mercoledì 28 maggio 2008

La pensione dei giovani di oggi

Carlo si pone un problema che molti giovani come lui non sempre si pongono. La pensione del futuro è un problema molto serio, non l'unico perchè oggi vi è il problema dei disoccupati, di coloro che sono in cerca di prima occupazione, dei bassi salari e pensioni, dei precari. In definitiva tanta incertezza nel futuro e questa incertezza è alimentata anche dalla pensione futura di Carlo e di tanti altri giovani. L'Italia rispetto agli altri paesi europei penalizza i giovani e limita la loro crescita nel campo professionale, politico e affettivo.
La pensione dei giovani di oggi è incerta non nella sua erogazione ma nel suo ammontare ed è più bassa rispetto a quella dei loro genitori. Infatti la pensione dei figli nelle migliori previsioni non supererà il 60% dell'ultima retribuzione. Mentre la pensione retributiva dei genitori ammonta all'80% dell'ultima retribuzione con 40 anni di contribuzione. Inoltre, è prevista per la pensione retributiva l'integrazione al trattamento minimo per le pensioni più basse il cui importo è inferiore ad un certo limite.
L'assenza di riforme strutturali a favore dei figli, il basso sviluppo demografico dell'Italia e la redistribuzione della ricchezza tra genitori e figli a favore dei primi non aiuta i giovani di oggi ad avere più certezza nel loro futuro pensionistico. Per approfondire l'argomento si consiglia di leggere: Tito Boeri - Vincenzo Galasso, Contro i giovani, Mondadori, 2007; Massimo Gaggi - Edoardo Narduzzi, Piena disoccupazone, Einaudi, 2007. Lo slogan che riflette la situazione dell'Italia è "Di più ai genitori e meno ai figli". Per coloro che vogliano approfondire l'argomento si allega un manuale sulle pensioni.
Leggiamo cosa scrive il nostro amico Carlo.
"Ogni tanto, sempre più raramente a dire il vero, ci sono articoli che esortano i giovani a far sentire la propria voce sul loro futuro.
A 34 anni non mi ritengo giovane e tuttavia sono accomunato ai più giovani lavoratori perché la mia pensione sarà calcolata con il sistema contributivo, a differenza di mio padre che ha usufruito del sistema retributivo.
La mia situazione lavorativa presente è buona perché ho un contratto a tempo indeterminato in una grande azienda, però il capitolo pensione desta in me una certa preoccupazione: la prospettiva di dover sopportare una radicale e repentina diminuzione del mio reddito quando andrò in pensione mi inquieta.
Ho iniziato dunque una ricerca con due obbiettivi: capire quanti contributi ho versato sinora e chiarirmi le idee su quando e con quanto andrò in pensione.
I primi passi non sono stati difficili: l'INPS (http://www.inps.it/) mette a disposizione servizi on-line che permettono di avere l'estratto conto dei propri contributi nonché il calcolo della pensione futura. Il risultato è stato simile ad uno schiaffo: dopo 7 anni di contributi, ho diritto ad un assegno mensile lordo (su 13 mensilità) di 280 euro.
Pochino a dire il vero, però è solo su sette anni di contributi, penso. Dal sito internet però non si evince a partire da quale anno mi verrà erogata la pensione. In altre parole, quando potrò andare in pensione?
In questo è molto utile un altro sito dell'INPS, TuttoInps (www.inps.it/Doc/TuttoInps), che illustra i requisiti per andare in pensione.
Nell'ipotesi lavori continuativamente, potrò andare in pensione a 63 anni: a quell'età avrò raggiunto quota 97 tra età anagrafica (63 anni) e contributi (34/35 anni). Al netto di eventuali riscatti di anni di università e servizio militare.
Il dato di 280 euro non mi dice molto sul modo di calcolare la pensione e così, anche su indicazione degli operatori del numero verde INPS, mi reco all'ufficio territoriale dell'INPS. L'esperienza non è delle migliori perché dopo due ore circa di attesa mi sento rispondere che i sistemi informativi sono momentaneamente fuori uso e che comunque non potrebbero fornirmi il dettaglio dei contributi versati in questi anni.
Su mia insistenza l'impiegata si impegna a cercare i dati e inviarmeli via posta. E così avviene! Dopo circa 20 giorni ricevo a casa un estratto conto più dettagliato di quello presente on-line in cui compare un dato interessante: il tasso di rivalutazione delle miei contributi.
Ogni anno io e il mio datore di lavoro versiamo all'INPS il 33% del mio reddito imponibile (in misura del 9,89% di tasca mia e il restante da parte del datore di lavoro), che va a sommarsi a quanto già versato negli anni precedenti. Questo capitale è il cosiddetto montante. Il montante ogni anno viene rivalutato di un tasso che mai sentito prima: la variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL). È un dato non arbitrario in quanto è calcolato dall'ISTAT e da quando lavoro non è mai andato oltre il 5%. Nel 2006 è stato il 3,5%.
Sinceramente mi sarei aspettato un tasso di rivalutazione legato ad altri indici come il tasso di interesse dell'euro oppure il tasso di inflazione. Invece per la mia pensione mi trovo questo tasso poco conosciuto. Un’altro ragionamento che faccio è legato alla natura dell’investimento che sto facendo: investo risorse nello Stato affinché mi garantisca una rendita vitalizia quando andrò in pensione e dunque dal punto di vista finanziario faccio una operazione simile a chi acquista buoni del tesoro. La differenza è che il BTP a trent’anni dà il 4,4% netto, non il 3,5% lordo.
Per vedere crescere il mio montante le leve son dunque due: il mio reddito e il PIL dell'Italia. Sul primo fattore sta a me darmi da fare per farlo crescere, sul secondo invece ho poco potere di controllo, se non il voto e la certezza che l’Italia è un paese a bassa crescita.
Ad alleviare in parte questo sconforto per il basso rendimento dei contributi c'è da dire che quando si va in pensione il montante viene moltiplicato per un altro coefficiente che cresce con l'età, sino ad arrivare a 6,136% per chi va in pensione a 65 anni.
Tuttavia lo sconforto è alto: una parte non trascurabile del mio reddito e una cifra molto più alta di contributi del mio datore di lavoro finiscono ad un ente che li rivaluta secondo un tasso non legato al costo della vita. L'idea di versare ulteriori contributi per riscattare gli anni di studio universitario a questo punto non mi interessa molto, se poi vengono rivalutati così poco. Meglio indirizzarsi verso altre forme di previdenza, come la polizza dove metto già il mio TFR, che mi garantisce un minimo del 4%.
La situazione economica attuale che somma bassa crescita e inflazione sostenuta si proietta anche sulla mia pensione: ciò che accantono, al pari del mio reddito viene eroso dalla inflazione.
I miei genitori sapevano con buona approssimazione l’importo del loro assegno: una buona percentuale della loro busta paga. A me non è dato sapere con la stessa precisione".
Carlo Sardini

