giovedì 5 aprile 2012

Laura Pressi, candidata al consiglio comunale di Verona

Notizie: ho 25 anni e sono nata a Villafranca di Verona. Ho fatto parte di diverse associazioni di volontariato tra le quali "Emergency" e sono stata tra le fondatrici di una associazione culturale giovanile villafranchese "Impulsi". Mi sono sempre impegnata nel sociale e interessata alla politica. Laureata in infermieristica nella Facoltà di Medicina e Chirurgia di Verona, ho fatto la rappresentante degli studenti del mio corso di laurea. Appena laureata ho iniziato subito a lavorare e pratico la mia attività lavorativa nell'ospedale pubblico di Villafranca di Verona. Son già passati più di tre anni dalla mia assunzione e nel corso di questo tempo ho potuto rendermi conto che la sanità pubblica anche per volontà politica è sempre più danneggiata e ridimensionata a favore di quella privata. Nel corso di questi anni lavorativi ho svolto attività sindacali e da un mese sono delegata RSU. Ho avuto la possibilità l'anno scorso mentre lavoravo di conseguire un Master su un argomento che mi sta molto a cuore: "la comunicazione e la mediazione interculturale in ambito sanitario" presso scienze della formazione all'università di Verona in seguito collaborando anche a un Prin su questo argomento perché credo nella mediazione interculturale e penso che bisognerebbe estenderla in ogni ambito lavorativo.
Quali sono le motivazioni che l'hanno spinta a candidarsi?
Una forte passione civile e politica. Un desiderio che le cose possano cambiare scendendo in campo personalmente, non criticando e basta i politici ma cercando di portare idee nuove, innovazione e contenuti da concretizzare in primis per la nostra città e in generale per il nostro Paese. Basta raccomandazioni anche in politica, basta "padrini", la gente comune è stanca di vedere sempre le stesse famiglie in politica, soprattutto in quella locale. Io mi propongo come la novità che vuole portare una ventata di politica sana e trasparente, una giovane indipendente e autonoma dalle logiche clientelari della politica. Perché tutti devono ricominciare a credere che i politici non sono tutti uguali e che solo la passione, l'onestà e la coerenza fanno la differenza.
Come giudica la giunta uscente Tosi e questo sindaco?
Penso che questa giunta abbia fatto tante promesse e abbia mantenuto molto poco. Considero Tosi un politico che per farsi ascoltare si è affidato alle geniali capacità comunicative del suo bravissimo addetto alla comunicazione che paga profumatamente. Penso che se un sindaco è così preoccupato per la sua immagine e per la pubblicità comunicativa certo non può risolvere i problemi di una città complessa quale è Verona.
Quali problemi rimangono irrisolti dalla Giunta Tosi?
La viabilità è uno dei problemi principali. Non sono stati potenziati i mezzi pubblici e non si è data una impronta ecologica agli stessi. Inoltre ci deve essere più trasparenza sugli enti pubblici con l'esempio eclatante della sponsorizzazione da parte di Agsm della squadra di calcio Hellas Verona. La città deve diventare salutare, sostenibile, ecologica, interculturale ed europea. Tutte caratteristiche che Verona ora nn ha ma che potenzialmente con un sindaco come Bertucco potrebbe arrivare ad avere.
Quali sono i punti del suo programma per la città di Verona?
Mi impegnerò per una mobilità sostenibile e per la creazione di più piste ciclabili. Voglio promuovere lo sviluppo di orti cittadini e il consumo di cibo locale con mercati di quartiere perché i veronesi dovrebbero abitare globale e consumare locale.
Punterò sulle energie alternative concretizzando un piano d'azione per la decrescita energetica.
Verona ha bisogno di più parchi e mi impegnerò per la nascita di un grande parco culturale in centro città non solo per i turisti ma per i veronesi di ogni età che vogliono ritrovarsi e stare in tranquillità in un ambiente salubre ed accogliente.
Credo molto nella necessità di riciclare e ottimizzare al meglio le risorse, promuovendo ad esempio i mercatini dell'usato e del baratto.
Nella nostra città sono più i giorni che si supera il livello di polveri sottili (PM10) consentito che quelli dove la qualità dell'aria è accettabile. I tumori tra i cittadini veronesi aumentano sempre più e finora non si sono trovate soluzioni a questa realtà che Verona vive oramai da anni. Basta automobili nel centro della città, punterò di più sui trasporti pubblici ecologici e nei quartieri promuoverò vie alternative di trasporto permettendo alle persone di spostarsi ad ogni ora in sicurezza facendo diminuire l'utilizzo delle automobili.
Mi impegnerò per organizzare lo smaltimento dei rifiuti tramite raccolta differenziata porta a porta e combatterò fermamente contro l’apertura di un inceneritore vicino alla città, che porterebbe ad un incremento vertiginoso dell'inquinamento.
Il mio desiderio è quello di favorire la modernizzazione ecologica dell'industria veronese. Verona è un crocevia importante per l'Europa; è necessario adeguarsi alle normative europee per quanto riguarda ambiente, economia locale e gestione degli enti.
Ci vogliono tecnici preparati per gestire gli enti pubblici, non politici, per dare più trasparenza ed evitare episodi di raccomandazioni e parentopoli.
Vorrei una città più aperta e solidale culturalmente e socialmente. La diversità deve diventare una ricchezza come lo sono le tradizioni culturali dei veronesi. L'obiettivo è l'interazione intesa come la capacità di incontro e confronto con regole condivise. Ci vogliono più dialogo, scambio, apertura, reciprocità, solidarietà, sospensione del giudizio e rispetto.
Perché Verona nonostante gli eventi culturali che offre rimane provinciale?
Forse e semplicemente perché negli ultimi 5 anni come sindaco c'era Tosi e l'arretratezza culturale del suo partito con logiche di chiusura, censura, querele e non integrazione si sono fatte sentire a tutti i livelli.
E' il popolo e chi lo rappresenta che sono indicatori della cultura di un Paese, schegge e frammenti di cultura sparsi e non coerenti non possono creare una città culturale riconosciuta tale a livello mondiale. Nonostante Verona abbia tantissime potenzialità culturali a partire dalla storia, bisogna che un sindaco coerente e adatto sia in grado di far fare il salto di qualità. Le persone falso-cristiane veronesi che hanno applaudito alla xenofobia e al razzismo e che hanno considerato nemici gli immigrati non si sono accorti che i veri nemici li avevano nelle Banche e che si sono rubati i loro risparmi.
Vuole lanciare un messaggio ai cittadini veronesi?
È importante la partecipazione e la condivisione delle scelte da parte dei cittadini veronesi.
Vi deve essere il recupero della bellezza, dell'armonia e della vivibilità della città, questo ci potrà riportare a scoprire la voglia di stare insieme e di uscire dalla paura affrontando il futuro con forza e determinazione. Bisogna puntare sui giovani dando loro la possibilità di esprimersi per esempio donando a tutti gli studenti delle medie veronesi un I-pad. Questi mezzi sono una vera e propria rivoluzione per l'accesso alle informazioni ed alla conoscenza per tutti senza barriere. La democrazia sarà di chi partecipa e non si esprimerà solo con un voto ogni cinque anni. È importante offrire agli anziani una assistenza gratuita e spazi verdi di aggregazione sociale.

