mercoledì 25 giugno 2014

Welfare: Rotta e Zardini scrivono a Faraone

“E' partita la campagna del PD, afferma Davide Faraone responsabile Welfare del PD, in tutto il paese, gireremo ogni città, incontreremo le famiglie, gli assistenti sociali, gli insegnanti, il non profit. Raccoglieremo le denunce e le proposte. Promuoveremo naturalmente i servizi che funzionano, e li proporremo come modello per l'Italia. Tuttavia molte cose possono essere fatte, già da ora, senza l'intervento del legislatore, con semplici provvedimenti amministrativi, dai comuni, dall'Inps e dalle Asl".
"Il nostro paese è un generatore di frustrazioni per persone disabili e un moltiplicatore di disperazione per le famiglie, continua Faraone. A cominciare dalla via crucis che porta al riconoscimento della condizione invalidante. Carte, verbali, iter stressanti, soprattutto per i minori disabili: 4, 5 visite tra Asl ed Inps per il rilascio della certificazione. Tempi biblici per l'attesa dei verbali e per la liquidazione dell'indennizzo economico. Revisioni ogni due anni o anche meno che costringono al ripetersi dell'intera procedura senza alcun motivo”.
Occorre realizzare maggiore collaborazione ed integrazione da parte delle pubbliche amministrazioni in particolar modo nel caso in cui le fasi di lavorazione del processo di produzione del servizio sono assegnate a enti o organi pubblici diversi. Si pensi ai tempi troppo lunghi di definizione delle richieste di invalidità civile che sono assegnate alle Asl ed all’Inps e al reclutamento delle categorie protette nel rispetto dei limiti delle quote di riserva.
Su quest’ultimo problema i deputati Alessia Rotta e Diego Zardini hanno scritto a Davide Faraone per sollecitare un intervento urgente a favore delle persone disabili. Si riporta la comunicazione:
“La tua iniziativa “Disabili e burocrazia, ecco cosa si può fare subito” è apprezzabile e condivisibile perché è finalizzata a migliorare l’offerta dei servizi alle persone disabili che rappresentano le fasce più deboli e bisognose di sostegno e di una corsia preferenziale.
Spesse volte si commette l’errore di pensare che il miglioramento continuo possa avvenire soltanto ed unicamente con le grandi riforme legislative quando invece può essere realizzato anche con la legislazione vigente ed a costi zero. I processi di produzione di prodotti e servizi nelle pubbliche amministrazioni sono obsoleti e, quindi, mal si adattano al miglioramento continuo ed ai cambiamenti che avvengono nella società italiana e nel pianeta. Pertanto, occorre ripensare e ridisegnare i processi di produzione dei servizi della macchina statale per renderli snelli e veloci e sottrarre il disegno organizzativo delle strutture pubbliche al vincolo normativo.
Con questa nota si intende sottoporti il grave problema dell’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro e specificatamente nelle pubbliche amministrazioni. La legislazione vigente lo consente e le pubbliche amministrazioni sono troppo lente per dare attuazione agli adempimenti previsti dalle disposizioni di legge.
La materia delle assunzioni dei soggetti disabili da parte delle pubbliche amministrazioni è attualmente regolata dalle seguenti disposizioni normative:
- Legge 12 marzo 1999, n. 68, avente la finalità di “promozione dell’inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro”. L’articolo 3, comma 1, della medesima legge disciplina le assunzioni obbligatorie e le quote di riserva a favore dei soggetti disabili;
- Decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito con modificazioni dalla Legge 30 novembre 2013, n. 125, il quale prevede all’art. 7 una deroga a favore delle categorie protette, incluse le persone disabili, al divieto di nuove assunzioni nel caso in cui le pubbliche amministrazioni una situazione di soprannumerarietà e di eccedenza di personale. Il comma 6 e 7 disciplinano rispettivamente la rideterminazione del numero di assunzioni obbligatorie delle categorie protette e l’assegnazione al Dipartimento della Funzione pubblica il compito di monitorare l’osservanza dell’obbligo da parte delle pubbliche amministrazioni.
Alla luce dell’attuale legislazione non esistono ostacoli di ordine legislativo a dare attuazione all’articolo 7, comma 6 e 7, del Decreto Legge n. 101/2013 in materia di assunzioni delle categorie protette nelle amministrazioni pubbliche nei limiti delle quote di riserva stabilite dalle disposizioni normative. Purtroppo si assiste a tempi troppo lunghi da parte della burocrazia pubblica nell’espletare gli adempimenti previsti rispetto alle aspettative delle categorie protette, le quali da molto tempo aspirano ad entrare nel mondo del lavoro.
Si cita il caso Inps, il quale dopo aver espletato il processo di selezione ed inviato la richiesta della documentazione alle persone risultate idonee ha bloccato in data 11 febbraio 2013 il reclutamento a causa delle disposizioni di legge antecedenti al D. L. n. 101/2013. All’inizio di aprile 2014 l’Istituto ha richiesto per la seconda volta la documentazione alle persone risultate idonee alle prove di selezione ed interessate all’assunzione e da tale data non si ha alcuna notizia sui tempi di definizione delle assunzioni.
Considerata la mancanza di notizie certe sui tempi di attuazione del D. L. n. 101/2013 e l’urgenza di avviare l’assunzione delle categorie protette nelle pubbliche amministrazioni, si è provveduto a presentare diverse interrogazioni finalizzate a velocizzare l’attuazione del reclutamento delle persone disabili da parte delle pubbliche amministrazioni:
- Interrogazione 4/01464 del 24/07/2013 firmatari Diego Zardini, Alessia Rotta ed altri deputati http://bit.ly/1ntMkpw
- Ordine del giorno su P.D.L. 9/01682-A/084 del 24/10/2013 presentato da Diego Zardini ed accolto dal Governo http://bit.ly/1nW1ln7
- Interrogazione 5/ 01607 del 28/11/2013 firmatari Diego Zardini e altri parlamentari
http://bit.ly/1nW1ln7
- Interrogazione 5/03015 del 18/06/2014 firmatari Alessia Rotta e Diego Zardini
http://bit.ly/1p5jt1z
Si fa presente che alle interrogazioni non vi è stata alcune risposta e che l’o.d.g. pur condiviso dal Governo non ha portato ai cambiamenti auspicati.
Si ritiene urgente e importante avviare e concludere il processo di reclutamento delle persone disabili nelle pubbliche amministrazioni in un momento in cui non occorrono modifiche normative e non serve la copertura finanziaria in quanto è prevista dal Decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito con modificazioni dalla Legge 30 novembre 2013, n. 125.
Si rimane in attesa di conoscere gli interventi che verranno effettuati presso il Ministero del Lavoro per risolvere la problematica descritta”.
Alessia Rotta
Diego Zardini

