giovedì 9 luglio 2009

Dario Franceschini Segretario del Partito Democratico

Comitato di Verona a sostegno di Dario Franceschini alla Segreteria del Partito Democratico
Siamo un gruppo di persone che si riconoscono nel Partito Democratico e che hanno sostenuto nelle ultime elezioni al Parlamento Europeo Debora Serracchiani, la quale è stata premiata con 144 mila preferenze dagli elettori per la freschezza, onestà e competenza della sua proposta politica e per la capacità di rinnovamento che ha espresso chiaramente. Il PD, grazie all’impegno di Dario Franceschini, ha contenuto le perdite rispetto alle previsioni effettuate subito dopo le dimissioni di Walter Veltroni ed il centro destra ha iniziato la fase di declino.
Adesso ci aspetta un compito altrettanto arduo con il congresso del PD:
- Ripensare il Partito Democratico;
- Avviare un grande cambiamento nel paese.
Questo processo di cambiamento intendiamo realizzarlo con Dario Franceschini alla Segreteria del Partito Democratico ed insieme a Debora Serracchiani, Piero Fassino, Pietro Ichino e tanti altri che hanno una chiara visione riformista e non ideologica dell’impegno politico.
Non crediamo ad un Partito Democratico degli iscritti, delineato da Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, ma aperto al contributo della società e disponibile a farsi carico dei problemi emergenti (crisi economica, lavoro, diritti civili, equità, povertà, rischio della povertà) e non solo di una parte pur significativa dei problemi (laicità) così come avviene con la candidatura di Ignazio Marino.
”Il partito che fa riferimento prioritario agli apparati, afferma il senatore Pietro Ichino, tende a considerare soltanto gli interessi organizzati; in materia di lavoro, gli interessi rappresentati dai sindacati e dalle associazioni imprenditoriali. Un partito fondato sulle primarie è un partito il cui leader sa scoprire gli interessi di lavoratori che non hanno rappresentanze organizzate, di coloro cui nessuno dà voce”.
Le nuove organizzazioni rappresentano la stella marina e non sono chiuse in se stesse ma aperte al contributo della società (Partito degli elettori). Le organizzazioni a ragno rappresentano una struttura centralizzata e impermeabile nel momento in cui i servizi ed i prodotti sono realizzati dalle aziende tramite la cocreazione dei consumatori. Per una organizzazione politica cocreare valore significa ascoltare gli elettori, aprire le porte al loro contributo e cocreare proposte politiche insieme a loro. Oggi i cittadini, siano essi elettori o consumatori, vogliono partecipare ed incidere nelle scelte e nella creazione del valore che può essere un prodotto, un servizio, una proposta politica. Lasciarli fuori significa creare una organizzazione avulsa dalla società che propone progetti al di fuori dal tempo. La testa della stella marina è rappresentata da tutto il corpo tramite il decentramento, la partecipazione e l'apertura alla società. La testa del ragno è centralizzata e basta colpirla per distruggere l'organizzazione (Partito degli iscritti).
Dobbiamo fare del Partito Democratico una stella marina dove la testa è rappresentata da tutto il corpo: decentramento del potere decisionale, partecipazione e territorio, valori condivisi e testimonianze concrete. Il Partito Democratico dovrà essere caratterizzato da: democrazia e partecipazione, creatività, pari dignità tra uomini e donne, laicità, merito e scoperta dei talenti, innovazione, integrazione e presenza nel territorio, cultura dei problemi. Un Partito Democratico laico in uno Stato laico.
Dobbiamo essere presenti nei luoghi dove si incontrano le persone e dove si crea opinione per testimoniare la nostra visione del paese e della società: piazze, aziende, scuole, sindacato, bar. Per tale motivo propongo agli elettori di iscriversi al Partito Democratico per svolgere in vista del Congresso un’azione efficace per il cambiamento del PD e della società.
Invito tutti coloro che sostengono Dario Franceschini e che risiedono nella provincia di Verona di comunicare i loro dati (indirizzo e comune di residenza, e-mail, cellulare) a Leone Antonino (promotore dell’iniziativa) tramite e-mail a cambiamentoorg@gmail.com al fine di organizzare una presenza significativa nel territorio veronese a favore di Dario Franceschini. Creiamo insieme un grande gruppo di base che possa al prossimo congresso sostenere Dario Franceschini alla Segreteria del Partito Democratico al di fuori degli apparati e delle correnti organizzate.

