sabato 10 marzo 2012

GIDP: ricerca sull’art.18

L’associazione dei responsabili delle risorse umane Gidp ha effettuato una ricerca ponendo 20 domande a 168 Direttori del Personale iscritti all’associazione stessa, appartenenti ad importanti realtà imprenditoriali. Le aziende in questione sono, infatti, caratterizzate dalle grandi dimensioni (ben il 60,12% conta oltre 500 dipendenti) e sono, per quanto concerne la proprietà, soprattutto Multinazionali (44,64%). Per la maggior parte collocate nel Nord ovest (61,90%) o dislocate su diverse aree geografiche (19,64%), le imprese operano in numerosi settori merceologi, altamente differenziati tra loro e ciò non fa che rendere ancor più rappresentativa l’immagine emersa dalla survey. Si passa dal 17,86% dell’industria meccanica, al 10,12% del credito, al 9,52% del commercio.
Dalla ricerca è emerso che: - “L’abrogazione dell’articolo 18 determina un più efficiente funzionamento dell’attuale mercato del lavoro, diminuisce il livello del contenzioso, non peggiora le relazioni sindacali in azienda e riduce il ricorso a contratti di lavoro flessibili; Una sua modifica non solo comporta un minor dispendio di risorse in termini di risarcimenti che possono essere destinati alla ricollocazione e formazione dei lavoratori – ma favorisce anche l’occupazione nelle PMI”.
Dalla ricerca emerge quanto segue:
- Il 67,53% dei Direttori del Personale dichiara che l’abrogazione dell’art.18 determinerebbe un più efficiente funzionamento dell’attuale mercato del lavoro
- Per il 62,34% l’abrogazione dell'art.18 comporterebbe un più contenuto ricorso a contratti di lavoro flessibile
- La soppressione dell'art.18 (se si limita la tutela del posto di lavoro al solo caso del licenziamento discriminatorio od altre ipotesi disciplinari) ridurrebbe il livello del contenzioso nel 49,35% dei casi
- In caso di licenziamento individuale o collettivo, senza più la garanzia dell’art.18, sarebbe opportuno (per il 62,34%) limitare nel tempo i sussidi di disoccupazione
- Una modifica dell'art.18 da applicare alle aziende superiori a 50 dipendenti potrebbe favorire abbastanza (68,18%) l’occupazione nelle piccole/medie imprese
- Se fosse abrogato l’obbligo di reintegrazione del lavoratore di cui all’art.18, la misura dell'indennità risarcitoria spettante al lavoratore non dovrebbe essere stabilita in misura fissa (per il 59,74% del campione), ma sarebbe preferibile per il 68,83% dei Direttori un’indennità risarcitoria variabile, compresa tra 6 e 18 mensilità
- Se l'art.18 prevedesse una misura massima di risarcimento (24 mesi) le aziende potrebbero farsi carico dei costi di ricollocazione (outplacement 10/15% della retribuzione lorda annua del licenziato) e dei costi della formazione per il reinserimento (67,53%)
- Oltre che per poter licenziare per il 61,04% dei Direttori HR la modifica dell'art.18 può servire per tenere alta la tensione e la collaborazione sui risultati aziendali
Con riferimento alla esperienza diretta dei Direttori del personale in azienda emerge che:
- il 46,81% dichiara che l'eventuale abolizione dell'art.18 non peggiorerebbe per niente le relazioni sindacali nella propria impresa o le peggiorerebbe di poco (39,72%)
- al 43,97% è capitato di veder reintegrato un lavoratore dal giudice in base all'art.18 e tra coloro a cui è capitato e che hanno deciso di ricorrere in secondo grado (cioè il 32,14%) solo il 38,78% ha vinto.
Il Presidente Nazionale di GIDP, Paolo Citterio, commenta i risultati con la seguente dichiarazione:
“Fatto salvo che il 68% dei Direttori auspica da parte della Fornero l’abrogazione dell’art.18, emerge una viva preoccupazione da parte dei Direttori HR interrogati a fronte delle reintegrazioni “subite” in connessione all’art.18 in quanto a ben il 43,97% dei colleghi è capitato di dover riassumere un lavoratore su pronuncia del magistrato di primo grado (il 39% dei colleghi ha però vinto la causa ricorrendo!).
Ciò che preoccupa in particolare per gli oneri rilevantissimi a carico delle imprese è che ben il 39,7% del campione ha assistito al reintegro di uno o più lavoratori - allontanati “ingiustamente” dal proprio posto di lavoro – dopo un lasso di tempo che va da 2 anni a 5 anni e più, sinonimo questo di elevati importi di indennità risarcitoria che non tutte le aziende possono sopportare, specialmente in questo periodo.
Ritengo che la cosiddetta “flexsecurity“, auspicata da molti parlamentari di diversi schieramenti politici e indubbiamente bipartisan, sia voluta anche dal mondo delle imprese e in particolare dai Direttori HR. Questi ultimi non temono che la “flexsecurity“ comprometta le loro relazioni sindacali in azienda e anzi sarebbero propensi a destinare le risorse risparmiate dalla diminuzione del contenzioso al sostegno dei costi di ricollocazione (utilizzando validi strumenti di outplacement) e formazione dei lavoratori, in particolare se si potesse prevedere una misura massima di risarcimento (12 mesi o poco più)”.
Ritengo che la ricerca sia molto utile per conoscere il pensiero dei responsabili delle risorse umane in merito all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori ma ipotizzare il caso della eliminazione dell’art. 18 non è realistico in quanto nessuno sostiene tale posizione nel confronto politico e sindacale. Certamente la ricerca è utile per capire in che modo l’art. 18 possa essere attualizzato per rimuovere gli ostacoli che purtroppo esistono nel mercato del lavoro, rimanendo ferme le tutele nei confronti dei lavoratori anzi ampliandole con un mix di servizi (riqualificazione professionale, outplacement, adeguamento dei sussidi) finora non realizzati in Italia. Inoltre, occorre disciplinare ex novo il licenziamento per motivi economici per consentire alle aziende di adeguare la pianta organica alla domanda del mercato. 

