lunedì 9 novembre 2009

Ripresa dell’Italia e dopo

In questi ultimi giorni abbiamo letto le notizie riguardanti la ripresa economica dell’Italia, il sorpasso nei confronti dell’Inghilterra e la disoccupazione record degli USA.
Il sorpasso nei confronti dell’Inghilterra non tiene conto del tasso di cambio sterlina/euro e del tasso di svalutazione della sterlina.
Il confronto del PIL tra Italia e Regno Unito per essere significativo deve essere effettuato con i dati del Fondo Monetario Internazionale basati sulla parità dei poteri d’acquisto, depurando cosi gli effetti del tasso di cambio. Da un articolo di noiseFromAmerika emerge che l’Italia si trova posizionata dopo il Regno Unito.
La produzione industriale del 2009 dimostra che la crescita dell’Italia presenta dei dati negativi: - Primo trimestre -6%; Secondo trimestre -6%; Terzo trimestre -3,4%. I dati avvalorano che la produzione in Italia è in discesa e che dal terzo trimestre si prefigura una discesa rallentata.
I problemi dell’Italia non sono solo economici (produzione, esportazione, occupazione, competitività) ma derivano anche dalla spesa pubblica. Il rapporto deficit PIL dell’Italia è il seguente:
- 2008 = -2,73%;
- 2009 = -5,60%;
- 2010 = -5,63%.
Rispetto agli altri paesi europei il deficit dell’Italia aumenta superando di almeno il doppio il parametro richiesto dal trattato di Maastricht.
Inoltre, occorre considerare che l'economia italiana è caratterizzata da una bassa crescita e scarsa produttività.
Un’altra notizia preoccupante è quella dell’aumento della disoccupazione che raggiunge il 10,2% negli Stati Uniti nel momento in cui il PIL aumenta del 3,5%. Questo è un segnale allarmante in quanto la crescita economica potrebbe essere accompagnata da una base occupazionale più bassa rispetto al periodo anteriore alla crisi.
A questo punto occorre porsi per l’Italia le seguenti domande:
- L’equilibrio che si verrà a creare dopo l’uscita dalla crisi quale base occupazionale realizzerà?;
- Le imprese italiane soprattutto le PMI nel nuovo equilibrio che si verrà a creare saranno nelle condizioni di esprimere una competitività che consente loro di rimanere nel mercato globale?;
- La forbice tra ricchi e poveri si allargherà privilegiando i più ricchi ed estendendo la fascia dei poveri?
Gary Hamel in una intervista al Corriere della Sera del 26 ottobre afferma che le aziende “devono essere sempre più snelle ed efficienti, molto adattabili, capaci di cambiare anche il modello di business. Spesso ci vuole una crisi per cambiare, come è successo nella musica e come sta succedendo per editoria e banche. Ma bisognerebbe imparare ad adattarsi ai cambiamenti senza la pressione di una crisi, che è purtroppo costosa. L’innovazione è l’unico modo per crescere”.
Il Governo si è sempre rifiutato di varare delle riforme nel periodo di crisi al fine di aiutare le imprese ed i lavoratori ad affrontare con maggiori margini le difficoltà economiche.
Le imprese italiane, comprese le PMI, hanno innovato a sufficienza per affrontare il nuovo equilibrio che si verrà a creare dopo la crisi? Hanno inventato un modello di business adatto ai tempi?
Molte imprese e soprattutto le medie, piccole e micro imprese rischiano di uscire dal mercato a causa della diminuita domanda internazionale.
Tutte queste problematiche se non affrontate in tempo e con urgenza porteranno l’Italia ad uscire dalla crisi ma con un minor numero di imprese e con una base occupazionale meno ampia.
Ritengo che l’ottimismo di Berlusconi e di Tremonti è ininfluente sull’economia italiana e toglie attenzione ai problemi reali (competitività delle imprese italiane, base occupazionale, sostegno ai ceti più deboli).
Condivido le preoccupazioni di Epifani, il quale afferma che “la crisi non è ancora risolta, c’è una ripresa molto bassa ed i problemi della disoccupazione sono ancora irrisolti. Avendo tante piccolissime imprese e tanti artigiani è chiaro che una crisi cosi prolungata e un credito cosi difficile fa venir meno tante aziende e tanti lavoratori”.