6 commenti:

Cycya ha detto...

Essere giovani al giorno d'oggi è sempre più difficile...non solo bisogna combattere con i problemi che affliggono la società ma bisogna anche "cercare di sopravvivere" accontentandosi di piccoli lavori saltuari o di lavori anche a tempo indeterminato ma che non danno una sicurezza economica nè per il presente nè per il futuro.
Io sono una giovane "occupata", purtroppo per l'Istat faccio parte di questa categoria anche se lavoro solo tre ore al giorno per una retribuzione mensile di 392,00 € che sono comunque commisurate alle ore lavorative svolte...ho 31 anni, sono laureata in sociologia e mi ritrovo a fare la segretaria per uno studio legale. Non mi posso lamentare, faccio comunque parte della schiera dei privilegiati, ma come posso pensare di metter su famiglia se con quello che guadagno non riesco a sostenere nemmeno le spese personali? Sono continuamente alla ricerca di qualche altro lavoretto, mi faccio "sfruttare" collaborando con l'università (contratti di co.co.co. che più che procurarmi un guadagno mi fanno perdere la salute) o facendo gli inventari per la grande distribuzione tramite agenzie per il lavoro...
Spesso mi ritrovo a non voler pensare al presente. Bene, guardiamo al futuro! Il futuro? Se Carlo non può sapere con precisione a quanto ammonterà la sua pensione...io semplicemente non lo VOGLIO sapere per non deprimermi ulteriormente...con tre ore di lavoro al giorno ma quanti contributi posso aver versato in due anni e mezzo che sono inquadrata?Attualmente non mi preoccupo di quanto percepirò di pensione o se mi spetterà la pensione, è meglio concentrarsi su quando avrò un lavoro che mi permetta di vivere e non sopravvivere.