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giovedì 8 marzo 2012

Parentopoli della Lega

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Alfano a disposizione di Berlusconi

Ieri il segretario del Pdl ha disertato la riunione a Palazzo Chigi con il Presidente del Consiglio,   Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini. In un primo momento Alfano aveva dichiarato in Facebook che sarebbe stato presente all’incontro e subito dopo cambia posizione in quanto all’incontro si dovrebbe discutere di Giustizia e Rai che, secondo lui, non rientrano nell’agenda del Governo Monti, il quale è nato per risolvere l’emergenze economica.
L’incontro non aveva un ordine del giorno prestabilito.
Alfano non tiene conto che il tema della Giustizia ed in particolare della corruzione rientrano  in modo completo nell’emergenza economica. Basti pensare che la corruzione altera  la libera concorrenza ed ammonta a circa 60 miliardi e la Giustizia lenta in Italia non attrae gli investimenti esteri.
La Rai, lottizzata dai partiti, va bene così a Berlusconi perché non tocca i suoi interessi televisivi. Anche su questo fronte il paese rischia di perdere credibilità internazionale dopo gli sforzi positivi effettuati da Monti. La Rai, come la giustizia, ha le sue interconnessioni con la situazione economica del paese.  Il miglioramento della qualità dei servizi e dei conti della Rai incidono nell’economia del paese.
La filosofia del Cavaliere nei confronti del Governo Monti è la seguente: Monti non deve interessarsi di temi ed argomenti che mettono in difficoltà Berlusconi. Fino a quando gli interessi del Pdl, i quali coincidono con gli interessi di Berlusconi, non vengono toccati ci sarà pieno appoggio a Monti. In caso contrario, come la riunione di ieri, il Pdl con il servo di turno prende le distanze e minaccia Monti.
Intanto nella commissione competente il disegno di legge sulla corruzione non fa passi avanti in quanto i rappresentanti del Pdl esprimono la loro contrarietà ad includere nuovi reati, ad innalzare le sanzioni e riscrivere la prescrizione.
L’aggiornamento del reato di corruzione deriva dalle convenzioni internazionali mai recepite in Italia e dalla legislazione vigente negli altri paesi.
Inoltre, occorre considerare che il Pdl è in profonda crisi lacerato da mille interessi e dall’assenza di una vera leadership. Berlusconi ha dichiarato, smentendo successivamente, che ad Alfano manca un quid. Tali problemi vengono scaricati sul Governo Monti, mettendo in secondo piano gli interessi dell’Italia, la quale non è uscita definitivamente dalla crisi e rischia di ritornarci se la capacità riformatrice del Governo Monti viene bloccata da interessi personali e privati.
A rendere più grave la crisi del Pdl sono le prossime elezioni amministrative e la rottura dell’alleanza con la Lega. Tali fattori portano ad una sonora sconfitta del Pdl.
Occorre tenere presente che Berlusconi in queste condizioni non può giocare la carta delle elezioni anticipate che perderebbe sicuramente.
A questo punto occorre che Monti prosegua per la sua strada e non si faccia condizionare dal Pdl perché le sue armi sono spuntate.

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domenica 4 marzo 2012

Giuseppe Civati, corruzionezero a Canossa

Un incontro di alto livello con interventi qualificati quello di Canossa sulla corruzione. Sono emerse delle proposte significative che, se realizzate,  potranno abbassare  l’alto livello di corruzione che esiste in Italia. Bisogna ricordare che l’Italia è posizionata al 69esimo posto su 182 paesi nella classifica dell'organizzazione Transparency International e che l’importo della corruzione è stimato dalla Corte dei Conti in circa 60/70 miliardi ogni anno.  L’alto tasso di corruzione aggrava la crisi del debito pubblico ed  indica che in Italia vi è una bassa trasparenza che non facilita certamente gli investimenti esteri nel nostro paese e non incoraggia il rapporto tra le PA ed i cittadini.
Occorre rimuovere gli ostacoli di natura culturale e creare nuove prospettive affinché la cultura della franchezza, della sincerità e della trasparenza possa affermarsi nel sistema politico e nelle PA.
La politica della falsità e delle bugie hanno causato nel tempo effetti devastanti. Si ricorda il crollo dei mercati finanziari causato dalle banche che hanno collocato mutui subprime presentati ai risparmiatori come sicuri, la guerra in Iraq che è stata determinata da rapporti opachi e non sinceri e le infiltrazioni mafiose nelle istituzioni e nell’economia grazie alla bassa trasparenza del sistema Italia.
La trasparenza totale, intesa come accessibilità ai dati ed alle informazioni relative al governo delle istituzioni, consente di co-creare valore con la partecipazione dei cittadini alla gestione dei servizi e di prevenire e reprimere i comportamenti illegali.
Concordo con Giulia Morini, la quale ha affermato in Twitter che “per battere la corruzione bisogna iniziare dalla trasparenza nella PA”.
Ritengo che nel protocollo finale di Canossa bisognava dedicare più spazio alla trasparenza totale delle amministrazioni centrali dello Stato e delle autonomie locali in quanto l’opacità e l’omertà rendono difficile il contrasto alla corruzione, alla evasione fiscale ed alla criminalità organizzata.
Il protocollo di Canossa
Prevenire la corruzione politica con la trasparenza e il controllo dal basso, l’open data e le nuove tecnologie. Tutti i partiti, fondazioni politiche e comitati elettorali dovranno pubblicare su un unico sito internet gestito da un ente terzo tutte le loro entrate e uscite superiori a 500 Euro per fonte o destinatario della transazione, con rendiconti ogni tre mesi e ogni mese nei sei mesi prima del voto. Riformare il finanziamento pubblico e privato ai partiti. Sul finanziamento pubblico, agganciare il rimborso alla spesa sostenuta, creare un organo deputato al controllo e riformare le sanzioni: multe, sospensione ed esclusione dall’assegnazione futura del rimborso. Sul finanziamento privato, introdurre un limite quantitativo e fattispecie penali per la violazione del limite al finanziamento.
Introdurre regole basilari di promozione e tutela della dignità della rappresentanza politica. Disciplinare per legge specifiche cause di ineleggibilità che inibiscano la candidatura e comportino l’automatica decadenza dalle funzioni di rappresentanza politica ad ogni livello dei condannati in via definitiva per i delitti contro la pubblica amministrazione. Eliminare i doppi incarichi, che prefigurino rapporti non corretti tra controllori e controllati, e contrastare gli episodi di familismo a ogni livello. Istituire un’anagrafe, anche tributaria, degli eletti e dei principali dirigenti dell’amministrazione pubblica, a livello locale e nazionale.
Contrastare la corruzione dei funzionari pubblici incentivando le pratiche di denuncia, indispensabili per far emergere l’enorme sacca di corruzione “nascosta” che attanaglia il sistema, e tutelando in modo efficace chi denuncia.
Per combattere la corruzione negli appalti, sempre più alimentata dalla criminalità organizzata, disciplinare per legge alcuni strumenti preventivi e sanzionatori già sperimentati in protocolli virtuosi di legalità (ad esempio il protocollo per la legalità negli appalti dei Comuni di Reggio Emilia e Forlì e del piccolo Comune di Merlino). Assicurare la trasparenza degli atti amministrativi attraverso la pubblicazione, sul sito internet dell’ente pubblico, delle consulenze e delle collaborazioni, di tutti gli appalti e dei subappalti, introducendo meccanismi di regolamentazione dei conflitti di interessi ed incentivando la nascita di stazioni uniche appaltanti dotate di adeguate strutture e professionalità. Promuovere la nascita di “white lists” di operatori economici dotati dei necessari requisiti di moralità professionale e condizionare l’aggiudicazione degli appalti – anche nel privato – al rispetto di detti requisiti: i soggetti dovranno cioè comunicare in modo trasparente la composizione della compagine societaria, compreso il casellario giudiziale dei titolari e dei soci, i bilanci dell’ultimo anno di attività, l’elenco di tutti i fornitori e subappaltatori. Estendere a tutto il territorio nazionale la carta etica dei professionisti di Modena (che prevede l’espulsione del professionista nel caso di condanna per reati mafiosi o la sospensione nel caso di indagini) e creare un osservatorio che la faccia rispettare e impegnare tutti gli amministratori eletti nel PD ad aderire alla Carta di Pisa.
Istituire un Osservatorio sul rischio corruzione, che operi un censimento di casi emersi e ne analizzi le corrispondenti procedure e processi decisionali, individuandone gli snodi critici e proponendone la riforma. Costruire una banca dati nazionale sulle statistiche giudiziarie penali per i reati contro la PA con una dimensione temporale, aggiornabile e aperta al pubblico e un indicatore di corruzione costituito da una parte “comune” relativa a variabili economiche, socio-culturali e demografiche e da una parte “specifica” relativa agli ordinamenti giuridici dei paesi europei.
Adottare gli strumenti previsti dalle convenzioni internazionali in materia di corruzione: introduzione delle fattispecie di autoriciclaggio, corruzione tra privati, interferenza illecita negli affari privati, revisione del falso in bilancio. Bisogna riformare il sistema della prescrizione, prevedendo, da un lato, la sospensione della prescrizione sostanziale dopo l’esercizio dell’azione penale, dall’altro un termine di prescrizione processuale che consenta di portare a termine il processo nel rispetto della ragionevole durata. Rivisitare il sistema sanzionatorio dei reati contro la pubblica amministrazione previsto dal codice penale, a partire da un cambio di prospettiva. Bisogna prevedere e garantire l’effettiva applicazione di severe sanzioni pecuniarie agganciate alla rilevanza del prezzo e del profitto del reato ed introdurre meccanismi fondati sul danno punitivo. Il risarcimento dovrà essere quantificato in modo più rapido e in base a moltiplicatori legati alla gravità del reato: nei casi più gravi anche il quadruplo del danno arrecato.

