due mesi dall'investitura delle Primarie del 4 dicembre scorso, e al termine di un ciclo di incontri nei quartieri, con i referenti delle categorie e della associazioni economiche che hanno consentito di delineare il quadro entro il quale organizzare gli interventi, Michele Bertucco oggi presenta la campagna elettorale.
VeronaPartecipa è l'iniziativa con la quale si vuole chiamare a raccolta con un percorso di progettazione condivisa le migliori energie veronesi, fino ad oggi escluse o frenate da un sistema di gestione politica chiuso e particolaristico.
Cittadini, Associazioni, Comitati, persone impegnate a qualsivoglia titolo nelle nostre Comunità possono concorrere attivamente a definire tale disegno condiviso di città, al di là degli steccati fino ad oggi posti da questa politica.
“La strategia dei veleni e gli scontri di potere nelle stanze della politica veronese - dice Michele Bertucco - stanno frenando la nostra città, che invece ha risorse per uscire dalla crisi. Verona è migliore di quello che emerge dalle inchieste sulla sua classe politica. Voglio creare le condizioni perché i veronesi meritevoli, quelli che lavorano e si impegnano per la loro comunità, possano intervenire sulle decisioni più importanti. Intendo riaprire spazi per il dialogo e il confronto. Il mio sarà un progetto fatto insieme ai cittadini, con tutti i veronesi che vogliono far crescere la nostra città”.
“In tutti i più importanti passaggi della sua storia – continua Bertucco – Verona ha sempre potuto contare su alcune grandi agenzie di sviluppo che ne hanno saputo rilanciare il benessere, come il Consorzio Zai, la Fiera, la Fondazone Arena. Ora questo fondamentale supporto viene sempre meno per mancanza di un progetto condiviso con la città. Si vendono quote crescenti di patrimonio pubblico, non solo immobiliare, senza una strategia complessiva. Si mantengono invece partecipazioni ormai obsolete in nome di disegni ideologici come le 'autostrade del Nord'. Si rinuncia a dare risposte alla desertificazione industriale che mette a rischio il lavoro dei giovani e minaccia di trasformare in dormitori i quartieri. Una parte della stessa imprenditoria sa bene che siamo in una fase delicatissima in cui non si può più pensare di continuare soltanto a sfruttare posizioni di rendita”.
“Ed ecco perché oggi siamo in aeroporto, altro fondamentale pilastro dello sviluppo del territorio – conclude Bertucco – lo scalo di Villafranca è un bene comune che dobbiamo mettere al servizio di un progetto di rilancio internazionale di Verona che ci riavvicini all'Europa e al mondo".
Michele Bertucco ha presentato il suo staff che lo affincherà durante la campagna elettorale.
Per Info:
Michele Marcolongo
Ufficio Stampa Comitato Bertucco
Tel. 3409200245
E-mail: michelemarcolongo@yahoo.it
Sito web http://www.veronapartecipa.it/