Marco Ferrari ha detto...

La pensione: i tre pilastri della previdenza. La "previdenza sociale" costituisce uno dei principali obiettivi degli Stati moderni e consiste nella tutela dei lavoratori che hanno smesso di lavorare per motivi di età o sono temporaneamente o permanentemente incapaci di farlo (per malattie, infortuni, maternità). Al ricorrere di queste condizioni i lavoratori hanno diritto a ricevere una rendita, cioè una somma di denaro mensile; a chi smette di lavorare, dopo aver raggiunto l'età minima ovvero in quanto versi in una situazione di incapacità al lavoro, viene pagata la pensione, cioè una rendita vitalizia. Tale rendita è reversibile, vale a dire viene pagata al coniuge e, se minori di età, studenti o inabili al lavoro, ai figli del pensionato deceduto.
Per poter beneficiare della previdenza sociale i lavoratori debbono pagare mensilmente una somma di denaro che viene trattenuta dal loro stipendio (i c.d."contributi previdenziali"), cui si aggiungono i contributi versati dal datore di lavoro. Il versamento dei contributi è obbligatorio.
Il compito di raccogliere i contributi previdenziali e di pagare le pensioni è affidato a soggetti pubblici specializzati, gli Enti previdenziali. I principali sono l'INPS (che si occupa prevalentemente dei lavoratori privati) e l'INPDAP (che si occupa dei lavoratori pubblici).
La pensione obbligatoria (cioè derivante dal pagamento dei contributi obbligatori per legge) costituisce il primo pilastro della previdenza.
Considerato che la pensione obbligatoria può non assicurare da sola un adeguato tenore di vita, i lavoratori possono scegliere di destinare una parte del proprio risparmio alla costruzione di una rendita aggiuntiva, versando contributi alle forme pensionistiche complementari. Il versamento dei contributi è libero e volontario. Le forme pensionistiche complementari si distinguono in due categorie: i fondi pensione e i piani pensionistici individuali (PIP), entrambi sottoposti alla vigilanza della COVIP.
I fondi pensione costituiscono il secondo pilastro della previdenza e sono istituiti da banche, assicurazioni, SGR e SIM; possono essere chiusi o aperti. Ai fondi chiusi possono iscriversi solo i lavoratori che appartengono ad una determinata categoria (dipendenti di una particolare azienda, che svolgono un determinato tipo di lavoro o residenti in una particolare Regione); ai fondi aperti, invece, può iscriversi chiunque.
I PIP costituiscono il terzo pilastro della previdenza e si realizzano mediante polizze assicurative (contratti di assicurazione sulla vita a scopo previdenziale). Io aggiungerei anche l'investimento in azioni, obbligazioni, titoli di stato, fondi comuni, piani di accumulo,...

Energie Nuove ha detto...

molto bene Antonino. Noi di Energie Nuove stiamo pensando a qualcosa che possiamo fare insieme

Antonino Leone ha detto...