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martedì 7 luglio 2009

Debora Serracchiani: La nuova Italia dei democratici

La nuova Italia dei democratici, il Lingotto due anni dopo. L’Europa ed il Paese usciti dalle elezioni sono luoghi di conquista della destra.
Siedono nel nuovo Parlamento Europeo, per la prima volta, ben 119 membri legati alla destra estrema ed a movimenti xenofobi.
In un momento di crisi globale in cui forte è il ritorno alla presenza dello Stato nell’economia e di regolazione del mercato che non è riuscito da sé ad autoregolarsi, le forze europee di sinistra che in questi schemi meglio avrebbero dovuto riconoscersi, non sono riusciti a rappresentare per gli elettori il punto di riferimento. Per usare una metafora calcistica, direi che il campo da gioco è cambiato, ma che nessuno è riuscito a spiegarlo alla squadra.
Qui il resto del post Le società pervase dal disinteresse, dall’individualismo, dall’egoismo, dalla furbizia, dalle scorciatoie, sono società a cui è sempre più difficile parlare di giustizia sociale, di uguaglianza e di solidarietà.
Il Partito Democratico in Italia è riuscito a tenere più di ogni altro movimento di centro sinistra nello scenario europeo. Perché?
Perché ha deciso di percorrere strade nuove, complesse, ma innovatrici. Dove questo non è stato fatto, il centro sinistra ha ceduto al vento, forte, della destra.
Il PD ha il dovere di fare la differenza, ha il dovere di essere un partito credibile che sia portatore di strategie e contenuti persuasivi, percepiti come una vera, netta ed intransigente linea politica “democratica” diversa da quella della destra. Il PD deve creare un modello culturale alternativo a quello basato sull’individualismo e sui piccoli egoismi, che la destra ha saputo imporre nel modo di pensare degli italiani, prima ancora che nelle urne.
Dobbiamo riuscire a parlare alla società italiana se vogliamo aspirare alla guida del Paese, ma dobbiamo dire quale è il Paese che vogliamo prima ancora di dire quale PD vogliamo.
Un Paese che abbia nel principio di laicità dello Stato e delle istituzioni il presidio della libertà e del rispetto di tutti, senza scadere in confusi e disorientati compromessi.
Un Paese nel quale l’evasione fiscale non è una virtù.
Un Paese che pensi al proprio futuro ambientale investendo nella green economy e nelle infrastrutture ecosostenibili.
Un Paese che investa in un sistema scolastico, universitario, formativo e di ricerca reso accessibile a tutti che ricomponga la frattura fra lavoro e sapere.
In questi giorni ho letto la lettera che Rita Clemente, una ricercatrice precaria di 47 anni, ha scritto al Presidente della Repubblica. Rita ha deciso di andarsene dall’Italia portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito alla loro madre. Rita chiederà la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarla, rinunciando ad essere italiana.
Il Pd deve impegnarsi a costruire un paese in cui nessuno decida di rinunciare al proprio diritto di cittadinanza ed al senso di appartenenza al proprio Paese.
Il Paese che vogliamo è poi un Paese che non ritenga che la sicurezza sia di destra e l’integrazione di sinistra. Un Paese nel quale la politica è prima di tutto etica. Un Paese nel quale la questione morale non è la moralità del Presidente del Consiglio, ma il Valore, quello maiuscolo, che appartiene a tutti noi.
Questi solo alcuni dei tratti del Paese che vogliamo.
Il PD deve farsi carico di costruire questo Paese. Come?
In questi giorni ho ripensato al giugno del 2007, al Lingotto.
Avevamo detto che il PD è un partito che nasce da grandi storie politiche, culturali e umane, il che è vero; avevamo detto che non è e non deve essere la conclusione di un cammino, e anche questo è vero; avevamo detto che, diversamente, sarebbe rimasto inchiodato al passato, senza poter diventare la grande forza riformista che l’Italia non ha mai avuto. E qui ancora non ci siamo, ancora non riusciamo a smettere di guardare a noi ed all’Italia dallo specchietto retrovisore. Non siamo ancora riusciti a fare i conti con il nostro passato ed abbiamo dimenticato che il PD per essere una grande forza riformista ha bisogno anche di quelli che un passato non ce l’hanno.
Ora più che mai non dobbiamo più vederci come degli ex, ma come una unione di culture e di sensibilità, di storie e di tradizioni, in cui nessuno chiede all’altro di rinunciare a qualcosa, ma di sentirsi “semplicemente democratico”. “La più bella definizione di sé che un essere umano possa dare”, dicemmo nel 2007.
Bene, diamo concretezza a questa definizione.
Dobbiamo essere un partito strutturato e territoriale, fatto di militanti, di circoli, di feste, di incontri, di amministratori, di base che non è l’ “apparato”.
E quando dico apparato, sapete bene cosa intendo, non certo le persone che con passione dedicano quotidianamente le loro energie al progetto del PD.
Il risultato elettorale ci ha consentito di resistere e di non essere spazzati via.
Da qui dobbiamo ripartire per costruire quel Paese che vogliamo.
Adesso è venuto il momento di darci solidità culturale e credibilità per governare questo Paese.
Per fare ciò, abbiamo bisogno di dare forza a un gruppo dirigente che sia in grado di proporsi come valida e convincente alternativa per il governo del Paese.
E soprattutto abbiamo bisogno di dare quelle risposte, chiare, nette ed uniche, che finora abbiamo pudicamente rinviato.
La laicità.
In molti mi hanno ricordato che una delle prime cose che ho detto riguardava Eluana Englaro ed era, in buona sostanza, un richiamo alla laicità. Una laicità che dobbiamo assumerci la responsabilità di specificare, capire e proteggere. Non va banalmente proclamata o utilizzata per farne occasione di divisione e di contrapposizione fra integralismo religioso e laicismo esasperato.
Dobbiamo spingerci alla ricerca di un’etica il più possibile condivisa.
Dobbiamo ricordare che la legge sul divorzio e quella sull’aborto non sono incidenti di percorso nella storia del nostro Paese, ma esempi concreti di laicità.
Dobbiamo tornare a dare questi esempi concreti e, mi auguro, che questa volta non ci fermeremo alla concessione della libertà di coscienza, ma troveremo il punto di equilibrio, la sintesi.
Libertà di informazione e conflitto di interessi.
Quest’anno l’Italia è stata inserita da Reporter sans frontieres e da Freedom House 2009 nella classifica mondiale della libertà di stampa tra i Paesi in cui pluralismo e libertà di informazione sono a rischio. Quali le cause? Sia Reporter sans frontieres che Freedom House indicano fra le cause il conflitto di interessi del Presidente del Consiglio, le nuove leggi limitanti adottate dal Governo italiano e l’interferenza e le minacce della criminalità organizzata Possiamo dire che è una novità? No, possiamo dire però che quest’anno, per la prima volta, l’Italia è stata retrocessa da Paese “libero” a “paese parzialmente libero”, unico caso in Europa occidentale. Abbiamo sentito parlare di conflitto di interessi per la prima volta nel 1993 e siamo ancora qui a dirci che quel conflitto va risolto.
Abbiamo molto da rimproverarci, ma almeno ora mettiamo in agenda questo problema e iniziamo a dire come intendiamo risolverlo, con quali strumenti.
Il conflitto di interessi si ha quando si verifica un contrasto fra l’interesse pubblico e l’interesse privato; non vorrei arrivassimo al punto in cui passa il concetto che l’interesse di un privato non deve essere turbato da quello pubblico.
Giustizia.
Viviamo in un Paese in cui dei problemi della giustizia si parla solo nelle giornate inaugurali degli anni giudiziari, mentre tantissime persone attendono anni per ottenerla. Una giustizia che non è neppure sfiorata dalle recenti norme di legge, come la normativa sulle intercettazioni, corretta per alcuni aspetti, ma indecente e pericolosa per le conseguenze che rischia di avere non solo sulla lotta al crimine, ma sulla stessa libertà di stampa. In questo Paese la giustizia chiede riforme profonde e coraggiose. Non deve esistere il tabù della giustizia per il PD, a maggior ragione quando uno dei suoi alleati si chiama Antonio Di Pietro.
La legge elettorale, infine.
E’ la regina delle leggi. Dalla sua bontà discende a cascata tutto il sistema della rappresentanza e la salute della politica. Non può essere un tema che teniamo nel cassetto e che al mutare del clima mediatico o delle posizioni degli altri partiti, tiriamo fuori come una bandiera sotto cui raccoglierci per un po’. Abbiamo fatto la nostra battaglia contro il porcellum con coerenza e, diciamolo, in solitudine, durante la campagna referendaria. Ma sarebbe ora un errore gravissimo se non mettessimo in cima alle priorità del PD la riforma del sistema elettorale. E questo significa confrontarci fra di noi e decidere.
Impegniamoci a discutere anche animatamente su questi temi, ma a decidere ed a dare le risposte. Cominciamo ad avere una linea politica chiara e di sintesi. Cominciamo a non accontentarci di essere l’opposizione ed iniziamo ad assumerci la responsabilità di governare questo Paese, costruendo insieme l‘alternativa alla destra.
E non spaventiamoci perché c’è il Congresso.
Non spaventiamoci perché qualcuno dice all’altro quello che pensa.
Non temiamo il confronto.
Parliamo non di noi stessi a noi stessi, ma parliamo al Paese durante il Congresso.
Ne usciremo tutti, proprio tutti, più forti. Ne uscirà più forte il partito. E io credo che finalmente arriverà il PD, un partito “Democratico” per davvero.
Grazie
Debora Serracchiani
Ieri Debora ha partecipato alla Festa Democratica di Verona - San Michele Extra per un'intervista curata da Lillo Aldegheri. I partecipanti all'evento l'hanno accolta con entusiasmo e si sono lasciati andare a lunghi ed innumerevoli applausi. La sua popolarità aumenta grazie alle sue posizioni politiche ed al suo linguaccio che tocca l'animo delle persone.