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martedì 7 febbraio 2012

Pd e Michele Bertucco, aeroporto Catullo di Verona

Conferenza stampa del PD. Michele Bertucco lancia l’iniziativa “Verona partecipa”, mercoledì 8 febbraio alle ore 11,30 presso l’aeroporto Catullo.
Il PD attacca Lega e Pdl sulla gestione dell’aeroporto Catullo
“Chi pensava che con l’assunzione di parenti nelle aziende pubbliche del Comune il peggior malcostume politico di Lega e PDL avesse raggiunto il culmine, si sbagliava.
Nel nostro aeroporto le pratiche spartitorie erano il sistema e superavano ogni immaginazione.
Uno scalo gioiello ridotto in miseria, mentre le assunzioni correvano sul solito manuale spartitorio sul quale le destre sono ben allenate. Compresa la Lega, ex partito del cappio.
La propaganda già in campo non potrà mai nascondere quel metodo. Dalle dichiarazioni di Bortolazzi e Pennacchia emergerebbe una grave accusa: i soci del Catullo, quindi, anche Comune e Provincia, chiedevano e si dividevano le assunzioni sulla base delle quote possedute. Insomma, mentre la nave affondava il Capitano si dimenava tra gli ordini di assumere.
Se non è così Tosi e Miozzi lo dicano, ma con prove pubbliche e certificabili.
Il tema vero, però, non è giudiziario!
Non creda la solita politica che la cosa si risolve in Tribunale.
Ben venga l'inchiesta, massima fiducia nell’operato della Magistratura veronese per fortuna attenta su queste situazioni, ma il malcostume politico scoperto non è censurabile in base alle indagini.
Assumere i parenti o persone con metodi spartitori, anche se fatto nelle regole, è un dato moralmente e politicamente inopportuno e nessun Tribunale può dare un giudizio sul malcostume politico dimostrato dalla Lega Nord e dal PDL.
I veronesi hanno gli stessi diritti dei parenti e degli assunti per lottizzazione!
Il tema è politico e solo in quella sede può essere risolto. Il Partito Democratico chiede che i soci Comune e Provincia istituiscano una commissione consiliare d'inchiesta sull’aeroporto, formata da consiglieri provinciali e comunali, che entro due mesi:
- monitori le modalità, i tempi e le procedure seguite nelle assunzioni;
- valuti le effettive esigenze di servizio a supporto delle assunzioni operate;
- analizzi i curriculum, le competenze e le esperienze professionali maturate e la relativa corrispondenza di queste con le mansioni affidate;
- elabori una proposta volta ad eliminare qualsiasi ombra sulle procedure da seguire in futuro per le assunzioni.
Temi eminentemente politici che solo la politica può affrontare. Non occorre aspettare l'esito delle indagini per farlo. Chi dovesse chiederlo ha solo l'obiettivo di dilazionare il doveroso chiarimento politico e acquisirne una presunta patente di legittimità per comportamenti inopportuni e censurabili.
Un malcostume politico che non deve più ripetersi affinché il nostro aeroporto riprenda a volare”.
Replica di Vincenzo D’Arienzo, segretario del PD di Verona, al Sindaco Flavio Tosi
"Risposta scontata e prevedibile. Lo avevo detto prima ancora che Tosi rispondesse perché è un cliché che usa puntualmente, ed ero sicuro che l'avrebbe detto anche adesso". Il segretario Pd Vincenzo D'Arienzo commenta così la replica sprezzante del Sindaco alla proposta del Pd di istitutire una commissione consiliare d'inchiesta sullo scandalo che sta riguardando l'Aeroporto. "Come per Parentopoli, dove ha usato lo stesso schema - continua D'Arienzo - ha timore di quanto dalla commissione consiliare potrebbero emergere. I membri dei consigli provinciale e comunale hanno il dovere di capire se presidente e sindaco hanno correttamente adempiuto ai propri compiti di socio, tra i quali c'è appunto il controllo sulle aziende partecipate. Spartirsi le assunzioni o assumere parenti può essere fatto anche secondo le regole, ma resta immorale, disdicevole e nega il futuro a tanti giovani probabilmente più capaci. Nel sistema denunciato, la risposta dilatoria di Tosi offende anche il buon senso".
Rilanciare Verona insieme ai cittadini
Michele Bertucco presenta il suo percorso per progettare una nuova città con la partecipazione delle migliori energie veronesi
Mercoledì 8 febbraio 2012, alle ore 11.30 con ritrovo davanti alla sala partenze dell’Aeroporto Valerio Catullo a Villafranca di Verona, Michele Bertucco, candidato Sindaco per le prossime elezioni amministrative di Verona, lancerà l'iniziativa "Verona Partecipa" con la quale chiama a raccolta le migliori energie veronesi per la costruzione del suo progetto per la città.
Durante l'incontro sarà presentata la squadra che affiancherà e organizzerà la campagna di Michele Bertucco e il progetto “Verona Partecipa”, il percorso di progettazione partecipata con cui Cittadini, Associazioni e Comitati potranno concretamente concorrere alla definizione del progetto della nuova Verona.
“La strategia dei veleni e gli scontri di potere nelle stanze della politica veronese - dice Michele Bertucco - stanno frenando la nostra città, che invece ha risorse per uscire dalla crisi. Verona è migliore di quello che emerge dalle inchieste sulla sua classe politica. Voglio creare le condizioni perché i veronesi meritevoli, quelli che lavorano e si impegnano per la loro comunità, possano intervenire sulle decisioni più importanti. Intendo riaprire spazi per il dialogo e il confronto. Il mio sarà un progetto fatto insieme ai cittadini, con tutti i veronesi che vogliono far crescere la nostra città”.
Michele Bertucco ha scelto l'aeroporto per la presentazione del suo progetto perché assieme a Fiera, Fondazione Arena e Consorzio Zai è uno dei luoghi-chiave per lo sviluppo e il futuro di Verona. Il fango delle accuse di spartizioni, favori e nepotismo rappresentano le ceneri da cui il sistema economico e socio-politico di Verona deve risollevarsi, privilegiando merito, passione civica e cura per l'interesse generale sopra ogni interesse particolare.
"Lo scalo di Villafranca è un bene comune - afferma Bertucco - che dobbiamo mettere al servizio di un progetto di rilancio internazionale di Verona che ci riavvicini all'Europa e al mondo".

