sabato 20 agosto 2016

Diego Zardini, locale in una prospettiva nazionale

Articolo di Silvia Maria Dubois pubblicato sul Corriere di Verona il 20 agosto 2016
«Enunciare problemi senza agire a livello parlamentare equivale a perdere tempo. E anche qui accade che anche qualche deputato faccia delle proposte verbali fragorose, magari dopo votando no in Parlamento su proposte similari». A buon interditore poche parole. Sia chiaro: l’onorevole Pd Diego Zardini non fa nomi, ma in un primo bilancio del suo impegno romano per la risoluzione di alcuni problemi locali, lancia un messaggio ai colleghi che lavorano più sulle pagine dei giornali che in aula.
«La qualità e i contenuti delle proposte e la serietà dei rapporti parlamentari permettono di essere considerati classe politica nazionale» spiega Zardini, che aggiunge: «Rappresentare un territorio e porre il localismo in modo fuorviante non produce risultati perché si creano i rapporti di fiducia e stima che sono essenziali per essere ascoltati e creare la solidarietà necessaria per risolvere i problemi. Accade che qualche collega enunci delle proposte verbali in modo fragoroso, poi magari vota no a proposte similari in aula. Questi atteggiamenti sono improduttivi, generano populismo e false aspettative fra i cittadini. Al contrario, occorre dedicarsi ai problemi in modo serio e responsabile, senza steccati e strumentalizzazioni».
Fra le problematiche nazionali con echi locali, il deputato ha lavorato al riconoscimento dell’infortunio in itinere per chi si reca al lavoro in bici, al sostegno della ciclabile Verona-Bologna-Firenze, ma c’è stato anche l’emendamento approvato per ampliare la trasparenza sui siti della pubblica amministrazione. Fra i successi, l’impegno su un problema insoluto: l’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro, in particolare nella pubblica amministrazione. E, naturalmente, le battaglie sulle emergenze locali: «Uno dei temi cruciali affrontati con la commissione Ambiente e la bicamerale sui rifiuti è stata l’annosa vicenda della discarica di Pescantina - spiega Zardini -, col sostegno all’amministrazione comunale per la soluzione meno impattante possibile: oggi si vede sulle barricate a protestare anche chi ha creato il problema. Altro tema, legato alla competenza della mia commissione, Infrastrutture e lavori pubblici, è quello della variante alla SS 12: io ho dato il mio contributo per sbloccare la progettazione preliminare invischiata nella burocrazia, in modo che i cittadini possano finalmente vedere realizzata questa opera strategica».
Infine, quella che per Zardini è diventata quasi una battaglia «di cuore»: la vicenda dei lavoratori della Serenissima, «ingiustamente licenziati ove neppure le sentenze dei tribunali stanno trovando attuazione. «A settembre si discuterà con il presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano l’interrogazione che li riguarda». Sperando in una soluzione.