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lunedì 6 luglio 2009

Fiorella Kostoris non condivide la scelta di Brunetta

Dopo le valutazioni non positive del senatore Pietro Ichino sull’autonomia e indipendenza della commissione centrale di controllo e valutazione, così come delineata nello schema del Decreto Legislativo n. 82, interviene la prof. Fiorella Kostoris nel corso dell’audizione davanti alle commissioni riunite Affari Costituzionali e lavoro della Camera dei Deputati.
“Gli strumenti fondamentali introdotti in questo Decreto Legislativo, e prima ancora nella Legge Delega, con lo scopo di conseguire un miglioramento della performance ed un incremento dell’efficienza e della produttività nella Pubblica Amministrazione sono 3:
a. la trasparenza;
b. la valutazione;
c. i meccanismi premiali e sanzionatori.
Si ritiene che essi siano gli assi portanti, ai fini di un aumento della qualità e quantità dei servizi pubblici prodotti – a parità di costi -, in assenza di un mercato e di un sistema concorrenziale, che pure a mio giudizio andrebbe promosso nel settore dei consumi collettivi più di quanto non appaia oggi possibile nel nostro Paese.
a) La trasparenza.
L’ottica è quella della customer satisfaction. Nel sistema principale-agente, il primo – il principale – è il cittadino contribuente (lavoratore, produttore, imprenditore, consumatore e così via), mentre l’agente è l’apparato pubblico nel suo insieme. La trasparenza diviene perciò un mezzo significativo, affinché tutti gli stakeholders possano ottenere un controllo diffuso di quanto il pubblico impiego realizza per loro conto. Il mio giudizio su questa parte dello schema di Decreto Legislativo è molto positivo. Intanto la trasparenza è intesa in senso di accessibilità totale, di full disclosure, in ogni fase del ciclo di gestione della performance. E perciò nel testo si precisa che essa non possa venir limitata da ragioni di privacy e che debba intendersi come “livello essenziale delle prestazioni” ai sensi dell’art. 117, II comma, lettera m della Costituzione. Perciò la sua determinazione è competenza esclusiva dello Stato, da garantire su tutto il territorio nazionale. In aggiunta, l’art. 11 dello schema di Decreto Legislativo stabilisce che “in caso di mancata adozione e realizzazione del Programma triennale per la trasparenza… o mancato assolvimento degli obblighi di pubblicazione… è fatto divieto di erogazione dell’indennità di risultato ai dirigenti preposti agli uffici coinvolti”.
b) La valutazione.
Ogni Amministrazione Pubblica è tenuta a misurare e valutare le performance di tutti i singoli dipendenti, delle unità organizzative e del complesso degli uffici, secondo modalità definite nelle linee guida di un organo di valutazione indipendente centrale, chiamato Commissione. Ogni Amministrazione Pubblica deve documentare tale performance in una Relazione Annuale sui “risultati organizzativi e individuali raggiunti” con indicatori precisi, quantitativi e qualitativi, e con illustrazione degli eventuali scostamenti rispettivo agli obiettivi programmati, questi ultimi evidenziati in un documento programmatico triennale a cura delle stesse Amministrazioni. In entrambe le loro Relazioni, oggetto di full disclosure, sono descritte – oltre che la misurazione e la valutazione della performance assoluta e relativa rispetto agli standard nazionali e internazionali – anche la correlazione fra gli obiettivi e gli strumenti, in termini di risorse disponibili, nonché il collegamento con i conseguenti sistemi premiali (ma si tace di quelli sanzionatori), secondo criteri di merito (ma nulla si dice dell’eventuale demerito) nel ciclo di gestione della performance. Complessivamente tale ciclo è ben costruito, è completo ed è rilevante: non si può che plaudere anche a questa parte del Decreto, perché, per la prima volta, esisterebbe nel nostro Paese una valutazione non generica ma specifica, non opaca ma chiara e trasparente su ogni singolo dipendente pubblico, quale premessa per distinguere la sua particolare produttività, efficienza, la sua capacità di raggiungere risultati programmati, donde deriverebbe il trattamento accessorio a questi commisurato.
Ho invece numerose perplessità sul modo in cui nello schema di Decreto oggi all’esame è stato pensato l’organismo centrale di controllo e valutazione chiamato Commissione (artt. 13 e 28). Fermo restando che esso è indispensabile componente del sistema di valutazione, almeno tanto quanto quelli interni alle Amministrazioni Pubbliche, e che ad esso deve essere assicurata “piena indipendenza e autonomia” non certo minore di quella garantita agli organi di controllo interno, secondo quanto scritto nella Legge Delega, personalmente ritengo che, nella traduzione offerta dal presente Decreto Legislativo, questa garanzia sia debole per l’una e per gli altri. In aggiunta, i poteri di cui dispone la Commissione non consentono di lasciare certi della sua efficacia.
Per quanto riguarda il primo punto, rilevo che, pur ribadendosi all’art. 13 del Decreto Legislativo che la Commissione “opera in posizione di indipendenza di giudizio e di valutazione e in piena autonomia, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio … e con il Ministro dell’Economia” (formula di per sé già carica di varie ambiguità), essa deve in pratica (i) sottoporre i propri regolamenti “concernenti il [suo] funzionamento e l’autonoma gestione finanziaria” all’approvazione del Ministro dell’Economia (comma 3); (ii) non è libera di scegliere le “modalità di organizzazione”, in quanto esse “sono stabilite” – così recita il comma 10 – con Decreto del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, di concerto con il Ministro dell’Economia”, da cui sono anche “fissati i compensi per i componenti”; (iii) inoltre, la Commissione si vede “dettate” (al comma 11), senza poter esprimere nemmeno un parere, “le disposizioni per il raccordo tra le attività [sue] e quelle delle esistenti Agenzie di valutazione”. Che si tratti di una traduzione debole del principio stabilito nella Legge Delega di “piena indipendenza e autonomia” dell’organismo centrale di controllo, è dimostrato dal fatto che, in una prima versione del Decreto Legislativo predisposta dal Ministro per la Pubblica Amministrazione - versione evidentemente uscita stravolta dopo una serie di passaggi al Preconsiglio e al Consiglio dei Ministri – si leggeva, al contrario, che “l’Autorità definisce con propri regolamenti le norme concernenti l’organizzazione interna, il funzionamento e l’autonoma gestione finanziaria e determina altresì i