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lunedì 6 febbraio 2012

Mercato del lavoro, qualcosa si muove

Dopo le interviste rilasciate da Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti si è aperto uno spiraglio nel confronto tra le parti sociali ed il Governo su alcuni temi di difficile confronto.
Raffaele Bonanni nell’intervista si è dichiarato disponibile ad una robusta manutenzione dell’art. 18 e non alla sua abolizione che indebolirebbe le tutele dei lavoratori contro le discriminazioni e la difesa della dignità e la libertà dei lavoratori.
Luigi Angeletti propone una legge sul licenziamento per motivi economici e la garanzia di una corsia preferenziale per le cause di licenziamento di fronte al giudice del lavoro.
Sembra, quindi, che sulle norme che regolano i licenziamenti le parti sociali ed il Governo potranno confrontarsi per eliminare le inefficienze del sistema che si ripercuotono sulle assunzioni e sul sistema degli ammortizzatori sociali.
Si spera che la Cgil superi le posizioni ideologiche sull’art. 18 e sia disponibile a discutere su queste problematiche, la cui risoluzione deve essere coerente con gli interessi generali del paese.
Occorre ricordare che nessuno degli esponenti del centro sinistra è favorevole alla eliminazione dell’art. 18 e che gli attacchi in difesa dell’art. 18 e rivolti ad alcuni esponenti politici e professionisti, i quali intendono riformare il sistema dei licenziamenti per motivi economici ed organizzativi, sono strumentali.  
Si riporta parte dell’intervista a Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, di Giorgio Pogliotti pubblicata su Il Sole 24 Ore del 5 febbraio 2012
Al tavolo tutti sono d'accordo sul mantenimento delle tutele dai licenziamenti discriminatori. Crede sia possibile ragionare sul resto?
Se l'articolo 18 è un ostacolo per alcune inefficienze parliamone. Siamo disponibili ad una robusta manutenzione, ma non all'abolizione che indebolirebbe le tutele dagli abusi e dalle discriminazioni. Ci sono problemi come le lungaggini dei processi, su cui si può intervenire con norme forti che riducano drasticamente i tempi. Tiriamo fuori dall'area dell'articolo 18 questioni come i licenziamenti economici, nella parte che si presta a distorsioni in caso di ricorso alle vie giudiziarie. Troviamo soluzioni per evitare che si allunghino con artifici i tempi, danneggiando lavoratori e aziende. In caso di prolungamento eccessivo dei tempi, lo Stato potrebbe farsi carico del costo dell'inefficienza. Ma il Governo non può essere più realista delle imprese che considerano una robusta manutenzione la scelta più idonea.
Quali sono i punti su cui ritiene vi sia maggiore condivisione al tavolo? C'è sintonia sulle forme principali di sostegno al reddito. Serve un intervento di restyling per rendere più efficiente il sistema. Credo ci si possa mettere d'accordo su soluzioni anche drastiche per assicurare che il periodo in cui si usufruisce di un ammortizzatore sociale venga usato per l'aggiornamento professionale, fino alla perdita dell'indennità in caso di rifiuto di un lavoro. C'è bisogno di un meccanismo deterrente, penso si possano trovare soggetti al di fuori dei consueti e spesso inefficaci sistemi di controllo, con un maggior coinvolgimento delle agenzie interinali, entità ben strutturate che possono attivare meccanismi virtuosi. Tanto più rendiamo questi sistemi di sostegno al reddito trasparenti ed efficaci, tanto più la loro funzione sarà conservata.
Si riporta parte dell’intervista a Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, di Alessandro Barbera pubblicata sul Corriere della Sera del 6 febbraio 2012 Segretario Angeletti, il fronte del no alla modifica all’articolo 18 non è più granitico. Il suo collega della Cisl Raffaele Bonanni dice di essere disponibile a valutare una sua «robusta manutenzione». Lei che ne pensa? «L’articolo 18 riguarda la tutela dei licenziamenti senza giustificato motivo, ovvero quelli discriminatori. Credo che nessuna persona sana di mente voglia e possa togliere questo diritto ai lavoratori. Ma se le ragioni economiche per la fine del rapporto di lavoro ci sono, e nell’articolo 18 sono scritte in un modo che risultano troppo complicate per essere affermate, allora scriviamole queste benedette ragioni».
Mi scusi segretario, in sostanza lei è favorevole a modificarlo. Ci può spiegare meglio? «Voglio dire che per quanto mi riguarda l’articolo 18 va bene così com’è. Nel 1970 fu scritto dai migliori giuristi in circolazione. Ma se in quel testo c’è una lacuna, se il mondo nel frattempo è cambiato e occorre sancire un principio, sono disposto a dire sì ad una legge che dica esplicitamente - fatte salve le ragioni discriminatorie - quando il licenziamento è consentito per motivi economici».
Giovedì avrete un nuovo incontro col governo. Metterà questa proposta sul tavolo? E’ convinto che da un punto di vista giuridico la sua ipotesi sia percorribile? «Certo che sì. Soprattutto se verrà accompagnata da una norma che crea una corsia preferenziale per le cause di licenziamento di fronte al giudice del lavoro».
Adesso non ci rimane che aspettare il prossimo confronto tra le parti sociali ed il Governo per capire quali cambiamenti sono avvenuti.
Intervista a Raffaele Bonanni
Intervista a Luigi Angeletti

