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giovedì 14 giugno 2012

Valutazione trasparente sulla ricerca universitaria

Articolo di Andrea Ichino e Pietro Ichino pubblicato sul Corriere della Sera il 14 giugno 2012
Caro Direttore, «Le notizie concernenti lo svolgimento delle prestazioni di chiunque sia addetto a una funzione pubblica e la relativa valutazione sono rese accessibili dall'amministrazione di appartenenza»: questo prevede l'articolo 19 del Codice della Privacy. E l'articolo 4, lettera h), della legge n.15/2009 impone alle amministrazioni di «assicurare la totale accessibilità dei dati relativi ai servizi resi dalla Pubblica amministrazione tramite la pubblicità e la trasparenza degli indicatori e delle valutazioni operate da ciascuna Pubblica amministrazione, anche attraverso: 1) la disponibilità immediata mediante la rete Internet di tutti i dati sui quali si basano le valutazioni, affinché possano essere oggetto di autonoma analisi ed elaborazione; 2) il confronto periodico tra valutazioni operate dall'interno delle amministrazioni e valutazioni operate all'esterno, ad opera delle associazioni di consumatori o utenti, dei centri di ricerca e di ogni altro osservatore qualificato».
Perché le stesse regole non dovrebbero valere anche per l'attività di ricerca dei professori universitari? Finalmente questa attività è valutata dall'Anvur (Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca) che sta facendo un ottimo lavoro. Ci sembra naturale che anche agli oggetti di questa valutazione si applichi il principio della trasparenza totale. Tra gli universitari prevale invece la tesi secondo cui i voti dati dall'Anvur alle singole pubblicazioni non devono essere divulgati; si adducono per questo motivi che a noi sembrano deboli e non tali da sovrastare i benefici della trasparenza totale.
Il primo argomento contrario è quello solito: la tutela della privacy. Ma, come abbiamo visto, è proprio la legge a dire che, mentre il diritto alla riservatezza protegge la vita privata delle persone, non c'è invece nulla di «privato» nella prestazione di un dipendente pubblico e nella sua valutazione.
Un secondo e più valido argomento contrario è che nelle singole valutazioni potrebbero verificarsi inevitabili errori in più o in meno, che si compenserebbero a vicenda nell'aggregazione, e che invece danneggerebbero i singoli autori se fossero resi visibili, dando luogo a ricorsi e a critiche ingiuste all'operato dell'Anvur. Poiché, però, i singoli ricercatori riceveranno ugualmente in forma privata le valutazioni che li riguardano, le critiche ci saranno, purtroppo, lo stesso. La trasparenza totale, se mai, porrà in risalto la bontà complessiva del lavoro che l'Anvur sta svolgendo. Ciò che si chiede, del resto è solo che venga reso noto in quale delle quattro classi di merito previste sarà posta ogni pubblicazione: gli errori non possono che essere marginali. Si afferma inoltre che l'Anvur non valuta l'intera produzione di ciascun ricercatore, ma soltanto le tre pubblicazioni da lui/lei scelte per il periodo 2004-2010. Alcuni ricercatori lamentano di non aver potuto scegliere liberamente le proprie tre opere perché costretti da giochi di squadra a consentire l'uso di loro prodotti ad altri co-autori magari meno dotati, al fine di massimizzare la valutazione della struttura di appartenenza, anche a scapito dei singoli membri. Ma se di ogni pubblicazione verrà reso noto il voto conseguito e l'elenco tutti gli autori, i punteggi eccellenti saranno imputabili a ciascuno di essi e non soltanto a quello che ha indicato l'opera fra le proprie tre migliori. Di ogni ricercatore avrà senso usare la valutazione media più favorevole tra quella delle opere da lui/lei scelte e quella di tutte le opere di cui compare come autore.
Sulla «missione» affidata dalla legge all'Anvur, ossia valutare ciascun dipartimento e non i singoli membri, si basa invece l'argomento addotto dal suo presidente, professor Fantoni, sul Corriere del 30 maggio: se questa è la missione perché fare diversamente? Una risposta è che pubblicare quelle valutazioni consentirebbe il confronto tra diversi criteri di aggregazione, rafforzando la credibilità dell'Anvur. Inoltre, valutare una struttura non significa valutare solo il suo risultato aggregato. Due dipartimenti potrebbero entrambi ottenere un rating di valore medio, ma il primo con un 50% di prodotti eccellenti e i rimanenti pessimi o del tutto mancanti; viceversa, la mediocrità potrebbe prevalere nel secondo dipartimento. Serve l'intera distribuzione delle valutazioni, non solo la media, se non vogliamo fare l'errore di Trilussa!
Informazioni disaggregate servono affinché il difficile lavoro dell'Anvur possa dare tutti i suoi effetti positivi. In primo luogo, al servizio degli studenti, che devono poter scegliere in modo informato con chi e dove studiare, e delle imprese che hanno bisogno di sapere chi svolge la ricerca più avanzata. E poi affinché emerga nei dipartimenti un dibattito costruttivo sulle strategie per migliorare, anche mediante modifiche delle afferenze a ciascuna struttura. D'altra parte, non c'è difetto dell'operato dell'Anvur che possa produrre danno maggiore essendo reso visibile, piuttosto che restando occulto. Ogni eccezione alla regola della trasparenza deve essere sostenuta da motivi validi, che nel caso della ricerca universitaria non sembrano esserci. Chi non accetta questo principio è libero di sottrarvisi; purché non pretenda di essere finanziata con denaro pubblico.