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mercoledì 4 aprile 2012

Paola Lorenzetti, candidata al consiglio comunale di Verona

Notizie: Sono nata a Verona. Insegno nella scuola primaria. Sono sposata e ho due figli. Sono attiva in politica dalle scorse amministrative; al momento faccio parte della segreteria cittadina, dell'assemblea regionale del PD e della conferenza delle donne del partito.  Da anni partecipo come volontaria all'associazione “Il Germoglio onlus”, centro diurno che si occupa di bambini e adolescenti in difficoltà. Ho prestato la mia opera nella formazione dei mediatori culturali-linguistici del Comune e in attività interculturali e di insegnamento dell'italiano a bambini e donne adulte migranti, organizzate nelle mie sedi scolastiche e dal Germoglio. Ho partecipato alla formazione di insegnanti come esperta nell'insegnamento dell'italiano agli emigrati. Faccio attivamente parte del Comitato Acqua Bene Comune, che ha promosso il referendum contro la privatizzazione dell'acqua. Oggi sono candidata Pd al consiglio comunale di Verona.
Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a candidarsi?
L'ho fatto con molto entusiasmo per mettere al servizio del partito la mia voglia di lavorare e perché sono convinta che l'ingrediente principale per vincere sia una squadra di persone motivate, come me. Inoltre mi pare che il settore sociale, nel quale sono più “esperta”, abbia bisogno di maggiore attenzione da parte dell'amministrazione.
Come giudica l’amministrazione uscente guidata da Tosi?
Molto appariscente ma poco efficace nella risoluzione dei problemi cittadini.
Quali problemi rimangono insoluti a Verona e per quali motivi non sono stati affrontati dalla Giunta Tosi?
Mi pare che i problemi più evidenti siano quelli relativi alla sicurezza degli abitanti. Si sente spesso parlare di risse e aggressioni, soprattutto verso persone che si giudicano “diverse” da sé. Non credo che il problema non sia stato affrontato ma di sicuro bisogna fare di più per garantire una civile convivenza fra le persone. Un'altra questione riguarda la viabilità, che è piuttosto caotica, e la possibilità di spostarsi in bicicletta per le strade: anche in questo caso, non c'è sicurezza per i ciclisti, le vie ciclabili sono poche e poco sicure. Inoltre la nostra città è una delle più inquinate d'Italia, con gravi danni per la salute dei cittadini. Credo che questi problemi siano stati sottovalutati dall'amministrazione attuale, non basta fermare parzialmente il traffico una domenica all'anno per pulire l'aria.
Quali sono i problemi che le stanno più a cuore e che intende risolvere?
Mi stanno molto a cuore le politiche sociali relative agli anziani, ai disabili, ai giovani, ai nuovi cittadini, alle associazioni: una città non è fatta solo di case ma principalmente di cittadini, che soprattutto ora, al culmine di una grave crisi economica, hanno bisogno di politiche che li aiutino a superare i problemi quotidiani ed a vivere meglio, anche attraverso un ricorso più ampio alle splendide associazioni di volontariato che ci sono sul territorio, che potrebbero operare meglio mettendosi in rete. Inoltre, come insegnante, sono molto sensibile alla situazione di disagio che si manifesta in molti giovani, che andrebbero aiutati in modo più forte dalle istituzioni, anche perché questo disagio può sfociare in abbandono scolastico e casi di bullismo, sempre più frequenti nella nostra città. Le tematiche dell'ambiente mi appassionano e, oltre a partecipare al comitato Acqua Bene Comune, negli anni passati mi sono interessata del problema delle cave, numerose sul nostro territorio. Sono fermamente convinta che anche il rispetto e la cura del nostro ambiente possano portarci fuori da questa crisi. Sono per una raccolta differenziata più ampia, per il trattamento a freddo dei rifiuti, per un lavoro di ripristino dell'equilibrio idro-geologico compromesso nel nostro territorio, per una politica di risparmio energetico, anche tramite l'educazione alle nuove generazioni. Altro punto che ritengo importante nel mio programma, l'accoglienza e il rispetto verso i nuovi cittadini veronesi: penso che dovrebbero partecipare alle più importanti decisioni sul futuro della città e interagire in modo più completo con i veronesi “di vecchia data”.
Perché Verona nonostante gli eventi culturali che offre rimane una città provinciale?
E' una città provinciale perché non è inserita nelle grandi politiche a favore dei cittadini che possiamo trovare in altre città europee, per quanto riguarda appunto gli aiuti alle categorie sociali più a rischio (si pensi alle facilitazioni per le donne che lavorano, o per i ragazzi che studiano; siamo i più arretrati in questo campo). Il tessuto sociale non è amalgamato, i gruppi non interagiscono fra loro, c'è sempre un leggero sentore di “razzismo”verso i nuovi cittadini. Non si alleggerisce il traffico con soluzioni come le ciclabili o i parcheggi scambiatori, non si agisce sull'inquinamento ambientale, prevenendo di conseguenza anche alcune malattie. Si costruisce troppo quando non ce n'è bisogno, viste le migliaia di case sfitte che ci sono in città. Bisognerebbe creare zone verdi di benessere per i cittadini ma il verde è invece spesso eliminato (pensiamo a tutti gli alberi anche antichi tagliati in questo periodo). Inoltre ci sono poche attività per i giovani, che spesso devono accontentarsi dei bar o dei centri commerciali.
Quali fattori occorre utilizzare per avviare la crescita di Verona e renderla rilevante a livello Europeo ed Internazionale?
Ottimizzare le vie di comunicazione (aeroporto, ferrovia, strade) migliorando l'esistente senza peggiorare le condizioni della popolazione; favorire lo sviluppo di centri di ricerca scientifici e tecnologici; intensificare gli scambi culturali con gli altri paesi europei, sia quelli “storici” che quelli di nuova adesione (est).
Quale equilibrio occorre realizzare per ampliare la partecipazione dei cittadini alla vita politica ed amministrativa del Comune?
Agire in modo utile e trasparente portando a conoscenza dei cittadini tutte le azioni amministrative messe in atto per il governo della città. Solo in questo modo è sperabile un avvicinamento delle persone alla vita politica sfatando l'idea che quest'ultima sia solo interesse personale. Consultare e discutere con i cittadini sulle grandi scelte che interessano la città.
Vuole lanciare un messaggio ai cittadini veronesi per le prossime elezioni amministrative?
Il benessere di Verona passa soprattutto attraverso noi e la nostra partecipazione alla vita politica, soprattutto in questo momento storico. Nella nostra città, mettiamo le persone in primo piano.

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Damiano Fermo, candidato Pd al consiglio comunale di Verona