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Prospettive dei giovani disoccupati

Articolo di Luca Ricolfi pubblicato su La Stampa il 5 febbraio 2012
Disoccupazione giovanile, articolo 18. Prima di discuterne, forse bisogna ricordare alcune verità.
La prima è che i giovani disoccupati non sono affatto 1 su 3, come da mesi si sente ripetere senza tregua, ma 1 su 14. Per l’esattezza: non il 33%, bensì il 7,1% della popolazione nella fascia dai 15 ai 24 anni. Più o meno quanti erano nel 2006-2007 quando l’economia cresceva, molti di meno che negli Anni Novanta e nei primi Anni Duemila. In Spagna, i giovani disoccupati sono circa il triplo che da noi (20%), nel Regno Unito il doppio (14%), in Grecia e Portogallo sono il 12%, in Svezia e Danimarca il 10%, in Francia, Finlandia e Belgio l’8%.
Fra i Paesi con cui di solito ci compariamo, solo la Germania sta meglio di noi, con il suo 4,8% di giovani disoccupati.
Da dove salta fuori l’idea che «un giovane su tre è senza lavoro»? Deriva dal fatto che, anziché prendere come base il numero totale di giovani, si prende il numero di giovani «attivi» sul mercato del lavoro (occupati o in cerca di lavoro), che in Italia sono appena il 25% del totale, mentre in Paesi come la Germania o il Regno Unito sono più del doppio. Poi, nel fare i titoli su giornali e televisioni, ci si «dimentica» che si sta parlando di una minoranza attiva (1 giovane su 4), e si parla del tasso di disoccupazione giovanile come se descrivesse la condizione dei giovani in generale, anziché quella dei giovani che hanno scelto di lavorare.
E qui veniamo alla seconda verità che, a quanto pare, non incontra il favore dei media. L’anomalia dell’Italia non è che i suoi giovani non trovano lavoro, ma il fatto che non lo cercano. Fortunatamente non sono presidente del Consiglio, e quindi non sarò costretto a smentire quella che – detta da un politico – suonerebbe come una tremenda gaffe, ma che invece è la pura verità: nel confronto internazionale i nostri giovani si distaccano da quelli della maggior parte dei Paesi avanzati non certo perché più colpiti dalla tragedia della disoccupazione, ma precisamente per la ragione opposta: perché ritardano enormemente il loro ingresso nel mercato del lavoro.
Nei Paesi normali ci si laurea intorno ai 22-23 anni, e si comincia a lavorare relativamente presto, spesso contribuendo al bilancio familiare e alle spese dell’istruzione, che non sono basse come da noi. In Italia ci si laurea tardi, spesso in prossimità dei 30 anni, e si comincia la ricerca di un lavoro a un’età in cui negli altri Paesi si è accumulata una cospicua esperienza professionale. E quel che è ancora più drammatico è che, nonostante la loro relativa assenza dal mercato del lavoro, i giovani italiani sono molto indietro nei livelli di apprendimento già a 15 anni (vedi i risultati dei test Pisa), e hanno maggiori difficoltà a conseguire una laurea, per quanto a lungo ci provino. E infatti la gioventù italiana un primato ce l’ha: è quello del numero di giovani perfettamente inattivi, in quanto non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere (sono i cosiddetti Neet: Not in Education, Employment or Training).
Questo, sfortunatamente, è lo scenario sul quale si sta aprendo la discussione sul mercato del lavoro. Uno scenario di cui i giovani non sono direttamente responsabili, perché – come ha giustamente osservato Antonio Polito qualche giorno fa sul Corriere della Sera - se le cose sono arrivate a questo punto lo si deve innanzitutto «a noi, la generazione dei baby boomer, la prima generazione ad aver disobbedito ai padri e la prima ad aver obbedito ai figli».
Siamo noi che, con i nostri partiti e sindacati, abbiamo edificato un sistema per garantire il lavoro, l’inamovibilità, la pensione ai più organizzati fra noi stessi. Siamo noi che, nella scuola e nell’università, abbiamo permesso che si abbassasse drammaticamente l’asticella del livello degli studi, trasformando istituzioni un tempo funzionanti in vere e proprie fabbriche di ignoranza. E siamo sempre noi che, nella famiglia, «invece di fare i genitori ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata la strada verso il nulla» (sono sempre parole di Polito).
Ed eccoci al punto. Io spero e confido che il governo Monti non perda per strada la determinazione che finora lo ha indotto a promettere una vera riforma del mercato del lavoro. Ma nessuna riforma cambierà davvero le cose se anche noi, tutti noi, giovani e adulti, non ci renderemo conto che un intero modo di pensare, un’intera mentalità tipica del nostro Paese è giunta al capolinea. Continuare come in passato non è più possibile. Far credere ai giovani che potranno godere degli stessi privilegi della nostra generazione significa solo prolungare l’inganno che ci ha condotto alla situazione attuale. Una situazione retta da un patto scellerato fra due generazioni: la generazione dei padri e delle madri, iperprotettiva e per nulla esigente, e la generazione dei figli, spensierata finché l’età e le risorse familiari glielo consentono, e disperata quando deve cominciare a marciare sulle proprie gambe.
Il mercato del lavoro italiano, da decenni diviso fra garantiti e non garantiti, è il luogo nel quale il patto scellerato ha preso forma e si è cristallizzato. Di quel patto scellerato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è il tassello principale, ma solo il simbolo. Farlo lentamente evaporare non potrà produrre né le devastazioni previste dai sindacati, né la crescita immaginata dagli imprenditori. E tuttavia non toccarlo per niente, oltre a mandare un segnale negativo ai mercati, rischierebbe di rimandare ancora una volta il momento in cui – finalmente – cominceremo a fare un vero bilancio e ad affrontare a viso aperto i nostri figli.
I quali hanno tutto il diritto di entrare in un mercato del lavoro più dinamico e più equo, in cui ci siano più opportunità e l’inamovibilità dei padri non sia pagata dalla precarietà dei figli. Ma hanno anche il diritto di sapere quel che finora gli abbiamo nascosto: che studiare sotto casa, poco, male, e irragionevolmente a lungo conforta le loro mamme ma non spiana loro alcuna strada.