contingenti di personale di cui avvalersi. […] Con uno o più Decreti del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, di concerto con il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, previo parere dell’Autorità, sono dettate disposizioni per il raccordo tra le attività di quest’ultima e quelle delle Agenzie di Valutazione”. Per fortuna rimangono nello schema di Decreto Legislativo oggi in discussione alcune delle garanzie della “piena indipendenza e autonomia” di quella che non a caso nella prima bozza del Decreto veniva chiamata Autorità, oggi (forse non solo lessicalmente) declassata ad una Commissione. In particolare, resta quanto già illustrato nella Legge Delega, e cioè soprattutto che i 5 membri della Commissione sono nominati con D.P.R., previa delibera del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per la Pubblica Amministrazione di concerto con quello per l’Attuazione del Programma, “per un periodo di 6 anni e previo parere favorevole delle competenti Commissioni Parlamentari, espresso a maggioranza dei 2/3 dei componenti”.
Così pure (ovviamente) rimangono nel presente Decreto Legislativo i compiti specificatamente assegnati alla Commissione dalla Legge Delega: di “indirizzare, coordinare e sovrintendere alla valutazione”; di “garantire la trasparenza dei sistemi di valutazione”; di “assicurare la comparabilità e la visibilità degli indici”. Di conseguenza, secondo le norme del Decreto Legislativo, la Commissione predispone le linee guida con “i parametri e i modelli di riferimento del sistema di misurazione e valutazione”; “definisce i requisiti per la nomina dei componenti dell’organismo” di valutazione interna ad ogni Amministrazione Pubblica; “gestisce il portale della trasparenza”; “promuove iniziative di confronto” con tutti gli stakeholders; “verifica la corretta predisposizione del Piano e della Relazione sulla performance” da parte delle Amministrazioni Centrali e, a campione, analizza quelli degli Enti Territoriali, formulando “osservazioni e specifici rilievi”; “redige la graduatoria di performance delle Amministrazioni Statali e degli Enti Pubblici Nazionali…; a tal fine svolge adeguata attività istruttoria e può richiedere alle Amministrazioni dati, informazioni, chiarimenti”; essa stessa “predispone una Relazione Annuale sulla performance delle Amministrazioni Centrali”.
Questa breve lettura virgolettata delle principali competenze della Commissione già lascia intendere perché poco fa ho accennato ad un secondo suo limite in termini di efficacia, in parte derivante dal primo, a sua volta legato alla non piena indipendenza e autonomia dell’organismo centrale di valutazione. L’efficacia mi sembra minata su due fronti, che chiamerei di widening e di deepening (estensione e approfondimento). Come appare chiaro dalla mia illustrazione delle norme, alla Commissione non è dato il potere di redigere una graduatoria di performance ed una Relazione sulla performance di tutte le Pubbliche Amministrazioni, ma solo di quelle Centrali. Nei confronti delle Amministrazioni a carattere non nazionale, essa non ha alcun potere istruttorio. La Commissione può verificare solo a campione la corretta predisposizione delle Relazioni sulla performance svolte da ciascuno degli Enti Territoriali, sicché lo stesso valore di livello essenziale delle prestazioni assegnato alla piena trasparenza della valutazione nella Pubblica Amministrazione ne viene largamente circoscritto. Tale forte limite nel widening dell’azione della Commissione – che ad esempio non si riscontrava nel Disegno di Legge del PD di pari oggetto (il 746 presentato al Senato il 5 giugno 2008, primo firmatario Pietro Ichino) – dipende dal fatto che la Commissione è un organo statale e non è un’Authority indipendente: quest’ultima, invece, sarebbe capace di divenire “espressione – come scrive la Relazione di accompagno del Disegno di Legge Ichino – delle diverse articolazioni territoriali della Repubblica”, sarebbe atta, quindi, a “svolge[re] le sue funzioni anche nei confronti degli Enti Territoriali autonomi, Regioni ed Enti Locali, nel rispetto dei principi costituzionali, i quali richiedono che funzioni di dimensione nazionale (come l’indirizzo e il supporto dell’attività di valutazione)… siano svolte da Autorità indipendenti, di ambito necessariamente nazionale”. Proprio in questa ottica, nel Disegno di Legge Ichino, così come nel suo immediato antecedente della passata legislatura – il Disegno di Legge Polito-Turci – si prevedeva che gli Enti Territoriali fossero presenti “nella composizione [dell’Autorità]… mediante l’attribuzione della designazione di 2 componenti su 5 da parte del sistema delle Autonomie Territoriali”.
Per quanto concerne, poi, i limiti di efficacia dell’azione della Commissione in termini di deepening, personalmente li vedo nel fatto che il suo conclamato obiettivo di sovrintendere a tutti gli esercizi di valutazione nella Pubblica Amministrazione non trova mezzi adeguati nelle norme: la Commissione può solo “definire” i requisiti per la nomina dei componenti del controllo interno, senza però poterne garantire l’indispensabile indipendenza; è in grado di dare istruzioni alle Amministrazioni Pubbliche, osservandone i risultati, ma con pochissimi poteri di intervento. Infatti, a norma dell’art. 28, la Commissione può solo “proporre” alla Presidenza del Consiglio, con riferimento alla qualità dei servizi pubblici nazionali, “le modalità di definizione, adozione e pubblicizzazione degli standard di qualità,… i criteri di misurazione… le condizioni di tutela degli utenti, nonché i casi e le modalità di indennizzo automatico e forfettario all’utenza per mancato rispetto degli standard”. E, “per quanto riguarda i servizi erogati direttamente o indirettamente dalle Regioni e dagli Enti Locali”, la Commissione ha analogo potere solo di proposta alla Conferenza Stato-Regioni. Per il resto, essa non dispone né di strumenti proattivi nei confronti di eventuali omissioni, errori o colpe accertati degli organi di valutazione interna, dei dirigenti responsabili o dei dipendenti pubblici, né tanto meno è in grado di avvalersi, a tale scopo, di poteri ispettivi ministeriali.”
Ritengo che nel caso in cui non viene prevista dallo schema di decreto legislativo una completa autonomia ed indipendenza della commissione di valutazione e controllo si rischia di non avviare alcuna riforma nelle Pubbliche Amministrazioni. Inoltre, occorre ripristinare il nome da commissione ad autorità non per un problema di forma ma di contenuti cosi come previsto dalla legge delega.