Notizie: Damiano Fermo, 29 anni, nato a Isola della Scala. Lavoro da coordinatore delle filiali di una società di consulenza del lavoro. Sono sposato da due anni. Iscritto e militante nel Pd dalla sua nascita e prima nella Sinistra Giovanile e in Generazione Democratica. Sono stato Presidente del consiglio studentesco universitario dal 2006 al 2008 e poi attivo in vari progetti dell’economia solidale veronese, principalmente nei gruppi di acquisto solidale. Sono tra i fondatori del movimento bicigialle. Oggi sono candidato Pd al consiglio comunale di Verona.
Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a candidarsi?
La politica oggi ha risposte vecchie a problemi nuovi. Non ha il coraggio affrontarli e di proporre alternative forti, di nuova cooperazione, partecipazione, condivisione, trasparenza, in politica e in tutti gli ambiti sociali. Chi fa politica deve avere la preoccupazione di ricercare e ricreare un nuovo equilibrio, non di sopravvivere alle tempeste quotidiane. Per questo proviamo a cambiare rotta con la forza di idee semplici ma rivoluzionarie.
Come giudica l’amministrazione uscente guidata da Tosi?
La propaganda è stata tanta, troppa, la classe dirigente scarsa, impreparata per occuparsi del nuovo equilibrio di cui abbiamo bisogno. Il giudizio è negativo, perché nessuno che sostenga di votare ancora per questo sindaco lo esprime con lucidità e trasporto, ma con un sentimento di rancore. Questa è la prova che questa amministrazione non ha convinto nessuno, ma formalmente resiste nelle pance di molti veronesi
Quali problemi rimangono insoluti e per quali motivi non sono stati affrontati dalla Giunta Tosi?
La giunta uscente ha perpetrato la svendita della nostra terra disponendo la costruzione di circa 8.000 appartamenti, eliminando la realizzazione di vitali spazi verdi. La Giunta Tosi non ha tenuto in considerazione che a Verona vi sono circa 15.000 appartamenti sfitti e che lo sviluppo della città non può avvenire con una cementificazione ed una espansione forsennata. Tale espansione non rispetta gli elementi caratterizzanti di Verona che la rendono attraente per il turismo e vivibile per i cittadini veronesi.
Ha evitato di occuparsi di una mobilità sostenibile e moderna, perdendo volutamente importanti finanziamenti pubblici. Si è investito nella mobilità privata su automobile, sfruttando oculatamente la politica sanzionatoria. Si sono usati gli enti economici partecipati per il controllo politico delle risorse, perdendo totalmente il focus sull’importanza degli obiettivi strategici che soggetti come Amia, Agsm, Fiera, Mercato devono avere, soprattutto in un periodo delicato come questo.
Quali sono i problemi che le stanno più a cuore e che intende risolvere? La partecipazione dei cittadini alle scelte che riguardano la costruzione del futuro di Verona. Una persona informata si sente coinvolta e partecipa attivamente e responsabilmente alla gestione della città.
Una mobilità efficace e moderna è una battaglia culturale da accelerare. Occorre realizzare insieme una città aperta ai cittadini e con una struttura organizzativa che consenta una più agevole mobilità sostenibile per l’ambiente e la salute. Un’agricoltura e un artigianato del chilometro zero che permetta il recupero e la valorizzazione delle risorse locali, oggi trascurate ma fondamentali per ritrovare un equilibrio nuovo.
Perché Verona nonostante gli eventi culturali che offre rimane una città provinciale? Verona pur salvaguardando i suoi elementi essenziali (dimensione e abitanti) deve utilizzare sempre di più i fattori immateriali e creativi (arte, cultura, musica, design) per attrarre artisti, giovani professionisti, e imprenditori innovativi al fine di avviare uno sviluppo urbano finalizzato alla creazione di nuova ricchezza sostenibile e destinazione del turismo culturale internazionale. Occorre, inoltre, investire nelle infrastrutture e migliorare la qualità dei trasporti (aeroporto, ferrovie, autostrade).
In questo quadro strategico gioca un ruolo importante la collaborazione del Comune con l’Università, la quale deve progressivamente elevare la qualità dei servizi offerti per incidere in modo positivo sulla crescita della città.
Si auspica una città provinciale dal punto di vista delle dimensione e dello sviluppo demografico ma che nello stesso tempo sappia mantenere vive le proprie risorse vitali.
Dobbiamo riscrivere il futuro di Verona, partendo dalle nostre radici: lavoro, natura, bellezza e cultura.
Quali fattori occorre utilizzare per avviare la crescita di Verona e renderla rilevante a livello Europeo ed Internazionale? La bellezza e la storia di Verona sono fattori su cui ci dobbiamo fortemente concentrare. La creatività applicata alla ricerca sono qualità su cui investire non solo formalmente. Occorre inventare progetti che risparmino risorse, sia dei singoli cittadini che della collettività nel suo complesso. Per esempio il traforo, che sembrerebbe un’opera legata alla crescita, si dimostrerebbe a breve un pozzo succhia valore. Oggi non servono mega investimenti che sprecano le risorse delle persone, ma occorre rendere la nostra città ed i cittadini sempre più liberi dal consumo. Per questo serve una tramvia di superficie, un mercato del recupero e del riciclo, tanti sistemi di condivisione dei beni e delle professionalità. Verona deve essere prima di tutto rilavante per chi la vive. Verona, come altre città europee, può acquisire un ruolo preminente a livello internazionale se sviluppa una strategia che utilizza i fattori immateriali sopra citati.
Le capacità e le intelligenze possedute dai cittadini Veronesi sono state valorizzate dalla Giunta Tosi o sono state effettuate scelte che hanno privilegiato la fedeltà al potere e non i cittadini? Evidentemente la seconda. Tutte le nomine nelle società controllate dal Comune direttamente o indirettamente hanno seguito la logica della fedeltà politica. La conseguenza è stata la perdita di credibilità di vaste fette dell’economia pubblica veronese. I cittadini perdono così fiducia nel ruolo della politica, che dovrebbe saper leggere i tempi e nutrirsi delle migliori figure professionali e civiche per gestire progetti e risorse collettive. Ma questo è un altro mondo. Non quello della destra veronese. Ora tocca a noi dimostrare il cambiamento.
Quale equilibrio occorre realizzare per ampliare la partecipazione dei cittadini alla vita politica ed amministrativa del Comune? Occorre chiamare i cittadini, informarli pienamente delle condizioni economiche e strutturali del patrimonio comunale. I cittadini devono così partecipare alle decisioni, rispettando il principio che ognuno di noi può dare alla collettività un enorme servizio. Dobbiamo mettere i veronesi in condizione di poterlo fare, tramite referendum, forum deliberativi, sondaggi.
Vuole lanciare un messaggio ai cittadini veronesi per le prossime elezioni amministrative? Credo in una politica diversa, che non parli solo a se stessa, ma che scriva con i cittadini una storia nuova, fatta di partecipazione e rispetto del bene collettivo. Vorrei vedere una città in cui le persone hanno gli strumenti per partecipare ed esprimere giudizi costruttivi. In una città che tornasse in ogni luogo a parlare con passione e competenze di politica, chi dovrà prendere le scelte finali potrà avere la convinzione e la tranquillità di fare la cosa giusta. Dobbiamo dare una chance ad un modo di fare politica trasparente e seriamente preoccupato, la politica che avremmo sempre voluto vedere. Il movimento delle bicigialle, di cui sono espressione con la mia candidatura, promuove una visione di Verona e della comunità veronese dinamica, solidale, sostenibile e collaborativa.

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Matteo Cristani, candidato Pd al consiglio comunale di Verona