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Mafia: comportamenti contradditori del centro destra

L’assegnazione della cittadinanza onoraria a Pino Masciari, imprenditore calabrese e persona inflessibile nei confronti della mafia, e la dichiarazione del Sindaco che invita a “vigilare sulle infiltrazioni mafiose al Nord” ha indotto  il Pd a ricordare il recente comportamento del centro destra in Consiglio provinciale di Verona, il quale ha bocciato l’ordine del giorno proposto dai consiglieri del Pd contro la mafia. 
Occorre ricordare che i recenti convegni organizzati a Verona con Guido Papalia, procuratore generale della Corte di Appello di Brescia, ed a San Bonifacio con Pietro Grasso, procuratore Nazionale antimafia, nei quali è emerso chiaramente che la mafia non ha confini territoriali ed è già penetrata nelle regioni del Nord.
"Se fino a qualche anno fa l'intervento diretto della mafia nella gestione degli affari politico/amministrativi, ha dichiarato Guido Papalia, sembrava avvenire esclusivamente nelle regioni del sud dove la mafia e tradizionalmente ben radicata, oggi, come hanno dimostrato recenti indagini della magistratura sull'asse Milano Reggio Calabria, tale pericolo è presente anche in molte zone del nord Italia”.
Secondo Grasso l'intrecciarsi di alcuni fattori, tra cui la crisi economica e la scarsa disponibilità di liquidità delle imprese locali rappresentano terreno fertile per le organizzazioni criminali, che al Nord e in particolare nel Veneto cercano di ripulire i soldi derivanti dalle attività illecite.
“Bene l'onorificenza a Pino Masciari, imprenditore calabrese testimone di giustizia, ma per contrastare efficacemente il pericolo di infiltrazioni mafiose nella nostra economia e nelle opere pubbliche servono azioni sinergiche tra tutti gli enti, mentre Pdl e Lega in Provincia vanno in direzione contraria rispetto a quanto stanno facendo in Comune”. Così il candidato sindaco Michele Bertucco e il capogruppo Pd in Provincia Diego Zardini ritornano sul pericolo infiltrazioni.
“Mentre il Pdl e la Lega in Comune premiavano uomini antimafia come Pino Masciari, a cui ieri è stata conferita la cittadinanza onoraria, la stessa maggioranza in Provincia bocciava la mozione anti-mafia presentata dal Pd durante l'ultimo consiglio provinciale, mostrandosi refrattaria ad ogni discussione in merito – spiega Zardini – eppure l'allarme infiltrazioni era stato rilanciato poche settimane prima dallo stesso Procuratore Nazionale antimafia Piero Grasso durante un incontro pubblico a San Bonifacio. Il Pd chiede di non limitare l'attività del Gruppo Interforze istituito presso la Prefettura di Verona alle sole opere comprese nella Legge Obbiettivo (esempio il Traforo delle Torricelle e la Tav) ma di allargare il monitoraggio delle opere sensibili e potenzialmente a rischio di infiltrazioni anche ad altre importanti interventi come il Motorcity, il Centro Agroalimentare di Trevenzuolo, il Centro Logistico di Isola della Scala, la Nogara-Mare e altre opere. Risibile la giustificazione al voto contrario data dall'assessore provinciale alla Sicurezza della Lega Codognola, secondo il quale una richiesta in tal senso potrebbe suonare come un segnale di sfiducia nei confronti delle forze dell'ordine. L'obbiettivo della mozione è invece quello di dare a Polizia e Carabinieri strumenti ulteriori, in analogia a quanto già accade per le opere rientranti nella Legge Obbiettivo che devono venire obbligatoriamente monitorate. La richiesta va dunque nella direzione di tutelare la legalità, le imprese oneste e il corretto funzionamento dell'economia. Chiediamo con forza che il tema venga riconsiderato e che si trovi il modo per presentare e approvare una nuova mozione”.
Aggiunge Bertucco: “Il fatto che su argomenti importanti e delicati Lega e Pdl vadano in ordine sparso in Comune e in Provincia dimostra che queste forze politiche sono diventate inadeguate a governare il territorio. Il ricco paniere di opere pubbliche previste a Verona, alimentato a dismisura e spesso senza reale necessità proprio da queste stesse maggioranze, rappresenta un piatto ricco per le mafie che come è noto riciclano il loro denaro sporco nelle economie più ricche e dinamiche del Nord. E' dovere delle amministrazioni comunali, al di là degli obblighi di legge, fare tutto quanto è in loro dovere per prevenire questi rischi. Ci aspettiamo che la Lega parli con una sola lingua in Comune come in Provincia, altrimenti ci autorizzerebbero a credere che quel poco che fanno sia solo finalizzato all'immagine a alla propaganda”.
La Mafia ovviamente ringrazia per la divisione che si è realizzata in Consiglio Provinciale per responsabilità del centro destra che ha bocciato la mozione del Pd e continua i propria affari.
Mozione del Pd presentata in Consiglio provinciale di Verona: mafia e illegalità arrivano a Verona e’ necessario comprendere le opere pubbliche locali tra quelle che l’istituito gruppo interforze già controlla Il Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, a San Bonifacio ha rilanciato l’allarme sulla concreta possibilità di infiltrazione della criminalità a Verona.
Addirittura, si è detto che il Veneto è terra di mafia, che la crisi la favorisce, che è aiutata dalla falsa credenza che qui la mafia non ci sia, che il sistema mafioso si starebbe diffondendo attraverso la cultura del denaro facile, tanto che si è paventato che stiamo passando da locomotiva economica a lavatrice del denaro sporco.
Le organizzazioni criminali punterebbero sul Veneto per investire i loro profitti illeciti, dove potersi inserire nell´imprenditoria sana, attraverso capitali che, in un momento di crisi di liquidità, hanno un potere maggiore e quindi hanno la capacità di finanziare anche aziende che sono in difficoltà. Insomma, la crisi attuale aiuterebbe la mafia.
Il Veneto sarebbe anche Regione di transito dei traffici illeciti verso gli altri Paesi del Nord e dell´Est europeo.
Pare che ad oggi non ci sarebbe un vero e proprio controllo territoriale mafioso, ci sarebbero, però, già i soldi, dopo i quali arriva la mafia. Nel Veneto ci sono 85 beni confiscati, molti dei quali anche qui a Verona.
La mafia è favorita dalla crisi. Ma a Verona ci sarà anche altro.
Nei prossimi anni saranno investiti miliardi di euro in tante opere faraoniche, alcune delle quali assolutamente inutili e dannose per il nostro territorio. Questo enorme volume di denaro potrebbe attirare l'interesse della criminalità organizzata che ha necessità di riciclare i capitali illeciti e potrebbe inquinare l'economia legale.
Verona ha gli anticorpi per fronteggiare questo pericolo? Quali sono i segnali, le azioni da porre in essere? Spiace osservare che non se ne parla da nessuna parte.
Con decreto interministeriale 14 marzo 2003 è stato costituito anche a Verona presso la Prefettura un Gruppo Interforze/tavolo di valutazione sulle grandi opere pubbliche di carattere strategico individuate dalla c.d. legge obiettivo composto da un rappresentante ciascuno per Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Direzione Investigativa Antimafia, Provveditorato alle Opere Pubbliche e Ispettorato del Lavoro.
Sul nostro territorio non vi saranno solo grandi appalti legati alle opere previste nella legge obiettivo. Infatti, tra gli altri è altamente possibile che avremo motor city (Trevenzuolo/Vigasio), logistica (Vigasio, Nogarole, Isola d/S, forse Sommacampagna), agroalimentare (Trevenzuolo), centro commerciale (Vigasio), rilevanti collegamenti viabilistici interni pseudo autostradali tra Nogara/Mare Adriatico e mediana (Nogara e Isola della Scala), tra A/22 e mediana (Isolalta di Vigasio e Trevenzuolo), tra Ti.Bre. e A/22 ad Affi (Valeggio Sul Mincio e Castelnuovo), la mediana provinciale Nogarole Rocca-Soave, i tanti piani degli interventi dei Comuni nel delicato settore dell’edilizia, forse un Ippodromo (area Verona sud) ed altro ancora. In quale sede queste occasioni vengono affrontate?
Attesa la delicatezza del fenomeno, proponiamo al Prefetto di Verona di costituire un tavolo di valutazione anche per le grandi opere a carattere locale che non rientrano nella legge obiettivo, ma che sono ugualmente “pericolose” per gli importi che necessitano, in modo da seguire tutte le procedure previste e attuare stringenti forme di controllo attraverso le Forze di Polizia e/o altri Enti ispettivi.
Peraltro, dal 18 novembre 2003 è stato reso operativo presso la Direzione Investigativa Antimafia “l’Osservatorio Centrale sugli Appalti”, per monitorare gli appalti pubblici relativi alle “Grandi Opere”, per la prevenzione e la repressione dei tentativi di infiltrazione mafiosa.
L’Osservatorio mantiene un costante collegamento con i Gruppi Interforze, finalizzato all’acquisizione e allo scambio di dati afferenti alla vigilanza sui cantieri, con specifico riferimento agli accessi eseguiti presso gli stessi in modo da avere una visione globale di tutti i soggetti impegnati nei cantieri aperti sul territorio nazionale (sia persone giuridiche che fisiche) e la presenza, sui cantieri stessi, di mezzi e personale di società riconducibili alla criminalità organizzata.
Il Consiglio Provinciale chiede al Presidente, membro effettivo del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, di supportare presso il Prefetto la suddetta proposta.