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Speriamo che gli altri si sveglino

E’ l’auspicio che ha scritto il caro amico Antonino mentre ci confrontavamo e riflettevamo su cosa di preciso abbiamo intenzione di fare e che obiettivi a livello locale, regionale e nazionale intendiamo porci.Da questa sua speranza sono nate le mie riflessioni. Riflessioni che vorrei condividere con tutti voi.I gruppi in Facebook che sono nati attorno al nome di Debora Serracchiani sono tanti, stanno aumentando il loro numero di iscritti; sono tante le riflessioni, i pensieri che i simpatizzanti di Debora lanciano come testimonianza di stima, di complimento, riconoscenza nei confronti di una donna che fino a pochi mesi fa era sconosciuta a tutti e che ora ha fatto riavvicinare tanti giovani e meno giovani alla politica, con passione, sollevando entusiasmo e ridando speranza ai tanti iscritti di quel partito dei “disillusi” che in Italia conta più tesserati di PD e PDL messi insieme....
Abbiamo imparato a conoscere Debora Serracchiani da quel discorso di Roma del 21 marzo, ne abbiamo apprezzato la sua semplicità, la sua chiarezza, le sua ferma e pacata decisione a puntare il dito contro la dirigenza di quel Partito Democratico che dovrebbe fare opposizione e dovrebbe esser la massima espressione del popolo italiano che sta a sinistra, che crede in una propria storia, che convintamente radica le sue idee e i suoi ideali in un passato trascorso a perseguire libertà, democrazia, bene comune, uguaglianza. Purtroppo, tutte belle parole proferite da chi, nella realtà politica che viviamo, adotta solamente nei propri discorsi, ma mai mette in pratica.Da quel 21 marzo Debora Serracchiani è diventata colei che sa esprimere lo scontento generale del popolo di sinistra, che con le sue parole sa esprimere tutto quello che tutti pensano. Abbiamo imparato a conoscerla in campagna elettorale per il parlamento europeo, abbiamo provato soddisfazione e contentezza quando ha ottenuto il grande successo di cui tutti siamo a conoscenza. Lo abbiamo fatto anche grazie a Facebook, ai gruppi, alle foto pubblicate, al sito di Primavera Democratica. Anche da lontano. Tutti quelli che la conoscevano vi si iscrivevano, riconoscendole il pregio di esser una persona capace, in gamba, una che meritava fiducia e sostegno.Debora è stata eletta, è un’europarlamentare, con modestia ha manifestato la sua intenzione di non candidarsi a segretario del PD e di appoggiare Dario Franceschini; ha saputo ricevere critiche in merito alle sue dichiarazioni e ha saputo reagire.Ha detto che non abbiamo bisogno di un messia ma dobbiamo sentire il bisogno di essere una squadra. Per esserlo dobbiamo conoscerci, cercare il confronto, dobbiamo avere la consapevolezza delle nostre potenzialità, delle nostre capacità da mettere al servizio della squadra e della società. Non dobbiamo limitarci a lamentarci se il governo fa i suoi sporchi giochi o se gli errori vengono sempre assecondati per “fraintendimenti”; prendiamo coscienza che la praticità dei fatti e delle proposte sono meglio di tanti attacchi e polemiche; dimostriamo a coloro che non hanno mai avuto o non hanno più fiducia nella sinistra di essere presenti, di esser consapevolmente membri di una squadra desiderosa di partecipare, di vivere la politica e di “usarla” in maniera diversa da coloro che ora sono al governo, non solo centrale, ma anche regionale e locale. Facciamo capire che siamo noi i primi critici di coloro che, seppure del nostro stesso partito, con arroganza e incompetenza, hanno rovinato la Campania e tutte le altre realtà istituzionali che governano. Facciamo capire a tutti che non vogliamo la politica fatta di “clienti”, non una politica fatta nei salotti bensì tra la gente, per vivere e capire i problemi veri quali sono.Da nord, dove Debora è partita, a sud, dove abbiamo imparato ad apprezzarla, i suoi sostenitori sono tanti. Siamo tanti, contiamoci, diamo il massimo impegno nei nostri quartieri, nelle nostre città, meritiamoci la fiducia della gente. E chiediamo a lei di esser presente, tra noi, nella nostra squadra, per darci carica e responsabilità, invitiamo i nostri amici a conoscere Debora, le nostre idee, chi siamo.Svegliamoci e svegliamo tutti: facciamo respirare a tutti la nuova aria di Primavera Democratica.
Alfonso De Stefano