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domenica 5 febbraio 2012

Difendere chi non ha lavoro

Articolo di Alessandra Del Boca pubblicato sul Corriere della Sera il 4 febbraio 2012
Caro direttore, dopo i dati sulla disoccupazione, le parole del presidente Mario Monti «Difendiamo il lavoratore, non il posto di lavoro» — sono parole da prendere sui serio. A chi gli ha ribattuto «ma cosa difendiamo se il lavoratore non ha un posto?», rispondiamo che il posto lo si troverà se cambiamo l’intero meccanismo, difendiamo i disoccupati con un mercato mobile e un sussidio decente, non solo chi è già occupato.
Al centro delle scelte economiche devono esserci le persone, il lavoratore, il consumatore, non questa o quella lobby o corporazione. La difesa del posto alimenta distorsioni sul mercato del lavoro. Il posto di lavoro, una volta garantito, non produce spinta all'apprendimento, al rinnovo del capitale umano e all'iniziativa individuale. Quando i lunghi tempi di cassa integrazione straordinaria, mobilità e proroghe arrivano alla fine, le persone si trovano abbandonate, svuotate di professionalità e potere contrattuale. Paradossalmente in Italia la disoccupazione è meno protetta dell'occupazione. Il licenziamento riceve un sussidio più generoso e lungo della media europea se preceduto dalla cassa integrazione, mentre il reddito dei lavoratori licenziati individualmente è di durata ed entità minore.In Italia, disoccupati ricevono una miriade di sussidi e pseudo tali che vanno ridotti ad un unico sussidio simile a quelli europei (del 60%-70%). L'indennità ordinaria di disoccupazione, concessa solo ai lavoratori che hanno due anni di contributi, rimpiazza per otto mesi il 6o% del reddito. La Cig è il vero sussidio di disoccupazione: rimpiazza 1`80% del reddito. Fino alla riforma era senza limiti di durata, adesso può ancora durare quattro anni con proroghe e una riduzione del sussidio.Il 72% dei disoccupati non gode di un sostegno al reddito, contro la media europea del 20-30%. I tassi di rimpiazzo, cioè la quota di reddito reintegrata e la durata sono estremamente variabili: dall’80% della mobilità alla disoccupazione «agricola» e a requisiti ridotti, lavoratori stagionali e discontinui, fino ai 35-40% di tasso di reintegrazione del reddito pagati con un ritardo tale da far perdere il senso del sussidio. Nessuna protezione esiste poi per i parasubordinati, i disoccupati di lunga durata, i precari, i giovani in cerca di lavoro. Per i lavori discontinui esistono indennità ridotte e misure sperimentali: ai disoccupati italiani va la quota più bassa del Prodotto interno lordo fra i maggiori Paesi dell'Unione europea, lo 0,7%.
E comprensibile la determinazione del presidente Monti e del ministro Elsa Fornero a semplificare la vecchia giungla dove nessuno è riuscito a fare un ordine vero e complessivo, a portare uguaglianza e regole universali. Fornero ha toccato il tema più sensibile — quello degli ammortizzatori, della Cig a cui corrisponde la mancanza di un vero sussidio di disoccupazione - perché sa che senza un vero sussidio universale non si può parlare di mobilità in uscita, che deve essere affrontata per non continuare a scaricare la flessibilità sull'ingresso, sui giovani. Un reddito minimo è garantito nella maggioranza dei Paesi Ue e la Commissione europea lo raccomanda come strumento per non dilapidare ii capitale umano dei giovani. In Francia e Inghilterra è il 20% del Pil pro-capite, il 30-40% in Germania e Danimarca.
Ha ragione il ministro Fornero a cercare di vincere le resistenze. Il nostro Paese non dà reddito minimo né formazione continua, non aiuta a trovare lavoro. I sussidi sono assegnati in misura della forza contrattuale del percettore, simbolici o insufficienti convivono con benefici generosi e quasi vitalizi: il prepensionamento, la Cig, la mobilità, la disoccupazione speciale, i contratti di solidarietà. Il medesimo asse di fondo del diritto del lavoro italiano, di cui l'articolo 18 è la «norma-simbolo» si applica solo a nove milioni di lavoratori. E’ tempo di un diritto che si applichi in modo uguale a tutti i lavoratori dall'azienda.