Notizie: Sono nato a Verona nel 1966, sposato con Chiara dal 1993, ed ho tre figli. Sono laureato in Informatica e sono ricercatore universitario a Verona.
Ho vissuto a Milano durante gli studi universitari, poi a Rochester con mia moglie, negli Stati Uniti, per un anno, ed a Leeds in Gran Bretagna con mia moglie ed i miei figli, per due volte, nel 1999 e nel 2004. Sono stato capo scout sia a Milano che a Verona. Da ragazzo sono stato impegnato nell’attività politica della sinistra. Ho fatto parte, sin dalla sua fondazione, del Partito Democratico, di cui sono stato costituente a livello regionale. Successivamente sono stato coordinatore del forum Scuola, Università e Ricerca a livello provinciale e sono membro dell’assemblea cittadina.
Sono appassionato di arti marziali, e ho studiato Judo a lungo. Sono cultore di letteratura Inglese, in particolare moderna e contemporanea, di musica lirica, e di arte moderna. Amo la montagna e la buona cucina. Sono cattolico praticante ed impegnato in parrocchia. Oggi sono candidato Pd al consiglio Comunale di Verona.
Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a candidarsi?
Dopo cinque anni di militanza nel partito democratico è venuto il momento di mettere alla prova le mie doti di costruzione del consenso, e, sperabilmente, anche quelle di lavoro politico in consiglio comunale, se riuscirò ad essere eletto, cosa in cui credo, anche per la differenza tra i candidati del PD e quelli dei partiti di centrodestra. I nostri candidati sono tutte persone serie, preparate e che fanno politica per spirito di servizio. Questo non è sempre vero nelle liste di centrodestra dove si annidano invece persone che sono solo latori di interessi molto particolari.
Come giudica l’amministrazione uscente guidata da Tosi?
Certamente una pessima amministrazione. Il sindaco si è occupato di se stesso e non della città, ed ha usato Verona come trampolino di lancio. La cosiddetta “squadra di Tosi” è fatta da persone molto poco presenti nel contesto sociale, che non hanno dimostrato abilità e competenze di livello tale da poter essere giudicati “eccellenti” amministratori, direi anzi, che la descrizione giusta è “di basso profilo”.
Quali problemi rimangono insoluti a Verona e per quali motivi non sono stati affrontati dalla Giunta Tosi? La mobilità sostenibile è decisamente il tema che la Giunta ha affrontato con meno efficacia, di fatto accantonandolo. Si tratta di questo, semplicemente: hanno inseguito un mito. Ogni persona ha i suoi spazi, le sue comodità. Tutti in città con l’auto, o altre ridicolaggini, parcheggi al posto delle aree verdi, depotenziamento del sistema di trasporto pubblico, l’introduzione di un incredibile filobus elettrico fino all’area urbana che diviene diesel in quella. Tutti segni inequivoci di una cultura centrata al cento per cento su miti ideologici.
La cultura è stata usata come un maglio per proporre megaeventi di portata internazionale mai realizzati, negando invece cittadinanza alle opportunità che provenivano dal territorio e bloccando la creatività, in particolare quella dei giovani.
Il welfare e le partecipate sono divenuti il luogo dell’ingiustizia, della sperequazione, delle accuse di sfruttamento del sistema rivolte a indigenti, immigrati, giovani, donne e anziani. Tutto il contrario di quello che dovrebbe avvenire.
Nessun aiuto alle imprese innovative e nessun intervento per l’occupazione, la qualificazione dell’occupazione, il coordinamento di servizi di supporto alle imprese.
Lo sport è stato bistrattato, in particolare sono state maltrattate Chievo, Tezenis e Marmi Lanza, tra fiori all’occhiello dello sport professionistico, considerate meno di zero da sindaco e assessore allo sport. Una macchia indelebile dovuta alla parzialità, faziosità e mancanza di sensibilità.
Eccoli qui, i tanto vantati successi della Giunta Tosi. Si vanteranno di aver messo in sicurezza la città? Allora vorrei rammentare a lor signori che sugli autobus, visto che la sicurezza sarebbe un problema del passato, avete deciso di far accompagnare i controllori e i verificatori da guardie armate di una società privata. Si vanteranno di aver eliminato il degrado urbano, sia attraverso la rimozione dei nomadi dal campo di Boscomantico sia attraverso l’espulsione dei venditori ambulanti dal centro? Allora chiediamoci per quale motivo il sindaco è uno dei promotori di uno degli sprechi pubblici più clamorosi: l’esercito in città.
Ci lasceranno in eredità, perché vinceremo noi, una città meno civile, meno colta, meno cortese e meno ricca. Forse la città è un pochino più in ordine e qualcuno potrebbe dire più pulita, ma il merito non è della Giunta. È dei cittadini, che la amano molto più di quanto non facciano Sindaco e Giunta.
Quali sono i problemi che le stanno più a cuore e che intende risolvere?
Il primo problema è l’introduzione di nuove tecnologie nei servizi del Comune. Il livello di arretratezza ad esempio dei servizi via Web dell’Anagrafe, è tra le cose più disarmanti che si possano vedere nel panorama del Nord Italia. Anche le partecipate sono un disastro da questo punto di vista, nonostante i seri tentativi condotti dai funzionari, dai dipendenti e dagli utenti. Occorre un drastico percorso di innovazione tecnologica in tutti i servizi, sia quelli erogati direttamente sia quelli forniti per mezzo delle partecipate.
Il secondo problema è il rilancio della cultura, soprattutto della cultura scientifica, intervenendo in modo serio sul museo di Storia Naturale che merita spazi ed opportunità migliori.
Preferisco non proporre un elenco in molti punti, mi sforzerò di ottenere risultati in questi due aspetti.
Perché Verona nonostante gli eventi culturali che offre rimane una città provinciale?
Gli eventi sono l’esito del provincialismo eretto a modello. Chiamiamo Goldin per fare una mostra internazionale, e siccome non la facciamo paghiamo una penale enorme (o meglio rischiamo di pagarla, al momento); chiediamo a Zeffirelli di continuare a dirigere in Arena, senza preoccuparci di quali direttori siano cresciuti nel territorio di riferimento, anche al di là della provincia; facciamo fare i tendoni di piazza Brà all’esterno, senza pensare che i disegni potevano, ad esempio, essere frutto di un contest bandito all’Accademia Cignaroli. Insomma, il provincialismo è frutto di una assurdità, di un pericoloso complesso di inferiorità. Contemporaneamente a questo la città è isolata anche dal punto di vista, per esempio, museale. Circuiti museali importanti di città limitrofe, come Santa Giulia a Brescia o il Palazzo Tè a Mantova, o il MART a Rovereto non sono coordinati con il nostro sistema museale urbano.
Aggiungiamo che il patrimonio museale della città include il museo di Storia Naturale che richiede un intervento urgente di ammodernamento, perché possa fare il servizio alla città che quello spazio meriterebbe. Senza un intervento anche nel settore delle nuove tecnologie, non esiste alcuna possibilità che si esca da questo percorso di declino culturale.
Quali fattori occorre utilizzare per avviare la crescita di Verona e renderla rilevante a livello Europeo ed Internazionale? Tre fattori: modernità, legame con il territorio delle iniziative culturali ed economiche, rigore.
Occorre puntare su nuove tecnologie, web, social networks. Occorre che il territorio esprima se stesso sia a livello economico che a livello culturale in libertà, passando dall’attuale sistema sostanzialmente amicale di gestione delle relazioni tra Amministrazione e Partecipate ad un sistema Politico, in senso stretto. Occorre che il welfare, le nomine, ed ogni aspetto dell’intervento del Comune nell’economia e nella società Veronese siano trasparenti.
Le capacità e le intelligenze possedute dai cittadini Veronesi sono state valorizzate dalla Giunta Tosi o sono state effettuate scelte che hanno privilegiato la fedeltà al potere e non i cittadini? Sono state effettuate scelte di privilegio nei confronti dei fedeli. Il Sindaco deve parlare con tutti ed invece ha scelto la politica del parlare con tutti i conduttori televisivi. È onnipresente nelle trasmissioni di informazione a livello nazionale, ma non ha mai accettato un confronto televisivo con persone che conoscono i problemi della città. Non ha mai aperto una discussione seria in Consiglio Comunale con le opposizioni. Non ha mai ascoltato le istanze delle associazioni e dei comitati di cittadini, quando queste non corrispondevano alle richieste di parte dei suoi uomini.
Quale equilibrio occorre realizzare per ampliare la partecipazione dei cittadini alla vita politica ed amministrativa del Comune? Ci vogliono tre condizioni per mettere in equilibrio un sistema democratico: rappresentanza, vita istituzionale, collaborazione con i cittadini. Occorre che tutti i cittadini siano ascoltati, sia attraverso la loro rappresentanza politica, sia per mezzo delle loro organizzazioni spontanee, sia in forma di comitato che in forma di associazioni e che la vita politica del consiglio comunale sia trasparente per mezzo di canali di comunicazione ufficiali che aprano ai cittadini gli spazi di “comprensione” della politica.
Vuole lanciare un messaggio ai cittadini veronesi per le prossime elezioni amministrative? Occorrono persone nuove, storie nuove. Occorre smuovere la città, spingere in consiglio le energie e liberarle. Per fare di Verona una città moderna, aperta e dinamica. Votate Bertucco sindaco ed esprimete la vostra preferenza al consiglio comunale per Matteo Cristani.

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Sergio Carollo, candidato Pd al consiglio comunale di Verona