Valutazione trasparente dellaricerca universitaria 

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domenica 23 ottobre 2011

Prestito d’onore dalla Cassa Depositi e Prestiti

Parte il progetto della Cassa Depositi e Prestiti ispirato ad una proposta del senatore Pietro Ichino presentata con una interrogazione del 18 maggio 2011 ai ministri dell’Economia e dell’Istruzione. Vedi il confronto tra Andrea Ichino e Roberto Ceccarelli.
Articolo di Alessandra Puato, pubblicato sul Corriere Economia il 17 ottobre 2011
Si chiama Fondazione per il merito, ne fanno parte gli imprenditori, finanzia gli studenti migliori attraverso le banche e le Poste. È l’ultima iniziativa pubblico-privata della Cassa depositi e prestiti. Un sostegno alle famiglie per pagare la scuola ai figli, ma anche il supporto finanziario di un possibile, futuro aumento delle tasse universitarie per contribuire alla riduzione del debito pubblico, in linea con la proposta del giurista Pietro Ichino, senatore del Pd.
La Fondazione dovrebbe partire entro due-tre settimane ed entro questo periodo dovrebbe essere scelto il suo presidente. Nel giugno 2012 ci sarà il test nazionale di selezione degli studenti, fra chi avrà passato la maturità con voto superiore a 80 su 100. E i primi prestiti dovrebbero essere erogati dall’ottobre successivo. Sono previste anche borse di studio per gli studenti eccellenti.
A regime, si parla di 100 milioni in dotazione alla Fondazione, per erogare prestiti e borse di studio lunghi, fino a 25 anni, di circa 10 mila euro l’ anno, per favorire la mobilità degli studenti verso le università migliori (per ogni prestito da 10 mila euro, la Fondazione accantonerà mille euro). La novità rispetto a iniziative analoghe bancarie (finora mai decollate) è la rata di rimborso: calcolata in proporzione al reddito dello studente, che inizierà a restituire il denaro avuto in prestito quando lavora. E se il lavoro non lo trova? Non restituisce il denaro.
Il modello è la riforma Blair. In Gran Bretagna, dove le tasse universitarie sono state liberalizzate (per un tetto di 9 mila euro all’ anno), il supporto massimo a ogni studente meritevole è di 11.500 sterline, spiega il documento del ministero del Tesoro che illustra l’ iniziativa. Il tasso base è pari all’ inflazione e il rimborso è un prelievo fiscale del 9% sul reddito che eccede le 21 mila sterline. «Ogni porzione di debito non rimborsata entro 30 anni» viene cancellata: «Write off».
In Italia, il meccanismo è il seguente. Gli imprenditori mettono soldi nella Fondazione, che usa questo patrimonio a garanzia dei prestiti. A fornire la provvista finanziaria, il flusso di denaro, è invece la Cassa depositi e prestiti, guidata da Giovanni Gorno Tempini e presieduta da Franco Bassanini. Il rischio di fallimento, quindi, non è in capo allo Stato né alle banche, ma alla Fondazione per il merito. Che è pubblico-privata e può accogliere le fondazioni bancarie.
L’operazione è nata qualche mese fa e ora si sta concretizzando: la stanno studiando Andrea Montanino, dirigente generale al Tesoro e vicepresidente della Banca del Mezzogiorno (controllata dalle Poste), e Giovanni Biondi, capo dipartimento al ministero dell’ Istruzione. La Fondazione per il merito è infatti prevista dal Decreto sviluppo, varato in maggio, e l’ iniziativa è stata presentata il 26 luglio, a porte chiuse, agli imprenditori: nomi come Merloni, Rocca e Moretti Polegato, oltre a Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, e diversi rettori.
Ma perché gli industriali dovrebbero versare denaro a questa Fondazione? Per tre motivi, ritengono i promotori: la deducibilità fiscale (non ci pagano le tasse); il marketing (il loro nome circola); e la riduzione dei costi di reclutamento (avranno accesso preferenziale agli studenti migliori). Di certo c’è che il prestito d’onore «misto» è un altro passo verso l’economia privata per la Cdp, impegnata in questi giorni anche sulla banda larga dopo l’investimento del suo fondo F2i in Metroweb. Presidente designato, Bassanini.