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Equitalia: solidarietà ai dipendenti

Le continue minacce ed episodi di violenza nei confronti dei dipendenti di Equitalia hanno indotto la settima commissione del Consiglio Provinciale di Verona, presieduta dal consigliere Pd Lorenzo Dalai, a discutere  del clima di intimidazione nei confronti dei 110 dipendenti veronesi.  Hanno espresso condivisione i rappresentanti sindacali dei lavoratori:  Pier Nicola Pisani (Fisac Cgil), Remo Pezzini (Fiba Cisl) e Paolo Franchini (Fabi), sottolineando che le attività di Equitalia sono regolate dalle leggi vigenti in materia e si rivolgono alla lotta all’evasione. I membri della Commissione in rappresentanza di tutti i Partiti presenti in consiglio provinciale hanno espresso unanimemente solidarietà ai dipendenti di Equitalia.
 “Da alcuni mesi, dichiara Lorenzo Dalai,  si assiste ad una campagna che tende a criminalizzare Equitalia, i suoi dipendenti ed in definitiva lo stesso recupero delle tasse non pagate. Evidentemente alcune formazioni politiche hanno individuato in questa campagna un modo di giustificare la loro esistenza e di farsi un po' di propaganda demagogica. Purtroppo però non si tratta di semplici goliardate ma di veri e propri incitamenti al ribellismo ed alla violenza. La riprova viene dai numeri (centinaia di fatti) della concomitante escalation di episodi di minacce, violenze ed attentati che hanno avuto come bersaglio i dipendenti dell'azienda di riscossione, che ricordo è partecipata al 51% dal Tesoro ed al 49% dall'Inps”.
Ora ci sono tre aspetti del problema, continua il consigliere Dalai, da tenere ben presenti: i dipendenti, che non fanno altro che applicare le leggi in vigore e che non hanno nessuna discrezionalità nell'applicarle, ma hanno il sacrosanto diritto di poter lavorare in serenità, la questione istituzionale, ovvero le tasse devono essere pagate, tutti devono pagare le tasse, affinché tutti possano pagarne un po' meno e nel contempo possano essere garantiti i diritti alla salute, all'istruzione, ecc. ed infine i comportamenti di Equitalia Spa, che con opportuni aggiustamenti nelle sedi dovute (Senato e Camera dei Deputati) possono essere improntati ad una forma di più attiva collaborazione e comprensione nei riguardi dei cittadini, che devono essere considerati sempre come tali, anche se "morosi", e non come sudditi.
Auspico, conclude Lorenzo Dalai, che la pressione che si sta esercitando trasversalmente sui parlamentari possa arrivare a sciogliere i nodi critici emersi nel rapporto tra Equitalia e cittadini, rigettando nel contempo ogni e qualsiasi acquiescenza nei riguardi dei violenti e di chi tende a giustificarli”.
Le forze politiche sono impegnate a modificare la legislazione vigente al fine di consentire una rateizzazione (consiglieri della Lega, Ivan Castelletti e Simone De Falco) dell’indebito più lunga, passando da 72 rate a 120, sanzioni proporzionate al livello del debito da riscuotere e compensazioni tra i debiti-crediti che i contribuenti hanno con la pubblica amministrazione consigliere Diego Zardini).
Si spera che il Consiglio Provinciale dopo gli incontri programmati per la giornata di lunedì con i parlamentari veronesi approvi all’unanimità uno specifico documento da sottoporre all’attenzione del Parlamento per la modifica della legislazione vigente.