Notizie: Sono nato a Roverbella (Mn), ho 58 anni, sono sposato con Carla, ho tre figli e vivo a San Massimo, ho lavorato in qualità di capotecnico presso una primaria società di telecomunicazioni, da qualche mese sono in mobilità. Attualmente Consigliere capogruppo del Partito Democratico in 3^ Circoscrizione e vicesegretario cittadino del  PD. Oltre all’impegno politico, sono attivo nel volontariato presso Lega Italiana Fibrosi Cistica Associazione Veneta, Comitato di Verona della quale sono anche Segretario. Mantengo rapporti costruttivi con la realtà scolastica dopo aver coperto per alcuni anni il ruolo di Presidente dell’Associazione Genitori dell’I.C. di S. Massimo; sono membro del Gruppo Alpini di S. Massimo e del Gruppo  AVIS cittadino. Oggi sono candidato Pd al consiglio comunale di Verona.
Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a candidarsi?
Le problematiche affrontate in questi anni sono state tante e tali che mi hanno permesso di  accumulare un’esperienza che è corretto e doveroso mettere a disposizione di tutti i veronesi.
In questi cinque anni, personalmente come Capogruppo o assieme agli altri validi Consiglieri del PD, ho presentato in Circoscrizione o in Comune più di un centinaio fra Ordini del Giorno, Interrogazioni, Richieste, Proposte, tutte in forma scritta in modo tale che restino documentate.
In questa  maniera le nostre iniziative sono sempre risultate da pungolo verso la maggioranza e non accantonabili.
Come giudica l’amministrazione uscente guidata da Tosi?
La definirei “latitante e superficiale” incapacità di affrontare in maniera concreta i veri problemi di Verona come la viabilità l’urbanistica i trasporti.
Quali sono i problemi che le stanno più a cuore e che intende risolvere?
Viabilità e traffico: completamento dell’intervento su Corso Milano con l’esecuzione della rotonda su Via Fava e prolungamento di Via Pitagora su Via Fava.
Collegamento fra Via Anselmi e Via Friuli.
Collegamento fra Via San Marco e la rotonda di Via Sogare.
Realizzazione di nuove piste ciclabili per raggiungere i vari quartieri, collegamento fra le esistenti e loro messe in sicurezza.
Anziani e politiche sociali: promuovere l’integrazione degli anziani e il territorio individuando strutture idonee in ogni quartiere. Sollecitare l’intervento di ristrutturazione del Teatro di B.go Nuovo, come realtà culturale per una vera integrazione utilizzabile per ogni fascia di età.
Salvaguardia e valorizzazione del territorio: recupero di forte Procolo come polmone verde per il quartiere Navigatori.
Valorizzazione e recupero per la cittadinanza di villa Pullè.
Monitoraggio e controllo della cava Speziala, perché rimanga un’area verde e il suo utilizzo sia finalizzato come spazio per la comunità e realizzazione delle necessarie rotatorie.
Politiche giovanili e promozione dello sport: recuperare spazi da mettere a disposizione dei giovani per le loro iniziative culturali e musicali.
Sicurezza: potenziare un controllo più attento e puntuale del territorio da parte della Polizia Municipale, lasciando alle forze dell’ordine il loro ruolo istituzionale.
Perché Verona nonostante gli eventi culturali che offre rimane una città provinciale?
Perché manca un raccordo con altre realtà sia a livello regionale che nazionale.
Così il singolo evento resta fine a se stesso con il pericolo di risultare magari un doppione rispetto ad altre iniziative.
Quali fattori occorre utilizzare per avviare la crescita di Verona e renderla rilevante a livello Europeo ed Internazionale?
Aprire seriamente un tavolo fra tutte le realtà culturali, imprenditoriali e della società civile per fare una squadra comune da presentare sia a livello nazionale che internazionale.
Perché il nostro territorio a tre realtà immense: il lago, la montagna e i teatri, che tutti ci invidiano.
Le capacità e le intelligenze possedute dai cittadini Veronesi sono state valorizzate dalla Giunta Tosi o sono state effettuate scelte che hanno privilegiato la fedeltà al potere e non i cittadini?
Assolutamente no, vi sono cariche che sono frutto esclusivamente di una appartenenza politica e nulla anno a che fare con capacità organizzative.
Quale equilibrio occorre realizzare per ampliare la partecipazione dei cittadini alla vita politica ed amministrativa del Comune?
La partecipazione inizia dalle Circoscrizioni perché rappresentano il primo anello di congiunzione fra il cittadino e l’amministrazione. Bisogna dunque valorizzarle con deleghe precise su urbanistica locale, cultura e sport.
Vuole lanciare un messaggio ai cittadini veronesi per le prossime elezioni amministrative?
La mia candidatura vuole essere un apporto di conoscenze ed esperienze per formare una squadra che assieme al candidato Sindaco Michele Bertucco potrà dare un vero cambiamento alla nostra città, che è vissuta in questi cinque anni solo di promesse per grandi opere, lontane però dalla realtà dei cittadini. Ho creato anche una sorta di slogan che penso mi rappresenti: “l’impegno e la coerenza fanno la differenza”.