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martedì 24 giugno 2014

Rotta e Zardini per il lavoro ai disabili

Continua l’impegno incessante dei parlamentari Alessia Rotta e Diego Zardini a favore delle persone disabili per il loro inserimento lavorativo nelle pubbliche amministrazioni. Diversi sono gli atti (interrogazioni e o.d.g.) presentati dai due parlamentari al fine di realizzare l’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro e particolarmente nelle pubbliche amministrazioni. Dopo l’approvazione del Decreto-Legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito con modificazioni dalla Legge 30 novembre 2013, n. 125, è possibile dare attuazione all’art. 7 del decreto e procedere alle assunzioni delle categorie protette nelle pubbliche amministrazioni. Considerati i tempi lunghi del processo di reclutamento da parte della burocrazia pubblica, Rotta e Zardini hanno presentano una ulteriore interrogazione al Ministro del Lavoro e delle politiche sociali che si riporta integralmente:
“Per sapere – premesso che:
la grave crisi economica e sociale dell'Italia ed il conseguente alto tasso di disoccupazione colpisce i ceti più deboli e tra questi i soggetti disabili, tutelati dalla legge 12 marzo 1999, n. 68, avente la finalità di «promozione dell'inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro» (articolo 1); a tal fine, l'articolo 3, comma 1, della medesima legge disciplina le assunzioni obbligatorie e le quote di riserva a favore dei soggetti disabili;
la normativa precedente al decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101 convertito con modificazioni dalla legge 30 novembre 2013, n. 125, ha vietato alle pubbliche amministrazioni che presentano una situazione di soprannumerarietà e di eccedenza di personale di effettuare le assunzioni dei soggetti disabili per le quote d'obbligo riservate per legge a tali soggetti;
l'ultima indagine condotta dall'Istat, i cui dati sono confermati dall'ufficio per i diritti dei portatori di handicap delle Nazioni Unite, rileva che la disoccupazione tra i portatori di disabilità è tra il 50 e il 70 per cento nei paesi industrializzati e in Italia raggiunge una punta dell'80 per cento, nonostante la legislazione in vigore preveda percorsi specifici per l'inserimento nel mercato del lavoro;
la Corte di giustizia europea ha emesso la sentenza C31211 che condanna l'Italia per non aver applicato in modo completo i principi europei in materia di diritto al lavoro per le persone con handicap ed invita il Governo ed il Parlamento ad adeguarsi alla direttiva 2000/78 CE del Consiglio, del 27 novembre 2000;
il decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101 convertito con modificazioni dalla legge 30 novembre 2013, n. 125, prevede all'articolo 7 una deroga a favore delle categorie protette, incluse le persone disabili, al divieto di nuove assunzioni nel caso in cui le amministrazioni pubbliche registrano una situazione di soprannumerarietà. Il comma 6 disciplina la rideterminazione del numero di assunzioni obbligatorie delle categorie protette sulla base delle quote d'obbligo e dei criteri di computo previsti dalla normativa vigente, tenendo conto, ove necessario, della dotazione organica come rideterminata secondo la legislazione vigente ed il comma 7 assegna al dipartimento della funzione pubblica il compito di monitorare l'adempimento dell'obbligo da parte delle pubbliche amministrazioni. Tale provvedimento risponde alle aspettative delle persone disabili di entrare nel mondo del lavoro;
la preoccupazione è quella di assistere a tempi troppo lunghi del processo di selezione e reclutamento dei soggetti disabili da parte delle amministrazioni pubbliche, regolato dall'art. 7, c. 6 e 7, del decreto-legge n. 101 del 2013 rispetto agli adempimenti da porre in essere ed alle esigenze delle categorie protette, le quali da molto tempo aspirano ad entrare nel mondo del lavoro –:
se non ritenga necessario effettuare una ricognizione nelle pubbliche amministrazioni al fine di conoscere lo stato di attuazione della legge 12 marzo 1999, n. 68 ed intervenire nel caso in cui venga rilevato che gli obblighi della legge a favore dei soggetti disabili non siano rispettati;
se non reputi urgente porre particolare attenzione ai tempi di attuazione degli adempimenti previsti dal decreto-legge n. 101 del 2013 affinché il processo di selezione e reclutamento delle categorie protette da parte delle pubbliche amministrazioni venga avviato e si concluda in tempi accettabili, posto che occorre controllare tale processo ed intervenire in modo efficace nel caso in cui si presentino comportamenti dilatori e burocratici da parte delle pubbliche amministrazioni al fine di renderli improduttivi per non disattendere le aspettative delle persone interessate e la volontà del Governo;
se non ritenga necessario intervenire affinché i datori di lavoro pubblici ed il dipartimento della funzione pubblica pubblichino nei propri siti istituzionali i dati relativi alle quote d'obbligo scoperte a favore delle categorie protette posto che la trasparenza di tali informazioni mette nelle condizioni i cittadini di conoscere i comportamenti dei datori di lavoro pubblici riguardo lo stato di assunzione delle categorie protette e le pubbliche amministrazioni di velocizzare gli adempimenti di cui all'articolo 7, commi 6 e 7, del decreto, decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101 convertito, con modificazioni, dalla legge 30 novembre 2013, n. 125”.