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venerdì 6 novembre 2009

Intervista ad Antonino Leone

a cura di Alessandro Natale pubblicata su Die Brucke . Si riporta l'intervista completa.
Frantumi da comporre - Riforme legislative e innovazioni di management per migliorare la produttività delle organizzazioni pubbliche è il titolo del libro curato da Antonino Leone e Mita Marra, con la prefazione di Francesca Simeoni e gli interventi di Federico Testa, Silvano Del Lungo, Rita Carisano, Pietro Ichino, Giovanni Martignoni e Donata Gottardi.
Il sistema Italia è "fuori mercato" a causa di un elefantiaco apparato pubblico incapace di offrire servizi efficienti e qualitativamente adeguati alle imprese e ai cittadini. Per uscire dalla crisi economica e finanziaria globale occorre invece una pubblica amministrazione che, in presenza di un assetto costituzionale federale, disegni e gestisca politiche a favore della crescita e dello sviluppo in complessi sistemi di governance, soggetti ad elevata incertezza. Le riforme legislative varate negli ultimi due anni puntano sulla trasparenza, sulla responsabilità, sulla valutazione e sulla incentivazione come leve del cambiamento organizzativo. Questo volume entra nel merito di tali iniziative legislative, per comprendere come e in che misura queste riforme possano migliorare il rendimento istituzionale, le soluzioni organizzative e le pratiche manageriali. Le leggi non sono, infatti, la cura per le tante lacune della pubblica amministrazione italiana. L’eterogeneità dei problemi e delle carenze investe i vari comparti del settore pubblico, i diversi livelli di governo centrale, regionale e locale ed inevitabilmente il Nord e il Sud del Paese.
L’analisi del funzionamento dell’Inps di Verona riafferma l’importanza di investire sulla capacità manageriale dei dirigenti, sui saperi e sulle competenze organizzative, sulla valorizzazione del lavoro e sul riconoscimento del merito, attraverso l’apprendimento e la riflessione condotta a partire dall’esperienza.
Di seguito, l'intervista ad uno dei due autori, Antonino Leone, impegnato nella gestione del suo blog Cambiamento nelle organizzazioni, dedicato principalmente alla gestione dei servizi pubblici ed al disagio sociale dei ceti più deboli. Ha fondato il gruppo SOS PA su Facebook, che conta circa 1500 membri e segue il processo di riforma della pubblica amministrazione. Ha scritto alcuni articoli sulle PA, con riferimento all’Inps, ed ha operato nella pubblica amministrazione dirigendo un'agenzia dell’Inps. Negli anni ’80 è stato assessore comunale ed è attualmente componente della Consulta della pubblica amministrazione del Partito Democratico.
Si parla molto negli ultimi anni di democratizzazione della vita quotidiana, di cittadino cliente, anche in riferimento alle PA. A che punto è l'Italia?
"Nel libro Frantumi da ricomporre, l’on. Federico Testa, docente di Economia e gestione delle imprese presso l’università degli studi di Verona, affronta il tema della qualità dei servizi e del rapporto tra gli enti erogatori dei servizi ed i cittadini clienti, e ritiene importante attraverso indagini di customer satisfaction conoscere la qualità dei servizi erogati.
Nel terzo millennio occorre realizzare ciò che molte imprese di servizi nel mondo hanno posto in essere: la co-creazione del valore e la co-innovazione attraverso un nuovo rapporto di partecipazione con gli operatori dell’impresa pubblica e privata e con i cittadini clienti".
Crede davvero che basti una legge per cambiare la situazione attuale? Quanto contano ancora le singole persone e la loro capacità di innovare all'interno delle strutture pubbliche?
"L’errore di Renato Brunetta, che si è riversato sul decreto legislativo di attuazione della legge n. 15/09 (produttività del lavoro pubblico ed efficienza e trasparenza delle PA), è stato quello di aver costruito una riforma che si basa sulla sfiducia e sulla diffidenza nei confronti del management pubblico e degli operatori. Il decreto legislativo specifica in modo minuzioso e dettagliato i comportamenti organizzativi, occupando così lo spazio di responsabilità del management pubblico, restringendo l’area della contrattazione collettiva e osteggiando le forme di partecipazione degli operatori pubblici e dei cittadini. Non esiste organizzazione al mondo che fonda la propria mission e la politica delle risorse umane su diffidenza e sfiducia. In questo modo non si affrontano le cause dei problemi, ma si interviene sugli effetti.
Ritengo che la legge, da sola, per autorità non possa avviare un grande processo di cambiamento delle PA. Non si può stabilire per legge che il 25% degli operatori non è meritevole del salario accessorio, così come è stato fatto con il nuovo sistema di incentivazione.
Occorre creare condizioni nuove attraverso le disposizioni normative, e nello stesso tempo controllare i programmi annuali stabiliti in via preventiva, verificare e valutare il grado di conseguimento degli obiettivi programmati, scoprire i fattori che hanno determinato l’insuccesso, premiare i meritevoli impegnati nell’innovazione e nel miglioramento continuo dei servizi e sanzionare coloro, dal management agli operatori, che non sono in grado di conseguire la performance programmata.
La conoscenza posseduta dalle persone, intesa come utilità per conseguire risultati economici e sociali, è il primo fattore per il conseguimento del successo di una impresa. Per tale motivo il capitale umano rappresenta il fattore strategico di una impresa".
Ci spieghi meglio come oggi si viene assunti dalle PA: questi metodi sono diversi rispetto a quelli di qualche anno fa?
"Non è cambiato nulla. Nella PA si entra per pubblico concorso e sono valutate solo le conoscenze teoriche. Mentre occorre valutare anche e soprattutto le competenze delle persone, cioè il saper fare. Per tale motivo non sempre le assunzioni tramite pubblico concorso corrispondono alle esigenze operative delle pubbliche amministrazioni. Non è sufficiente la conoscenza teorica di alcune materie per svolgere un ruolo attivo ed efficace nella macchina statale. Inoltre, occorre tenere presente che le pubbliche amministrazioni non riescono ad attrarre i talenti dall’esterno ed a scoprire e valorizzare i talenti che operano nelle PA attraverso una seria valutazione del merito (innovazione, miglioramento continuo). Silvano Del Lungo affronta nel libro l’argomento delle risorse umane nelle pubbliche amministrazioni".
Lei che conosce sia la PA che il mondo delle PMI: quali sono i rapporti? Esiste una fiducia reciproca?
"Esistono dei rapporti non positivi. Si pensi al costo della burocrazia che pesa sui bilanci delle PMI. Alcuni progetti sono falliti, come quello dello sportello unico alle imprese sperimentato ed istituito in molti comuni. I tempi di attesa e di definizione delle pratiche richieste dalle PMI non sono accettabili.
Il sistema della PA non è un fattore che influisce positivamente sulla competitività delle imprese, che oggi direttamente o indirettamente si devono confrontare nel mercato globale.
Da un'indagine effettuata a giugno dal centro studi di Unioncamere, emerge che la burocrazia costa alle imprese italiane 16,6 miliardi di euro, l’equivalente dell’1,1% del Pil. I tempi di pagamento delle forniture e dei lavori della PA alle imprese in Italia è troppo alto rispetto agli altri paesi europei e le imprese sono costrette a ricorrere alle banche per far fronte ai problemi di liquidità, sostenendo costi più alti.
Dal quarto rapporto sul grado di soddisfazione delle piccole e micro-imprese nei confronti della PA, effettuato dalla fondazione PromoPA, emerge che le PMI incontrano notevoli difficoltà".
Una PA trasparente è una delle parole chiave delle campagne di Pietro Ichino come studioso e come parlamentare. In che senso trasparenza?
"La proposta del senatore Pietro Ichino per avviare il processo di cambiamento della PA poggia su tre pilastri essenziali: la trasparenza, l’autorità indipendente, il bechmarking.
La trasparenza pone i cittadini nelle condizioni di valutare la performance delle PA e di far sentire la propria voce, particolarmente nel caso in cui i servizi pubblici non funzionino per come dovrebbero.
L’autorità indipendente svolge un ruolo essenziale di garanzia, di controllo e di supporto al sistema della PA, con valutazioni e interventi. Purtroppo l’autorità denominata commissione nel decreto legislativo è stata declassata, in quanto dipende dal Governo dal punto di vista organizzativo, operativo e finanziario.
Il bechmarking comparativo permette alle imprese di studiare, conoscere ed utilizzare le best practice del proprio settore al fine di migliorare l’offerta dei servizi.
I contenuti più rilevanti della normativa approvata provengono dal senatore Pietro Ichino e dal suo gruppo parlamentare e non sempre sono stati utilizzati in modo conforme alle proposte originarie".
Quando sento i politici parlare di Danimarca e Svezia come nostri modelli mi torna in mente Nanni Moretti che dice che i modelli per noi sono già in casa: lui parlava di Emilia e Toscana, tu pensi che l'eccellenza dell'Inps di Verona possa essere un modello per l'intero paese?
L’eccellenza di un ente non si consegue una volta per tutte. Il problema è mantenerla in quanto mutano le condizioni sociali, il mercato, la situazione economica. Per conservare una posizione di successo occorre una politica di adattamento e miglioramento continuo. L’Inps non ha competitori nel mercato nazionale per le sue dimensioni e per i servizi che eroga e pertanto occorre che l’Istituto si confronti a livello internazionale.
Per quanto riguarda i modelli della Toscana e dell’Emilia posso affermare che si può sempre migliorare la performance. In Italia occorre che il sistema della PA funzioni e che non è sufficiente vantare alcune eccellenze in quanto la situazione economica e sociale di questo periodo richiede una PA efficiente ed efficace.
I paesi del nord Europa rappresentano un modello per l’Italia per l’esperienza che hanno accumulato nel tempo e per la posizione competitiva che possiedono a livello internazionale.