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venerdì 5 agosto 2016

La conoscenza alla Festa dell’Unità di Quinzano di Verona

Intervento sul tema “La società della conoscenza: scuola, impresa, formazione e crescita
L’impresa pre-industriale presentava le seguenti caratteristiche che non erano adeguate al governo del nuovo modello di impresa:
- Il responsabile si limitava a contrattare la produzione e non conosceva il processo produttivo;
- L’Alta direzione, come insieme di discipline finalizzate alla gestione dell’impresa industriale, non esisteva;
- Le funzioni della produzione ed i poteri nei confronti dei lavoratori (assunzioni, licenziamenti, addestramento, controlli disciplinari) venivano delegate ai capisquadra ed ai contrattisti che assumevano la manodopera necessaria;
- La manodopera assunta dai contrattisti non era qualificata e proveniva dalle attività preindustriali;
- Le attività che il proprietario svolgeva in passato nell’ambiente rurale e pre-industriale non erano funzionali alla produzione di carattere industriale;
- La strategia perseguita dal proprietario era quella della riduzione dei costi al fine di battere la concorrenza e non della qualità dei prodotti.
Fino a questo momento la conoscenza era considerata un bene privato e non pubblico e riguardava la persona: istruzione, modo di porsi e di esprimersi. Per Platone e Aristotele si tratta di non scienze ma di tecniche cioè saperi orientati ad un fine.
Il filosofo Francesco Bacone critica le teorie filosofiche astratte che non hanno un approccio concreto ed operativo e ribadisce che il sapere dovesse portare i suoi frutti nella pratica e che la scienza dovesse essere applicata all’industria.
Società industriale
Dal 1870 si andava delineando la grande impresa industriale caratterizzata dall’applicazione dell’energia e delle tecnologie ad alta intensità di capitale nei settori produttivi e dall’utilizzo dell’economia di scala. La classe dirigente, formatasi negli anni precedenti all’avvento della teoria tayloristica, non possedeva il patrimonio di conoscenze e di esperienze necessario ad affrontare la nuova organizzazione del processo produttivo e del lavoro.
Nel momento in cui le imprese iniziano ad assumere le caratteristiche tipiche dell’era industriale (investimenti in nuove tecnologie ad alta intensità di capitale, che consentono lo sfruttamento di economia di scala) e la produzione comincia a rappresentare il paradigma della produzione di massa cresce la necessità e l’urgenza di poter contare su un corpo di conoscenze manageriali per la gestione delle imprese industriali.
Lo storico Giuseppe Bonazzi afferma che “il motivo storico che spiega il sorgere di un movimento per la rivoluzione manageriale sta nella percezione di una non più tollerabile contraddizione tra le potenzialità produttive di una industria alle soglie della produzione di massa e i metodi ancora arcaici della sua conduzione.”
La nascita della consulenza di direzione coincide con quella della direzione d’impresa, quest’ultima intesa come area distinta di attività umana e come specifico campo di apprendimento, con la moderna fabbrica e con la rivoluzione industriale.
Il manager avverte la necessità di basare le proprie decisioni su un insieme di conoscenze formalizzate e specifiche, nonché immediatamente operative, non potendosi più affidare in via esclusiva all’intuito e all’esperienza nel governo dell’azienda, diventando così quest’ultima contesto per l’applicazione di metodologie e conoscenze caratteristiche.
Taylor è stato l’ideatore dello Scientific Management, elaborò nuovi modelli organizzativi ed una nuovo interpretazione dell’azienda.
Taylor durante la sua attività lavorativa, iniziata nell’autunno del 1878, presso importanti aziende industriali (Midvale,South Bethlehem, Manufacturing Investiment Company, Johnson Company), intervenne nel processo produttivo con alcune sue invenzioni come il taglio dei metalli, l’acciaio per utensili ad alta velocità; sperimentò l’organizzazione del lavoro operaio introducendo il salario differenziale e lo studio cronometrico dei tempi; organizzò la direzione dell’azienda ed i quadri intermedi con precise e chiare responsabilità nella produzione ed infine introdusse un sistema di controllo della produzione. Sulla base di analisi sistematiche, di sperimentazioni e di studi costruì la teoria dell’organizzazione scientifica del lavoro.
Secondo Bonazzi il Taylorismo mira con determinazione a tre obiettivi interconnessi:
- “Accentrare e razionalizzare le linee di autorità all’interno dell’impresa;
- Aumentare la produzione ed il rendimento di impianti e di uomini non solo attraverso la riorganizzazione, ma anche attraverso la trasparenza totale di costi, procedure, tempi e metodi di lavoro;
- Usare la scienza non solo come criterio di azione ma anche come base legittimante delle nuove proposte.”
La divisione del lavoro descritta per la prima volta da Adam Smith nel 1776 per un ambiente manifatturiero, utilizzando l’esempio della produzione degli spilli, divenne dopo quasi un secolo il principio fondamentale della teoria dell’Organizzazione scientifica del lavoro in un contesto di produzione industriale.
Per Taylor il lavoro poteva essere studiato, analizzato e diviso in una serie di elementari operazioni, ciascuna delle quali doveva essere eseguita da ogni lavoratore nel solo modo e tempo giusto e con i suoi strumenti giusti (one best way).
Per Drucker Taylor per primo applicò la conoscenza allo studio del lavoro, all’analisi ed alla tecnica del lavoro.
Società post-industriale
Molti sono gli studiosi di management e di organizzazione che scrivono di questo periodo storico, definendolo in modo diverso (società programmata, società post-industriale, l’era del discontinuo, capitale intellettuale, società dei servizi) e facendo tutti riferimento alla conoscenza ed al sapere.
Si rileva che:
- I colletti blu dell’industria manifatturiera incominciarono a diminuire nel numero, nel potere e nella condizione sociale rispetto ai colletti bianchi;
- La produttività in tutti i paesi sviluppati che applicarono la conoscenza al lavoro è aumentata in modo considerevole;
- Dalla produzione di beni, tipica della società industriale, si passa alla produzione dei servizi, tipica della società post-industriale.
La conoscenza prima della rivoluzione industriale era considerata come qualcosa di applicato all’essere. Con l’avvento della società industriale divenne come qualcosa di applicato al fare.
“Oggi la conoscenza è l’unica risorsa importante. I tradizionali fattori di produzione - terra, cioè le risorse naturali, manodopera e capitale - non sono scomparsi. Ma sono diventati secondari. Possono essere ottenuti, e facilmente, purché ci sia la conoscenza, che, nel suo nuovo significato, è conoscenza come utilità, conoscenza come mezzo per ottenere risultati sociali ed economici” afferma Peter Drucker, uno dei più importanti studiosi che per primo ha scritto della conoscenza e dei lavoratori della conoscenza.
In una società come quella odierna, in cui la conoscenza è diventata la risorsa differenziale per il raggiungimento ed il mantenimento del successo, il futuro appartiene a persone che sanno essere manager della conoscenza e che sanno allocare in modo produttivo questa risorsa: il “knowledge worker”, secondo Drucker, rappresenta l’unico e più grande asset.
L’economista Thurow afferma che “la conoscenza, che un tempo era al terzo posto, dopo le materie prime e il capitale, nella determinazione del successo economico, ora è al primo” ed evidenzia l’esempio di Microsoft che non possiede alcun valore se si esclude la conoscenza.
Tra i grandi fenomeni, che hanno contribuito a riconoscere il ruolo centrale della conoscenza, occorre necessariamente portare alla mente: la globalizzazione, che, abbattendo ogni confine, ha coadiuvato la realizzazione di un mercato di dimensione mondiale e qualitativamente superiore, grazie ad una maggiore facilità di circolazione delle informazioni; la diffusione dell’Information Tecnology; la dissoluzione di forme organizzative aziendali di tipo rigidamente gerarchico, volgendo in favore di organizzazioni più snelle e piatte che semplifichino il processo di valorizzazione delle competenze professionali dei lavoratori impiegati, al fine di migliorare la posizione competitiva.