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mercoledì 18 giugno 2014

Riforma PA sempre più urgente


Intervista a Marianna Madia pubblicata su l’Unità il 17 giugno 2014
I più scettici in questi giorni le fanno tutti più o meno la stessa domanda: «Perché dovresti riuscire tu dove altri hanno fallito?». Perché proprio lei, giovane ministra al suo esordio al governo, dovrebbe riuscire a rivoluzionare la Pubblica amministrazione, carriere, posizioni, permessi sindacali? Marianna Madia risponde con la tranquilla determinazione di sempre: «Perché sono maturi i tempi, come ha dimostrato ampiamente il voto delle europee, e perché c’è un premier che mi dà un forte commitment politico e mi dice di andare avanti, non di mediare».
Nessuna mediazione? L’Unadis, il sindacato della P.A., ha definito la sua riforma uno “spoils system becero”. Un giudizio pesante a cui lei come risponde?
«Sarà il Parlamento a dire l’ultima. Ma deve essere chiara una cosa: sì ai miglioramenti, nessuno spazio per difendere rendite di posizioni. Quanto al sindacato, la loro mi sembra una critica ingenerosa intanto perché non c’è una norma contro i lavoratori. Il faro che mi ha guidato in questa riforma e nelle nuove regole sulle persone è quello di non avere esuberi e quindi, anche quanto parliamo di mobilità obbligatoria all’interno di cinquanta chilometri di distanza, per far sì che nella riorganizzazione le persone stiano al posto giusto per far funzionare la macchina, lo facciamo proprio per evitare tagli del personale».
Altro allarme: il capitolo demansionamento.
«Noi ne parliamo soltanto in alternativa alla messa in mobilità. Ogni iniziativa punta a rendere più efficiente la macchina amministrativa e quindi a colmare le lacune laddove ce n’è più bisogno evitando così i arrivare agli esuberi».
Non crede che in un Paese come il nostro la valutazione sui dirigenti, lo spoils system come lo chiamano i sindacati, sia un rischio reale?
«Abbiamo fatto in modo di evitare ogni forma di valutazione che non sia super partes. Sarà una commissione che non avrà nulla a che vedere con la politica e con i sindacati, penso a quella istituita da Saccomanni per le nomine del Mef, a valutare una rosa di nomi per ricoprire i ruoli apicali di cui ci sarà bisogno. Fino ad oggi nella Pubblica amministrazione ogni ministero ha pensato ai dirigenti come se fossero proprietà privata. D’ora in avanti non sarà più così, ci sarà un concorso unico per dirigenti che saranno a disposizione di tutta la P.A e poi sarà la Commissione a stabilire chi andrà dove. Ci sarà un vero e proprio “mercato” della dirigenza, si creerà di nuovo competizione, si potranno avere incarichi di grande responsabilità ma se non ci saranno risultati all’altezza delle aspettative, la volta successiva potrà capitare di avere un ruolo meno importante».
Perché ha dimezzato i permessi sindacali retribuiti?
«Perché oggi i cittadini chiedono a ogni corpo intermedio finanziato con le risorse pubbliche di fare un passo indietro. Dimezzare i permessi sindacali non è una misura punitiva, è la risposta a ciò che ci chiedono e mi creda nelle oltre 40mila mail che ho ricevuto in molti mi hanno indicato questo come un intervento necessario».
Quanto hanno influito le mail sulle decisioni?
«Molto. Le ho lette con grande attenzione insieme al Dipartimento Funzione pubblica, e ne ho fatto tesoro o per migliorare alcuni punti, come è avvenuto sui criteri per la dirigenza, o per toglierli proprio, e penso all’esonero dal servizio, che volevo introdurre per cercare di liberare nuovi posti, dando il 65% della retribuzione a chi andava via un po’ prima della pensione. C’è stata una vera e propria sollevazione dei dipendenti che ci dicevano che in questo modo avremmo pagato delle persone per farle stare a casa. L’ho trovata un’obiezione giusta e ho agito di conseguenza».
«Le dico subito che numeri certi non ce ne sono e a me non piace dire bugie. Le varie misure possono avere delle platee potenziali. Faccio qualche esempio: nel decreto c’è una norma che prevede che le singole amministrazioni possono decidere di mandare in pensione chi ha raggiunto il massimo della contribuzione. Si tratta di una platea di circa 20mila persone l’anno per tre anni, ma da un lato bisogna sottrarre coloro che comunque lo farebbero e dall’altro verificare quante amministrazioni attueranno questa norma. Sarà la differenza tra questi due dati a dirci quanti posti di lavoro si creeranno davvero. A questo si aggiungono una stima di circa 15mila posti che si libereranno con l’abrogazione della norma sul trattenimento in servizio e quelli che si arriveranno con il divieto di lavorare nella pubblica amministrazione per chi è in pensione. Poi, altri posti potrebbero derivare dal fatto che abbiamo bloccato l’assunzione di nuovi dirigenti a favore di ingressi di qualifiche più basse. Sarà la somma di tutte queste norme a determinare il risultato finale, cioè lavoro per i giovani».
Nella vita pratica dei cittadini cosa cambierà dopo la sua rivoluzione?
«L’obiettivo è quello di rendere la vita migliore a cittadini e imprese. Avremo servizi offerti in modo digitale. Entro il 2015 i cittadini avranno un pin unico per accedere a tutti i servizi delle p.a., dal 30 giugno parte il processo civile telematico e dal 2015 quello amministrativo telematico. Il 6 giugno è entrata in vigore la fatturazione elettronica che migliora l’efficienza dei servizi e evita fenomeni corruttivi. Inoltre le Regioni entro il 30 giugno dovranno presentare il piano per il fascicolo sanitario elettronico. E concludo, ma l’elenco è lungo, con una norma che semplificherà moltissimo la vita per i malati cronici e i disabili che non saranno più costretti a dover continuamente certificare il loro stato dal medico della Asl per accedere ai servizi di cui hanno diritto».