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giovedì 5 novembre 2009

Semplificazione ed informazioni nella PA

La bozza della relazione illustrativa al disegno di legge, disposizioni in materia di semplificazione dei rapporti della pubblica amministrazione con cittadini e imprese, collegato alla finanziaria 2010 prevede varie misure che semplificano i rapporti ed incidono sui costi della burocrazia.
Il disegno di legge prevede fra l’altro:
- carta d’identità e cambi di residenza on line;
- pagella elettronica;
- prescrizioni sanitarie farmaceutiche e specialistiche in via telematica;
- certificati medici trasferiti all'Inps in via telematica per tutti i lavoratori pubblici e privati.
Si prevede un risparmio di circa 5 miliardi all’anno soltanto per le piccole e medie imprese. Ritengo che il risparmio si avvertirà anche nella pubblica amministrazione con l’eliminazione di alcuni adempimenti che diverranno inutili ed il recupero di risorse umane da destinare ad attività rilevanti.
Tale provvedimento è utile ma non sufficiente in quanto non è possibile ogni volta, come è avvenuto negli ultimi anni per i certificati di malattia e la trasmissione di dati utili all’Inps (redditi, decesso, variazioni anagrafiche), stabilire per legge il processo di cambiamento delle Pubbliche Amministrazioni, intervenendo parzialmente e sostituendosi alle attività del management pubblico.
Certo condivido il provvedimento di semplificazione ma avrei condiviso di più se il Governo avesse affrontato in un apposito disegno di legge l’adeguamento dei rapporti tra PA e cittadini e imprese tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie, l’impiego dei dati e delle informazioni presenti nel sistema complesso delle Pubbliche Amministrazioni e la loro trasformazione in informazioni analitiche, specificando in modo chiaro e completo quali dati sono riservati e non possono essere utilizzati dal sistema (diagnosi della malattia ed altri dati riservati), al fine di combattere alcuni fenomeni (evasione contributiva e fiscale, assenteismo, prescrizione anomale dei farmaci, etc.) e di rendere efficiente ed efficace la macchina statale.
Occorre capire che specifici provvedimenti di adeguamento influiscono in modo marginale nella Pubblica Amministrazione e che invece occorre intervenire nel sistema della PA affinché esso cambi complessivamente.
Tempo fa la Guardia di Finanza ha scoperto che circa 150 macchine erano intestate a persone defunte o prive di patente. A Verona circa 400 defunti all’anno risultano assistiti dai medici e le ASL corrispondono ai medici interessati il corrispettivo per l’assistenza.
Se il sistema della PA non viene messo nelle condizioni di funzionare attraverso la condivisione e l’utilizzo dei dati presenti nei diversi settori e la loro trasformazione in informazioni analitiche per essere utilizzate in modo normale e continuo ci si affida all’impegno della Guardia di Finanza, che interviene dopo gli eventi, per interrompere degli avvenimenti che sono prodotti spontaneamente dal sistema.
Ricorrere alle informazioni analitiche significa rendere efficiente ed efficace il sistema, dedicare l’impegno della Guardia di Finanza ad altre attività utili e risparmiare risorse umane che attualmente sono destinate ad attività che potrebbero diventare inutili poiché il sistema della PA verrebbe messo in condizioni di funzionare in modo autonomo.
Ansa
Repubblica