Per Drucker la conoscenza per essere produttiva deve essere altamente specializzata e contenere due nuovi requisiti:
- “I lavoratori del sapere lavorano in team;
- I lavoratori del sapere devono partecipare di un’organizzazione: se non ne sono dipendenti devono almeno esserne dei collaboratori fissi”.
Parlando di team non si può far riferimento ad una tipologia universale, anzi uno dei requisiti richiesti al lavoratore della conoscenza è proprio quello di possedere la capacità di individuare il tipo giusto di team in funzione del lavoro da svolgere e poi di organizzarlo e integrarvisi.
Ugualmente importante è la seconda implicazione del fatto che i lavoratori del sapere sono, di necessità, degli specialisti; ossia l’esigenza di operare nell’ambito di un’organizzazione. Infatti soltanto un’organizzazione può garantire quella continuità di base di cui hanno bisogno i lavoratori del sapere per esprimere la propria efficacia e solo essa possiede i mezzi per convertire la conoscenza specialistica in performance: nella società basata sulla conoscenza la performance efficace non viene dal singolo individuo ma dall’organizzazione.
L’effetto più evidente che è scaturito dall’avvento dell’economia della conoscenza è stato la convergenza verso un unico pacchetto di prodotti e servizi, ovvero la tendenza verso prodotti e servizi knowledge-intensive: il prodotto oltre al suo aspetto tecnico-operativo si compone di un contenuto conoscitivo, ottenuto attraverso la ricerca e la progettazione originaria, nonché la personalizzazione. Secondo Quinn il valore economico è aggiunto ai prodotti dai beni intangibili.
Definizione della conoscenza
Davenport T. H. e Prusak L. affermano che “la conoscenza è quel fluido misto di esperienze, valori, informazioni di contesto e pareri esperti che forniscono uno schema di riferimento per valutare ed acquisire nuove informazioni. Essa ha origine e si sviluppa nella mente delle persone. Nelle organizzazioni, essa viene spesso incorporata non solo in documenti o repositories ma anche nelle routines organizzative, nei processi, nelle pratiche e nelle norme”.
Diversi sono gli autori che, al fine di elaborare la propria teoria e definire la conoscenza, effettuano una distinzione progressiva tra dati, informazione e conoscenza o tra conoscenza tacita ed esplicita. Anche Stan Davis riprende la distinzione tra dati, informazione e conoscenza però completandola con l’introduzione delle attività di istruzione e di apprendimento, presenti in ogni gradino della scala che conduce al discernimento, come funzioni necessarie per il passaggio da un livello all’altro.
Le quattro fasi vengono così spiegate dall’autore: - “i dati sono modi di esprimere fatti e oggetti; - l’informazione è la disposizione dei dati in configurazioni significative; - la conoscenza è l’applicazione e l’uso produttivo dell’informazione; - il discernimento è l’uso ponderato della conoscenza”.
La conoscenza può essere classificata in tacita ed esplicita.
La conoscenza esplicita: è quella forma di conoscenza che può in qualche modo essere rappresentata, o meglio, che può essere trasferita da un individuo ad altri tramite un supporto fisico, quale può essere un libro o un filmato, o direttamente, attraverso una conversazione o una lezione. Un documentario, un manuale, un corso sono tutti contenitori di conoscenza esplicita.
La conoscenza tacita: è quella forma di conoscenza che ci è più propria, ovvero ciò che sappiamo, anche se a volte non siamo capaci di esplicitarlo. Non tutta la conoscenza tacita è in effetti esplicitabile, e quando lo è, non è detto che lo possa essere completamente. Il «saper fare» qualcosa è conoscenza tacita, così come lo è quella particolare forma di conoscenza al quale diamo il nome di intuizione, e che altro non è che la capacità di utilizzare in modo incoscio la propria esperienza per risolvere in modo apparentemente inspiegabile problemi anche molto complessi.
La maggior parte della conoscenza di un individuo o di un gruppo di individui è tacita e non può essere esplicitata in toto o in parte. In un sistema di conoscenza, quindi, gli esseri umani non sono semplici utenti, ma parte integrante del sistema.
Pasquale Gagliardi afferma che “… formare un professionista è diverso dallo sfornare un laureato …. Il laureato sa, il professionista sa fare. La competenza professionale implica sempre una combinazione di conoscenza ed azione”.
Dalle affermazioni di Davis e di Gagliardi si evince chiaramente il valore strategico per l’impresa della formazione permanente finalizzata alla costante crescita professionale delle risorse umane in vista del conseguimento di un successo duraturo e rapportata alla complessità ed alla velocità dei cambiamenti nel sistema socio economico. Per i motivi esposti assume rilevanza per facilitare la trasformazione in lavoratore del sapere: il rapporto scuola e lavoro, la formazione post-universitaria e l’addestramento in azienda. Anche i professionisti hanno bisogno di continuare ad imparare.
Conoscenza e impresa
In questi ultimi anni il tema della conoscenza ha assunto un ruolo strategico per il singolo individuo, per le imprese pubbliche e private, per le istituzioni e per la società nel suo complesso, tanto che si parla di Knowledge Society (Società della Conoscenza). Lo scenario attuale in cui viviamo è caratterizzato da continui cambiamenti dovuti alla globalizzazione dei mercati, all’intensificazione delle nuove tecnologie, ad un maggior accesso alle informazioni, che fa si, che ogni individuo aggiorni continuamente il proprio sapere per non restare inerme ed essere travolto dalle continue trasformazioni in atto.
La conoscenza, nel corso del tempo, ha assunto un ruolo centrale nelle organizzazioni ed oggi è universalmente riconosciuta come una delle principali risorse – spesso la più importante – tra quelle che possono determinare il successo competitivo delle aziende. Infatti, si è verificato un ribaltamento che ha modificato il tradizionale modo di intendere i fattori critici di successo: elementi come la prossimità alle materie prime o la disponibilità di capitali, che in passato hanno fatto la fortuna di molte aziende, hanno perso gradualmente importanza. Al loro posto emerge, come nuovo fattore critico di successo, la “conoscenza” utile a determinare un “vantaggio competitivo” duraturo nel tempo.
Il crescente interesse che l’argomento “conoscenza” ha assunto per le imprese, può essere ricondotto a diversi fattori principali: la velocità del cambiamento tecnologico, la globalizzazione dell’economia, l’incremento della competizione fra le organizzazioni e la maggiore sofisticazione della clientela, la quale, richiede prodotti e servizi sempre più efficienti.
Nella società basata sulla conoscenza e sui lavoratori del sapere le organizzazioni per rimanere nel mercato sono impegnate nel cambiamento veloce e precisamente:
- Performance efficace proveniente dal miglior utilizzo delle risorse e tra queste la prima è la conoscenza (creazione, sviluppo, gestione, diffusione, applicazione);
- L’applicazione della conoscenza è l’elemento determinante per realizzare un vantaggio competitivo e non più il basso costo del lavoro industriale che appartiene al passato. Dall’applicazione della conoscenza deriva l’innovazione e il livelli della qualità dei prodotti o servizi;
- Lavoratori del sapere che insieme nell’organizzazione esprimono tutte le competenze dell’impresa ed individuali;
- La produttività nelle società avanzate dipende in larghissima parte dallo sviluppo e dalla applicazione della conoscenza. In questo caso, più produttività uguale più occupazione perché nell'area dove questo sviluppo si realizza si produce di più e meglio, si crea un vantaggio competitivo per nuove merci (beni o servizi che siano), si espandono i settori i cui prodotti il mondo richiede.
L’Italia e le organizzazioni per crescere e assumere una posizione competitiva nel mercato globale hanno bisogno sempre di più di creare ed applicare le conoscenze, di aumentare la produttività e di utilizzare al meglio le risorse umane e non.