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sabato 7 giugno 2014

Contributo alla riforma della PA

Caro Matteo e cara Marianna,
vi ringrazio per aver dato la possibilità a tutti i cittadini di poter intervenire con proposte sul cambiamento delle pubbliche amministrazioni. Aspetto molto importante affinché il cambiamento possa partire dal basso e dai bisogni dei cittadini.
I 44 punti che avete indicato nella lettera e l’approccio adottato a favore del cambiamento e non contro le persone rappresenta un buon inizio al contrario della riforma Brunetta che si basava sul presupposto errato della lotta parolaia ai fannulloni ed agli assenteisti. Coinvolgere e non escludere è la posizione giusta da cui partire.
Anac - Autorità anticorruzione
L’Italia rappresenta il 50% della corruzione in Europa che secondo l’Unione Europea ammonta complessivamente a circa 120 miliardi. Questo è il primo problema da risolvere per far funzionare meglio le PA in quanto dietro le inefficienze si nasconde la corruzione. Ritengo che le competenze dell’Anac sono diventate molto ampie e non facilmente espletabili con efficacia. Per tale motivo occorre lasciare all’Anac le competenze relative all’anticorruzione ed alla trasparenza e liberarla dalle altre attività che riguardano la performance. Inoltre, occorre potenziare l’Anac e assegnare dei poteri sul piano repressivo: sanzioni, controlli a campione, indagini ispettive ed attività di prevenzione.
Occorre ricordare che l’illegalità, dalla corruzione alla criminalità organizzata, limita la crescita economica, crea distorsioni nel mercato ed incide negativamente sulla vitalità delle imprese.
Autorità per la misurazione, la valutazione e la trasparenza della performance
Si ritiene proficuo assegnare ad un’altra autorità da costituire le funzioni relative alla misurazione, valutazione e trasparenza della performance.
Non è sufficiente affermare che le PA in Italia non funzionano o funzionano male e che gli operatori pubblici non lavorano. Occorre conoscere la qualità e la quantità dei servizi erogati ed il livello di efficienza ed efficacia dei servizi per intervenire in modo adeguato con azioni correttive finalizzate al miglioramento continuo. In assenza di un sistema di misurazione e valutazione della performance supportato da un sistema informatico (es. Balance Scorecard) si naviga a vista con interventi operativi indipendenti dalle variabili che intervengono nel processo produttivo (risorse umane, fattori produttivi, organizzazione e gestione del processo, qualità e quantità del servizio o prodotto) con il rischio conseguente di accumulare sprechi, di porre in essere un’organizzazione del processo di produzione non coerente con l’esigenza di erogare servizi di qualità senza dispendio di risorse.
Controllare in assenza di un sistema di misurazione e valutazione e di indicatori efficaci non è utile al fine di migliorare la performance e l’utilità dell’ente. In tale caso gli obiettivi programmati ed i risultati conseguiti non corrispondono ai requisiti della correttezza, utilità e priorità e consentono di affermare che l’ente ha conseguito i propri obiettivi.
Un fattore che occorre tenere presente tra gli indicatori è la velocità e il tempo di definizione dei servizi e delle prestazioni richieste. Penso al tempo medio delle visite specialistiche, al tempo medio di definizione delle prestazioni ed al tempo medio di pagamento dei debiti da parte delle PA. Queste informazioni non sono presenti sui siti istituzionali anche se vi sono enti pubblici come l’Inps che utilizzano tali indicatori rapportati al tempo per programmare la propria attività fin dalla metà degli anni ottanta. Occorre rendere obbligatoria la trasparenza di tali indicatori affinché i cittadini e gli studiosi di organizzazione possano prenderne conoscenza ed esprimere le proprie valutazioni e proposte di miglioramento.
L’opacità delle informazioni non aiuta il management pubblico a realizzare modelli organizzativi adeguati al cambiamento che avviene nel pianeta. Bisogna togliere l’alibi al management pubblico tramite la implementazione di un sistema di dati e di informazioni elaborate che riflettano lo stato delle PA e consentano di effettuare le scelte giuste in sede di pianificazione, di gestione e di azioni correttive.
Dalla Relazione sulla performance delle amministrazioni centrali 2012, redatta dall’Anac nel mese di febbraio 2014, si evince chiaramente che i dirigenti hanno conseguito per il 2012 il premio intero (parte variabile dello stipendio) per aver raggiunto gli obiettivi strategici programmati e rendicontati dalle stesse PA all’Anac. Pertanto, registriamo due fenomeni in contraddizioni tra di loro: la scarsa fiducia dei cittadini e delle imprese nei confronti delle PA e l’assegnazione del premio di risultato ai dirigenti.
Ritengo che i piani delle PA non sono credibili e rapportati alle risorse e che gli obiettivi programmati sono stati stabiliti per essere conseguiti.
E’ necessario che il controllo dei piani e dei rendiconti venga assegnato all’Organismo indipendente di valutazione della performance per superare il paradosso descritto prima.
Le attività assegnate alla CiVIT (adesso Anac) sono insufficienti ed è necessario ampliare i poteri in materia di controllo (controllo a campione, verifiche ed ispezioni) ed applicazione delle sanzioni qualora i documenti presentati all’autorità non siano veritieri e siano finalizzati ad eludere qualsiasi controllo o valutazione seria e responsabile.
L’assenza di controlli a campione sul campo e l’impossibilità di stabilire sanzioni a carico delle PA inadempienti ha reso l’attività della CiVIT non incisiva e limitata ad un controllo formale degli atti e documenti trasmessi dalle PA.
Alle PA non devono essere riconosciuti i premi incentivanti legati alla parte variabile del salario qualora non abbiano introdotto un sistema di misurazione e valutazione oggettivo, serio e responsabile, non hanno utilizzato gli indicatori di qualità e quantità delle attività e dei servizi e non hanno adottato la trasparenza degli obiettivi programmati e dei risultati conseguiti in modo significativo e comprensibile.
Trasparenza totale
Il sistema di misurazione e valutazione della performance con i relativi strumenti deve essere soggetto alla trasparenza totale affinché i cittadini e gli utenti dei servizi possano prenderne conoscenza ed intervenire con proposte e contestare eventuali scelte improduttive che abbassano la qualità dei servizi e creano sprechi e doppioni.
L’indice di Trasparency International posiziona l’Italia al 72° posto su 174 paesi. L’opacità e la bassa trasparenza condizionano lo sviluppo del paese.
Regioni, Servizio Sanitario Nazionale ed Enti locali
Il decreto legislativo n. 150/2009 si è rivolto quasi completamente ed in modo obbligatorio alle amministrazioni centrali dello Stato ed agli enti pubblici non territoriali trascurando gli enti territoriali ed il Servizio sanitario nazionale. La maggior parte dei comuni capoluogo e delle Regioni avevano anticipato la riforma e, pertanto, non hanno incontrato difficoltà ad adeguarsi alla nuova normativa. Molti enti locali, non essendo obbligati dalla normativa, non hanno introdotto gli istituti previsti dal Decreto e si sono limitati ad applicare la trasparenza in modo parziale e per materie che non riguardano gli aspetti dell’organizzazione (indicatori, risorse, andamenti gestionali) e la fasi del ciclo di gestione della performance.
La riforma Brunetta ha avuto una scarsa incidenza sulle autonomie locali a causa dei pochi obblighi (art. 11 del D. Lgs. n. 150/2009, abrogato dal D. Lgs. n. 33/2013), dei molti principi ai quali gli enti territoriali dovevano adeguare il proprio ordinamento (art. 16 del D. Lgs. n. 150/2009) e della facoltà di adottare alcuni istituti (sistema di misurazione e valutazione, indicatori di performance, organismo indipendente di valutazione della performance). Le autonomie locali hanno scelto di enunciare i principi in assenza di alcuna implementazione operativa, di trattare la trasparenza come un qualsiasi adempimento e di non introdurre, avendone la facoltà, alcuni istituti (già specificati) essenziali per avviare un percorso di cambiamento.
L’area delle autonomie locali (comuni, regioni e strutture del servizio sanitario nazionale), la quale non rientra nelle attività della CiVIT, dipende dalla “intesa tra la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l’Anci, l’Upi e la Commissione” che definiscono “i protocolli di collaborazione per la realizzazione delle attività di cui ai commi 5, 6 e 8” (comma 2, art. 13 del D. Lgs n. 150/2009). Questa ultima disposizione non ha funzionato per nulla perché si è limitata ad offrire alle autonomie locali delle line guida in assenza di qualsiasi tipo di sostegno e di controllo sull’attuazione dei contenuti del Decreto. Occorre ricordare che tra la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e la CiVIT non è stata sottoscritta alcune intesa e che l’Anci attraverso il progetto “Performance e Merito” ha assistito i comuni aderenti all’iniziativa fino alla conclusione del progetto stesso.
Occorre far entrare nel processo di cambiamento le autonomie locali attraverso delle norme obbligatorie, stabilite d’intesa con le diverse associazioni, al fine di realizzare il sistema di misurazione e valutazione della performance che dovrà essere trasparente e comprensibile ai cittadini, la costituzione dell’Organismo indipendente di valutazione e l’introduzione degli indicatori di performance.
Si propone di abrogare il nucleo di valutazione ed il servizio di controllo interno che la letteratura manageriale ha duramente criticato per l’autoreferenzialità espressa e per i risultati insufficienti conseguiti.
Si ritiene necessario stabilire a livello centrale degli indicatori di qualità e quantità dei servizi erogati da parte dei comuni, i quali potranno essere classificati per popolazione, delle regioni e del servizio sanitario nazionale al fine di realizzare il benchmarking tra i diversi enti ed iniziare un percorso di miglioramento continuo.
Occorre riflettere sulla possibilità di costituire in ogni regione una commissione per la performance, i cui costi siano a carico di ciascuna regione, al fine di sostenere nelle autonomie locali il processo di cambiamento delle PA. La commissione dovrebbe operare d’intesa con l’autorità centrale e con la regione che l’ha istituita e dovrebbe avere una durata provvisoria di tre anni cioè il tempo utile per avviare la riforma.
I comuni in questi ultimi anni si sono dotati di un sito web che non sempre è all’altezza di favorire l’utilizzo degli strumenti di performance management finalizzati al miglioramento continuo. Occorrono degli interventi finanziari diretti a realizzare un sistema informatico efficace ed efficiente in ogni comune per realizzare il sistema di misurazione, valutazione e trasparenza della performance.
Pianificazione e controlli interni negli enti locali
La legislazione vigente prevede un coacervo di strumenti e documenti relativi alla pianificazione ed ai controlli interni. Si ritiene che tali strumenti siano tanti e non ben coordinati. Pertanto, occorre avviare un processo di semplificazione e di integrazione, classificando i comuni nel modo seguente:
- Comuni capoluogo di provincia e comuni equiparabili per popolazione;
- Comuni di medie dimensioni;
- Piccoli Comuni con una popolazione inferiore ai 10 mila abitanti. Per questi comuni occorre prevedere l’obbligo di associarsi al fine di realizzare il sistema di misurazione e valutazione della performance e la costituzione dell’Organismo indipendente di valutazione della performance.
Il d. l. n. 174/2012 ha introdotto alcune modifiche al fine di semplificare la pianificazione degli enti locali. Infatti, il piano dettagliato degli obiettivi (PDO) ed il piano della performance (Ppf) sono stati unificati nel piano esecutivo di gestione (c. 3 bis, art. 169 del TUEL). Non è stato considerato che il riferimento temporale del PDO e del Ppf sono diversi. Il primo è redatto su base annuale ed il secondo si riferisce al triennio.
Occorre rendere tali strumenti significativi e comprensibili all’esterno (cittadini, associazioni, studiosi) altrimenti fallisce l’obiettivo della trasparenza, della partecipazione alla gestione dei servizi e del controllo esterno.
Investimenti esteri
L’Italia ha bisogno di risorse per superare la crisi economica e, pertanto, occorre attrarre gli investimenti esteri attraverso un grande impegno a sostegno della trasparenza, dell’anticorruzione e del miglioramento delle PA contro la burocrazia.
Antonino Leone - Verona