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martedì 3 novembre 2009

Il Partito Democratico tra futuro e passato

Vi sono posizioni politiche isolate di alcuni militanti che non riconoscono le conclusioni delle primarie del Partito Democratico nonostante la partecipazione di tre milioni di iscritti ed elettori.
Si usano alcune espressioni scontate che appartengono a tutti i democratici per creare barriere e steccati tra il segretario Pierluigi Bersani ed il gruppo che ha sostenuto Franceschini. Ritengo che tali posizioni strumentali non sono condivise da Franceschini, il quale assumerà senz’altro posizioni di rilievo e di responsabilità come ha sempre fatto.
Se per alcuni le primarie rappresentano per loro esclusiva volontà una sconfitta personale per il Partito Democratico è una vittoria a prescindere da chi ha vinto.
Il Partito Democratico è l’unico partito in Italia che ha eletto la propria classe dirigente attraverso un bagno di democrazia. Questo avvenimento non può essere svilito o sottovalutato altrimenti si corre il rischio di non riconoscere il valore della democrazia e di confonderla con le proprie visioni o esigenze personali.
Vi è anche il tentativo di utilizzare l’uscita dal PD di Francesco Rutelli contro Bersani non tenendo presente che l’avvenimento non è una sorpresa. Infatti le dichiarazioni ed il libro di Rutelli, avvenute prima della conclusione del congresso, lasciavano intravedere tale comportamento.
Inoltre anche le dichiarazioni di Cacciari sono interpretate strumentalmente contro Bersani non tenendo conto che il sindaco di Venezia è stato sempre critico nei confronti del PD e nella sua intervista non risparmia proprio nessuno. Cacciari aveva già dichiarato di non voler proseguire nell’impegno politico.
Nel post “Pier Luigi Bersani: segretario del PD”, pubblicato il 26 ottobre, ho dichiarato quanto segue: “Il Partito Democratico ha dato una grande prova di democrazia con tre milioni di persone che hanno partecipato alle primarie. Non ho ancora letto i giornali e non conosco le analisi e le valutazioni espresse.
Mi sento di dire che Bersani è il mio, il tuo ed il segretario di tutti i democratici. Il 25 ottobre è stata una giornata importante per l'alta affluenza alle primarie ed il 26 ottobre è ancora più importante perché da oggi occorre ricostruire il Partito Democratico per il futuro dell'Italia. Penso alle nuove generazioni ed ai ceti più deboli che attualmente vivono sulla loro pelle i problemi di sopravvivenza generati dalla crisi e da un sistema sempre meno equo. Ritengo che i fattori da utilizzare sono: unità, cambiamento e trasparenza. Bersani, Franceschini e Marino sono chiamati a lavorare insieme per costruire il futuro del paese guardando gli altri e per gli altri. Le strumentalizzazioni, la ricerca di consensi facili ed altro appartengono al passato adesso siamo chiamati tutti a lavorare per il bene del PD e del paese. Il patrimonio di ciascuno di loro va messo insieme e non disperso. Lo vogliono gli iscritti e gli elettori del Partito Democratico. Non deludiamoli.”
Tale breve analisi ha trovato molti consensi tra i democratici e toni pacati tra i sostenitori di Franceschini. Si ricorda che il post è piaciuto su Facebook a Donata Gottardi, Paola Lorenzetti, Marta D’Agostino Tortorella, Carla Pellegatta, Bartolo Costanzo; Tommaso Marini cioè a persone che hanno sostenuto i tre candidati alla segreteria.
Si utilizzano affermazioni come “impegno quotidiano” e “lavorare tra la gente” per dividere quando queste espressioni dovrebbero rappresentare il concreto operare delle persone che si riconoscono nel PD a prescindere dalle scelte congressuali.
Ad alcuni riesce difficoltoso per motivazioni pregiudiziali ed ideologiche riconoscere le scelte congressuali nel momento in cui occorre unire le forze per un progetto comune ed unitario che si caratterizzi in prospettiva e non guardi al passato. Abbiamo bisogno di creare il nuovo, di costruire il futuro e non di riproporre scelte che appartengono al passato e che non sono state realizzate per incapacità o impossibilità concreta.
Le primarie hanno rappresentato un grande avvenimento democratico a prescindere da chi è stato eletto segretario. Io avrei riconosciuto chiunque fosse stato eletto: Bersani, Franceschini e Marino. Ad alcuni risulta difficoltoso per posizioni pregiudiziali ed ideologiche riconoscere il segretario appena eletto. Le ideologie sono finite da un po’ di tempo e non possono più rappresentare un motivo di divisione e di scontro.
Occorre essere disponibili nei confronti del PD e lavorare per esso senza ambizioni e personalismi perché ritengo che occorra un PD forte e determinante per affrontare positivamente i problemi del paese. Nel PD vi sono le intelligenze, le capacità ed i valori per realizzare questo grande obiettivo.

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lunedì 2 novembre 2009

Silvano Del Lungo su Frantumi da ricomporre

E’ con molto piacere che pubblico la nota del mio caro amico Silvano Del Lungo, il quale ha iniziato a leggere “Frantumi da ricomporre”. Silvano è l’unica persona che fino a questo momento ha compreso l’origine del titolo del mio libro. Il primo libro di Federico Butera, da cui trae origine il titolo Frantumi da ricomporre, è diventato un classico per capire il declino del taylorismo in America. Ho fatto tanta fatica a trovarlo dopo 37 anni dalla sua pubblicazione e sono orgoglioso di possederlo.
Riporto la nota di Silvano Del Lungo
"Forse non è questo il posto giusto per questo mio intervento. Scusatemi, ma lo faccio d'impulso col bisogno di comunicare qualcosa che mi ha riempito di gioia e ammirazione. Ho ricevuto qualche giorno fa il nuovo libro di Antonino Leone e Mita Marra.
Oggi, domenica, ho cominciato a leggerlo e ne sono entusiasta non soltanto per la messa a fuoco dell'esistente nella P.A., ma anche per la sua dimensione storica. Vi è abbozzata una storia della previdenza in Italia che è la prima che io abbia mai letto così come vi sono molti approfondimenti sul funzionamento dell'INPS e financo un graduatoria di efficienza delle sedi INPS che porta il lettore subito a confrontarsi da utente con quelle che conosce meglio.
Il titolo "Frantumi da ricomporre" è bellissimo sia per il significato simbolico e l'approccio ottimistico, costruttivo e rivolto al futuro che esprime, sia per la inevitabile evocazione del titolo di un libro di oltre trent'anni fa "I Frantumi Ricomposti" di Federico Butera, e per la operativa contrapposizione di un'epoca all'altra."
Esprimo un ringraziamento sincero a Silvano per la sua nota generosa.
Mi dispiace tanto che giorno 13 novembre Silvano non potrà essere presente a Verona per la presentazione di “Frantumi da ricomporre”. La sua presenza rappresenterebbe una grande e lieta sorpresa ed un regalo tanto desiderato.