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martedì 3 aprile 2012

Lavoro: coprire i posti che non si vedono

Articoli di Pietro Ichino pubblicati sul Corriere della Sera dal 1 al 3 aprile del 2012
Se otto su dieci ritrovano un posto
Caro Direttore,
Monti e Fornero hanno dalla loro un argomento fortissimo: il progetto di riforma che il governo sta per presentare in Parlamento allinea il nostro diritto del lavoro a quello degli altri Paesi europei. Ma a questo argomento gli italiani che difendono l'articolo 18 ne contrappongono uno altrettanto forte: l'Italia non è come gli altri Paesi europei, perché da noi il lavoro manca; chi lo perde ha una enorme difficoltà a ritrovarlo.
Ora, la difficoltà a ritrovarlo - e ancor più a trovarlo per la prima volta -, in Italia, è indiscutibile; e ne vedremo i motivi specifici nella prossima puntata. Ma di lavoro da noi ce n'è molto più di quanto si pensi, anche in questo periodo di vacche magre (e potrebbe essercene ancor di più se fossimo capaci di abbattere il diaframma che separa domanda e offerta di manodopera: sarà questo il tema della terza puntata).
La prima tabella mostra il numero dei contratti di lavoro dipendente che sono stati stipulati nel corso del 2010 in ciascuna delle nove Regioni che sono in grado di fornire questo dato. Un numero sorprendentemente alto: nell'occhio del ciclone della crisi più grave dell'ultimo secolo, queste Regioni hanno fatto registrare in un anno circa quattro milioni di contratti di lavoro.
Vero è che, se si disaggregano questi dati, ne risulta solo un milione circa di contratti a tempo indeterminato. Ma anche solo un milione è un bel numero, se si considera che le persone rimaste nello stesso periodo senza il posto per crisi occupazionali aziendali si misurano con uno o due zeri di meno. Per esempio: in Veneto, tra l'ottobre 2010 e il settembre 2011, gli assunti a tempo indeterminato sono stati 145.600. Nel corso del 2011, coloro che hanno perso il posto per licenziamenti collettivi sono stati 11.807; e per licenziamenti individuali (quasi tutti in imprese sotto i 16 dipendenti) 22.671. Dunque: nella stessa regione, pur in un periodo di grave crisi, per ogni licenziato sono stati stipulati quattro contratti a tempo indeterminato.
Ancora nel Veneto - la regione che fornisce i dati più aggiornati, completi e analitici - risulta che negli ultimi anni quattro persone su dieci che hanno perso il posto lo hanno ritrovato in tre mesi, otto su dieci lo hanno ritrovato entro un anno. È all'incirca la stessa cosa che emerge, da una ricerca della Banca d'Italia su dati Inps per il periodo 1998-2005, in riferimento all'intero territorio nazionale: anche da quei dati, sorprendentemente, risulta che otto italiani su dieci ritrovavano il lavoro entro un anno da quando lo avevano perso. La differenza, fra prima e dopo lo scoppio della grande crisi, è che appare molto peggiorato il rapporto tra assunzioni a tempo indeterminato e a termine, o comunque con contratti precari.
Se le cose stanno così, come si giustifica il fatto che diamo normalmente per scontata la prospettiva di anni e anni di cassa integrazione per chi perde il posto? Per esempio: in quello stesso Veneto nel quale sono stati stipulati 145.000 contratti a tempo indeterminato nel corso dell'ultimo anno, ci sono due aziende - la Iar Siltel di Bassano del Grappa e la Finmek di Padova - dove poche centinaia di lavoratori sono in cassa integrazione da sette anni. Non è forse questo il segno di un modo profondamente sbagliato di affrontare il problema della perdita del posto di lavoro nel nostro Paese?
Sento già l'obiezione: questi sono dati riguardanti il Centro-Nord, ma nel Mezzogiorno le cose vanno in modo molto diverso. È vero; ma al Sud le cose vanno in modo meno diverso di quanto si pensi. La seconda tabella ci fornisce il dato complessivo dei rapporti di lavoro attivati al Nord, al Centro e al Sud.
Anche al Sud, dunque, le occasioni di lavoro ci sono. Certo, ne occorrono di più, perché anche così il tasso complessivo di occupazione in Italia è troppo basso; perché se aumenta la domanda aumentano le retribuzioni e la forza contrattuale dei lavoratori; ma già oggi i nuovi contratti si contano a milioni ogni anno. La ricerca del posto dovrebbe apparirci come un succedersi di gare di dieci concorrenti per nove posti; perché invece abbiamo questa percezione del nostro mercato del lavoro - e soprattutto di quello meridionale - come di un grande «buco nero», di una trappola infernale dalla quale tenersi il più possibile alla larga? Come si spiega che, con tutti questi contratti di lavoro stipulati ogni anno, sia effettivamente così difficile per i disoccupati trovare un posto nel tessuto produttivo italiano?
Cercheremo di rispondere a questa domanda nella prossima puntata, mettendo a fuoco il muro - più alto e più spesso rispetto ai Paesi del Centro e Nord Europa - che da noi separa la domanda dall'offerta di lavoro. Qui c'è ancora spazio per un'osservazione: dalla riforma costituzionale del 2001, le nostre Regioni hanno una competenza legislativa e amministrativa piena in materia di servizi al mercato del lavoro e tutte ovviamente spendono risorse rilevanti per questo capitolo di bilancio; ma, dal Lazio in giù, nessuna delle nostre Regioni è in grado di fornire neppure il numero dei contratti di lavoro stipulati sul proprio territorio. Per non dire di tutti gli altri dati disaggregati che sarebbero indispensabili per governare efficacemente l'incontro fra domanda e offerta. Se esse stesse non conoscono nulla del proprio mercato del lavoro, come possono farlo conoscere ai lavoratori che ne avrebbero bisogno? (1 continua)
Occupazione: i giacimenti facili da sfruttare Il problema del lavoro nel nostro Paese non è soltanto quello dell'inconoscibilità dei milioni di occasioni che il mercato offre ogni anno, in ogni parte della Penisola (di cui abbiamo parlato ieri), ma anche quello della nostra incapacità di mettere a frutto alcuni enormi giacimenti di occupazione, che lasciamo quasi del tutto inutilizzati.
Eppure sarebbero facilmente a portata di mano e, come mi propongo di mostrare, il loro sfruttamento richiederebbe investimenti che sono certamente alla nostra portata.
Il primo giacimento a cui mi riferisco è costituito dagli skill shortages, cioè dai posti di lavoro che restano permanentemente scoperti per mancanza di manodopera dotata della qualificazione necessaria per occuparli.
Il grafico qui accanto mostra quanto emerge dall'ultimo censimento svolto da Unioncamere, nel 2011: ne risultano 117.000 posizioni di lavoro disponibili, sparse in tutte le regioni italiane, distribuite in tutti i settori e tra tutti i livelli professionali. Gli studiosi di economia e di sociologia del lavoro avvertono, peraltro, che gli skill shortages effettivi sono molti di più: almeno mezzo milione. Così come per ogni disoccupato che cerca lavoro si stima che ci siano almeno tre «lavoratori scoraggiati», potenzialmente interessati a trovare un lavoro ma che non ci si provano neppure, allo stesso modo ci sono gli «imprenditori scoraggiati»: cioè quelli che avrebbero bisogno di personale qualificato, ma considerano talmente improbabile trovarlo che non fanno neppure l'inserzione sul giornale o la richiesta all'agenzia di collocamento.
Per mettere questo giacimento di occupazione a disposizione dei nostri disoccupati, o dei lavoratori che cercano un nuovo lavoro, basterebbe che un servizio specializzato facesse per ognuno di essi il bilancio delle competenze, individuasse i due o tre skill shortages più vicini professionalmente e geograficamente e delineasse i percorsi di riqualificazione professionale necessari per accedere a ciascuno dei due o tre posti individuati (preferibilmente in collaborazione con l'impresa interessata, utilizzando e retribuendo i suoi impianti e il suo personale qualificato). Tra questi il lavoratore interessato dovrebbe scegliere quello che meglio corrisponde alle sue aspirazioni ed esigenze familiari, per poi intraprendere l'itinerario di formazione necessario.
Si obietta che i servizi pubblici per l'impiego non sono in grado di svolgere questo compito. Le agenzie private di outplacement , però, sì. Oggi in Italia sono poco utilizzate, perché non abbiamo ancora maturato la cultura dell'assistenza intensiva al lavoratore nella ricerca dell'occupazione; ma ci sono anche da noi, e funzionano bene. La tabella qui sopra, per esempio, mostra in quanto tempo sono stati ricollocati tra 2010 e 2011 da una delle maggiori società che svolgono questo servizio in Italia 2.961 impiegati e 1.637 operai, affidati loro da imprese in situazioni di crisi occupazionale.
Certo, i servizi di outplacement costano cari (mediamente, l'equivalente di cinque o sei mensilità dell'ultima retribuzione del lavoratore interessato). Ma sempre meno della cassa integrazione «a perdere»: si potrebbe attivare un buon incentivo per l'azienda che licenzia, affinché essa ingaggi l'agenzia più adatta al compito; e le Regioni farebbero soltanto il loro dovere se riqualificassero drasticamente la propria spesa in questo settore, prevedendo il rimborso di tre quarti o quattro quinti del costo standard di mercato del servizio. Per questo potrebbe e dovrebbe essere utilizzato anche quel 60 per cento dei contributi del Fondo Sociale Europeo che spetterebbero all'Italia, ma che finora non siamo stati capaci di utilizzare per inadeguatezza delle nostre iniziative nel mercato del lavoro rispetto ai requisiti di efficienza ed efficacia giustamente posti dal Fondo stesso.
Oggi il fabbisogno prevedibile di qualifiche professionali scarse si potrebbe conoscere in anticipo per ogni zona e per ogni settore produttivo. Che cosa aspettiamo ad attivarci per porre questo giacimento occupazionale a disposizione dei tanti italiani che hanno difficoltà a trovare un lavoro?
Un altro giacimento da cui potremmo trarre flussi di centinaia di migliaia di nuove assunzioni ogni anno è costituito dagli investimenti stranieri, che l'Italia è stata fin qui drammaticamente incapace di attirare: per questo aspetto, in Europa solo la Grecia ha fatto peggio di noi nell'ultimo ventennio. Se soltanto fossimo stati capaci di allinearci a un Paese mediano nella graduatoria europea, come l'Olanda, nell'ultimo quinquennio prima dello scoppio della crisi (2004-2008) questo avrebbe significato un maggiore afflusso di investimenti nel nostro Paese pari a 57,6 miliardi all'anno (vedi tabella sopra). E negli ultimi quattro anni di crisi economica il nostro ritardo su questo terreno è ulteriormente peggiorato rispetto agli altri Paesi europei.
Quando si discute di questa gravissima chiusura dell'Italia, gli «addetti ai lavori» tendono sempre a sottolineare che la nostra scarsa attrattività per gli investitori stranieri è dovuta ai difetti delle nostre amministrazioni pubbliche (soprattutto di quella della Giustizia) e delle nostre infrastrutture di trasporto e di comunicazione, al costo dell'energia e dei servizi alle imprese più alto da noi che oltr'Alpe. Ma nel documento che il Comitato Investitori Esteri presieduto da Giuseppe Recchi ha presentato al governo nel dicembre scorso viene indicato, tra i primi, un altro ostacolo: la nostra legislazione del lavoro ipertrofica, bizantina, non traducibile in inglese, e nettamente disallineata rispetto a quelle dei maggiori Paesi europei su di un punto di importanza cruciale: la prevedibilità del severance cost , cioè del costo del licenziamento per motivi economico-organizzativi, quando l'aggiustamento degli organici si rende necessario. Questo è il motivo, molto serio, per cui il governo punta a una riforma della materia che, come in tutti gli altri ordinamenti europei - Germania compresa -, consenta la predeterminazione del costo del licenziamento per motivi economici. (2 – continua)
Come aprire il mondo chiuso del lavoro Se in Italia si stipulano ogni anno milioni di contratti di lavoro, e potremmo avere occasioni di occupazione ancora più numerose sfruttando meglio i “giacimenti” oggi inutilizzati (come abbiamo visto nelle due puntate precedenti di questa inchiesta), perché gli italiani hanno tanta paura di questo mercato del lavoro e cercano di tenersene alla larga più di quanto accada nella maggior parte degli altri Paesi industrializzati? E perché la disoccupazione resta così alta e, mediamente, di così lunga durata?
Una risposta alla prima domanda è che quattro quinti degli occupati hanno un contratto a tempo indeterminato, mentre per i nuovi contratti che si stipulano il rapporto si inverte: quattro quinti, o giù di lì, sono a termine. Gli occupati dunque temono, passando da un’azienda a un’altra, di peggiorare la propria condizione di sicurezza. Per aumentare la mobilità dei lavoratori occorre far sì che il contratto a tempo indeterminato torni a essere la forma normale di assunzione. E per questo è indispensabile rendere l’assunzione a tempo indeterminato più appetibile per le imprese, allentando almeno un poco i vincoli oggi fortissimi allo scioglimento del rapporto per motivi economici od organizzativi.
Una risposta alla seconda domanda è data dalla figura 1 (riferita al 2008; ma il quadro complessivo, per questo aspetto, non è cambiato – sarà on line appena possibile). Qui i principali Paesi occidentali industrializzati si dispongono su di una diagonale, che mostra la correlazione esistente tra facilità di uscita e facilità di entrata nel tessuto produttivo. In altre parole: dove è più facile passare dallo stato di occupato a quello di disoccupato, è anche più facile compiere il passaggio inverso. Così, per esempio, vediamo in alto a destra gli Usa, dove più di tre occupati e mezzo su cento ogni mese sperimentano la disoccupazione (un dato impressionante: vuol dire che questo accade a 40 occupati su cento ogni anno!), ma dove dalla disoccupazione si esce con grande facilità: ogni mese sei disoccupati su dieci trovano una occupazione. Questo spiega perché la durata media dei periodi di disoccupazione negli Usa sia relativamente breve, a confronto con il resto del mondo.
All’estremo opposto troviamo l’Italia. Qui ogni mese meno di 0,5 lavoratori attivi su cento sperimentano il passaggio alla disoccupazione, ma per converso nello stesso mese meno di 5 disoccupati su cento trovano lavoro. Ne risulta l’immagine di un Paese nel quale il tessuto produttivo è come una cittadella fortificata, da cui chi è dentro difficilmente esce, ma in cui chi è fuori difficilmente riesce a entrare.
Molto vicina all’Italia, in questa diagonale, troviamo la Germania: essa infatti è ben conosciuta come il Paese con il mercato del lavoro più rigido dopo quello italiano (con la differenza, però, di un’economia complessivamente molto più forte e capace di autofinanziarsi). Proseguendo lungo la diagonale verso l’alto, in una zona intermedia troviamo i Paesi scandinavi: quelli dove più che in qualsiasi altra regione del mondo si sperimenta la coniugazione di una buona flessibilità delle strutture produttive con una forte sicurezza economica e professionale del lavoratore. Qui ogni mese fra i 30 e i 40 disoccupati ogni 100 ritrovano l’occupazione; e se si considera che in quei Paesi il sistema garantisce loro un robusto e universale sostegno del reddito nei periodi (mediamente brevi) di disoccupazione, si comprende perché essi accettino un regime di relativa facilità del licenziamento per motivi economici od organizzativi.
Quello che il governo Monti si propone è di incominciare a spostare il nostro Paese lungo questa diagonale, in direzione del modello nord-europeo. Questo spostamento è necessario innanzitutto per evitare che la disoccupazione in Italia assuma il carattere di una terribile piaga sociale, costituendo – come accade oggi una forma di esclusione permanente dal tessuto produttivo. Ma è necessario anche per evitare che l’abnorme difficoltà di ingresso nel tessuto produttivo ritardi in modo patologico l’emancipazione economica dei giovani dalla famiglia di origine e scoraggi milioni di italiani adulti – soprattutto donne – dall’attivarsi per trovare un lavoro retribuito. Per farsi un’idea del problema, basti considerare che, se le cose nel nostro mercato del lavoro funzionassero come in Gran Bretagna Paese simile al nostro per dimensioni e per ricchezza , avremmo circa cinque milioni di italiani in più occupati, di cui quattro quinti donne.
Per la realizzazione di questo progetto, che risponde anche a quanto ci propone l’Unione Europea (molto preoccupata per il livello davvero troppo basso dei nostri tassi di occupazione generale, femminile e giovanile: v. il la tabella qui sotto), non bastano la riforma dei licenziamenti e l’istituzione dell’assicurazione universale contro la disoccupazione, contenute nel progetto Fornero. Occorre anche un servizio efficiente e capillare di orientamento scolastico e professionale capace di raggiungere ogni adolescente all’uscita di qualsiasi ciclo scolastico, per fornirgli le informazioni indispensabili per orientare le proprie scelte, che oggi mancano drammaticamente ai nostri ragazzi. Occorre promuovere la domanda e l’offerta di lavoro femminile con gli incentivi fiscali e i servizi alle famiglie. Ma occorre, soprattutto, un mutamento della concezione del posto di lavoro nella nostra cultura dominante.
Oggi, in Italia, predomina una concezione “proprietaria”, per la quale il posto si può perdere soltanto a seguito di una colpa molto grave, oppure del fallimento dell’impresa. Finché questa sarà la concezione dominante, e a questa corrisponderà la struttura giuridica del rapporto di lavoro e l’orientamento dei giudici, sarà sempre difficile, nel nostro Paese, conquistarsi un lavoro non precario. Anche perché molte delle nostre imprese tenderanno a limitare al minimo indispensabile i “condomini” in casa propria, e le imprese straniere preferiranno investire altrove.
Finché non compiremo questo passaggio, i grandi giacimenti di occupazione aggiuntivi, di cui abbiamo parlato sul Corriere di ieri, rimarranno scarsamente utilizzati.