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venerdì 30 maggio 2014

Al lavoro in bicicletta: aumentano i consensi alla proposta Zardini

Aumentano i consensi degli enti locali alla proposta di legge di Diego Zardini, primo firmatario, e di altri 30 deputati che si propone di riconoscere l’infortunio in itinere a coloro che si recano al lavoro in bicicletta nel percorso di andata e ritorno.
Il consiglio provinciale di Verona nell’ultima seduta ha approvato la mozione a sostegno dell’iniziativa legislativa di Diego Zardini su proposta del capo gruppo del PD Lorenzo Dalai finalizzata ad eliminare l’uso necessitato della bicicletta per recarsi al lavoro.
La normativa attuale non riconosce in modo completo la bicicletta quale mezzo di trasporto, costringendo i ciclisti vittime di incidenti stradali nel tragitto tra casa e lavoro ad una laboriosa e sostanzialmente inutile trafila burocratica per il riconoscimento di questo diritto. Tale condizione di sostanziale discriminazione permane malgrado gli sforzi dell'Inail ad interpretare in senso estensivo le norme. Per cambiare la situazione di fatto occorre che la proposta di legge di cui è proponente il deputato veronese Diego Zardini assieme ad altri 30 colleghi, appartenenti all'Intergruppo parlamentare Mobilità sostenibile - Mobilità Nuova, venga approvata dal Parlamento. Zardini e gli altri parlamentari si sono mobilitati nei territori per costruire un vasto consenso a sostegno della proposta di legge.
“Questo atto chiude idealmente e nel migliore dei modi la mia esperienza in questo ente”, dichiara Lorenzo Dalai. “La mozione approvata in Consiglio Provinciale, conclude Lorenzo Dalai, non ha un effetto esecutivo cogente, ma è comunque un atto di indirizzo che serve a tenere alta l'attenzione su di un tema che è paradossale: chi va’ al lavoro in bicicletta anziché essere premiato, viene discriminato. Infatti chi alleggerisce il problema del traffico, contribuisce a migliorare la qualità dell'aria e così facendo contribuisce anche alla propria salute, rischia di non essere tutelato, dal punto di vista assicurativo, nel caso di infortunio in occasione dei trasferimenti verso e dal luogo di lavoro. L'iniziativa dell'On. Diego zardini servirà così a cancellare questa vistosa discrepanza legislativa e ad incentivare l'uso delle due ruote”.
Hanno provveduto ad approvare la mozione anche i comuni di Bovolone su iniziativa dei consiglieri comunali Cunico Agostino e Giuliano Pieropan e di Castel d’Azzano su proposta del consigliere comunale Sara Annechini.
“La mozione a sostegno della proposta di legge Zardini, afferma Sara Annechini, è stata approvata all'unanimità dal Consiglio Comunale, come del resto era prevedibile visti i contenuti assolutamente condivisibili dell'iniziativa. Come giurista e come cittadina di un paese particolarmente in sofferenza per il traffico veicolare, non posso che essere soddisfatta e ringraziare l'On. Zardini e gli altri deputati per le energie che hanno messo in campo per migliorare le regole esistenti sull'infortunio in itinere e sostenere la mobilità con mezzi ecologici come la bicicletta. Non posso che esortarli a continuare a sviluppare proposte di questo tipo, proseguendo il dialogo iniziato con la FIAB (Federazione italiana amici della bicicletta)”.
Il consigliere comunale di Verona Damiano Fermo ha presentato la mozione, sottoscritta da tutti i consiglieri comunali del PD, finalizzata alla condivisione e sostegno della proposta di legge Zardini dalla cui approvazione dipende il miglioramento dell’ambiente e della salute dei cittadini.
Il deputato veronese Diego Zardini “ringrazia tutti coloro che hanno espresso solidarietà e sostegno alla proposta di legge ed invita a continuare nell’impegno affinché il disegno di legge venga discusso ed approvato dalla Commissione competente e dal Parlamento al più presto”.
Si indicano i link utili per sostenere la proposta di legge:
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PD: partito della nazione