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mercoledì 15 giugno 2016

Assunzione disabili: tante interrogazioni e una risposta non esaustiva

Finalmente dopo tanto tempo dalla presentazione delle interrogazioni da parte di Diego Zardini ed altri deputati il Governo, tramite il sottosegretario alla pubblica amministrazione Angelo Rughetti, risponde sulle assunzioni dei disabili per le quote d’obbligo da parte delle pubbliche amministrazioni.
Le interrogazioni in questione sono due: n. 5/01607 del 28/11/2013 e n. 4/12383 del 13/6/2016.
Il sottosegretario nel rispondere alle interrogazioni ha affermato che il Dipartimento della funzione pubblica ha già avviato la raccolta di dati informativi per adempiere al monitoraggio previsto dal decreto legge 101/2003 e per rendere effettivo l'obbligo, da parte delle PA, di assunzione dei lavoratori disabili.
“Nel testo della legge n.  124 del 2015, prosegue Rughetti, – una delega sulla riforma del pubblica amministrazione – sono state introdotte disposizioni normative relative ai disabili che assolvono alle finalità richiamate nelle interrogazioni. In particolare, l'articolo 17, comma 1, dispone la previsione della nomina di una Consulta nazionale, composta da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche centrali e territoriali, dei sindacati maggiormente rappresentativi e delle associazioni di categoria, con una serie di compiti, tra cui quello di controllare l'adempimento dell'obbligo della comunicazione relativa ai posti riservati ai lavoratori disabili non coperti ed al programma sui tempi e sulle modalità di copertura della quota della riserva prevista dalla normativa vigente, oltre a quello – molto importante – di prevedere adeguate sanzioni per i mancati adempimenti”.
Qui il resto del post “Con i decreti legislativi di attuazione della legge n. 124/2015, afferma Rughetti, si provvederà, quindi, a completare il quadro normativo per rendere la pubblicazione delle quote d'obbligo a favore delle categorie protette uno strumento ancora più efficace ed effettivo”.
Occorre considerare che nel D. Lgs. “Semplificazione in materia di lavoro e pari opportunità” è stato introdotto l’obbligo di istituire la figura del responsabile che si occupi di controllare l’applicazione delle disposizioni in materia di inserimento dei disabili nel mondo del lavoro.
Il sottosegretario Angelo Rughetti non ha comunicato le informazioni del monitoraggio previsto dal decreto n. 101/2003 e sullo stato di assunzioni dei disabili da parte dell’Inps. Questo significa che il monitoraggio è fallito e che le PA non hanno riferito al dipartimento della funzione pubblica i dati e le informazioni previste dal decreto n. 101/2003. Sulla problematica delle assunzioni dei disabili le diverse PA non hanno fatto sistema ed hanno preferito l’opacità alla trasparenza.
Le misure adottate (responsabile del controllo delle assunzioni e consulta nazionale) sono insufficienti e dilazionate se non vengono accompagnate dalla trasparenza. Infatti, l’on.le Diego Zardini nei suoi diversi interventi ha chiesto la trasparenza del monitoraggio degli adempimenti relativi al processo di assunzione dei disabili nelle PA e la pubblicazione sul sito istituzionale di ogni PA delle quote d’obbligo scoperte a favore dei soggetti disabili.
Si è persa l’occasione di inserire nel D. Lgs. 25 maggio 2016, n. 97 l’obbligo per il Dipartimento della Funzione Pubblica e per le PA di pubblicare nei propri siti istituzionali rispettivamente i risultati del monitoraggio sugli adempimenti previsti dal comma 6, articolo 7, del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101 e le quote di riserva scoperte a favore dei soggetti disabili. Tali obblighi sarebbero stati inseriti tra le materie soggette alla trasparenza e, quindi, all’applicazione di sanzioni per le PA inadempienti, previsti dal D. Lgs. n. 97/2016.
Si ritiene che la trasparenza della materia relativa ai posti vacanti a favore dei disabili pone:
- I cittadini nelle condizioni di conoscere lo stato di reclutamento delle categorie protette;
- Le PA inadempienti di accelerare il processo di assunzione dei disabili nel rispetto del decreto n. 101/2013;
- Gli organi preposti al controllo di intervenire al fine di applicare le sanzioni alle PA inadempienti e velocizzare gli adempimenti relativi al processo di reclutamento dei disabili nel rispetto delle disposizioni di legge.
Purtroppo si è scelta una strada diversa e lunga con la previsione in un apposito decreto legislativo dell’istituzione della Consulta Nazionale.
La lentezza della macchina pubblica ha prodotto dei danni nei confronti dei disabili e delle loro giuste aspettative. Adesso occorre rimediare e velocizzare il processo di reclutamento dei disabili, tutelati dalla legge 12 marzo 1999, n. 68.
Dichiara Diego Zardini che “l’organismo addetto al controllo delle assunzioni ad oggi, non ha dato alcun risultato: si chiede quindi al Governo di redigere un elenco delle pubbliche amministrazioni che hanno la possibilità di assumere personale disabile. È auspicabile che il buon esempio venga dato in primis dalle Istituzioni, a partire dagli enti locali fino alla Camera dei Deputati”.

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giovedì 12 maggio 2016

Quali prospettive per i distaccati di Serenissima?

La diversità di vedute o lo scontro tra la Società Serenissima e le Organizzazioni Sindacali sulla procedura di mobilità volge al termine a meno che non vi siano eventi straordinari che salvaguardano il posto di lavoro dei distaccati e degli altri dipendenti interessati.
Nei due incontri che si sono svolti a Vicenza ed a Venezia tra la Società Serenissima Costruzioni Spa e le Organizzazioni Sindacali sulla procedura di mobilità si è preso atto del mancato accordo.
Le Organizzazioni Sindacali “ritengono che Serenissima Costruzioni Spa possa tuttora creare spazi di ricollocazione per gli operai in esubero nei cantieri in fase di esecuzione, mentre a tutt’oggi pende in sede giudiziale una vertenza riguardanti gli impiegati (distaccati), che è di ostacolo al raggiungimento dell’accordo”.
Il mancato accordo apre le porte alla procedura di mobilità ed ai conseguenti provvedimenti di licenziamenti da parte della Società Serenissima Costruzioni.
La posizione delle Organizzazioni Sindacali è la conseguenza della mancata attuazione da parte della Società Serenissima della sentenza del Tribunale di Verona, la quale dichiara l’illegittimità dei provvedimenti di distacco disposti da Serenissima Costruzioni Spa e l’esistenza di un rapporto di lavoro dipendente tra la Società Autostrada BS – PD Spa ed i lavoratori posti in distacco. Pertanto, la società Serenissima avrebbe dovuto applicare la sentenza e di conseguenza non avrebbe potuto avviare la procedura di mobilità per dei lavoratori subordinati a tempo indeterminato che sono riconosciuti alle dipendenze di un’altra società, la Società Autostrada BS – PD.
“Le sentenze della Magistratura vanno rispettate ed applicate, afferma il deputato del PD Diego Zardini, e la Società Serenissima non applicando la sentenza del Tribunale di Verona, la quale ha disconosciuto il rapporto di lavoro tra il personale distaccato e la Società Serenissima ed ha affermato il rapporto di lavoro dipendente tra la Società Costruzioni ed i distaccati assunti da Serenissima, ha potuto avviare la procedura di mobilità nei confronti del personale non riconosciuto alle proprie dipendenze. Le furbizie e gli artifizi usati dalla Società Serenissima Costruzioni causano ingiustizie e danni nei confronti dei lavoratori distaccati presso la Società Costruzioni e riconosciuti dipendenti della stessa società”. Inoltre, la Società Serenissima se avesse dato applicazione alla sentenza non avrebbe potuto porre in Cassa Integrazione alcuni lavoratori distaccati.
Si ricorda che Diego Zardini, sensibile alla problematica esposta, ha presentato una interrogazione al Ministro del Lavoro senza ricevere a tutt’oggi alcuna risposta.
Ai sensi del comma 5, art. 18 del D. Lgs. 10/9/2003, n. 276, nel caso di distacco privo dei requisiti, così come riconosciuto dalla sentenza del Tribunale di Verona, “l’utilizzatore ed il somministratore sono puniti con la pena della ammenda di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di occupazione”. Pena che erroneamente non è stata ancora applicata.
In definitiva la mancata attuazione della sentenza del Tribunale di Verona ha consentito alla Società Serenissima Costruzioni di:
- Porre in Cassa integrazione alcuni lavoratori;
- Avviare e concludere con il mancato accordo la procedura di mobilità;
- Determinare dei danni nei confronti dei lavoratori distaccati che verranno licenziati dalla Società Serenissima.
Sorprende che una società a partecipazione statale, Serenissima, non rispetta le regole e non applica le sentenze, vedi la Sentenza del Tribunale di Verona, procurando gravi danni ai lavoratori interessati alla procedura di mobilità che successivamente verranno sottoposti al licenziamento.
I lavoratori interessati alla procedura di mobilità, compresi gli impiegati distaccati dalla Società Serenissima Costruzioni, sottoporranno all’on.le Cesare Damiano, presidente della commissione lavoro della Camera dei deputati e presente ad Arcole il giorno 13 maggio per un convegno sulle pensioni, le problematiche relative alle decisioni della Società Serenissima.
Il contenzioso tra la società Serenissima Costruzioni ed i lavoratori interessati alla procedura di mobilità non si chiuderà in tempi brevi in quanto alcuni lavoratori anno presentato ricorso giudiziario avverso la mancata applicazione della sentenza e i provvedimenti conseguenziali.