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Oriano Giovanelli, unificazione enti previdenziali e governance

Intervista a Oriano Giovanelli Parlamentare del PD e responsabile del Forum PA
L’accorpamento degli enti previdenziali in un unico istituto è il primo effetto della spending review, sostenuta da un emendamento presentato dal Partito Democratico ed approvato dal Parlamento. Come valuta questa scelta? Ritiene che adesso occorre ripensare la governance dell’ente previdenziale unificato che al momento è gestito da un’unica persona?
Il tema dell'unificazione degli enti previdenziali da un lato e di quelli assistenziali dall'altro e' all'attenzione delle forze politiche , del Parlamento e delle forze sociali da anni. Aggiungerei che e' sempre stato un cavallo di battaglia delle forze lavoratrici, preoccupate del fatto che il grosso delle funzioni previdenziali, anche di settori come quelli del commercio e dell'agricoltura notoriamente deficitari dal punto di vista della contribuzione,fosse sulle spalle dell'INPS finanziato con i contributi dei lavoratori del settore privato; che inoltre sulle spalle dell'INPS gravasse impropriamente anche il finanziamento di oneri assistenziali (cassa integrazione ecc.) mentre rimanevano indisturbate casse previdenziali private e spesso privilegiate salvo poi che anche queste quando si sono trovate (emblematica la vicenda della cassa dei dirigenti delle imprese industriali) in difficoltà hanno finito per scaricare i loro costi sulla stessa INPS. Il progetto di unificazione e' stato oggetto di un attento lavoro istruttorio della commissione parlamentare nella precedente legislatura. Essa concluse che l'obiettivo era più complesso di quanto appariva, che i risparmi non erano così scontati e che le differenze fra i diversi enti, in particolare fra la previdenza dei lavoratori privati e di quelli pubblici non erano invenzioni strumentali annullabili con un tratto di penna. Insomma se proprio si voleva procedere alla unificazione si doveva passare per un accurato percorso di avvicinamento. Questa era la raccomandazione anche della Corte dei Conti. Del resto la stessa situazione dell'INPS risultava e risulta un po’ diversa dalla generale convinzione: gli 80 miliardi di euro che dalla fiscalità generale passano all'INPS non sono dovuti solo a spese assistenziali ma vanno ad integrare spese previdenziali. Quindi non e' proprio del tutto vero che abbiamo un colosso sano su cui far convergere tutte le altre forme previdenziali ritenute fragili. Ho fatto questa lunga premessa perché la scelta fatta dal Governo Monti con il decreto "salva Italia" se si limita a perseguire risparmi ci lascerà delusi. Allora questa scelta va sostenuta e portata fino infondo ma non con la logica di sommare INPDAP e ENPALS nell'INPS ma di dar luogo nella sostanza se non nel nome ad un nuovo ente. Questo mi consente di dire che anche in altri casi in cui meritoriamente di sperimenterà la spending review se l'approccio sarà quello di limitarsi a distinguere la spesa buona da quella cattiva con l'obiettivo di tagliare spese invece che cogliere l'occasione per riorganizzare a fondo, avremo forse una PA meno costosa ma non avremo una PA migliore. Quindi il PD sostiene questo progetto e lo vuole portare avanti con determinazione, ma non vuole che ci si fermi ad un approccio superficiale.
Ritiene che adesso occorre ripensare la governance dell’ente previdenziale unificato che al momento è gestito da un’unica persona?