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Incontri a Verona

La campagna elettorale per le amministrative di Verona è iniziata e sono tanti gli incontri organizzati per incontrare gli elettori, tra questi si richiama l’attenzione sui seguenti eventi per la loro importanza:

1) Incontro con gli elettori e la stampa sul tema

Cambiare Verona con trasparenza e competenze

organizzato per venerdì 6 aprile alle ore 11,30 presso la sede del Comitato Elettorale Bertucco Sindaco

Intervengono:

- Michele Bertucco, candidato a Sindaco di Verona;
- Damiano Fermo, candidato Pd al Consiglio Comunale;
- Antonino Leone, responsabile PA del Pd di Verona.

2) I rapporti di incontro e scontro tra Chiesa e Lega Nord ed il patto di ferro tra Comunione e Liberazione ed il partito di Bossi, che ora si trova condizionato dalle lobby, dai poteri forti e dalle banche, soprattutto nella città di Verona verranno valutati nell’incontro:

Tra secessione e recessione

Organizzato per domenica 15 aprile alle ore 17,30 presso la sala del Liston 12 in piazza Bra Intervengono:

- Laura Pressi, moderatrice dell’incontro e candidata al Consiglio Comunale;
- Paolo Bertezzolo, autore del libro “Padroni a Chiesa Nostra”;
- Ferruccio Pinotti, autore del libro “La Lobby di Dio”.
 