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sabato 23 aprile 2016

Non è vero che tutto è corruzione

Intervista a Raffele Cantone a cura di Aldo Cazzullo, pubblicata dal Corriere della Sera il 23 aprile 2016  
Dottor Cantone, lei è presidente dell’Autorità anticorruzione. Piercamillo Davigo sostiene che in Italia hanno vinto i corrotti. E lei?
«Non è assolutamente vero. Dire che tutto è corruzione significa che niente è corruzione, e il sistema non può essere emendato. Io non accetto questo pessimismo cosmico. Mi ribello a questa visione che esclude qualsiasi ricetta. Il pessimismo fine a se stesso diventa una resa. E questa resa nell’Italia di oggi non c’è».
Quindi non è vero che oggi è peggio di Tangentopoli?
«No, non è vero. È vero che Tangentopoli non sradicò la corruzione, che è continuata come un fiume carsico. Ma ora vedo molte persone che vogliono provare a uscirne. E pensano che la soluzione non sia solo la repressione, che la ricetta non sia solo la stessa del 1993, che all’evidenza ha fallito. Uno non può ripetere le stesse cose a distanza di anni, e dire che è sempre colpa degli altri se le vecchie ricette non hanno funzionato».
Che cosa intende?
«L’idea che tutto si risolva con le manette è stata smentita dai fatti. La repressione da sola non funziona. Colpisce ex post; spesso in modo casuale; sempre quando i danni sono già fatti. La prevenzione ha tempi più lenti. Ma nei Paesi del Nord Europa, dove la corruzione è bassissima, ha funzionato».
Anche Davigo parla di prevenzione, di agenti infiltrati che incastrino i politici. E dice che pure lei, fino a qualche tempo fa, ne parlava.
«E continuo a farlo. Ho parlato di agenti infiltrati un mese fa, a un convegno di magistrati. Capisco che Davigo possa non seguire quello che dico, ma in questo caso non è molto informato. Lo stimo, sono stato tra i primi a fargli gli auguri. Condividiamo l’amore smisurato per la magistratura; ma l’amore porta lui a vedere solo gli aspetti positivi; e porta me a vedere gli aspetti critici».
Quali aspetti critici?
«Molto spesso la magistratura non riesce a dare risposte ai cittadini, perché è sovraccaricata di compiti non suoi. Si pensa che debba occuparsi soprattutto dei grandi temi, e un po’ meno del senso di giustizia individuale. Sul piano dei tempi e della prescrizione la risposta è insufficiente. Non a caso Ilvo Diamanti sostiene che la magistratura negli ultimi anni ha perso oltre il 20% della sua credibilità, passando dal 70% a sotto il 50. Si può sempre dire che la colpa è degli altri? Io mi ribello a questa logica del fortino assediato. La magistratura ha meriti eccezionali; ma sarebbe scorretto non evidenziare che certi meccanismi organizzativi non funzionano».
A cosa si riferisce?
«A tante persone che vengono in contatto con il sistema giustizia – non gli imputati; i testimoni, le parti lese – e non ne darebbero questi giudizi entusiasti. Non è giusto dire: va tutto bene madama la marchesa, e se va male la colpa è altrui. Ci sono testimoni che sono andati dieci volte ai processi e dieci volte sono stati rimandati indietro. Ci sono uffici giudiziari che danno risposte, e altri che non lo fanno. Ripeto: io amo la magistratura. Ma ho un’idea diversa del suo ruolo».
La sua idea qual è?
«In certe battaglie la magistratura è uno dei soggetti. Davigo pensa che sia l’unico a poter risolvere i problemi. Non condivido una visione autoreferenziale e salvifica. La magistratura non deve salvare il mondo; deve accertare i reati penali e decidere i processi civili. In nessun Paese del pianeta ha il monopolio nelle questioni di legalità; altrimenti finisce per esercitare una funzione di supplenza nei confronti della politica».
Se i politici smettessero di rubare darebbero una bella mano, non crede?
«Certo. La politica deve fare molto di più. Ma è ingiusto non riconoscere quanto è stato fatto negli ultimi anni. Dire che non cambia mai nulla è funzionale all’idea di non far cambiare mai nulla. Noi come magistratura abbiamo chiesto nuove norme sul falso in bilancio, sul voto di scambio politico mafioso, sull’autoriciclaggio: e queste riforme sono state fatte. Alcune potevano essere scritte meglio, ma qualche perplessità è stata superata dalle interpretazioni della giurisprudenza. Non riconoscere che qualcosa si può fare è come dire che non c’è più niente da fare, che l’unica strada sono le manette. Ma non è così».
Il sentire diffuso è che il governo stia facendo poco contro la corruzione, e usi lei come foglia di fico.
«
Io sto ai fatti, non alle allusioni. Tutte le volte che c’era da criticare il governo non mi sono mai tirato indietro. Il primo a denunciare il rischio dell’innalzamento dei contanti a 3 mila euro sono stato io. Ma per la prima volta c’è in Italia un’Autorità indipendente contro la corruzione cui sono stati dati poteri, secondo una visione nuova che non è affatto alternativa alla magistratura, al contrario di quel che qualcuno tende a pensare. L’Ocse, che bacchetta sempre l’Italia, ha elogiato il nostro lavoro sull’Expo. Il nuovo codice degli appalti ci attribuisce poteri autentici».
Non direi: potete intervenire solo sugli appalti sopra i 5 milioni di euro, escludendo il 95% dei contratti.
«Non è così. Quella soglia riguarda solo le commissioni di gara; i nostri poteri riguardano tutti gli appalti».
Sicuro?
«Ci sono criticità, ma c’è uno sforzo autentico, e se ne vedranno i risultati».
Però continuano gli scandali. E gli arresti.
«Sono fatti molto gravi. Ma se emergono è la prova che il sistema reagisce. Fino a poco fa qualche leader politico sosteneva che la corruzione non esisteva; oggi nessuno la nega. Non dico che la strada sia conclusa, sarei un folle. Ma è sbagliato non prendere atto di quel che è avvenuto, grazie al Parlamento che ha votato andando oltre la maggioranza di governo».
È d’accordo con Renzi che parla di «barbarie giustizialista»?
«Barbarie giustizialista è un’espressione esagerata. C’è stato un periodo in cui non tanto la magistratura, quanto l’interpretazione dei provvedimenti della magistratura ha creato eccessi: bastava essere indagato per venire messo alla gogna».
I paragoni sono sempre impossibili, ma viene in mente che, in un contesto diverso, Falcone quando andò a lavorare per il ministero di Grazia e Giustizia si ritrovò isolato.
«Una parte della magistratura è convinta che collaborare col potere politico ti inquina. Io dico che in questo periodo, e sono disponibile a essere sfidato sul piano della verità, nessun politico di nessuna parte mi ha mai chiesto di fare qualcosa che non potevo fare. Quando facevo il magistrato, qualcuno ci ha provato».
Chi le ha fatto pressioni?
«Nessuna pressione. Semmai, il sentore che qualcuno ci stesse provando: poteva capitare il collega che diceva “ti stai occupando del processo X…”. Nessuno è mai andato oltre. Ma lo posso testimoniare in qualsiasi tribunale, soprattutto nel tribunale della mia coscienza: l’idea che ci sia un mondo tutto pulito, la magistratura, e un mondo tutto sporco, la politica e la burocrazia, è comoda da vendere come fiaba; ma è falsa. La magistratura è fatta al 99 per cento di persone perbene, ma le mele marce ci sono; come ci sono persone perbene in politica. Il retropensiero che ci si debba sporcare con i rapporti istituzionali, malgrado quello che è successo a Falcone, continua a essere usato: con allusioni e attacchi ingiustificati, basati sul nulla. In che cosa noi dell’Autorità abbiamo fatto da ruota di scorta? Se Renzi la evoca di continuo è perché finalmente l’Autorità sta provando a lottare contro la corruzione, non perché ci sia un rapporto incestuoso. Se qualcuno ha le prove di rapporti incestuosi, le tiri fuori; non usi illazioni. Altrimenti finisce come quando Falcone veniva chiamato eroe dagli stessi che lo appellavano come traditore».
A chi si riferisce?
«Ero uditore giudiziario quando partecipai ad assemblee di magistrati che, quando fu fatta la Direzione nazionale antimafia, usavano per Falcone parole tra cui la più buona era traditore. Quegli stessi, 15 giorni dopo, usavano la parola eroe».
Quegli stessi chi?
«Riportare i nomi di chi interveniva in assemblee private non mi pare corretto. E comunque non è una cosa che sto improvvisando: l’ho scritta in un libro del 2007».
In Italia servono più carceri?
«Sì, ma la questione riguarda soprattutto l’ordine pubblico: per i reati di criminalità di strada abbiamo una legislazione e un’applicazione della legislazione eccessivamente elastiche».
Ci sono troppi magistrati in politica? «Ci sono stati troppi magistrati in politica; e molto spesso non hanno fatto grandi figure. Il nostro lavoro non ti abitua certo alla ricerca del consenso. È sbagliata l’idea che un magistrato non possa fare politica; è sbagliato semmai che dopo aver fatto politica torni a fare il magistrato».
Lei la politica non la farà mai?
«Non ci penso assolutamente. Il mio mandato scade nel 2020. E la mia idea è tornare a fare il magistrato».