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giovedì 1 marzo 2012

A Verona occorre organizzazione, trasparenza e competenze

Intervista a Antonino Leone, responsabile PA del PD di Verona, a cura di Michele Marcolongo
Accade quasi sempre che durante la campagna elettorale i candidati si focalizzino sui problemi della città e tralasciano la struttura organizzativa del Comune. Ritiene rilevante trattare anche questo argomento? Se sì può indicarne le motivazioni?
L’attuale grave crisi economica del paese ci impone di intraprendere una strada impegnativa, quella del miglioramento continuo dei servizi amministrativi del Comune. Per fare questo occorre ridisegnare l’organizzazione del comune ed adattarla ai cambiamenti avvenuti nel pianeta, tenendo presente l’economicità di gestione dei servizi. Quindi, eliminare i doppioni, gli sprechi, i privilegi e le attività inutili, pensare per processi ed attività e non per adempimenti, valorizzare le conoscenze, le competenze e le capacità delle persone che operano nel comune. Inoltre, occorre analizzare il clima organizzativo del Comune, valorizzare la relazione tra organizzazione e persone ed organizzare il lavoro per farlo diventare più produttivo e gradevole.
I servizi alla città hanno sempre più bisogno di una struttura organizzativa efficiente ed efficace che espliciti gli obiettivi da conseguire e per tale motivo occorre riposizionare l’organizzazione del Comune.
Quali sono le scelte effettuate dalla Giunta di Verona in materia di organizzazione che lei non condivide?
Ritengo che l’Amministrazione Comunale in materia organizzativa è chiusa in se stessa e non vuole intrusi che possano rimettere in discussione l’equilibrio della struttura. Infatti, i fattori sui quali costruire il miglioramento continuo sono utilizzati male o per nulla considerati. Mi riferisco alla trasparenza totale interna ed esterna, alla valutazione indipendente, alle competenze, al benchmarking.
Tali fattori possono essere giustamente applicati attraverso l’introduzione dello strumento del performance management che a sua volta si basa su altri fattori di notevole importanza. Tutto questo l’Amministrazione di Verona non lo ha fatto o lo ha introdotto solo formalmente.
La trasparenza quali effetti produce nei dipendenti e nei cittadini? La trasparenza totale ha un rapporto inversamente proporzionale con la corruzione: più alta è la trasparenza e più basso è il tasso di corruzione. La politica della falsità e delle bugie hanno causato nel tempo effetti devastanti. Si ricorda il crollo dei mercati finanziari causato dalle banche che hanno collocato mutui subprime presentati ai risparmiatori come sicuri.
La trasparenza totale, intesa come accessibilità ai dati ed alle informazioni relative al governo della città, consente di co-creare valore con la partecipazione dei cittadini alla gestione dei servizi. Per realizzare questo obiettivo è necessario che i cittadini siano compiutamente informati dal Comune di Verona, il quale è tenuto a rendere trasparenti tutti i dati e le informazioni inerenti l’organizzazione e la performance dei servizi erogati. In assenza di tale fattore i cittadini ed i soggetti interessati non sono in grado di partecipare alla gestione dei servizi con proposte, interventi, indagini, ricerche e studi.
Occorre introdurre i seguenti strumenti per realizzare un’ampia partecipazione:
- un sistema di rilevazione ed elaborazione in tempo reale delle valutazioni degli utenti sulla qualità del servizio ricevuto (Internet-based Reputation System);
- la realizzazione di un confronto ed un dialogo democratico (pubblic review) tra la valutazione dell’amministrazione del comune, manifestata con l’annual report, e la valutazione dall’esterno, espressa dalla cittadinanza attraverso i propri osservatori qualificati, sull’efficienza, produttività e qualità dei servizi erogati (civil auditing).
Nel sito del Comune non risultano le informazioni riguardanti gli aspetti dell’organizzazione, le fasi del ciclo di gestione della performance, il sistema di misurazione e valutazione, gli indicatori di efficienza e di efficacia, l’utilizzo delle risorse in rapporto agli obiettivi programmati, le attività del nucleo di valutazione (decisioni, relazioni, proposte, pareri) ed altro. Inoltre, occorre ricordare che la società AGSM, controllata dal Comune, si è rifiutata di rendere trasparenti i documenti e gli atti relativi alla sponsorizzazione della squadra di calcio Hellas Verona.
La trasparenza interna è finalizzata ad orientare i comportamenti del management e dei dipendenti al perseguimento degli obiettivi programmati, ad intraprendere le azioni necessarie nel caso in cui si verificassero degli scostamenti per adeguare l’andamento della produzione dei servizi agli obiettivi strategici (esempio introdurre un cruscotto aziendale in tempo reale).
L’Amministrazione Comunale ha confermato l’organismo di valutazione e, pertanto, non è stata inadempiente. Quali sono le sue valutazioni su questo organismo?
La Giunta Comunale ha confermato il Nucleo di valutazione, introdotto negli anni ’90 in condizioni organizzative ed ambientali diverse rispetto a quelle di oggi. Non è stato considerato che la letteratura manageriale nel valutare tale organismo ha espresso opinioni negative (autoreferenzialità, formalismo, impegno insufficiente sotto l’aspetto dell’organizzazione del lavoro e della qualità delle prestazioni).