Il Governatore della Banca d'Italia nella sua relazione annuale ha posto la questione dei giovani. "I protagonisti della ripresa, ha affermato Draghi, devono essere coloro che hanno in mano il futuro: i giovani, oggi mortificati da un'istruzione inadeguata, da un mercato del lavoro che li discrimina a favore dei più anziani, da un'organizzazione che troppo spesso non premia il merito". Inoltre, Draghi pone l'attenzione sull'innalzamento dell'età pensionabile e sul superamento dell'incumulabilità tra lavoro e pensione. La mortificazione dei giovani è riconosciuta ed occorre superarla con un disegno organico di riforme che interessino l'istruzione, il mercato del lavoro ed il merito nei luoghi di lavoro.

elisa.lp ha detto...

Passiamo all'operativo visto che quello sollevato credo sia un aspetto davvero importante per il nostro futuro di giovani o quasi giovani. Ho del materiale approfondito e di facile comprensione sui tre pilastri della previdenza; sulle tabelle per calcolare quando e con quanto si può andare in pensione; sulla fiscalità agevolata per chi versa dei risparmi in un fondo pensione (e prima si comincia meglio è anche se si versano bassissime cifre).
è palese il conflitto di interesse visto che sono un assicuratrice, ma approfitterei dei tanti professionisti che ci sono nel PD per approfondire la tematica e promuovere delle corrette informazioni al riguardo, con dei mezzi magari più "giovani" della solita conferenza, magari una presentazione in power point anche breve che rimandi ad un incontro oppure ad approfondimenti sul nostro sito, o non so........

Gianni Cailotto ha detto...

La Legge 335/1995 (Riforma Dini) ha introdotto la formula del sistema contributivo per il calcolo delle pensioni, in modo totale per chi ha solo contribuzione successiva al 1/1/1996, parziale per chi ha meno di 18 anni di contribuzione al 31/12/1995.
L’importo della pensione si calcola moltiplicando il montante individuale dei contributi per il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato al momento del pensionamento. Per determinare il montante si individua per prima cosa la base imponibile annua, vale a dire la retribuzione annua per i dipendenti o il reddito per gli autonomi e si calcola l’ammontare dei contributi per ciascun anno moltiplicando questo importo per l’aliquota di computo, pari al 33 % per i dipendenti ed al 20 % per i lavoratori autonomi .
L’ammontare annuo così ottenuto viene sommato e rivalutato al 31 dicembre di ciascun anno al tasso di capitalizzazione dato dalla variazione media quinquennale del PIL calcolato dall’Istat con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare.
A tale montante si applica il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato alla data di decorrenza della pensione che era inizialmente fissata a partire dall’età di 57 anni.
La legge 243/2004 (Berlusconi /Maroni) ha disposto che dal 1/1/2008 il passaggio ai 65 anni dell’età di vecchiaia per il contributivo (60 per le donne se l’ importo pensionistico è superiore ad un certo limite). Rimane la possibilità del pensionamento di anzianità, per i quali l’ultima finanziaria del Governo Prodi ha reso utili anche i periodi di riscatto degli anni di laurea, pagabili in 10 anni senza interessi.
Mentre la formula di calcolo retributivo era pensata per un modello occupazionale riferito alla predominanza di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, con carriere salariali ascendenti nel tempo, la formula contributiva sembra accompagnare e prendere atto di un modello di lavoro flessibile, discontinuo e variabile. Viene eliminato il parametro degli anni di contribuzione (bastano 5 anni di assicurazione per la vecchiaia contro i 20 minimi del sistema retributivo) e si fa riferimento ad un parametro contributivo rapportato solo all’ importo percepito e non anche alla sua durata. Si tratta evidentemente di un sistema che può favorire o penalizzare a seconda delle singole vite assicurative ed il cui rendimento risulterà probabilmente inferiore rispetto al sistema retributivo. Per questo motivo, per equità generazionale, sarebbe stata opportuna la sua estensione, in pro rata rispetto al maturato dopo il 1/1/96, a tutti i lavoratori, senza creare, a parità di contribuzione, situazioni diversificate di calcolo dal tutto retributivo, al misto, o al tutto contributivo, che caratterizzerà ancora per decenni il sistema previdenziale italiano.