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mercoledì 6 aprile 2016

Maurizio Martina a Verona

Sabato 9 aprile a Verona, alle ore 11 presso il Liston 12, in piazza Bra, si terrà la presentazione di 'Sinistra è Cambiamento' Veneto.
L'area politica nazionale del PD che si definisce “minoranza di partito e maggioranza di Governo” apre ufficialmente in Veneto, alla presenza del Ministro delle politiche agricole  Maurizio Martina.
All’appuntamento prenderanno parte, tra gli altri, i deputati Pd Diego Zardini, Giulia Narduolo e Floriana Casellato, oltre a sindaci e amministratori del territorio.
"Nasce anche in Veneto Sinistra è cambiamento, dichiara Diego Zardini, per una primavera democratica, l’area politica del PD che fa riferimento al ministro Maurizio Martina e al presidente della commissione lavoro Cesare Damiano. L’area che coniuga l’esigenza di una indipendenza dentro il PD e un senso di responsabilità nei confronti del paese. Puntiamo a migliorare le proposte del Governo, accogliendo pienamente la sfida del cambiamento con uno sguardo da sinistra, a ridare centralità al partito, ai militanti e alla partecipazione democratica".
"Importante l'evento di sabato prossimo con Maurizio Martina a Verona, afferma lo studente universitario Nicolò Moroni, per costruire una nuova prospettiva per il Partito Democratico per portare idee di sinistra per il cambiamento del nostro paese. Una scelta cosciente, quella di Sinistra è Cambiamento, che vede il futuro nelle riforme necessarie per il paese. Trovo fondamentale l'organizzazione della componente sul territorio poiché credo che la nostra azione politica abbia come obiettivo la valorizzazione dei militanti e dei volontari e la costruzione di una piattaforma culturale che conservi i valori della sinistra coscienti del periodo storico in cui stiamo vivendo”.
Siamo minoranza nel Pd ma maggioranza di Governo. Vogliamo sostenere in pieno questa sfida per cambiare il Paese, portando avanti i valori della sinistra riformista. Sinistra è Cambiamento nasce per interpretare i valori della sinistra e per dare risposte concrete ai cittadini. In questo percorso, è giusto essere presenti anche in Veneto. A volte ci rappresentano come un'area di minoranza nel partito ma di maggioranzadi Governo. È vero, perché non abbiamo sostenuto Renzi come segretario ma sosteniamo fino in fondo la sfida di Governo di cambiare il Paese in profondità e di portarlo fuori dalla crisi. E vogliamo essere presenti, numerosi e rappresentativi in tutt'Italia per portare il nostro contributo costruttivo a tutto il PD. E il Veneto è ovviamente una tappa obbligata di questo percorso. Per la sua importanza, per la grande potenzialità che esprime e per le competenze e le qualità straordinarie che ci sono.