Il Nucleo di valutazione non è indipendente anche per la presenza del Segretario/Direttore Generale che assume la presidenza dell’organo.
Le nomine dei membri effettuate dal Sindaco non esprimono alte professionalità e competenze. Nel c.v. di uno dei membri risulta soltanto che è stato sindaco del comune di Tregnago.
Occorreva istituire l’Organismo indipendente di valutazione e conformarsi alle direttive della Civit e dell’Anci che stabiliscono requisiti professionali molto elevati per i membri dell’organismo. La professionalità dei membri, l’indipendenza e le competenze dell’Organismo indipendente di valutazione assumono una importanza strategica nell’attuazione della gestione della performance.
La Giunta Comunale ha preferito confermare un organismo dipendente obsoleto al servizio del Sindaco che asseconda le scelte dell’Amministrazione, accantonando l’imparzialità e l’indipendenza.
Il comune di Verona ha introdotto il performance management o il ciclo di gestione della performance? 
Con apposita deliberazione la Giunta Comunale ha sostenuto che gli strumenti di pianificazione e controllo attualmente in uso presso il Comune costituiscono il piano ed il rendiconto della performance e, pertanto, non ha introdotto il ciclo di gestione della performance per assenza degli strumenti fondamentali che lo compongono: il piano della performance, il sistema di misurazione e valutazione della performance organizzativa ed individuale ed il rendiconto della performance. Inoltre, il sistema informatico del comune non è stato adeguato ed implementato per realizzare il sistema di misurazione e valutazione della performance.
Il performance management o ciclo di gestione della performance è collegato con le politiche, le strategie e l’operatività del Comune attraverso l’implementazione degli strumenti manageriali indicati che comprendono gli obiettivi programmati, i risultati conseguiti, gli indicatori di efficienza ed efficacia (ambiente, igiene, trasporti, sicurezza), i target, gli outcome che misurano il valore prodotto nell’erogazione dei servizi per la comunità locale.
La mancata introduzione degli strumenti descritti non consente la trasparenza in ogni fase del ciclo di gestione della performance e non facilita la partecipazione dei cittadini alle scelte del Comune perché non sono informati sull’andamento della performance.
Quali sono le sue proposte per migliorare l’organizzazione del Comune di Verona?
Una proposta di cambiamento e di miglioramento della gestione del Comune di Verona prevede l’utilizzo di strumenti innovativi al fine di elevare la qualità della vita dei cittadini. Il cambiamento radicale ed il miglioramento continuo è possibile a prescindere dagli obblighi di legge che molto spesso sono visti ed applicati come adempimenti formali.
Oggi i comuni si trovano stretti tra le crescenti aspettative dei cittadini e le limitazioni finanziarie imposte dall’alto. Queste ultime sono state causate dai tagli lineari ed indiscriminati adottati dal Governo Berlusconi per far quadrare i conti in un momento di grave crisi economica e dall’assenza di una strategia di crescita per il paese che avrebbe potuto far aumentare le risorse. In tale contesto i comuni dovrebbero reagire con una strategia di cambiamento che renda possibile il miglioramento dei risultati prodotti, la creazione del valore dal punto di vista dei cittadini e la riduzione dei costi. Non mancano esempi di comportamenti virtuosi da parte dei comuni che si ispirano ai seguenti principi: cambiamento, obiettivi strategici, processi, interazione con la comunità locale e creazione del valore per i cittadini.
Ritengo che il modello da realizzare per essere efficace deve considerare le seguenti prospettive: il primo anello della catena è la conoscenza dei bisogni dei cittadini; stabilire di conseguenza gli obiettivi strategici; scegliere le azioni per perseguire gli obiettivi; creare valore per i cittadini; coinvolgere gli stakeholder.
Occorre realizzare un modello di comune aperto ai cittadini, i quali possono individuare gli sprechi e le inefficienze che l’Amministrazione deve colmare e disponibile al confronto con gli altri comuni delle medesime dimensioni territoriali e demografiche al fine di realizzare un processo sistematico di comparazione (benchmarking) che consenta al Comune di Verona di avvalersi della strategia replicativa delle best practice.
Nell’ultimo periodo si sono verificati degli episodi incresciosi nelle società pubbliche di gestione dei servizi pubblici locali. Come si può ovviare a tali problemi con le nomine nei consigli di amministrazione delle società controllate dal Comune di Verona? 
In materia di nomine occorre privilegiare i fattori della trasparenza e delle competenze ed abbandonare la logica della mera spartizione del potere tra i partiti ed applicare la valutazione indipendente delle qualità delle persone che dovranno ricoprire certe cariche. Fino adesso questo non è avvenuto a causa di un regolamento che impedisce la presentazione di candidature indipendenti e della società civile. Infatti, tale regolamento prevede che le candidature possono essere presentate a condizione che siano sottoscritte dai consiglieri comunali. Quindi vengono lasciate fuori dalle nomine le capacità e le competenze presenti nella società civile veronese. La complessità dei problemi di una città richiede persone competenti e probe che si mettano al servizio dei cittadini perché (nel migliore dei casi) la buona volontà e l’impegno non sono sufficienti a risolvere i problemi del territorio.