Articolo di Alfredo Reichlin pubblicato su l'Unità il 28 maggio 2014
Non c’è nessuna esagerazione nel dire che il risultato del 25 maggio è un evento di grande portata che oltrepassa i limiti della cronaca politica. Esso fa molto riflettere su questo passaggio cruciale della vicenda italiana ed europea. Ci obbliga finalmente ad alzare il livello del dibattito politico e culturale uscendo da un pesante clima di sfiducia, dalla stupidità delle risse televisive e da quel micidiale senso di rassegnazione secondo cui la politica è solo un gioco di potere per cui le idee non servono a niente.
Non è vero. Il voto ci dice un’altra cosa, rivela la vitalità di un Paese che non si rassegna ma soprattutto rende molto chiara la grandezza della posta in gioco.
Ragioniamo un momento: che cos’è un voto che in certe zone, soprattutto le più avanzate, supera il 40 per cento e si avvicina alla maggioranza assoluta? Di questo si è trattato. Di qualcosa che va oltre il voto per un determinato partito ma che non può nemmeno essere assimilato a certi plebisciti per un uomo solo al comando. A me è sembrato il voto per una forza che è apparsa agli occhi di tanti italiani (anche non di sinistra) come un argine, una garanzia. Contro che cosa? Ecco ciò che ha commosso e colpito un vecchio militante della sinistra come io sono. L’aver sentito che il Partito democratico veniva percepito come la garanzia che il Paese resti in piedi, che non si sfasci, che abbia la forza e la possibilità di cambiare se stesso cambiando il mondo.
Un Paese che si europeizza ponendosi il grande compito di cambiare l’Europa.
Si è trattato di una parola d’ordine molto alta e molto difficile che è gran merito di Renzi aver posto con tanta semplicità e chiarezza. Una scelta molto grossa, davvero cruciale. Non restare sulla difensiva e respingere l’assalto sovversivo contro l’organismo nazionale e contro uno Stato (sia pure pessimo) ma che rappresenta tuttora un «ordine» (leggi, istituzioni, rapporti internazionali) che non può essere travolto da una folla inferocita senza finire nel nulla e senza travolgere gli interessi anche immediati dei lavoratori.
Grillo rappresentava questa minaccia. La protesta va capita e rispettata ma quella di Grillo non era solo un movimento antieuropeo di protesta come quella di tanti altri Paesi. Non era nemmeno come la signora Le Pen (il peggio di quella vecchia cosa che è lo sciovinismo francese). Esprimeva un oscuro sentimento di odio per la democrazia che in Italia ha radici profonde, il rifiuto dell’ordine civile, la rabbia contro tutto e tutti. Era un attentato allo stare insieme pacifico degli italiani.
Io ho sentito molto questa minaccia, forse perché sento molto la fragilità dello Stato e ormai anche della nazione italiana. Sentivo che se Grillo si permetteva questo modo di essere e di parlare non era per caso. Era perché la crisi italiana era giunta a un punto estremo. Non era solo una crisi economica e sociale. Era diventata una crisi morale, di tenuta della democrazia repubblicana e parlamentare. Questo era il tema delle elezioni. E qui io ho misurato il grande merito di Matteo Renzi. Non è vero che faceva il gioco di Grillo scendendo sul suo terreno, come qualcuno mi diceva. Egli ha avuto l’intelligenza e la forza di affrontare quella che non era affatto una sfida sui «media» e nel salotto di Vespa. Era il dilemma reale tra speranza o sfascio. Certo, ha contato moltissimo anche la singolare figura di quest’uomo di cui non spetta a me fare l’elogio. Dico però che il suo straordinario successo personale non è separabile dal fatto che Renzi si è presentato come il segretario di quel «partito della nazione» di cui discutemmo a lungo ma senza successo anni fa con Pietro Scoppola al momento della fondazione del Pd.
Il problema di adesso è che allo straordinario successo deve corrispondere la consapevolezza delle responsabilità enormi che pesano sul Pd e in particolare sulle spalle di Renzi il quale - tra l’altro - è diventato, di fatto, il leader della sinistra europea. Renzi lo sa. Egli stesso ha detto che adesso non ci sono più alibi per non fare le riforme. Ma bisogna smetterla con la vergogna di chiamare «riforme» l’austerità e il massacro dei diritti del lavoro. È il modo di essere della società italiana che va messa su nuove basi, anche sociali. Si tratta davvero di dar vita a un «nuovo inizio». So benissimo che i margini sono strettissimi e certi vincoli vanno rispettati. Ma un nuovo inizio (lo dico anche a certi amici del Partito democratico) è reso necessario dal fatto che è finita l’epoca dell’economia del debito e del mercato senza regole. Anche per l’Europa.
Il cuore della questione sta qui, sta nel fatto che la partita, oggi, si deve giocare attorno alla capacità dei sistemi socio-economici di integrare la crescita economica con un nuovo sviluppo sociale e umano. Io penso che sta qui il banco di prova dei nuovi dirigenti del Pd. Sta nella necessità di costruire un partito e non solo una organizzazione elettorale, un partito-società, un luogo dove si forma una nuova classe dirigente e dove si possa elaborare un disegno etico e ideale. Senza di che ce le scordiamo le riforme.
Io ho vissuto la catastrofe dell’8 settembre del 1943. Ho visto come allora un gruppo di politici giovani (meno di 40 anni) si rivolsero a un popolo che allora era ridotto a una massa di profughi in fuga dalla guerra e dal collasso dello Stato. Quei giovani riuscirono a unire quel popolo sotto grandi bandiere, bandiere politiche e ideali, non tecnocratiche. So bene che tutto è cambiato da allora. Ma l’Italia di oggi è ancora uno dei Paesi più ricchi del mondo e al governo ci siamo noi. Non basta sostenere il governo in Parlamento.
Occorre spingerlo verso nuove scelte di fondo partendo dal paese, dai bisogni e dalle sofferenze della gente. La prudenza, il realismo vanno benissimo, sono virtù che servono anche nelle situazioni «eccezionali». Ma non bastano. L’Italia è in un pericoloso stato di «eccezione». Il voto di domenica è consolante ma esso ci chiede un messaggio forte che dia un senso ai sacrifici e al rigore. Stiamo attenti. La crisi sta intaccando il tessuto stesso della nazione, e io uso questa grande parola quale è «nazione» perché è di questo che si tratta. Non solo dell’economia e nemmeno solo delle Istituzioni. Si tratta di un oscuramento delle ragioni dello stare insieme. Sono troppi, non solo tra i giovani, quelli che vogliono andare a vivere all’estero.
È una crisi «morale», di sfiducia nel Paese, aggravata dalla latitanza delle elite e dalla pochezza delle classi dirigenti politiche. Tutta la questione del Pd e di chi lo guiderà ruota intorno alla capacità o meno di dare una risposta a una crisi di questa gravita.