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domenica 3 aprile 2016

Trasparenza, disabili al lavoro

L’approvazione di una legge non è sufficiente affinché espleti gli effetti previsti dal legislatore. E’ necessario che la legge venga applicata e non vada a finire nell’area della non applicabilità delle leggi non producendo gli effetti sperati.
Sembra che la legge 12 marzo 1999, n. 68, la quale si pone l’obiettivo di promuovere l’inserimento e l’integrazione dei disabili nel mondo del lavoro e disciplina le assunzioni obbligatorie e le quota di riserva a favore dei soggetti disabili, non venga applicata dalla Camera dei Deputati.
Gian Antonio Stella con un articolo, pubblicato sul Corriere della Sera il 31 marzo 2016, rivela tale violazione da parte della Camera dei Deputati. Alcuni deputati dell’opposizione interrogati da Alezio delle Iene rimangono sorpresi e sbigottiti, riservandosi di intervenire per far rispettare la legge.
Laura Boldrini dichiara, nella lettera pubblicata dal Corriere della Sera il 1° aprile 2016, che in nome della sobrietà negli ultimi dieci anni la Camera ha bloccato ogni tipo di assunzione, non soltanto quelle dei disabili. Si apprende dalla dichiarazione di Laura Boldrini che Camera e Senato stanno lavorando al ruolo unico dei dipendenti parlamentari ed a conclusione di tale adempimento sarà possibile conoscere i posti vacanti in organico da destinare ai disabili. Dalla dichiarazione del sottosegretario Angelo Rughetti (Corriere della Sera del 31 marzo 2016) si evince che il monitoraggio assegnato al Dipartimento della funzione pubblica non ha funzionato a danno dei disabili.
E’ sconcertante che tale problematica non sia a conoscenza non solo dei deputati ma anche da parte di coloro che hanno la responsabilità di gestire e controllare l’applicazione della legge. Tutto questo è dovuto all’assenza di trasparenza che avrebbe consentito agli interessati, alle forze sociali ed ai parlamentari di intervenire per rimuovere le inefficienze del sistema delle PA.
Nonostante questo i deputati del PD Alessia Rotta e Diego Zardini hanno presentato fin da luglio 2013 numerose interrogazioni, una proposta di legge n. 1501 del 7 agosto 2013 sottoscritta da 28 deputati e un ordine del giorno il 24 ottobre 2013 , approvato in Commissione ed accolto dal Governo,finalizzati all’inserimento nel mondo del lavoro dei disabili. Purtroppo tali atti non hanno ricevuto alcuna risposta da parte del Ministro competente.
Documentazione.
Il blocco delle assunzioni delle categorie protette nelle PA che presentano una situazione di soprannumerarietà viene eliminato dal D. L. 31 agosto 2013, n. 101 convertito con modificazioni dalla L. 30 novembre 2013, n. 125, il quale prevede una deroga a favore delle categorie protette al divieto di nuove assunzioni nel caso in cui le PA presentano una situazione di soprannumerarietà. Il decreto obbliga le PA a rideterminare il numero delle assunzioni obbligatorie delle categorie protette e ad effettuare le relative assunzioni ed il Dipartimento della Funzione Pubblica a monitorare gli adempimenti previsti dall’art. 7, c. 6 e7, dal decreto 101/2013.
Purtroppo il decreto n. 101/2013 non prevede l’obbligo delle PA di pubblicare sul proprio sito istituzionale le quote d’obbligo scoperte a favore delle categorie protette e la trasparenza del monitoraggio assegnato al Dipartimento della funzione pubblica.
Tali condizioni di opacità nel processo di assunzione dei disabili non hanno favorito una svolta nell’applicazione della legge 12 marzo 1999, n. 68. Pertanto, sembra che l’assunzione dei disabili nelle PA, favorita dal D. L. n. 101/2013, sia rimasta ferma nonostante il cambiamento della normativa.
L’ultima interrogazione a sostegno dei disabili 5-07262 del 19 dicembre 2015 del 19 dicembre 2015  è stata presentata dai deputati Diego Zardini e Davide Baruffi, i quali hanno sottolineato la necessità di introdurre l’obbligo, da parte del Dipartimento della funzione pubblica e delle PA, della pubblicazione nei siti istituzionali, rispettivamente, del monitoraggio di cui all’art. 7, comma 6, del d. l. n. 101/2013 e dei dati e delle informazioni relative alle quote d’obbligo individuate e scoperte.
“La trasparenza, dichiara Diego Zardini, è un fattore essenziale per contrastare, non solo la corruzione, l’inefficienza delle PA perché pone il management pubblico nelle condizioni di conoscere, insieme a tutti gli altri soggetti, e di intervenire per velocizzare le fasi del processo di assunzione dei disabili ed eliminare le cause che si frappongono ad una gestione efficace ed efficiente della macchina pubblica”.
Inoltre, Diego Zardini ha presentato in Commissione Affari Costituzionali, la quale dovrà esprimere il parere sullo schema di D. Lgs semplificazione e trasparenza, la seguente proposta: “E’ fatto obbligo al Dipartimento della Funzione Pubblica ed alle pubbliche amministrazioni di pubblicare nei propri siti istituzionali rispettivamente i risultati del monitoraggio sugli adempimenti previsti dal comma 6, articolo 7, del d. l. n. 101/2013 e le quote di riserva scoperte a favore dei soggetti disabili, disciplinate dalla legge 12 marzo 1999, n. 68”.
Condivido l’impegno di Diego Zardini a favore della trasparenza perché solo questo fattore potrà far emergere le inefficienze e la mancata applicazione delle disposizioni di legge a sostegno dell’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro.

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mercoledì 6 gennaio 2016

Sistema di misurazione e valutazione della performance

Articolo di Pietro Ichino pubblicato sul Corriere della Sera il 6 gennaio 2016
Caro direttore, ci sono Paesi come il nostro dove si fanno le barricate contro l’idea di tradurre la qualità del lavoro in indici quantitativi, per poter misurare la prestazione e quindi valutarla. Ultimamente abbiamo visto erigere quelle barricate contro la pretesa dell’Invalsi di valutare l’efficacia dell’insegnamento scolastico, ma le avevamo viste erigere anche contro la pretesa dell’Anvur di valutare l’attività di ricerca universitaria, o contro l’idea che una parte della retribuzione degli impiegati pubblici possa essere collegata a indici di produttività degli uffici o dei singoli. Da noi viene mobilitato persino il diritto alla privacy per impedire la valutazione della performance dei dipendenti pubblici, o quanto meno la conoscibilità del suo esito.
In altri Paesi, invece, soprattutto nel Nord Europa e nel Nord America, il principio della valutazione è non solo acquisito, sia nel settore pubblico sia in quello privato, ma praticato talvolta in modo eccessivo, acritico, quindi inutile o addirittura fuorviante. Per avvertirci di questo rischio tre studiosi — Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, tutti e tre docenti in atenei inglesi, che a misurazione e valutazione hanno dedicato la vita — ora hanno ritenuto di dedicare un libro alla Measurement Madness: recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015); cioè alle follie, o anche soltanto alle insidie, agli errori, e alle vere e proprie trappole in cui si può cadere quando ci si avventura su questo terreno senza il know-how e le avvertenze necessarie. Lo hanno fatto nel modo più amichevole verso la generalità dei possibili lettori, quindi con un linguaggio assolutamente semplice, scevro da tecnicismi, rifuggendo da ogni astrazione e proponendo invece decine di casi di uso della misurazione della performance avventato, sprovveduto, inerziale, opportunistico, furbesco, o inconsulto, comunque non utile per una valutazione attendibile, effettivamente verificatisi nell’ultimo decennio in amministrazioni pubbliche o in grandi imprese private di tutto il mondo. Oppure di casi nei quali il sistema di misurazione consente ai misurati di distorcere il risultato a proprio vantaggio, o li induce a distorcere la prestazione dalla sua vera funzione al solo fine di ottenere un indice di performance falsamente migliore. Dall’osservazione di questi casi si traggono diverse conclusioni per nulla scontate: la misurazione funziona poco se viene introdotta soltanto per controllare i comportamenti, mentre dà i risultati migliori se è mirata a trarne indicazioni utili per migliorare servizi, prodotti, o processi; se ai risultati della misurazione si collegano direttamente dei premi, i rischi di distorsione aumentano: meglio comunque attribuire i premi a gruppi di persone e non ai singoli; la valutazione individuale, invece, può costituire essa stessa, da sola, un premio efficace, dando risultati ottimi in termini di motivazione del personale. E dalle loro osservazioni gli autori traggono dieci regole auree per la buona impostazione della misurazione e della valutazione, che probabilmente diventeranno d’ora in poi un decalogo ineludibile per chiunque si occupi di questa materia.
Viene citato anche un «caso» ambientato in Italia. Ma questa volta soltanto per denunciare l’allergia alla valutazione della performance che ispira i vertici delle nostre amministrazioni pubbliche. E qui non è difficile vedere la mano di quello, dei tre autori, di origine italiana, che cinque anni fa venne richiamato in patria dall’Inghilterra per far parte della Civit, l’autorità per la valutazione delle amministrazioni pubbliche — appunto — istituita dalla cosiddetta legge Brunetta del 2009, e che dopo un anno clamorosamente si dimise constatando che il meccanismo girava a vuoto.
Nonostante su questo terreno in Italia siamo tanto più indietro rispetto al Nord Europa, la lezione sofisticata di Gray, Micheli e Pavlov riguarda direttamente e immediatamente anche noi. Perché anche le nostre grandi imprese cadono negli stessi errori in cui cadono quelle straniere; e perché, sia pure in ritardo, finalmente anche noi stiamo incominciando a praticare la misurazione e la valutazione della performance nel settore pubblico. E proprio il ritardo con cui affrontiamo il problema ci rende più inesperti, quindi più esposti al rischio di errori, di trappole, di pratiche controproducenti. L’unico vantaggio insito nell’essere, per questo aspetto, un Paese arretrato sta nella possibilità di sfruttare a costo zero l’esperienza accumulata da altri attraverso decenni di sperimentazione e affinamento delle tecniche di misurazione e valutazione. Ecco perché sarebbe molto importante che questo libro venisse letto attentamente — oltre che da molti amministratori delegati di imprese private — soprattutto negli uffici del ministero della Funzione pubblica e in quelli di molti altri ministeri romani.