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sabato 25 febbraio 2012

Innovazioni nel mercato del lavoro

Articolo di Manuela Campanella pubblicato su Europa il 25 febbraio 2012
La proposta del Partito Democratico sul lavoro si basa sull’idea originaria di Boeri-Garibaldi di creare un contratto di inserimento per il quale i vincoli ai licenziamenti entrano in vigore solo dopo i primi tre anni. Questo modello ha certamente il merito di ridurre la giungla di contratti di lavoro ad una sola forma di inserimento dei nuovi assunti. Tuttavia presenta anche il notevole difetto di creare una soglia di tre anni difficilmente superabile (anche nel caso di sgravi fiscali), in quanto il passaggio all'assunzione con tutte le protezioni viene lasciato esclusivamente alla buona fede delle imprese.
Una riforma che si basi solo su questi presupposti avrebbe il grande limite di non affrontare i nodi cruciali che impediscono un sano funzionamento del mercato del lavoro, ovvero:
Al momento il nostro sistema esclude ampie fasce di lavoratori dalle forme di sostegno al reddito esistenti. Inoltre, gli ammortizzatori sociali previsti rivestono una funzione quasi sempre puramente assistenziale, non prevedendo nessuna forma di prestazione d'opera in cambio, né formazione né ricollocamento. Questo congela una frazione consistente della manodopera in una situazione di inattività (se si esclude il lavoro nero) e rende sempre più difficile il loro rientro al lavoro.
L'argomentazione che spesso adduce chi difende le restrizioni ai licenziamenti si basa sul presupposto per cui l'eliminazione di questi vincoli non aiuta in nessun modo i lavoratori ma peggiora solo i loro diritti. Al contrario molti studi empirici e modelli economici (si veda ad esempio Lazear 1990 e Risager e Sorensen 1997) dimostrano che l'occupazione diminuisce all'aumentare dei costi di licenziamento (tra questi figurano anche i costi relativi all’art.18). Per tanto le restrizioni diminuiscono considerevolmente le possibilità dei disoccupati di trovare un impiego.
Non a caso nessuno tra i paesi industrializzati ha limitato la facoltà delle imprese di licenziare per motivi economici. Solo la Germania prevedeva una normativa simile e un governo di sinistra guidato dal Cancelliere Schroeder nel 2003 si è affrettato ad eliminarla.
Per riformare il sistema attuale è necessario passare dalla sicurezza del posto di lavoro alla sicurezza del mercato del lavoro, garantendo l'insieme dei provvedimenti che consento al lavoratore di spostarsi agevolmente da un posto di lavoro all'altro con la copertura di un reddito: indennità di licenziamento e/o di disoccupazione, attività di formazione e di riconversione, attività di collocamento pubblico o privato, outplacement specializzato.
È fondamentale quindi porre in essere politiche che vadano nella direzione di ammortizzatori sociali pagati dalle imprese quali: 1) indennità di licenziamento per tre anni; 2) formazione; 3) ricollocamento, che superano di gran lunga le tutele delle restrizioni in uscita che verrebbero per tanto ridimensionate. I vantaggi che le imprese e i lavoratori ne trarrebbero insieme ai nuovi investimenti esteri funzionerebbero come volano per la crescita e la creazione di nuova occupazione. È probabile anche che la maggiore meritocrazia e produttività che ne deriverebbero unita ad una maggiore soddisfazione di tutte le parti sociali innescherebbe un circolo virtuoso che migliorerebbe sempre di più le condizioni del sistema Paese in tutti i suoi ambiti.

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Ammortizzatori sociali: equità e trasparenza