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lunedì 13 settembre 2010

Università e contesto in mutamento: la sfida della qualità

di Federico Testa  e Marta Ugolini, Università degli Studi di Verona

1. Introduzione
“Quando si ha a che fare con l’Università – diceva sempre il mio Maestro- ci si deve mettere in fila…”
“L’Università è di per sé il luogo dell’eccellenza, la nostra storia è lì a dimostrarlo..”
“La qualità delle nostre Università è testimoniata dal processo attraverso il quale l’Accademia seleziona i suoi componenti...”
“Sottopormi al giudizio di qualità da parte degli studenti?
I concorsi che ho superato sono di per sé la dimostrazione della mia qualità…”
“Affidare a qualcuno il potere di giudicare il mio operato significa ledere il fondamentale principio della libertà d’insegnamento!
Si comincia così, e poi ci sarà qualcuno che verrà a dirci cosa dobbiamo o possiamo insegnare….”
“Gli studenti, che competenze hanno per giudicare i docenti?
Nessuna, danno le valutazioni più elevate a quelli che fanno i simpatici, a quelli che promuovono tutti!
Ma io sono per il rigore e la qualità….”
“E poi smettiamola con questa storia dei clienti!
Noi non vendiamo panini o vestiti, noi trasmettiamo conoscenze!
E gli studenti sono lì per studiare ed apprendere, altro che clienti….”
Questi sono solo alcuni dei “ragionamenti” che è ancora facile sentire, tra le aule ed i dipartimenti, da parte di qualche docente (non tutti), quando si affronta il tema della qualità in Università. Un atteggiamento tra la lesa maestà e la supponenza, tra la difesa di casta e una sorta di terrorizzato “mettere le mani avanti” quasi a voler prevenire possibili osservazioni e critiche. Il tutto condito da una buona dose di rimpianto per i “bei vecchi tempi andati”, quando niente e nessuno pensava di mettere in discussione il tradizionale modus operandi.
Con questo lavoro ci si ripromette di fornire alcuni stimoli di riflessione in merito alla assoluta improcrastinabilità – per le nostre Istituzioni Universitarie – di un approccio fondato sulla qualità, nonché di illustrare alcuni strumenti che in relazione al servizio di formazione possono efficacemente supportare tale sforzo.