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lunedì 2 aprile 2012

Michele Bertucco, proposta per un nuovo Welfare locale

In previsione dell'incontro con le associazioni del Terzo Settore, previsto per mercoledì 4 aprile alle ore 20,30 (sala Brunelleschi, zona stadio) Michele Bertucco illustra le linee guida del suo progetto per un nuovo sistema di politiche sociali a livello comunale. Tra le proposte, anche un fondo di solidarietà su base volontaria.
All’incontro parteciperanno: Mauro Peroni, che presenterà le linee guida sul welfare per il Centrosinistra, Luca Picotti (rapporti tra amministrazione e terzo settore), Teresa Giacomazzi, presidente Mag (realtà della cooperazione sociale), Italo Sandrini, Acli (associazionismo e welfare municipale); Flavio Savoldi, Movimento handicap (welfare e disabilità). Concluderà Michele Bertucco, candidato Sindaco di Verona.
Dopo anni di ‘gestione dell’esistente’ da parte del centrodestra, con tensioni al suo interno tra “buoni” e “ cattivi” che hanno acuito nel tessuto sociale veronese divisioni e contrasti, Michele Bertucco presenta il suo progetto per migliorare le politiche sociali comunali nel senso di un efficace welfare di comunità, avendo il volontariato, le associazioni e le cooperative del Terzo settore come interlocutori principali.
Verona è una città complessivamente benestante, tuttavia le persone in difficoltà stanno aumentando e le risorse a disposizione (Comune, Fondazione) sono sempre meno. Per questo sto pensando ad uno strumento solidaristico, un fondo volontario, attraverso il quale chi sta meglio aiuti chi sta peggio. Ne discuterò con tutti coloro che già oggi fanno molto per alleviare le sofferenze. Di sicuro, il Comune potrà promuoverlo ma non gestirlo, va affidato a persone di specchiata onorabilità, meglio se già oggi impegnati in associazioni che si dedicano al sociale. Sono sicuro che con regole chiare e trasparenti i veronesi non faranno mancare la loro generosità. Ma il progetto nel sociale non si ferma qui. Le politiche sociali sono un investimento per il benessere dei cittadini, vanno pianificate e finalizzate a far diventare protagonisti i cittadini, non semplici destinatari.
Le famiglie in difficoltà vanno sostenute con politiche tariffarie agevolate, facilitazioni per la casa, interventi di aiuto al ruolo genitoriale.
Città a misura d i bambin i . Per i bambini Verona verrà istituito il "Garante comunale dei diritti dei bambini, delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze" e verrà ripreso e potenziato il progetto “Verona, città amica dei bambini e delle bambine” quale modalità di ripensare la programmazione della città anche sotto l'aspetto urbanistico e viabilistico con l'istituzione di pedibus e bicibus, del progetto “vado a scuola da solo” e l'istituzione di nuove “zone 30”. Tra i bambini da 0 a 3 anni va inoltre potenziata l’offerta formativa e di cura, mirando al raggiungimento degli standard europei del 33% di bambini che possano usufruire di strutture educative (asili nido, nidi integrati, “tempo per le famiglie”, tages mutter) anche attraverso la formazione di specifiche figure professionali.
Anziani. In una città formata per oltre il 22% della popolazione da ultra 65enni, l’attenzione agli anziani deve diventare una tra le priorità. Tra gli interventi: rafforzare l’assistenza domiciliare e ottenere nei Piani di Zona un riequilibrio per la storica carenza di posti letto convenzionati nella nostra città, di cui soffre in particolare la zona Sud della città.
Disabilità. Si garantirà un’effettiva funzionalità della Consulta per l’handicap formata da associazioni effettivamente rappresentative della realtà (disabilità fisica, sensoriale, intellettiva) rileggendo il bilancio comunale alla luce dei diritti di cittadinanza delle persone con disabilità.
Povertà. Nella nostra città, ad una fascia di popolazione cronicamente marginale (senza fissa dimora, anziani soli con pensioni al minimo), si sono aggiunti in questo periodo di crisi economica famiglie numerose monoreddito, donne con figli sole, famiglie di cassintegrati o disoccupati, di separati o divorziati; in questo contesto è necessario. Sono sicuro che con regole chiare e trasparenti i veronesi non faranno mancare la loro generosità.
Immigrazione. La presenza numerica degli immigrati si sta stabilizzando, così come deve stabilizzarsi la qualità dell’integrazione dei “nuovi veronesi” nella città attraverso politiche che valorizzino gli aspetti formativi e culturali, a fianco a quelli sociali e della legalità. In particolare va valorizzato il ruolo della Consulta degli immigrati, quale organo di partecipazione, consultazione, proposizione delle comunità degli immigrati a Verona. Per coinvolgere gli stranieri nelle decisioni politiche della città è fondamentale riconoscere loro il diritto di voto. Per i referendum e le altre consultazioni comunali tale diritto può essere introdotto con una semplice modifica dello Statuto.

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Federico Testa, cambiare meccanismi della bolletta energetica

Articolo di Federico Testa, parlamentare e responsabile Energia del Pd, pubblicato su L’Unità il 2 aprile 2012
La bolletta energetica per le aziende e le famiglie italiane è sempre più cara, con gravi ripercussioni sulla competitività delle imprese e sui livelli di vita delle persone. Tra i maggiori imputati di questa crescita vi è la componente «verde» del costo dell’energia, cioè la voce A3 delle bollette, che sta letteralmente esplodendo.
Innanzitutto è opportuno sottolineare come il nostro Paese nel settore delle energie rinnovabili avesse nel passato accumulato un significativo ritardo: in questo senso è stato opportuno per alcuni versi “forzare” i processi di incentivazione al fine di recuperarlo. Ora si impone una riflessione che, nel perseguimento dello sviluppo al massimo potenziale delle fonti rinnovabili nel nostro Paese, consenta di raggiungere altri obiettivi.
Il primo è ottenere una ricaduta significativa sul tessuto produttivo/industriale italiano. Ad oggi questo avviene in misura parziale e insufficiente, vuoi perché nella filiera produttiva rilevano molto i differenziali di costo di produzione (fotovoltaico in Cina), vuoi perché il ritardo accumulato ha fatto sì che la leadership tecnologica venisse acquisita da altri Paesi (eolico in Germania). È quindi opportuno concentrare gli sforzi sulla ricerca e sullo sviluppo di tecnologie meno mature, rispetto alle quali tuttora conserviamo leadership e competenze di prima fila, quali ad esempio il solare a concentrazione e la produzione di biocarburanti di seconda generazione.
Il secondo obiettivo è favorire l’incentivazione di impianti rinnovabili che abbiano una sostenibilità economica intrinseca di medio lungo periodo: quindi basta ad impianti che si sostengono solo grazie a incentivi troppo generosi e a meccanismi di rendita finanziaria che spesso portano con sé speculazioni, uso distorto del territorio, possibili ruoli non chiari della criminalità organizzata, anche a causa degli onerosi procedimenti autorizzativi. Ragionamenti analoghi possono farsi su impianti a terra nelle pianure, che spesso sottraggono per motivi speculativi risorse preziose all’agricoltura.
Il terzo obiettivo è collegare la diffusione delle fonti rinnovabili con lo sviluppo delle reti. L’energia da fonti rinnovabili dovrà essere gestita da reti “intelligenti” (le cosiddette smart grid): ne sono la dimostrazione i costi di trasmissione e dispacciamento, quadruplicati (!!!!!) dal 2004 al 2012, vuoi per la remunerazione riconosciuta a Terna, vuoi perché le rinnovabili sono discontinue e aumentano gli oneri di bilanciamento del sistema.
Il quarto obiettivo è evitare, come si è detto, ricadute troppo pesanti sulle bollette, tanto più in tempo di crisi: la vicenda Alcoa, pur nella sua peculiarità, non è un caso isolato, e ci impone di ragionare con attenzione sul rischio di una progressiva de-industrializzazione del nostro Paese. Né si deve dimenticare come sulla bolletta pesino anche una serie di riduzioni di costo riservate ai grandi consumatori, quali il servizio di interrompibilità, di riduzione istantanea dei prelievi, l’esenzione dagli oneri di dispacciamento, l’import virtuale: questi costi finiscono per essere pagati da famiglie e imprese.
È quindi urgente "mettere mano" alla bolletta energetica e alle sue componenti. Cosa fare? È importante innanzitutto aprire una discussione su cosa va in bolletta e cosa va in tassazione generale: voci come i regimi tariffari speciali per le ferrovie o altre di natura più generica andrebbero infatti spostate a carico del bilancio dello Stato. In secondo luogo occorre decidere chi paga e chi no in bolletta, individuando le priorità di politica industriale (settori energivori/di base, rilevanti per la competitività di sistema ed esposti a concorrenza internazionale), a cui concedere le agevolazioni.
È necessario ancora chiedere ai produttori di energia rinnovabile di farsi carico degli oneri di bilanciamento del sistema, dotandosi (singolarmente o in forma associata) delle necessarie strutture di accumulo, così da fornire l’energia «piatta», con continuità. Accumuli che, se invece predisposti da Terna o Enel, finirebbero necessariamente in bolletta. Infine occorre spingere sullo sviluppo della generazione distribuita ad alta efficienza, superando il modello di produzione accentrata e i conseguenti costi in infrastrutture. Speriamo che il governo Monti lanci la sfida.

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