Per rimuovere le difficoltà dei lavoratori che si trovano in specifiche condizioni sociali occorre che il sistema degli ammortizzatori sociali sia equo e trasparente rispetto alla valutazione dell’azienda, allo status dei lavoratori ed all’erogazione dei sussidi.
Le imprese durante la propria vita effettuano interventi di riorganizzazione, ristrutturazione e riconversione ed adeguano la pianta organica alla domanda dei consumatori per adattarsi ai cambiamenti del mercato e riprendere il cammino della crescita. Spesso le imprese che intraprendono tali interventi riducono la pianta organica e, di conseguenza, una parte dei lavoratori è sospesa ed ha bisogno di tutele. Più grave è la condizione dei lavoratori licenziati da imprese che decidono di cessare l’attività imprenditoriale.
Lo status dei lavoratori che vivono tali condizioni può essere classificato nel modo seguente:
1) Lavoratori che non lavorano per sospensione o riduzione dell’attività lavorativa per eventi aziendali temporanei (contrazione del mercato, intemperie stagionali). Tali lavoratori hanno diritto alla Cassa integrazione guadagni (Cig) ordinaria;  
2) Lavoratori sospesi che conservano il rapporto di lavoro con l’impresa ma non hanno alcuna sicurezza di rientrare nell’azienda di provenienza. La sospensione dal lavoro avviene per ristrutturazione, riorganizzazione, riconversione aziendale, crisi aziendale e procedure concorsuali. Tali lavoratori sono posti in Cig straordinaria;
3) Lavoratori licenziati che sono costretti a trovare una nuova occupazione. Tali lavoratori hanno diritto all’indennità di disoccupazione o di mobilità.
I casi indicati presentano degli elementi diversi rispetto allo status dei lavoratori (licenziati, sospesi) ed al sussidio (requisiti, durata, importo) di cui hanno diritto ed un elemento comune rappresentato dalla condizione di disoccupazione.
Il primo caso è interessato solo alle politiche di sostegno del reddito in quanto superata la fase di temporanea crisi aziendale i lavoratori rientrano in azienda.
Il secondo caso è complesso in quanto i lavoratori rimangono legati all’azienda, la quale non ha prospettive di ripresa dell’attività (es. Cig a zero ore), e sono collocati in Cig straordinaria per lunghi tempi per assicurare loro una forma di sostegno del reddito. Lo strumento della Cig non consente al lavoratore sospeso di riqualificarsi e rientrare nel mercato del lavoro.
Il terzo caso interessa i lavoratori licenziati, ai quali viene assegnato il trattamento di disoccupazione o di mobilità, il quale deve essere collegato con i servizi di outplacement e di riqualificazione professionale finalizzati agli sbocchi occupazionali esistenti.
Solo il primo ed il terzo caso sono trasparenti rispetto allo status dei lavoratori. Nei tre casi l’importo del sussidio è inferiore alla retribuzione percepita in costanza di rapporto di lavoro e basso per garantire ai lavoratori una vita dignitosa.
La recente riforma delle pensioni con l’innalzamento dell’età pensionabile non facilita la correlazione tra gli ammortizzatori sociali e la pensione (mobilità lunga, prepensionamenti) e, quindi, occorre trovare nuove soluzioni che risolvano lo stato di sofferenza dei lavoratori e rendano produttive le risorse impiegate dallo stato.
Un moderno Welfare del lavoro, cosi come avviene in molti paesi europei, deve essere organizzato su tre fattori essenziali: - il sostegno del reddito in misura adeguata alle necessità del lavoratore (1°, 2° e 3° caso); - la riqualificazione professionale mirata alle esigenze del mercato del lavoro (2° e 3° caso); - servizi efficaci di outplacement (2° e 3° caso).
La mera erogazione dei sussidi, cosi come avviene in Italia, riveste una funzione assistenziale che fa lievitare l’ammontare complessivo delle prestazioni e del lavoro nero e svaluta la professionalità ed il potere contrattuale dei lavoratori. La qualità dei servizi di outplacement e di riqualificazione professionale vanno controllati tramite alcuni parametri (es. il tempo medio di rioccupazione) che permettono di valutare l’efficacia della gestione ed il risparmio sul fronte dei sussidi economici.
In Italia il 72% dei disoccupati non gode di prestazioni a sostegno del reddito contro la media europea del 20-30% e la quota di Pil erogata ai disoccupati (0,7%) è la più bassa tra i maggiori Paesi dell’Unione Europea.
L’ammortizzatore sociale su cui maggiormente poggia la tutela dei lavoratori è la Cig, la quale permette ai lavoratori delle imprese industriali in crisi di ricevere un sussidio economico. L’indennità per Cig è pari all’80% della retribuzione che il dipendente avrebbe percepito per le ore di lavoro non prestate tra le zero ore ed il limite dell’orario contrattuale e comunque non oltre le 40 ore settimanali.
I lavoratori delle imprese non industriali, generalmente, non accedono alla Cig ed hanno diritto, in caso di cessazione del rapporto di lavoro e possedendo i requisiti stabiliti, all’indennità di disoccupazione d’importo più basso rispetto all’indennità per Cig. L'indennità di disoccupazione ordinaria, infatti, è così calcolata: - 60% della retribuzione media dei tre mesi precedenti il licenziamento, per i primi 6 mesi; - 50% per i successivi 2 mesi; - 40% per i 4 mesi successivi nel caso di lavoratori che alla data del licenziamento abbiano superato i 50 anni di età.
L’importo dei sussidi economici non può superare un limite massimo mensile stabilito ogni anno.
I lavoratori atipici non hanno diritto ad alcuna prestazione ad eccezione di una prestazione definita a partire dal 2009 e in via sperimentale dal DL 185/2008 a favore dei collaboratori coordinati e continuativi che si trovano in particolari condizioni (monocommittenza, reddito lordo conseguito l’anno precedente non superiore a 20.000 euro e non inferiore a 5.000 euro, contributi accreditati nell’anno almeno un mese e nell’anno precedente almeno tre mesi, senza contratto da almeno due mesi). L’indennità consiste in una somma liquidata in un’unica soluzione, pari al 30% del reddito percepito l’anno precedente e non superiore a 4.000 euro.
Il sistema di ammortizzatori sociali, il quale risale agli anni ’70, è stratificato per effetto di una serie di interventi normativi che nel tempo hanno gradualmente esteso le tutele iniziali per far fronte a nuove esigenze, senza, tuttavia, definire un sistema compiuto e aggiornato, ed è farraginoso con diversi soggetti istituzionali che a vario titolo intervengono nel finanziamento e nella gestione di tali interventi. La crisi economica è stata affrontata in Italia estendendo, dal 2009, la Cig in deroga, applicandola alle imprese che non contribuiscono alla Cig e ad alcune fasce di lavoratori atipici e rinnovando la Cig alla scadenza.
Il sistema degli ammortizzatori sociali è formato da numerose prestazioni, è diversificato per requisiti, importo e durata ed incompleto perché non mette nelle condizioni i lavoratori di rioccuparsi tramite un mix di servizi.
La riforma urgente degli ammortizzatori sociali deve porre attenzione alla persona e non al posto di lavoro, eliminando distorsioni e lacune del sistema attuale, e considerare i seguenti elementi:
- Politica attiva del lavoro. I sussidi economici vanno integrati da servizi efficaci di riqualificazione professionale e di outplacement finalizzati alla rioccupazione e condizionati alla partecipazione attiva alle iniziative di rioccupazione.
- Estensione degli ammortizzatori sociali. L’estensione degli ammortizzatori sociali può essere realizzata attraverso: - l’allargamento della platea delle imprese tenute a versare i contributi per finanziare il Welfare; - la ridefinizione del lavoro dipendente cosi come proposta da Ichino, Nerozzi e Madia nei loro disegni di legge (dipendenza economica, monocommittenza, livello di reddito) al fine di eliminare i falsi lavoratori autonomi ed allargare la base dei lavoratori dipendenti;
- Protezione uniforme e semplificata. L’unificazione delle prestazioni, con riferimento ai requisiti, agli importi ed alla durata, elimina i privilegi e le distorsioni del sistema e risponde alla domanda di equità sociale e di efficienza della spesa pubblica. La diversificazione dei sussidi è causa, oltre che di disparità di trattamento per lo stesso evento, di contrattazioni defaticanti e di difesa dello status quo. La durata e gli importi dei sussidi vanno unificati ed adeguati alle esigenze dei lavoratori ed alle migliori esperienze europee (Danimarca, Germania).
L’attuale sistema non sostiene adeguatamente i lavoratori e le imprese perché non prevede interventi che qualificano la spesa pubblica, mettano i disoccupati nelle condizioni di rioccuparsi e le imprese in crisi di effettuare chiare scelte di gestione che vincolano il livello di tutela per i lavoratori (es. lavoratori sospesi da aziende che non riprendono l’attività).
Lo status dei lavoratori, sospesi e licenziati, ci aiuta a delineare l’unificazione degli ammortizzatori sociali ed a classificarli in due categorie: - Cig ordinaria per i lavoratori sospesi; - Indennità universale di disoccupazione per i lavoratori licenziati.
Si potrebbero unificare gli ammortizzatori sociali in un’unica indennità universale di disoccupazione adeguata ed equa, superando i problemi che l’attuale sistema produce.
Condivido la proposta del Ministro del Lavoro, Elsa Fornero, sugli ammortizzatori sociali organizzati su due pilastri, Cig ordinaria per le crisi a tempo definito e sussidi di disoccupazione estesi, e del senatore Pietro Ichino di unificazione delle prestazioni di disoccupazione (90% del salario per il primo anno, 80% nel secondo e 70% nel terzo) e di attivazione di servizi efficaci di outplacement e di riqualificazione professionale.

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