Certamente! E' la prima cosa da fare. Non e' assolutamente accettabile ne' sotto il profilo della correttezza gestionale ne' di quello della difesa della democrazia che un ente da 370 miliardi di euro, dal quale dipendono prestazioni decisive per il welfare nel nostro paese, depositario di un capitale informativo enorme su ogni cittadino italiano, venga gestito da un uomo solo al comando. Ripeto c'e' in gioco la democrazia, e' una partita politica che vale come e più di una grande riforma istituzionale. Siamo impegnati a porre con forza questa questione sia in sede politica che in quella parlamentare e crediamo che Monti se ne debba far carico subito! In altre parole non possiamo accettare che si metta mano alla riorganizzazione di un nuovo grande ente previdenziale, il più grande in Europa, con la governance attuale. Non e' una questione personale nei confronti di Mastrapasqua, anche se abbiamo giudicato disdicevole che il suo incarico sia stato prorogato fino al 2014 cioè ben oltre la durata di questo Governo e della stessa legislatura parlamentare. Onestamente vi abbiamo letto lo zampino di quella che qualche commentatore ha definito la "super casta".
Il Presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, accumula al momento una pluralità di incarichi. Ritiene compatibili ed eticamente corretti tali incarichi tenendo presente che il Governo Berlusconi ha eliminato il consiglio di amministrazione dell’Inps ed istituito un organo monocratico?
No! Non ritengo compatibile con il ruolo che ricopre che Mastrapasqua sia impegnato in altri 25 incarichi, che abbia uno stipendio di 1 milione e 200 mila euro l'anno, che possa continuare con ampia discrezionalita' ad assumere e a nominare dirigenti, ancor prima di verificare se dall'unificazione con INPDAP e ENPALS vi siano dei dipendenti che possano essere dichiarati soprannumerari e messi in mobilità e ancor prima di preoccupassi di riutilizzare il gruppo dei dirigenti valorizzando le loro professionalità e non guardando le loro etichette di provenienza. Ci siamo già battuti in Parlamento su questo punto e su suoi numerosi incarichi ho presentato una interrogazione.
Esiste un organo nell’Inps denominato “Consiglio di indirizzo e vigilanza” (CIV) a cui sono affidate le linee di indirizzo generale e gli obiettivi strategici dell’Istituto. Il CIV è formato da 24 membri, designati dalle rappresentanze sindacali dei lavoratori, dei datori di lavoro e dei lavoratori autonomi.
Una volta ripristinati gli organi dell’Istituto (Presidente e Consiglio di Amministrazione) ritiene che il CIV possa essere eliminato, che le sue funzioni possano essere esercitate dal Consiglio di Amministrazione, dal Collegio sindacale e dall’Organismo indipendente di valutazione?
La commissione parlamentare che ho già citato ritenne nelle sue conclusioni di suggerire una Governance Duale. Io credo che dovremo avere un presidente, un consiglio di amministrazione di cui faccia parte in quanto organo gestionale il direttore generale dell'ente. Non ritengo possibile che si torni ad una presenza delle organizzazioni sociali nel CDA com'era prima del 1993. Ne e' passata di acqua sotto i ponti e una presenza del sindacato dei lavoratori o delle associazioni imprenditoriali in un organo gestionale non avrebbe senso comune. Rimane il fatto che queste forze possono legittimamente rivendicare una funzione di indirizzo e controllo sulle risorse che vengono dal loro lavoro. Quindi penso che un CIV molto più piccolo nel numero di componenti ma forte nelle funzioni di controllo sia prevedibile. Ma la definizione di una Governance potrebbe comportare tempo. Invece c'e' una urgenza che giustificherebbe anche una Governance provvisoria di alcuni vice presidenti attorno a Mastrapasqua. Ma non mi fermerei a questo. Penso al potere potenziale rappresentato dalla banca dati dell'INPS e credo che questo vada ricondotto ad un ruolo di controllo parlamentare più forte e comunque il ruolo della commissione bicamerale che si occupa degli enti deve essere valorizzato.
Interrogazione di Oriano Giovanelli