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giovedì 22 maggio 2014

Matteo Renzi scrive agli elettori

Gentile amica, caro amico,
meno di sei mesi fa le primarie del Partito Democratico mi hanno consegnato il compito di guidare la nostra comunità. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, sia nella vita del PD che in quella del Governo.
Oggi l'Italia prova a ripartire concretamente con misure di sostegno al ceto medio come gli 80 euro mensili, con la diminuzione del 10% dell'Irap per le aziende, con un decreto occupazione che ha consentito di salvare migliaia di posti di lavoro a cominciare da Electrolux, con un investimento senza precedenti sulle scuole con circa diecimila cantieri che partiranno nella pausa estiva.
Dall'agricoltura al volontariato, dalla cultura alla pubblica amministrazione, dal fisco alla giustizia i progetti del Governo sono pronti, nel rispetto dei tempi previsti. E le riforme istituzionali e costituzionali stanno marciando: legge elettorale approvata alla Camera, testo base del Senato adottato in commissione, riforma delle province conclusa. Non è un caso che il prossimo 25 maggio non voteremo più per le province. Migliaia di politici in meno, grazie all'azione del PD.
L'elenco potrebbe continuare e spaziare dalla vendita delle auto blu fino alle grandi questioni internazionali, dalla nomina di Raffaele Cantone alla autorità contro la corruzione alla scelta di aprire gli archivi su alcune delle pagine più oscure della nostra storia, dall'Italicus a Piazza Bologna. Dal tetto alla retribuzione degli alti dirigenti di stato fino al recupero dell'evasione sono molti i risultati che in 80 giorni abbiamo iniziato a ottenere. E tutto ciò che vorrete condividere come idee suggerimenti o critiche è per me prezioso: matteo@governo.it
Ma vi scrivo perché il 25 maggio anche se non si vota per le provinciali, si vota per le europee. Anche per le comunali in alcuni casi. Per le Europee dovunque. Il passaggio del 25 maggio è dunque fondamentale.
Noi non dobbiamo uscire dall'Euro, ma al contrario entrare in Europa. L'Italia può e deve contare in Europa e non andare lì a farsi prendere in giro. Essere la locomotiva, non lo zimbello. Le politiche di immigrazione, sul lavoro non solo giovanile, sulle infrastrutture e le nuove tecnologie si decidono anche e soprattutto a Bruxelles. Dobbiamo incidere nelle scelte e conta chi governa, non chi urla. Conta chi realizza, non chi protesta.
Ora siamo alla stretta decisiva. I dati delle ultime ore sono straordinariamente incoraggianti. I sondaggi sono ottimi, le piazze piene di speranza, il clima decisamente positivo. Abbiamo la possibilità di rappresentare la prima delegazione dentro il gruppo del centrosinistra europeo. E questo consentirebbe di dare autorevolezza all'Italia per cambiare verso anche alle politiche europee.
Abbiamo bisogno del tuo aiuto, però. Noi non siamo proprietà privata di una persona, come altri. Noi apparteniamo a chi ci vota. E con il tuo voto alle primarie mi hai dato e ci hai dato una responsabilità. Tocca a noi, a tutti noi. Non ci salva uno da solo. Ci salviamo tutti insieme.
Per questo motivo ti chiedo di andare a votare per il PD domenica prossima. Ma ti chiedo anche di fare un gesto politico, un atto civico: convinci anche un'altra persona. Uno di quelli che vorrebbe astenersi, uno di quelli che magari è deluso dalle promesse non mantenute di Beppe Grillo o impaurito dai toni di questi ultimi giorni, uno di quelli che in passato stava con Berlusconi e ora non ci crede più, uno di quelli che era deluso dalla sinistra e ha visto nelle misure del governo segni concreti di giustizia sociale che da tempo non si vedevano. Una sola persona. Ti chiedo il tuo voto. E chiedo di portare con te al seggio un amico, un collega di lavoro, un conoscente, un condomino, un vecchio avversario politico.
Se davvero credi che l'Europa debba cambiare e che possa farlo grazie all'Italia, dacci una mano.
Uno per uno riprendiamoci la bella politica, quella fatta con passione e onestà.
Uno per uno riprendiamoci la speranza, contro gli insulti di chi scommette per il fallimento dell'Italia.
Uno per uno riprendiamoci la fiducia.
In questi ultimi giorni sto firmando molti accordi per investimenti italiani e stranieri nel nostro Paese: sono posti di lavoro che stanno ripartendo. Non buttiamo via questa occasione. Uno per uno, sono sicuro ce la faremo.
Buon lavoro, grazie
Matteo Renzi

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domenica 18 maggio 2014

Dalla CiVIT all’Anac

Subito dopo l’emanazione del D. Lgs. n. 150/2009 è stata istituita la Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche (CiVIT), alla quale sono state assegnate le funzioni previste dall’art. 13, comma 5, del medesimo decreto.
Alla CiVIT non sono stati assegnati poteri sul piano repressivo. Infatti, non può comminare sanzioni, non può effettuare controlli a campione ed indagini ispettive.
L’assenza di controlli a campione sul campo e l’impossibilità di stabilire sanzioni a carico delle PA inadempienti ha reso l’attività della CiVIT non incisiva e limitata ad un controllo formale degli atti e documenti trasmessi dalle PA. Inoltre, l’area delle autonomie locali (comuni, regioni e strutture del servizio sanitario nazionale), la quale non rientra nelle attività della CiVIT, dipende dalla “intesa tra la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l’Anci, l’Upi e la Commissione” che definiscono “i protocolli di collaborazione per la realizzazione delle attività di cui ai commi 5, 6 e 8”. Questa ultima disposizione non ha funzionato per nulla perché si è limitata ad offrire alle autonomie locali delle line guida in assenza di qualsiasi tipo di sostegno e di controllo sull’attuazione dei contenuti del Decreto. Occorre ricordare che tra la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e la CiVIT non è stata sottoscritta alcune intesa e che l’Anci attraverso un proprio progetto “Performance e Merito” ha assistito i comuni aderenti all’iniziativa.
In un articolo di Enrico Marro, pubblicato sul Corriere della Sera del 24 marzo 2014, sottolinea che i dirigenti delle PA hanno conseguito per il 2012 il premio intero (parte variabile dello stipendio) per aver conseguito gli obiettivi strategici programmati e rendicontati dalle stesse PA. Questa notizia si rileva dalla “Relazione sulla performance delle amministrazioni centrali2012” redatta dall’Anac (Autorità nazionale anticorruzione e per la valutazione e la trasparenza delle amministrazioni pubbliche) nel mese di febbraio 2014. Tale risultato è in contrasto con la percezione dei cittadini sull’efficienza ed efficacia dell’azione delle PA. Pertanto, assistiamo ad un paradosso rappresentato dalla scarsa fiducia dei cittadini e delle imprese nei confronti delle PA e dall’assegnazione dei premi ai dirigenti per aver conseguito gli obiettivi (riduzione della spesa, digitalizzazione dei processi, qualità dei servizi, trasparenza della performance, miglioramento organizzativo).
Ritengo che i piani delle PA non sono credibili e rapportati alle risorse umane e non e che gli obiettivi programmati sono stati stabiliti per essere conseguiti. Bisogna anche dire che i piani delle PA non sono controllati e, pertanto, non sono credibili e gli obiettivi sono predisposti per essere facilmente raggiungibili. Inoltre, si rileva che la Relazione dell’Anac è stata presentata dopo più di un anno dalla chiusura dell’esercizio 2012 e, quindi, senza poter intervenire per correggere gli errori o gli scostamenti sull’esercizio 2013.
Con l’entrata in vigore della legge del 30 ottobre 2013, n. 125, di conversione del decreto legge del 31 agosto 2013, n. 101, recante disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni, la Commissione ha assunto la denominazione di Autorità Nazionale Anticorruzione e per la valutazione e la trasparenza delle amministrazioni pubbliche (Anac). L’autorità è composta dal presidente e da quattro componenti e mantiene le sue competenze in materia di valutazione e trasparenza delle amministrazioni pubbliche.
A questo nuovo equilibrio, il quale si è affermato con le nuove disposizioni di legge, occorre fare delle osservazioni al fine di rendere produttive le attività dell’Anac.
Considerato che l’Italia rappresenta il 50% della corruzione in Europa che secondo l’Unione Europea ammonta a 120 miliardi, si è ritenuta necessaria e urgente la scelta di costituire l’Autorità anticorruzione in quanto la corruzione condiziona pesantemente la crescita economica.
Le competenze dell’Anac sono diventate molto ampie e non facilmente espletabili con efficacia.
Per rendere efficace l’attività dell’autorità occorre lasciare all’Anac le competenze relative all’anticorruzione ed alla trasparenza e liberarla dalle altre attività. Pertanto, si ritiene utile ed efficace costituire un’altra autorità alla quale assegnare le funzioni relative alla misurazione, valutazione e trasparenza della performance.
Inoltre, occorre far entrare nel gioco le autonomie locali attraverso delle norme obbligatorie, stabilite d’intesa con le diverse associazioni, al fine di realizzare il sistema di misurazione e valutazione della performance che dovrà essere trasparente e comprensibile dai cittadini, la costituzione dell’Organismo indipendente di valutazione e l’introduzione degli indicatori di performance.
Si ritiene necessario stabilire a livello centrale degli indicatori di qualità e quantità dei servizi erogati da parte dei comuni, i quali potranno essere classificati per popolazione, delle regioni e del servizio sanitario nazionale al fine di realizzare il benchmarking tra i diversi enti ed iniziare un percorso di miglioramento continuo.
Il quadro normativo va rivisitato al fine di affidare alle autorità i poteri necessari per effettuare i controlli a campione ed indagini ispettive e comminare sanzioni nei casi in cui i contenuti delle direttive non sono rispettate ed applicate concretamente.
Il decreto Brunetta ha lasciato ampi spazi di disimpegno e di adozione formale dei contenuti in assenza di una implementazione operativa.
La nomina di Raffele Cantone a presidente dell’Anac, proposta dal Governo ed approvata all’unanimità dalla commissione competente, e le condizioni poste dallo stesso, condivise dal Governo, lasciano ben sperare in una prospettiva positiva di lotta alla corruzione.
Vi è, inoltre, un altro fattore da utilizzare e realizzare: la trasparenza. L’indice di Trasparency International posiziona l’Italia al 72° posto su 174 paesi. L’opacità e la bassa trasparenza condiziona lo sviluppo del paese.
Occorre far presto per uscire al più presto dal tunnel della crisi. La velocità delle riforme è molto importante.