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sabato 31 ottobre 2009

Ancora sull’assenteismo

Nel mese di agosto e settembre si è registrato un aumento delle assenze per malattia: +16,7% nel mese di agosto e + 24,2% nel mese di settembre rispetto ai medesimi mesi del 2008.
L’aumento delle assenze per malattia coincide con la modifica delle fasce di reperibilità decisa a luglio. Tale provvedimento prevede che le fasce di reperibilità per i lavoratori pubblici, entro le quali devono essere effettuate le visite mediche di controllo in caso di malattia, tornano ad essere quelle già in vigore nel passato in linea con il settore privato: dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 (e non più dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 20).
Questa coincidenza fa ritenere al Ministro Brunetta che per ridurre l’assenteismo occorre allargare le fasce di reperibilità e pertanto si appresta a correggere la normativa in vigore con decreto ministeriale con le seguenti nuove fasce orarie:
- dalle 9,00 alle 13,00
- dalle 15,00 alle 18,00.
Ritengo che l’intervento di Brunetta ancora una volta contrasta i sintomi ma non le cause cosi come afferma l’amico economista di Pietro Ichino, il quale dichiara che “l’effetto aspirina ..... si riferisce al semplice contrasto dei sintomi, ma non delle cause: una volta tolto il fiato dal collo ai dipendenti pubblici, la situazione, ahimè, è tornata quella di prima”.
Ritengo che l’assenza per malattia vada combattuto utilizzando una pluralità di strumenti e non fossilizzandosi sull’allargamento delle fasce di reperibilità e sull’obbligatorietà delle visite mediche di controllo ai dipendenti pubblici cioè sui sintomi.
Obbligo delle visite mediche di controllo
Il management pubblico conosce o è nelle condizioni di conoscere chi abusa delle assenze per malattia e pertanto può intervenire in modo specifico ed opportuno con le visite di controllo su tali lavoratori.
I ricoveri ospedalieri attestati e valutati in modo corretto possono senz’altro essere esclusi dall’obbligatorietà dei controlli.
I lavoratori pubblici che non ricorrono in modo frequente all’assenza per malattia possono essere tenuti fuori dai controlli. Misure queste che eliminerebbero attività inutili che incidono in modo rilevante sui costi e restringerebbero l’area di non applicazione della normativa, considerato il fatto che le ASL non sono in condizioni di effettuare tutte le visite mediche di controllo richieste.
Per i lavoratori che presentano un tasso di assenza per malattia superiore ad un certo parametro vanno sottoposti a controllo. Occorre quindi stabilire un parametro oggettivo a cui il management pubblico dovrà fare riferimento.
Fasce di reperibilità
Coloro che ricorrono in modo frequente all’assenza per malattia in modo illegittimo sono quelli che più degli altri lavoratori rispettano le fasce di reperibilità, tranne alcuni casi eccezionali, in quanto sono coscienti della inesistenza della malattia e degli effetti che subiranno in caso di assenza alla visita medica di controllo.
Lo strumento della visita medica di controllo domiciliare è un deterrente ma non risolve in modo completo il fenomeno dell’assenza per malattia.
Cause dell’assenza
In un post precedente, intervista a Silvano Del Lungo, sono state indicate le cause dell’assenteismo che derivano dall’ambiente di lavoro, dalle mansioni assegnate, dal mancato coinvolgimento nei processi di lavoro, dal grado di appartenenza dei lavoratori nei confronti dell’impresa, dalle relazioni umane e da altre cause.
Tutte queste cause rientrano nelle responsabilità del management pubblico e sono la conseguenza del tipo di leadership che viene esercitata e dai modelli organizzativi che vengono applicati. Pertanto, occorre intervenire su tali fattori al fine di porre sotto controllo il fenomeno che stiamo esaminando.
Salario accessorio ed assenza per malattia
Occorre predisporre un piano di rientro dell’assenza per malattia con l’obiettivo finale di allinearlo a quello dei lavoratori delle imprese private. Può essere stabilito un parametro annuale di assenteismo da assegnare a ciascun ente, organo e dipartimento pubblico da conseguire nell’anno. Tale parametro dovrebbe essere affidato alla dirigenza e rapportato al salario di risultato che annualmente viene assegnato al management pubblico. Il mancato conseguimento o il conseguimento parziale dell’obiettivo dovrebbe influire sui premi e sul salario variabile del management pubblico.
Ritengo che questa soluzione sia giusta e corretta in quanto l’assenteismo dipende in larga misura da condizioni e responsabilità del management pubblico (condizioni ambientali, organizzazione, coinvolgimento). Tutto questo non significa che i lavoratori pubblici non abusano di tale diritto ma ritengo che togliere falsi alibi ai dirigenti ed ai lavoratori e creare nuove condizioni di lavoro influisce sicuramente sul tasso di assenteismo.
Attaccare solo i lavoratori pubblici significa deresponsabilizzare ancora una volta il management pubblico, il quale è troppo interessato al mantenimento dello status quo.
Brunetta non interviene sulle cause dell’assenteismo
L’assenza dal lavoro di Donata Gottardi

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lunedì 26 ottobre 2009

Pierlugi Bersani: segretario del PD

Il Partito Democratico ha dato una grande prova di democrazia con tre milioni di persone che hanno partecipato alle primarie. Non ho ancora letto i giornali e non conosco le analisi e le valutazioni espresse.
Mi sento di dire che Bersani è il mio, il tuo ed il segretario di tutti i democratici. Il 25 ottobre è stata una giornata importante per l'alta affluenza alle primarie ed il 26 ottobre è ancora più importante perchè da oggi occorre ricostruire il Partito Democratico per il futuro dell'Italia. Penso alle nuove generazioni ed ai ceti più deboli che attualmente vivono sulla loro pelle i problemi di sopravvivenza generati dalla crisi e da un sistema sempre meno equo. Ritengo che i fattori da utilizzare sono: unità, cambiamento e trasparenza. Bersani, Franceschini e Marino sono chiamati a lavorare insieme per costruire il futuro del paese guardando gli altri e per gli altri. Le strumentalizzazioni, la ricerca di consensi facili ed altro appartengono al passato adesso siamo chiamati tutti a lavorare per il bene del PD e del paese. Il patrimonio di ciascuno di loro va messo insieme e non disperso. Lo vogliono gli iscritti e gli elettori del Partito Democratico. Non deludiamoli.