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domenica 5 luglio 2009

Pietro Ichino – Speciale Congresso

Intervento svolto dal senatore Pietro Ichino nel corso della manifestazione promossa da Walter Veltroni al Centro Congressi Capranica, il 2 luglio 2009
“Partito aperto agli elettori”, o “partito fondato sulle elezioni primarie”, significa partito nel quale la scelta del leader dipende principalmente non dalle logiche degli apparati, ma da una consultazione aperta a tutti i cittadini. Alcune questioni di politica del lavoro possono aiutare a capire il significato concreto e le conseguenze pratiche di questa scelta di metodo politico.
Il partito che fa riferimento prioritario agli apparati tende a considerare soltanto gli interessi organizzati; in materia di lavoro, gli interessi rappresentati dai sindacati e dalle associazioni imprenditoriali. Un partito fondato sulle primarie è un partito il cui leader sa scoprire gli interessi di lavoratori che non hanno rappresentanze organizzate, di coloro cui nessuno dà voce. In Italia sono moltissimi. Nessuno, per esempio, dà voce agli interessi di quei cinque milioni di italiani – per quattro quinti italiani – che sono fuori dal mercato del lavoro, ma avrebbero un’occupazione regolare se le cose funzionassero da noi come funzionano in un Paese simile al nostro per numero di abitanti e per ricchezza: il Regno Unito. Il nostro tasso di occupazione è sotto, rispetto a quello britannico, di dieci punti percentuali: cinque milioni di italiani, appunto, di cui quattro milioni sono donne, che potrebbero avere un lavoro professionale ma non lo hanno. Il loro interesse non è rappresentato da alcuna organizzazione, da alcun apparato, né sindacale né politico. Solo un leader politico scelto dalla generalità degli elettori, probabilmente, presterà attenzione ai loro interessi.Stesso discorso per un milione e mezzo di lavoratori cosiddetti autonomi, ma in realtà in posizione di dipendenza economica dall’azienda per cui lavorano: collaboratori continuativi, lavoratori a progetto, partite iva fasulle. E per un altro milione e mezzo di lavoratori con contratto a termine. Di questi tre milioni di italiani, in questi mesi di crisi economica, ne abbiamo visti quattrocentomila perdere il lavoro senza un giorno di preavviso e senza una lira di indennizzo; ma anche senza uno sciopero di protesta, senza una manifestazione di piazza: solo qualche lacrima versata sulle statistiche. Nessun “apparato” si è mobilitato per loro. Che cosa ha fatto per loro la vecchia sinistra negli ultimi vent’anni? Quale misura di politica del lavoro ha perseguito e con quali risultati? Qual’è il messaggio che essa ha saputo comunicare loro? La vecchia sinistra ha saputo soltanto ripetere fino alla noia “questo non si tocca”, “quest’altro non si tocca”. I giovani le rispondono: “certo, non lo tocchiamo, il vostro diritto del lavoro; ma nel senso che neppure lo vediamo: non ci riguarda proprio, perché la probabilità di poterne beneficiare per noi sono minime”.
Un’altra cosa la vecchia sinistra ha detto a questi giovani; e questa era una bugia: quella secondo cui la causa del precariato sarebbe la legge Biagi. Non era vero: il fenomeno ha radici molto più lontane nel tempo, radici affondate nel nostro vecchio diritto del lavoro.
E, come tutte le bugie, anche questa aveva le gambe corte: è bastato che quella sinistra andasse al governo e avesse la possibilità di abrogare la legge Biagi, perché risultasse con tutta evidenza che in quella legge non c’era neppure una norma che allargasse le maglie dei rapporti di lavoro marginali: anzi, proprio il Governo Prodi, quando ha voluto dare un giro di vite contro l’abuso delle collaborazioni autonome simulate ha applicato con rigore proprio la normativa posta dalla legge Biagi. Poi ci stupiamo che, delusi (direi di più: ingannati) da una sinistra che ha clamorosamente sbagliato il bersaglio nella sua “lotta al precariato”, i giovani votino in maggioranza a destra. La legge Biagi non ha certo risolto il problema del dualismo del nostro mercato del lavoro; ma sostenere che essa ne è una causa è una sciocchezza, frutto di faziosità, che non ha fatto fare un solo passo avanti alla condizione dei lavoratori “di serie B” e “di serie C”. Il leader del “partito delle primarie” non aspetta che qualche apparato si faccia carico di organizzare e rappresentare gli interessi di questi milioni di italiani; e sa che deve parlare loro credibilmente di un nuovo diritto del lavoro, suscettibile davvero di applicarsi a tutti i nuovi rapporti di lavoro e non soltanto – come il vecchio – a metà di essi.
Ma il leader del “partito delle primarie” deve anche saper parlare con la parte dei “garantiti”, con quelli che hanno, sì, un rapporto a tempo indeterminato, ma hanno anche le retribuzioni più basse rispetto a tutti i maggiori Paesi europei. Il “partito delle primarie” deve saper indicare al Paese la via per “ingaggiare” il meglio dell’imprenditoria mondiale; spalancare le porte agli investimenti stranieri che ci portano domanda di lavoro aggiuntiva e – soprattutto – innovazione tecnologica e organizzativa: i due fattori più potenti di incremento dei redditi dei lavoratori. L’Italia è il fanalino di coda in Europa per capacità di intercettare i flussi di capitali nel mercato finanziario globale; e lo è non soltanto per la povertà delle nostre infrastrutture, il malfunzionamento delle amministrazioni pubbliche, il nostro difetto endemico di cultura delle regole; lo è anche perché sono tanti gli insiders nostrani che non gradiscono affatto l’ingresso della buona imprenditoria straniera. Il caso Alitalia insegna; come insegnano i casi Abn Amro, Abertis, Telecom, Ferrovie, e tanti altri. Il centro-destra ha fatto della “difesa dell’italianità” delle nostre aziende la sua parola d’ordine; ma anche la vecchia sinistra ha molte e gravi responsabilità su questo terreno. La parola d’ordine del PD, declinata in tutte le forme possibili, deve essere quella esattamente contraria: “allineare il nostro con i Paesi europei più capaci di attirare investimenti stranieri”, “portare in Italia il meglio dell’imprenditoria mondiale” per favorire l’ammodernamento e il rafforzamento del nostro tessuto industriale, per aumentare la domanda di lavoro, perché il lavoro in Italia sia meglio valorizzato e meglio retribuito, per garantire le risorse necessarie al sostegno dei più deboli.
Per questo occorrono – certo – una amministrazione migliore e migliori servizi alle imprese; ma occorrono soprattutto un sistema di relazioni industriali orientato alla “scommessa sull’innovazione” e un diritto del lavoro capace di coniugare il massimo di flessibilità e modificabilità delle strutture con il massimo di sicurezza dei dipendenti. Questo consentirà anche di assicurare alla nuova generazione che si affaccia sul mercato del lavoro il superamento di quel regime di apartheid tra protetti e precari, che oggi la espone a un forte rischio di segregazione nella parte cattiva del sistema. Su questo terreno il centro-destra è totalmente immobile. Anche qui è il PD che può incominciare a dettare l’agenda, se è capace di porsi in comunicazione diretta con la parte più viva e vitale della società civile, di non attardarsi nell’attesa della maturazione culturale di tutto il movimento sindacale.
Il partito delle primarie, infine, è quello che sa dare voce e corpo a un interesse diffuso ma, fino a oggi, troppo debole al confronto con tanti interessi organizzati: l’interesse all’efficienza nelle amministrazioni pubbliche. Su questo terreno le idee-forza sono trasparenza totale, valutazione, civic auditing. Occorre promuovere e guidare una grande e capillare mobilitazione dei cittadini per la visibilità degli indici di efficienza e produttività di tutti i comparti di ciascuna amministrazione, per la confrontabilità di quegli indici sul piano nazionale e internazionale, per la possibilità concreta di esigere dai dirigenti dei comparti meno efficienti il loro riallineamento alla media, sotto pena di rimozione dall’incarico, per l’eliminazione degli sprechi. Qui occorre una scelta drastica: il PD deve diventare, in modo chiaro e netto, non soltanto il partito di tutti cittadini – e soprattutto dei più deboli ‑ contro le vessazioni che essi subiscono per effetto delle inefficienze delle amministrazioni, ma anche il partito della parte migliore dei dirigenti e dipendenti pubblici, mobilitato contro l’inerzia e l’appiattimento dei trattamenti.Le risorse che possono essere liberate dal taglio delle spese inutili nel settore pubblico sono enormi; e il metodo della valutazione e della trasparenza, se applicato con rigore, consente di individuare sprechi e inefficienze con precisione. Questo può e deve costituire l’impegno quotidiano, rigoroso, martellante di un partito che vuole guidare il Paese a voltar pagina rispetto a decenni di degrado delle strutture pubbliche. Si obietterà che questo è anche il programma enunciato dal ministro Brunetta; ora, è vero che Brunetta ha intuito l’importanza di questo tema (che noi assai prima di lui abbiamo posto all’ordine del giorno), ma è anche vero che troppo spesso Brunetta si è limitato alla politica dell’annuncio; sta di fatto, comunque, che oggi il suo stesso Governo lo sta fortemente frenando. Sull’accessibilità dei dati, l’indipendenza degli organi di valutazione, la tecnica del benchmarking comparativo e l’attivazione concreta della lotta agli sprechi, tutto è ancora da fare. Siamo stati noi a dettare l’agenda, su questo terreno, in questo inizio di legislatura; dobbiamo saperne fare, con grande determinazione, un elemento essenziale della nostra strategia di lungo periodo.
Ho cercato di dirvi i motivi per cui ‑ dal mio punto di osservazione, quello della politica del lavoro – considero essenziale la scelta di metodo che due anni fa ha caratterizzato la nascita del nostro partito, ma che ha ancora bisogno di essere confermata e consolidata; e deve, soprattutto, arrivare a permeare di sé il nostro modo di pensare e di agire politico. Detto questo, però, credo anche che questa scelta non sia patrimonio esclusivo di alcuna delle forze in campo in questo nostro congresso. Se vogliamo che il PD esca dal congresso rafforzato e pronto a offrire al Paese l’alternativa necessaria al centro-destra, occorre un grande rispetto reciproco tra i candidati-leader e tra i loro sostenitori; e occorrono forme di confronto politico che non pregiudichino, il giorno dopo la conclusione della vicenda congressuale, una salda unità tra tutte le componenti del partito. Perché senza questa, neppure le più raffinate scelte di metodo, neppure le migliori strategie e i migliori programmi possono consentirci di vincere la nostra battaglia.