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sabato 2 gennaio 2016

Serenissima Costruzioni, distacchi illegittimi

Negli anni 2005-2007 dodici tecnici sono stati assunti, con contratto a tempo indeterminato, dalla società Serenissima Costruzioni Spa e distaccati subito in Autostrada Brescia – Verona – Vicenza - Padova Spa e immessi nello staff della Direzione lavori.
Avverso i provvedimenti di distacco i lavoratori interessati hanno presentato ricorso giudiziario, adducendo delle motivazioni confermate dal Tribunale di Verona con sentenza n. 497/2015 del 10 novembre 2015.
Dalla documentazione si evince quanto segue:
- I colloqui per l’assunzione sono stati svolti presso la Serenissima ed al cospetto di funzionari e dirigenti di Autostrada BS – PD;
- La società Autostrada BS – PD è la società controllante della Serenissima Costruzioni;
- I lavori riguardavano la costruzione della A31 – Valdastico Sud, completata nel mese di agosto 2015;
- I lavori di costruzione della A31 – Valdastico Sud sono stati affidati dall’Anas alla società Autostrada BS – PD, la quale ha appaltato a Serenissima Spa la maggior parte dei lotti;
- L’affidamento ai lavoratori, assunti da Serenissima e distaccati presso l’Autostrada BS –PD, del ruolo di collaborazione nella direzione dei lavori (controllo e sorveglianza dell’operato dell’appaltatrice Serenissima) significa legittimare il controllo da parte del soggetto controllato (Serenissima) dell’attività da se stesso svolta.
Dall’ultimo punto si deduce l’assenza di interesse del datore di lavoro (Serenissima) e la presenza di un interesse esclusivo che fa capo alla società committente (Autostrada BS – PD).
Secondo l’art. 30 del D. Lgs. 276/2003 l’ipotesi del distacco si configura quando un datore di lavoro, per soddisfare un proprio interesse, pone temporaneamente uno o più lavoratori a disposizione di altro soggetto per l’esecuzione di una determinata attività lavorativa.
La Sentenza del Tribunale di Verona recita: “accerta e dichiara l’illegittimità dei provvedimenti di distacco disposti da Serenissima Costruzioni Spa nei confronti dei ricorrenti e la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato alle dipendenze di Autostrada BS – PD Spa con decorrenza per ciascun lavoratore dal primo provvedimento di distacco”.
La Sentenza sembra aver chiarito tutto ma la mancanza di esecuzione da parte delle società complica ulteriormente i provvedimenti successivi alla Sentenza ed i diritti dei lavoratori distaccati.
A questo punto interviene con una interrogazione Diego Zardini, deputato veronese del PD, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti.
Zardini nella sua interrogazione dopo aver descritto gli avvenimenti, e sottolineato che la sentenza “non ha avuto alcuna realizzazione da parte delle due società che si comportano come se fosse ancora operativo il distacco dei lavoratori in questione. Infatti, ne è riprova il provvedimento di messa in cassa integrazione ordinaria dei lavoratori per periodi successivi alla pubblicazione della sentenza del Tribunale di Verona da parte della Società Serenissima costruzioni Spa, la quale non va considerata datore di lavoro dei soggetti interessati".
Diego Zardini chiede ai Ministri interrogati “se non reputino urgente e necessario acquisire informazioni circa l’attuale posizione giuridica dei lavoratori interessati, alla luce della sentenza sopra richiamata, con particolare riferimento alla collocazione, di dubbia legittimità, dei medesimi in cassa integrazione ordinaria”.
Occorre sottolineare che in caso di distacco privo del requisito d’interesse da parte del datore di lavoro, nel caso specifico la Serenissima Costruzioni, (art. 30, c. 1, del D. Lgs. 10/9/2003, n. 276) l’utilizzatore e il somministratore sono puniti con la pena della ammenda di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di occupazione (art. 18, c. 5-bis, del D. Lgs. 10/9/2003, n. 276).
Infine si ribadisce che la messa in Cassa integrazione ordinaria dei lavoratori interessati da parte di Serenissima Costruzioni non è legittima in quanto tale società non è più il datore di lavoro dei lavoratori distaccati. In questo caso l’Inps competente per territorio dovrebbe accertare i fatti e, di conseguenza, rigettare la richiesta di Cig.
Le due società coinvolte sono a partecipazione pubblica e, quindi, avrebbero dovuto, più di altre, rispettare le leggi che disciplinano i distacchi dei lavoratori. Al contrario tali società non solo non hanno rispettato i provvedimenti legislativi che disciplinano l’istituto del distacco ma non hanno dato esecuzione alla Sentenza del Tribunale di Verona. Operando così le due società hanno dimostrato di operare, come qualsiasi società privata, senza avvertire il vincolo delle disposizioni di legge in materia e, di conseguenza, di negare gli interessi legittimi dei lavoratori interessati.

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