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Brunetta non interviene sulle cause dell’assenteismo

Lettera pervenuta al senatore Pietro Ichino da un suo amico professore di economia in una università statunitense il 23 ottobre 2009
Caro Pietro,
oggi ho letto le statistiche sull’assenteismo nella pubblica amministrazione italiana. Mi dispiace davvero che la situazione stia peggiorando, ma, da un punto di vista scientifico, era abbastanza prevedibile.
In effetti, l’”effetto Brunetta” (lo dico a malincuore) e’ stato un mix di quello che in performance measurement è conosciuto come l’Hawthorne Effect e quello che si potrebbe chiamare l’”effetto aspirina”. Il primo si riferisce a esperimenti condotti agli Hawthorne works della Western Electric Company di Chicago negli anni Venti del secolo scorso. In corrispondenza di un aumento nell’illuminazione nella fabbrica si riscontrarono aumenti nella produttività; più sorprendentemente, quando l’illuminazione fu abbassata in una parte dell’impianto [mentre nell’altra (gruppo di controllo) fu mantenuta stabile] la produttività continuò a salire. Conclusione: non era l’illuminazione (dichiarazioni di Brunetta) a far aumentare la produttività (diminuire l’assenteismo), ma era il fatto stesso che la produttività fosse misurata e comunicata a farla aumentare.
L’”effetto aspirina” invece si riferisce al semplice contrasto dei sintomi, ma non delle cause: una volta tolto il fiato dal collo ai dipendenti pubblici, la situazione, ahimè, è tornata quella di prima.
Non so se al Senato italiano ci sarà una discussione sull’assenteismo nella PA, ma spero che questi due miei piccoli spunti possano essere utili.
Un caro saluto e a presto.
R.S.
Nella foto Elton Mayo
Esperimento Hawthorne

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Le risposte di Pietro Ichino a Donata Gottardi