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venerdì 3 luglio 2009

Debora Serracchiani - Speciale Congresso

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Il coraggio che manca

Ho letto il libro di Debora Serracchiani e lo trovo interessante per comprendere il personaggio, per conoscere la sua esperienza politica dal quartiere al consiglio di circoscrizione, dalla consiglio provinciale al parlamento europeo e per capire le motivazioni degli elettori che si sono entusiasmati della sua candidatura fino a premiarla con circa 144 mila preferenze nella circoscrizione del nord est.
Nel libro Debora ripercorre il suo impegno politico dall’assemblea dei circoli a Roma alle elezioni europee ed esprime chiaramente la sua posizione politica in rapporto ad alcuni temi su cui il PD non ha saputo esprimere una posizione unitaria e sul Partito rispetto agli avvenimenti politici degli ultimi anni (primarie, governo Prodi, dimissioni di Veltroni, segreteria Franceschini). Esprime inoltre la sua visione del PD: partecipato, unitario e presente sui problemi con proprie proposte.
“Un cliché (che ci vorrebbero tutte uguali e necessariamente attraenti e sorridenti) che proprio nell’ultima campagna elettorale per le elezioni europee, scrive Debora, è emerso come protagonista assoluto. Io credo che gli italiani siano stanchi e non si riconoscano affatto in questo modo di pensare standardizzato e tarato sui canoni di bellezza artificiale dei volti e dei corpi televisivi; non si spiega, altrimenti, come mai il mio viso da ragazza normale, molto diversa da Noemi o dalle veline, abbia potuto accompagnarmi all’exploit elettorale che mi ha fatto prendere, nel mio Friuli di centrodestra , più voti di “papi”.
Per chi la conosce il libro non è sorprendente in quanto conferma la sua visione politica ed il suo modo di porsi nei confronti delle persone. Per coloro che la conoscono poco il libro rappresenta una buona occasione per conoscerla, apprezzarla e stimarla al di là degli attacchi strumentali che ha ricevuto in questi giorni.
Io spero che non cambi per nulla perché le persone la preferiscono cosi: semplice, determinata, interessata ai problemi concreti dei cittadini. Non deve adattarsi al linguaggio di alcuni politici che l’hanno criticata in questi giorni e che probabilmente hanno perso il senso del partito, il rapporto con la gente e la cultura dei problemi concreti.
“In Italia la politica vera esiste ancora, dichiara Debora, con la P maiuscola, fatta di tante persone che vogliono cambiare le cose, partecipare, costruire insieme il futuro. Il coraggio c’è, basta sapere dove cercarlo”.
“Ho scoperto in quell’occasione (riferendosi al suo impegno politico nella circoscrizione), dichiara Debora, di avere una vera passione per le persone, di saperle ascoltare e di essere più determinata di quanto pensassi”.
Che le cose cambino da sole, o semplicemente perché fanno dichiarazioni in tal senso i "notabili" del PD (o meglio dovrei dire i soliti noti del PD!), dichiara Nadia Lazzaro amministratrice del gruppo in Facebook “Con Debora Serracchiani e il PD nel Sud e Isole”, mi sembra altamente improbabile. Riconfermando la mia fiducia alla Serracchiani (persona a modo, contrariamente a tanti furbetti che promettono mari e monti, con fare di berlusconiana memoria!), faccio l'ennesimo invito a tutti voi e a me stessa: i politici che agiscono e amministrano male vanno messi alle corde sui fatti concreti, occupandoci dei nostri quartieri, delle nostre città, di chi, non visto, ci vive accanto spesso nella miseria e la disperazione. Comunque, se può interessarvi, qui in Calabria "i soliti noti" (spiccano anche tanti bei rinvii a giudizio!) si stanno già mobilitando per tenersi poltrone, poltroncine e reti clientelari, ma al nazionale non gli interessa minimamente di come arrivino i voti, basta che arrivino!
Ieri al teatro Capranica di Roma, dichiara Andrea De Filippis amministratore di un gruppo in Face Book “Con Debora Serracchiani e il PD nel Centro Italia”, mentre fuori si scatenava un incredibile temporale, Debora ritornava a parlare in pubblico dopo le feroci critiche subite dai propri compagni di partito per l'articolo pubblicato da Repubblica. Ero curioso di vedere come se la sarebbe cavata nel primo suo vero esame.
Il compito non era facile perché il suo intervento è stato preceduto da David Sassoli, Pietro Ichino e l'ex ministro Gentiloni.
L'inizio è stato titubante sembrava una studentessa che ha passato la notte ad imparare la lezioncina ma senza crederci fino a quando una persona dal pubblico l'ha contestata (educatamente), lì ho temuto che si fermasse e irrigidisse ma...... Da quel momento Debora è tornata la ragazza decisa e spavalda che abbiamo conosciuto alla riunione dei circoli ed è riuscita anche a scaldare la platea. Il passaggio sul conflitto di interessi è stato il più applaudito, come riportato anche da L'Unità, di tutto il discorso. "La prima volta ne abbiamo sentito parlare nel 1993 e siamo ancora qui a dirci che qualcosa non è risolto. Abbiamo qualcosa da rimproverarci? Sì abbiamo molto da rimproverarci", bacchetta Debora che scandisce: "Quello che chiede al Pd è di mettere in agenda problema e indicare con quali strumenti risolverlo. Non vorrei che arrivassimo al punto che l'interesse di un privato non deve essere turbato da quello pubblico". In conclusione credo che, nonostante il suo discorso non fosse travolgente, è stato un buon intervento e se non può essere, giustamente, una candidata alla guida della sinistra è un'ottima rappresentante del mio Paese".
Articolo Corriere della Sera