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sabato 17 maggio 2014

Alessandra Moretti sbugiarda i 5 stelle

Intervista a Alessandra Moretti pubblicata su l’Unità il 17 maggio 2014
Mentre macina chilometri per racimolare voti nel Nordest, «circa 800 al giorno», Alessandra Moretti non stacca gli occhi dai social network. Dove si è ormai scatenato un corpo a corpo con i grillini, dai piccoli leader come Luigi Di Maio a orde di militanti che le rovesciano addosso hashtag come #Morettibugiarda e insulti vari «spesso a sfondo sessista».
Perchè ha deciso di intraprendere questa lotta con i troll a 5 stelle?
«La trasparenza o è una pratica costante oppure è solo uno spot elettorale. Io ho deciso di rendicontare i costi della mia campagna elettorale non alla fine come fanno i Cinque stelle, ma di farlo in tempo reale. Mentre i deputati M5s hanno bloccato la rendicontazione a dicembre del 2013, i bilanci del gruppo non mi risulta siano pubblici come non è pubblico il bilancio del movimento. Si tratta di risorse gestite per statuto da Grillo, da suo nipote e dal suo commercialista».
E' sicura che sia utile sfidare i grillini sul terreno dei costi della politica?
«Il Pd è l’unico partito che da anni ha un bilancio certificato da una società esterna. Non accettiamo da lezioni da chi come Grillo non pubblica i bilanci del suo partito. E a Di Maio rispondo che il nostro bilancio del 2013 è ancora in fase di approvazione e sarà pubblico ai luglio, nei tempi previsti dalla legge».
Loro però hanno rinunciato ai finanziamenti pubblici ...
«A mio parere il M5S non aveva comunque diritto ai rimborsi elettorali, visto che lo statuto non risponde ai requisiti di democrazia interna previsti dalla legge. E comunque il Pd ha proposto e votato la fine dei rimborsi elettorali, il M5S ha votato no».
Nelle sue iniziative in campagna elettorale questo tema dei costi è molto sentito?
«La gente chiede che in un momento di crisi come questo la politica sia sobria e dia il buon esempio, tagliando i privilegi e risolvendo con urgenza i problemi del Paese, come questo governo sta facendo».
Che giudizio dà del voto per l'arresto del deputato Pd Genovese?
«Ricordo che nella votazione noi eravamo presenti oltre l’80%, i grillini assai meno. Siamo sempre stati rispettosi della magistratura, oggi chiediamo che si faccia luce rapidamente. Non si può accettare che vicende come questa pregiudichino l’immagine di una politica che sta cambiando: noi rappresentiamo una nuova classe dirigente che non ha responsabilità sul passato».
Lei è stata portavoce delle primarie di Bersani. Ora è diventata una front-woman del PD renziano ...
«Facciamo tutti parte dello stesso partito, e non vorrei che qualcuno lo dimenticasse per difendere vecchie correnti. Alle ultime primarie ho votato Cuperlo, e dunque penso di poter dire credibilmente che questo governo sta dando segnali di sinistra, attaccando sacche di privilegio e facendo una seria operazione di redistribuzione della ricchezza».
E il decreto lavoro?
«Ne do un giudizio positivo. Raccoglie le istanze delle imprese e dei lavoratori, con la semplificazione dei contratti termine favorisce l’accesso dei giovani al mondo del lavoro garantendo una contribuzione adeguata e la tutela della maternità».
Perchè ha scelto di candidarsi alle europee?
«Mi è stata proposta la candidatura dal segretario Renzi e io ho ritenuto di mettermi a disposizione. Ho apprezzato l’idea di mettere in prima linea una nuova generazione. Per me è importante misurarmi con la sfida delle preferenze: lo sto facendo cercando si stringere un contatto diretto con i cittadini. Ho già fatto oltre 8mila chilometri, 110 iniziative in 80 Comuni. Alla fine il mio budget sarà intorno ai 50mila euro».
Percepisce in questa campagna un sentimento antieuropeo?
«Per troppo tempo l’Europa è stata percepita come distante e burocratica. La vera sfida è cambiare l’agenda europea degli ultimi anni, riaccendere nei cittadini una speranza di cambiamento anche verso Bruxelles».
Di solito però alle europee prevalgono motivazioni di voto di tipo nazionale...
«Sono due temi connessi. Questo è un voto fondamentale per non arrestare il cambiamento in atto in Italia, ma anche per cambiare l’Europa. E voglio ricordare che il M5S, isolato da tutte le famiglie europee, non conterà nulla nel nuovo Europarlamento».

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