“Ringrazio, innanzitutto, Donata Gottardi per questo suo nuovo intervento sul “Progetto Semplificazione” e cerco di rispondere punto per punto alle sue osservazioni. Nel testo che segue riporto sinteticamente in grassetto, all’inizio di ciascun paragrafo, le principali obiezioni della giuslavorista ed ex-parlamentare europea.
1. Una riforma di questa portata “dovrebbe avvenire non solo coinvolgendo numerosi esperti della materia, [ma] con una partecipazione dal basso che veda anche il coinvolgimento delle persone direttamente interessate”. – Concordo pienamente; ed è per questo che, dopo aver lavorato per un anno e mezzo a questo progetto con un gruppo di esperti della materia, ora ho messo la prima bozza dei due disegni di legge on line per consentire a chiunque vi sia interessato di accedervi, e sono impegnato – come già in precedenza per il disegno di legge sulla transizione a un regime di flexsecurity – in una lunga serie di incontri pubblici e privati, con colleghi giuslavoristi, sindacalisti, imprenditori, direttori del personale e altri lavoratori interessati. Via via che raccolgo le correzioni e integrazioni che mi paiono migliorare il contenuto tecnico e l’equilibrio politico del progetto, le apporto direttamente sul testo disponibile su questo sito, indicando la data dell’aggiornamento: i lettori possono così seguire passo per passo, per così dire “in diretta”, l’evoluzione del progetto.
2. [Questo progetto è] “uno dei modi per universalizzare le tutele, ma seguendo una strada precisa: tutti uguali a un livello (medio-)basso”. – Non è così. Il nuovo Codice del lavoro che propongo non riduce affatto il livello delle protezioni, se non per qualche aspetto molto marginale, dove di fatto la vecchia disciplina non serve a nessuno (non è comunque il caso della disciplina della maternità e paternità: il nuovo articolo 2111, ampiamente riscritto in aderenza al Testo Unico del 2001, anche per tener conto delle osservazioni di Donata Gottardi, è già on line). Il nuovo Codice riduce, questo sì, il volume della normativa legislativa, che è cosa totalmente diversa da una riduzione del livello delle tutele; e lo fa per poterla rendere davvero universale, applicabile a tutti i lavoratori cui occorre protezione. Nella materia cruciale dei licenziamenti, certo, propongo un mutamento radicale della tecnica protettiva rispetto a quella adottata quarant’anni fa; sono infatti convinto che la nuova disciplina proposta (artt. 2118-2120) offra ai lavoratori una protezione complessivamente molto migliore rispetto alla vecchia. Tuttavia, proprio perché la riforma tocca, per questo aspetto, un “nervo scoperto” nel nostro Paese, propongo che la nuova disciplina si applichi soltanto ai rapporti di lavoro che si costituiranno d’ora in avanti, senza toccare la posizione di chi ha già un posto di lavoro stabile. Questo è il motivo per cui dico che la nuova disciplina deve essere valutata con gli occhi di un ventenne che entra oggi nel nostro mercato del lavoro, il quale gli offre, nella maggior parte dei casi, la prospettiva di una probabile lunga e penosa anticamera prima di accedere al lavoro regolare a tempo indeterminato. Non è un caso che tanti miei studenti mi dicano di considerare il diritto del lavoro che insegno loro nel mio corso come qualche cosa di distante, che non li riguarda se non da molto lontano: lo sentono come una cosa che riguarda essenzialmente le generazioni che li hanno preceduti. E non hanno torto.
3. “Chi decide il livello dove collocare l’asticella?”. – Lo decide, scegliendo il posizionamento dell’“asticella”, lo stesso legislatore nazionale che ha, in precedenza, dettato la vecchia disciplina; lo decide, ovviamente, ascoltando tutti gli interessati e recependone gli accordi; dove opportuno, restituendo loro una parte dei territori che nell’ultimo mezzo secolo sono stati progressivamente e non sempre appropriatamente sottratti alla loro autonomia negoziale (penso soprattutto al mercato del tempo endo-aziendale e al part-time). Il mio progetto si propone soltanto di dare un contributo a questo processo decisionale: in particolare, esso si propone di mostrare come la riforma sia tecnicamente possibile anche in tempi molto brevi (ciò che non è affatto scontato, nell’opinione ancor oggi dominante). Esso si propone di mettere a disposizione delle parti sociali un testo tecnicamente corretto e completo, ma apertissimo a tutte le modifiche e gli aggiustamenti dei quali il dibattito mostrerà l’opportunità. Questa “apertura” del progetto è già in atto e si manifesta nel lavoro quotidiano di correzione e integrazione che sta svolgendosi su questo sito, anche per merito di Donata Gottardi, nel modo più trasparente e sotto gli occhi di tutti.
4. Questo progetto “diluisce e frammenta” lo Statuto dei lavoratori di quarant’anni fa, ripartendone le disposizioni secondo lo schema del libro V del codice civile. Occorrerebbe invece riprendere l’idea dello stesso Statuto, come si è fatto con la Carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del 2003. – Lo Statuto dei lavoratori del 1970 disciplina una parte soltanto delle materie inerenti ai rapporti di lavoro e ai rapporti sindacali; e lo fa talvolta proprio adottando la tecnica della “novella” di disposizioni contenute nel codice civile (articolo 2103 in materia di mansioni) o aggiungendo una nuova disposizione a quella contenuta nel codice civile (articolo 2106 in materia di provvedimenti disciplinari). Quanto alla Carta del 2003, essa non cambiava una virgola né dello Statuto dei lavoratori né del codice civile. Quei due testi non offrono, comunque, una struttura adatta a contenere l’intera disciplina legislativa essenziale. Se ho scelto la struttura del libro V del codice civile, come è spiegato nella relazione introduttiva del disegno di legge maggiore, è soltanto per ridurre al minimo il “costo di aggiornamento” per gli esperti e gli addetti ai lavori: in tutti i casi in cui abbiamo potuto abbiamo fatto in modo che ciascuna disposizione fosse contenuta nello stesso articolo oggi contenente la disciplina attuale della materia. Non mi sembra che questa scelta pregiudichi o condizioni in modo negativo il contenuto della nuova disciplina.
5. “L’articolo di apertura della parte dedicata alla disciplina comune a tutti i rapporti di lavoro, si apre con il riferimento al “titolare dell’azienda”, con il che si continua a rimanere nell’alveo di una qualificazione che esclude il lavoro autonomo, il lavoro sociale, il lavoro volontario, il lavoro di cura”. – La risposta a questa obiezione è contenuta nella relazione introduttiva all’articolo 2087 del disegno di legge: “Il riferimento all’imprenditore, contenuto nell’articolo 2087 attualmente in vigore, è sostituito con il riferimento al ‘titolare dell’azienda’, al fine di allargare nella misura massima possibile il campo di applicazione della norma protettiva: secondo la migliore dottrina, infatti [il riferimento, qui, è alla lezione di Luisa Riva Sanseverino, di cui sono allievo], la nozione giuridica di azienda non è legata a quella di impresa, bensì si estende a comprendere qualsiasi contesto ambientale-strumentale nel quale la prestazione lavorativa si collochi. D’altra parte, laddove la prestazione non si collochi in un contesto ambientale-strumentale di cui sia titolare il creditore, non avrebbe senso accollare a quest’ultimo un obbligo di protezione della sicurezza e riservatezza del lavoratore (salve le disposizioni circa la possibile nocività dei materiali nel lavoro a domicilio, che sono oggetto di una disposizione ad hoc nel comma 2 dell’articolo 2123)”.
6. “Se la volontà è quella della semplificazione e della leggibilità immediata, mi pare complicato andare a controllare nell’elenco della normativa abrogata cosa resti in vigore e cosa no”. – Non riesco a immaginare nulla di meglio che un elenco cronologico delle norme abrogate. Se qualcuno ha un’idea migliore, essa è ovviamente benvenuta.