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giovedì 2 luglio 2009

Ancora di più con Debora Serracchiani

Dichiarazione di Ettore Rosato
Per il deputato Ettore Rosato (Pd), 'Debora Serracchiani ha fatto la scelta piu' difficile e piu' coraggiosa'.Secondo Rosato, nell'intervista a Repubblica 'Serracchiani ha soltanto ribadito i concetti che aveva espresso il 21 marzo all'assemblea dei circoli e, come deve fare ogni dirigente di partito responsabile, ne ha tratto una sintesi sul piano delle scelte politiche'. 'Evidentemente ¨ ha aggiunto Rosato - ha ritrovato in Dario Franceschini i caratteri piu' coerenti rispetto alla visione del partito e del Paese che lei stessa aveva prospettato'.'Quanto alle parole dell'intervista alla Serracchiani ¨ ha detto Rosato - credo sia opportuno e utile riflettervi sopra, cosi' come sulla lunghissima coda di commenti che l'hanno seguita'.'Auspico - ha concluso Rosato - che finalmente il piano del dibattito si trasferisca sui contenuti perche' le cose da fare non mancano, prima fra tutte attrezzare un partito unito e forte capace di lanciare la sfida vincente a Berlusconi'.
Articolo di Luigi Sorrenti che verrà pubblicato domani su Calabria Ora
Per una battuta della Serracchiani si sono stracciati le vesti. “Questa ragazza non ha consistenza” ha detto la Bindi.
Nessuno dei suoi critici si rende conto, di quanto siano vecchi. Una vecchiaia che può durare eterna, purtroppo per noi, ma sempre vecchiaia è. O, forse, se ne rendono fin troppo conto e cominciano ad avere paura, la paura più brutta che possa prendere una persona: diventare improvvisamente inutile.
Dunque vediamo: da un lato c’è una “ragazza” che ha preso più voti di Berlusconi nel profondo Nord, e che se c’è riuscita da semplice “ragazza” non può che averne maggior merito. Dall’altro ci sono Loro, i professionisti della politica, quelli che con tutta la loro consistenza hanno lasciato andare a picco ben due governi propri, hanno sperperato il 33% raccolto alle ultime elezioni, e da un po’ di tempo collezionano una sconfitta dopo l’altra.
La Bindi intanto ha scelto Bersani. Perché? Perché mi ha chiamato, è stata la risposta consistente.
Se Debora è inconsistente questi sono pieni di protervia, e di quella sublime superiorità che li fa sentire al di sopra dei comuni mortali soltanto perché della politica hanno fatto una scienza, di cui solo loro conoscono i segreti meccanismi e posseggono i codici di accesso.

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A me Franceschini mi è simpatico

Da che cosa si capisce che siamo alla frutta? Dall'omologazione di sistemi e metodi. Quali?
Attaccarsi ad una parola con l'unico scopo di strumentalizzarla. Sfruttare il servizio di informazione pubblica come mezzo personale per far fuori l'avversario, usandolo al pari di un fucile, spinti dalla stessa veemente facilità con cui si preme il grilletto. Considerare il popolo italiano incapace di pensare, valutare, scegliere. Questa è la cosa più grave.
L'attacco a Debora Serracchiani rappresenta un attacco all'intelligenza del popolo. Pensando che le persone si possano ricredere sulla base di un aggettivo, dato per sdrammatizzare non solo una contesa politica, ma anche e soprattutto la propria figura, vuol dire offendere una buona parte dell'elettorato. Lo stesso elettorato che è anche il proprio. Lo stesso elettorato che durante la campagna di raccolta voti i politici lodano, dicendo che gli italiani sono meglio di questa Italia.
Come può il PD riacquistare fiducia se dispone, con una spontaneità allarmante, degli stessi subdoli mezzi normalmente attribuiti all'altra parte politica? Come può il PD pensare che la gente ritorni ad avere fiducia nella sinistra se non riesce neanche in queste cose a distinguersi dalla destra? Come può una parte del PD provare ad accattivarsi più voti sputando sulla sua unica possibilità di uscire dalla crisi, ossia il rinnovamento incarnato da Debora? Come può il PD promettere lavoro ai giovani, di cui molti laureati anche in scienze politiche, se i suoi storici rappresentanti non lasciano per primi il necessario spazio all'occupazione?
La risposta è una, a quanto pare, PUO' e non ci siamo, direi. Non ci siamo proprio. Quello che traspare è una grande paura di perdere la poltrona, non certo la disponibilità a cambiare in meglio il paese. Se veramente questa gente amasse l'Italia, i suoi cittadini, la loro libertà dal dominio di Berlusconi, sacrificherebbe il proprio ego, si sposterebbe nelle retrovie e lavorerebbe seriamente per formare la nuova classe dirigente. Perché hanno perso credibilità e lo sanno: i voti parlano! Debora non saprà la storia quanto D'Alema o Bersani, può anche darsi, ma non bisognerebbe limitarsi a conoscerla, bensì imparare da questa che una società senza rinnovamento politico si accartoccia su sé stessa.
Silvia Dellino – Verona
Intanto i sostenitori di Debora Serracchiani e Dario Franceschini hanno aperto un gruppo in Facebook “A me è simpatico Franceschini” che si presenta cosi “Per tutti quelli che credono che Franceschini sia anche po’ simpatico. E che la simpatia non sia un reato politico...o un peccato originale...."
Purtroppo per loro alle valutazioni di Debora sul PD hanno reagito in modo scomposto diversi esponenti che avrebbero fatto meglio a stare zitti perché i loro errori sono tanti in questi lunghi anni.

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