lunedì 2 maggio 2011

Primo Maggio e botteghe aperte

Editoriale di Irene Tinagli pubblicato sulla Stampa, il 27 aprile 2011
La concentrazione di feste come il 25 Aprile e il Primo Maggio ha riaperto le polemiche sollevate dal segretario della Cgil, Susanna Camusso, contro il sindaco di Firenze Matteo Renzi che dava libertà ai negozi di restare aperti. La questione è stata trasformata, come ormai quasi ogni cosa in Italia, in una questione di principio ideologico, in una lotta di classe che vede contrapposti commessi da una parte e bottegai capitalisti e sfruttatori dall’altra.
Giustizia sociale contro consumismo sfrenato. E nonostante gli appelli del sindaco fiorentino, nessuno si è fermato a valutare la questione in una prospettiva più ampia, che vada oltre la questione del Primo Maggio, e a porsi una semplice domanda.
A che servono i negozi, le botteghe, i bar o i ristoranti nei centri delle città? No, non servono solo a far cassa. Per quello basta un centro commerciale, uno dei tanti che punteggiano le uscite autostradali. I negozi cittadini, o meglio «le botteghe», così come i bar, le osterie e i ristoranti sono più di un registratore di cassa, sono parti vitali di un essere vivo e pulsante: la città. Solo chi non ha capito cosa è una città, come e perché è nata e perché sopravvive, può pensare ai negozi come meri luoghi di commercio o avamposti del consumismo moderno. Le botteghe cittadine sono una delle realtà più antiche del nostro Paese, uno dei fenomeni attraverso i quali si è manifestata in maniera più evidente l’imprenditorialità diffusa della nostra gente, e attorno ai quali brulicava la vita di paese e quella socialità che tutto il mondo ci invidiava.
Le città sono equilibri delicati, sono luoghi di economia, ma anche di socialità e cultura, e queste tre anime, economica, culturale e sociale si sostengono reciprocamente. Non si va in un’osteria in centro solo per sfamarsi, ma perché prima si può fare un aperitivo nel corso e dopo una passeggiata in piazza. E raramente si va in centro solo per vedere un monumento o comprare un oggetto, ma perché sappiamo che mentre siamo lì possiamo incontrare persone che conosciamo, fare due chiacchiere, e allora sì, anche comprare il pane, il caffè, o giocare la schedina. E mentre passeggiamo in centro magari vediamo i cartelloni del teatro o del cinema e ci viene pure un’idea per la serata. Questo è il ruolo e l’essenza delle città. Luoghi vivi fatti per vivere. E in quest’ottica ogni piccolo elemento ha una sua funzione che non è meramente economica o sociale, ma un po’ tutto assieme. Nel suo capolavoro The Death and Life of Great American Cities l’urbanista Jane Jacobs fece un’accurata descrizione di come i marciapiedi, per esempio, siano uno strumento fondamentale per la struttura sociale della città, luoghi in cui le persone si fermano a parlare, e in cui i bambini possono giocare. E così come i marciapiedi è importante il ruolo delle finestre, dei portoni, delle vetrine. Perché porte, finestre e vetrine aperte danno aria, vita e luce alla città e sono il miglior antidoto contro l’abbandono, il degrado, la delinquenza. Chi vede la città come un mero agglomerato di funzioni distaccate e distaccabili o addirittura contrapposte – il lavoro da una parte, il consumo dall’altra, la socialità in un’altra ancora – non solo non ha capito cos’è una città, ma la condannerà alla morte certa. Così come è già accaduto a molte città straniere e purtroppo anche da noi. La città ha bisogno di essere viva, libera e spontanea, e per farlo ha bisogno di elementi diversi e complementari: arte, musica e commercio, tradizione e modernità, italiani e stranieri. E la politica dovrebbe aiutarla a trovare soluzioni innovative per far convivere spontaneità ed esigenze di tutti.
Dare la possibilità a un negozio di stare aperto se vuole non è tanto un favore che si fa al negoziante, ma anche un servizio a tutti quei lavoratori che durante la settimana sono chiusi in una fabbrica o un ufficio grigio e quando è festa non vedono l’ora di cambiarsi e andare fuori con i figli, andare al cinema, al parco giochi e anche a fare un po’ di spesa tutti insieme. Tutte cose che potrebbero essere fatte in città, senza essere costretti a rinchiudersi in un centro commerciale periferico. Le città aperte servono molto più a questi lavoratori che ai ricchi, perché questi ultimi possono sempre rifugiarsi in qualche villa al mare o in hotel di lusso a Londra o Parigi per sottrarsi alla noia di una città fantasma, ma i meno fortunati no. Certo, anche chi lavora nei negozi ha diritto al riposo, ci mancherebbe altro, ma viene da chiedersi se non sia possibile trovare delle soluzioni innovative che possano andare incontro alle esigenze di più persone senza imporre ulteriori divieti. La proposta del sindaco di Firenze di accordarsi con gli interinali per tenere aperti i negozi senza costringere commessi e commesse agli straordinari poteva essere una possibilità. Altri accordi potevano essere valutati, come è stato fatto in altre città senza troppi clamori.
Ma nell’Italia ormai barricadera del tutti contro tutti e dello scontro ideologico ad ogni costo, per alcune persone le piazze servono solo per mostrare striscioni o banchetti elettorali quando fa comodo. Per tutto il resto dell’anno possono chiudere e morire.

Le interviste a Sergio Cofferati e a Pietro Ichino pubblicate sul Corriere della Sera del 23 aprile 2011

1 commento:

roberto c. ha detto...

Riscontro nell'editoriale della Tinagli alcune omissioni e qualche errore di prospettiva.
Mi limito a segnalarne solo alcuni:
le motivazioni addotte a sostegno dell'apertura sarebbero condivisibili se limitate, così come del resto è sempre accaduto, a quelle tipologie di esercizi commerciali che svolgono un effettiva funzione di servizio, quali bar, ristoranti, luoghi d'intrattenimento, ecc.
La concorrenza dei centri commerciali potrebbe essere vanificata con calendari di apertura analoghi a quelli degli altri esercizi.
L'orario di lavoro è uno degli istituti contrattuali fondamentali in qualunque rapporto di lavoro legalmente formalizzato e quindi modificarlo "in corsa" non sembrerebbe pratica rispettosa della parte costretta ad una prestazione lavorativa aggiuntiva, soprattutto se in conseguenza di un accordo sindacale non condiviso.
Diverso ovviamente il discorso per gli esercizi gestiti a livello familiare.
Infine un osservazione sulle particolarità del calendario che quest'anno ha di fatto ristretto i tre "ponti di Primavera" Pasqua, 25 aprile e I maggio ad uno solo con notevole incremento di ore lavorate. Ore di maggior lavoro e di apertura che nulla possono però di fronte alla minor disponibilità economica dei più! Con buona pace di Renzi e di chi crede che riforma significa solo maggior offerta commerciale.