7. “Le direttive [comunitarie] sono emanate attendendosene le istituzioni europee una trasposizione attenta e intelligente nei singoli Paesi. Limitarsi a tradurle e metterle a disposizione come unica regola è impossibile. Impossibile anche perché in molti casi le direttive stesse rinviano a scelte della normativa nazionale”. – Non è vero che il nuovo Codice del lavoro pretenda di limitare la recezione delle direttive comunitarie a un mero rinvio al loro testo. Per alcune materie – in particolare: diritti di informazione del lavoratore, contratto a termine, part-time, comando o distacco, trasferimento d’azienda, licenziamenti collettivi (stiamo lavorando per arrivare allo stesso risultato per l’orario di lavoro) – esso sostituisce integralmente le attuali leggi di recezione con norme più semplici. Per altre materie – in particolare: sicurezza del lavoro, protezione dei dati personali, discriminazioni e pari opportunità –, in considerazione dell’obiettiva complessità della materia, esso lascia in vita le leggi di recepimento attuali, limitandosi a enunciarne sinteticamente i principi essenziali fungendo così da “portale” della disciplina legislativa vigente.
8. Articolo 2111, in materia di maternità e paternità: “Occorre ora trovare soluzioni diverse. Lo sanno bene tutti coloro che hanno un contratto di lavoro a termine (sia esso subordinato, un contratto a progetto, un lavoro interinale…). Affermare il diritto a sospendere il lavoro per godere di un congedo come quello parentale è come scrivere sulla sabbia. Quel diritto non è quasi mai azionabile”. – Concordo pienamente. Uno dei principali motivi ispiratori di questo lavoro è l’esigenza di individuare, nel diritto del lavoro vigente, le protezioni di fatto non applicabili se non nel settore pubblico, quelle di cui oggi nelle aziende private si avvalgono soltanto i lavoratori meno responsabili, per sostituirle con una normativa capace di essere davvero universale e universalmente efficace. Qualsiasi contributo su questo terreno, da chiunque esso venga, è il benvenuto.
9. Ancora articolo 2111: “Il testo unico [d.lgs. n. 151/2001 sulla protezione di maternità e paternità] è pesante perché si occupa, ad esempio, anche della copertura previdenziale. Di questi aspetti, dove ci si occuperebbe nella tua proposta?”. - Il nuovo Codice del lavoro, in questa sua prima versione, non ha la pretesa di coprire anche la materia previdenziale: infatti non prevede l’abrogazione della normativa su questa materia. Resto convinto, tuttavia, che la legislazione previdenziale presenti aspetti di ipertrofia, farraginosità e illeggibilità persino maggiori rispetto alla legislazione sul rapporto di lavoro: se la prima fase di questo “Progetto Semplificazione” avrà successo, la seconda fase sarà dedicata proprio alla legislazione sulle assicurazioni pensionistiche obbligatorie.
10. Articolo 2090: non è opportuno “porre tetti alla contribuzione pensionistica”. – A me non sembra che l’ordinamento statuale debba farsi carico di garantire la continuità del reddito per i lavoratori anziani anche per la parte di esso che supera una soglia medio-alta. L’ordinamento, viceversa, deve garantirla a tutti coloro che vivono del proprio lavoro, quindi anche ai lavoratori autonomi. Porre un limite massimo di contribuzione e di retribuzione pensionabile rende più facile l’universalizzazione effettiva dell’assicurazione generale obbligatoria.
11. Articolo 2092, primo comma: “perché limitare [il campo di applicazione della retribuzione oraria minima] ai lavori ‘misurati in ragione del tempo’?”. – La ragione che ci aveva inizialmente indotti a questa scelta era di carattere strettamente logico: se si tratta di una “retribuzione oraria”, ci sembrava che non potesse avere senso applicarla a rapporti aventi per oggetto una prestazione non misurata in ragione del tempo. L’osservazione critica di Donata Gottardi ci ha indotti a ridiscutere la cosa e a considerare che, in realtà, il controllo del rispetto di uno standard retributivo minimo orario è possibile anche in riferimento a prestazioni lavorative misurate esclusivamente in relazione al risultato: anche queste, infatti, per definizione richiedono un’attività lavorativa, la quale è osservabile (si pensi, per esempio, al contratto di lavoro a domicilio, che solitamente commisura la retribuzione al singolo “pezzo” prodotto e non al tempo impiegato per produrlo: questo non impedisce un controllo dell’entità della retribuzione basato sul tempo ragionevolmente necessario per la produzione del risultato dedotto in contratto). Anche in riferimento a questi casi, dunque, è ragionevole e opportuno pensare alla possibilità di un divieto di retribuzioni che si collochino di fatto al di sotto dello standard orario minimo. Il nuovo testo del primo comma dell’articolo 2092, modificato in accoglimento dell’osservazione di Donata Gottardi, cioè con la soppressione del riferimento limitativo alle prestazioni misurate in ragione del tempo, è già on line.
12. Articolo 2092, secondo comma: “accettiamo di introdurre le ‘gabbie salariali’?”. - Un Codice del lavoro degno di questo nome deve aspirare a dettare una disciplina della materia stabile nel tempo, indipendentemente dall’alternarsi di forze politiche diverse al governo e dei rispettivi diversi orientamenti di politica del lavoro. Ora, come abbiamo precisato nella relazione introduttiva, la differenziazione regionale degli standard minimi in relazione al costo della vita e ad altre circostanze economico-sociali – praticata nell’ultimo quindicennio, per esempio, nella Repubblica Federale Tedesca – è sicuramente tra le opzioni costituzionalmente legittime: essa deve pertanto essere contemplata nel Codice, indipendentemente dall’orientamento che prevale nella congiuntura politica particolare nella quale il Codice stesso vede la luce.
13. Articoli 2092 e 2099: “saltiamo l’intervento equitativo del giudice [per la determinazione della giusta retribuzione]”? – Il principio della giusta retribuzione è già sancito dall’articolo 36 della Costituzione, con una formulazione per diversi aspetti più precisa rispetto al contenuto del vecchio articolo 2099 del codice civile. Non mi sembra che sia necessario aggiungere una norma ulteriore in proposito, mentre nella logica della semplificazione il non aggiungerla è meglio.
14. Articolo 2094: “avendo indicato espressamente la cifra della soglia [di reddito annuo massimo per la qualificabilità della collaborazione autonoma continuativa come ‘lavoro dipendente’], dovremmo adeguare la normativa del codice all’andamento del costo della vita. Questo è un altro aspetto del problema: la semplificazione introduce nel codice numerosi indicatori quantitativi, destinati ovviamente ad essere superati nel tempo”. – Anche se in questi tempi di inflazione molto bassa il problema non appare di primaria urgenza, l’osservazione è giusta. Si potrebbe risolvere il problema con una norma finale che disponga un’indicizzazione automatica di tutte le soglie espresse in termini monetari; ma questo potrebbe risultare tecnicamente più difficile di quanto non appaia. Ogni suggerimento tecnico in proposito sarà prezioso.
15. Articolo 2103, sulle mansioni del lavoratore: “perché riproporre con così poche innovazioni su una delle disposizioni incorporate nello Statuto dei diritti dei lavoratori che più si ritiene abbia necessità di manutenzione per tener conto dei cambiamenti?”. – Nella nuova formulazione dell’articolo 2103 abbiamo cercato di adattare la disposizione agli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali che sono venuti affermandosi nella sua interpretazione e applicazione evolutiva e agli enormi cambiamenti intervenuti nel contesto economico-produttivo da quarant’anni a questa parte: in particolare all’accelerazione del ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate. Nulla esclude, ovviamente, che si possa fare meglio: anche qui ogni contributo ulteriore sarà il benvenuto.
16. Articolo 2107: “sull’orario di lavoro, mi pare insufficiente un rinvio agli standard minimi europei”. – Infatti non si prevede, per ora, l’abrogazione del d.lgs. n. 66/2003 né delle altre leggi di recezione delle direttive comunitarie in materia di orario di lavoro. Ho intenzione, però, nel prossimo futuro, di provare a compiere anche su questa materia lo stesso lavoro di semplificazione e sintesi svolto in materia di part-time e di congedi parentali, in modo che il contenuto del nuovo Codice possa sostituire integralmente quelle leggi.
17. “Ti ho segnalato questi dubbi proprio perché il dialogo e il confronto continui”. – Di questo ringrazio cordialmente Donata Gottardi, auspicando che anche tutti gli altri colleghi giuslavoristi non già coinvolti in questo lavoro facciano altrettanto.”
Pietro Ichino

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