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venerdì 3 febbraio 2012

Lavoro e tutele per i giovani

articolo di Irene Tinagli pubblicato su La Stampa il 3 febbraio 2012

La realtà è questa: in Italia ci sono oltre 10 milioni di persone, tra cui moltissimi giovani, che vivono situazioni di lavoro inesistenti oppure estremamente precarie. E per precarie, sia ben inteso, non si intende semplicemente un contratto a tempo determinato, ma si intende una posizione di lavoro in cui non si ha alcuna forma di tutela, dove non ci si può permettere di ammalarsi né tantomeno una gravidanza, dove non ci sono ferie pagate né indennità di fine rapporto e dove, come nel caso delle migliaia di persone costrette ad aprirsi una partita Iva pur non essendo professionisti, bisogna anche pagarsi da soli i contributi che normalmente paga il datore di lavoro. Per queste persone il miraggio non è tanto il posto fisso, ma condizioni di lavoro degne di questo nome, e un qualche supporto che le aiuti quando un contratto finisce e hanno bisogno di tempo o di nuova formazione per trovarne un altro. Milioni di giovani di fatto chiedono questo. Quello che già hanno gran parte dei loro coetanei nel resto d’Europa.
Di fronte a questa realtà possiamo fare due cose. Possiamo dire a questi giovani che non devono stare a guardare questi «dettagli», ma che devono aspettare e puntare al posto fisso, come i loro nonni e i loro padri, perché quando ce lo avranno vivranno felici e protetti per il resto dei loro giorni. Poco importa se la competizione internazionale ha reso i mercati talmente instabili che le aziende non assumono più con contratti fissi. Poco importa se quel posto arriverà tra venti anni o forse mai. L’importante è tenere vivo l’obiettivo. Nel frattempo alle aziende che non riescono a sopravvivere offrendo contratti vecchio stampo si concede una serie di possibilità contrattualistiche ad altissima «deregolamentazione». In questo modo le aziende sono più o meno contente, i sindacati pure. I giovani un po’ meno, ma pazienza. Gli resta comunque il sogno di entrare prima o poi a far parte dei lavoratori «veri».
Oppure possiamo dire a questi giovani che, viste le turbolenze economiche attuali e con aziende che aprono e chiudono nel giro di pochi mesi, sarà sempre più difficile avere un posto che duri tutta la vita. Che se continua così si ritroveranno in milioni a scannarsi per poche migliaia di posti che arriveranno quando saranno impoveriti e stremati. E possiamo quindi provare a rendere questo percorso meno logorante. Da un lato, cercando di stimolare le imprese ad assumere, allentando le incertezze più gravose (come quelle delle cause di lavoro per reintegro che durano anni), alleggerendo la burocrazia e provando a rilanciare un po’ di investimenti. Dall’altro lato creando per questi giovani lavoratori, col coinvolgimento di Stato e aziende, nuove reti di sicurezza che in caso di malattia, gravidanza o ricerca di nuovo lavoro, non li lascino soli con la promessa che «quando avranno il posto fisso sarà tutto diverso».
La prima strada è quella che abbiamo perseguito sino ad oggi. La seconda è quella che il governo Monti dice di voler intraprendere. Si può certamente discutere sui bei tempi che furono, e, più seriamente, sugli strumenti che verranno adottati e sul come implementarli. Ma non si può dire che cercare di riformare un mercato del lavoro e del welfare squilibrato come il nostro sia sbagliato. Perché l’obiettivo, almeno per come è stato presentato fino ad oggi da Monti e da Fornero, non è smantellare un sistema di tutele, ma ridisegnarle per fare in modo che milioni di persone che oggi hanno poco lavoro e zero protezioni, possano finalmente ritrovare un po’ di speranza. Non ci dimentichiamo che oggi, al di là dei due milioni e duecentoquarantamila disoccupati, più della metà dei lavoratori italiani non è protetta né dall’articolo 18 né, molto spesso, da forme di tutela assai più basilari: quattro milioni e centomila dipendenti di imprese con meno di 15 addetti, un milione e mezzo di collaboratori autonomi tipo co.co.pro., un milione e mezzo di interinali o con contratti a termine, mezzo milione di stagisti, un milione di collaboratori domestici, e due milioni e mezzo di irregolari. Per non contare la marea di partite Iva che di fatto operano come lavoratori dipendenti. E’ chiaro che ridisegnare un sistema in questo senso chiama in causa tutti: le aziende - che non potranno più avere l’alibi di regole troppo rigide per andare a questuare sussidi allo Stato; i sindacati - che dovranno trovare un modo di fare lotta sindacale incentrato sulla persona, la sua formazione e crescita più che sul posto di lavoro; e infine lo Stato - che dovrà garantire formazione e servizi efficienti e vigilare sul funzionamento del mercato. Certamente questo ridisegno richiede estrema cura, per evitare gli errori e le distorsioni delle riforme passate. Ma proprio questa cura e questo concorso di forze sono necessarie per ridare a tante persone una serenità che un tempo veniva trovata da molti nel lavoro fisso ma che oggi ha bisogno di nuovi strumenti per essere raggiunta da tutti.

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