2. L’Università ed i mutamenti del contesto ambientale
Molteplici sono i fattori e le circostanze che, nell’ultimo quarto di secolo, hanno contribuito a modificare drasticamente le condizioni ambientali nelle quali si trova ad operare l’istituzione universitaria nel nostro Paese. Tra questi, alcuni vanno senz’altro ricordati, sia pure per sommi capi.
- La crescita demografica successiva al boom economico degli anni ’60 che, insieme al miglioramento della qualità della vita della popolazione, ha favorito l’enorme crescita della scolarità a tutti i gradi, Università compresa, ponendo a quest’ultima la necessità di trasformarsi da istituzione concepita per la formazione “di pochi” ad “Università di massa”. Questa tendenza, in coerenza alla quale sono stati concepiti e predisposti negli anni addietro piani di sviluppo volti ad adeguare le capacità di offerta alla crescente domanda, è stata consistentemente messa in discussione negli ultimi tempi dalla netta inversione subita dal trend di crescita della natalità. La ridotta natalità, pur accompagnandosi ancora ad un aumento del tasso di prosecuzione scolastica dalla scuola secondaria all’Università (peraltro legato, in specie in alcune aree, alle difficoltà del mercato del lavoro), rende non più verosimili, per gli anni a venire, buona parte dei progetti di sviluppo pensati – e spesso anche realizzati – nella fase precedente. D’altra parte, proprio sulla base della contrazione demografica attesa nella popolazione che si affaccerà all’Università negli anni futuri, per mantenere il numero delle immatricolazioni costante sui livelli raggiunti negli anni ‘90, l’indice di scolarizzazione universitaria dovrebbe arrivare nei prossimi anni, nel nostro Paese, ben oltre il 63%, con un aumento di quasi il 50%: prospettiva, questa, abbastanza irrealistica, e rispetto alla quale comunque più di un interrogativo sarebbe legittimo, se non altro in termini di scelte complessive rispetto alle dinamiche di scolarizzazione ed ai correlativi costi-benefici a livello di sistema-Paese.
- Il progressivo mutamento in atto nei meccanismi di finanziamento degli Atenei, a partire dalla legge 537/93, che ri-disegna in profondità la materia, capovolgendo il principio dei posti in quello del budget e del merito. Sostanzialmente ogni Ateneo sarà sempre più libero di decidere come ripartire le proprie spese, e responsabilizzato rispetto ai risultati raggiunti. Si comprende come le singole Università debbano “imparare” a governare condizioni di risorse scarse e, quindi, a porsi anche nell’ottica, per molti versi del tutto nuova, di “reperire sul mercato” eventuali risorse aggiuntive. Risorse addizionali possono essere generate da possibili risparmi o da maggiori entrate, vuoi per il corrispettivo dell'attività formativa, vuoi per il contributo di sostenitori esterni all'Università, vuoi per il conseguimento di performance migliori. In ogni caso è evidente che si introducono prepotentemente nel processo decisionale dell'Università i criteri di economicità, di produttività e di efficacia dei processi produttivi realizzati, siano essi quelli della didattica, della ricerca o dei servizi tecnico-amministrativi.
- Il mutamento sociale e culturale della popolazione che, anche grazie all’elevarsi delle condizioni di vita, comporta l’affermazione di stili e consuetudini che fanno della mobilità sul territorio una pratica consolidata che non incontra più le remore del passato, tipiche di società più “chiuse”. Ciò determina una profonda messa in discussione della situazione di sostanziale monopolio territoriale nel quale gli Atenei hanno sinora vissuto. “E’ la presenza stessa degli studenti a non essere più un fatto scontato – quasi che essi fossero dati in dotazione all'Università – ma piuttosto un obiettivo da raggiungere in competizione con altre sedi” . D’altra parte, caduta o se non altro di certo affievolita la remora alla mobilità territoriale per gli studenti, entrano in campo altre considerazioni che fanno diretto riferimento alla più attenta valutazione dell’investimento correlato alla decisione dell’iscrizione all’Università. Negli ultimi anni, infatti, ed in relazione al mutamento intervenuto nel meccanismo di finanziamento “centrale” delle Università cui si è sopra fatto cenno, il costo dell’iscrizione universitaria (le così dette tasse universitarie) ha subito un aumento considerevole, che già ora e comunque sempre più in prospettiva indurrà le famiglie e gli studenti a considerare con maggiore attenzione rispetto al passato i benefici connessi alla scelta di un corso di studi rispetto ad un altro, di un Ateneo rispetto ad un altro, in termini sia di “valore di mercato” del titolo conseguito, sia di concreta organizzazione del processo formativo (didattica e servizi di supporto) . Ciò in prospettiva contribuirà significativamente a rendere superato il concetto di bacino territoriale, cui in una logica monopolistica le Università hanno da tempo fatto riferimento nei propri piani di sviluppo.
Tutto questo, in sostanza, ha come immediata ed inevitabile conseguenza quella di portare in primo piano una delle componenti tradizionali dell’ambiente dell’Università: la domanda, nelle sue dimensioni quantitative e qualitative, come espressione delle esigenze dei vari “pubblici di riferimento” rispetto alle attività didattiche universitarie. Così, una considerazione del tutto nuova sono destinate ad assumere le aspettative rivolte ai singoli Atenei da parte degli studenti stessi e delle loro famiglie, degli studenti potenziali, di imprese, enti pubblici e privati, datori di lavoro diversi, istituti di credito, mass media, organizzazioni sindacali, comunità scientifica nazionale ed internazionale, cittadinanza nel suo complesso.
Rinviando ad altro lavoro la puntuale descrizione della natura delle relazioni tra ciascun singolo pubblico e l’Università, giova in questa sede sottolineare come, rispetto al dinamismo che caratterizza la domanda di alta formazione espressa dall'ambiente, l'Università si trovi nella condizione di dover esprimere una correlativa capacità di adeguamento .
Tale necessità deriva non tanto dall'obbedienza ad una astratta legge sistemica, che postula il mantenimento di un equilibrio tra dinamismo ambientale e azienda, quanto dalla concreta e reale esigenza di assolvere la funzione assegnatale dalla collettività, ovvero la preparazione delle classi dirigenti – intermedie ed elevate – del Paese, assicurando eque possibilità di accesso a tutti i cittadini.
L’Università, in quanto attore non esclusivamente tecnico-scientifico, ma anche sociale ha dunque bisogno di riscuotere il consenso da parte dei “pubblici” in relazione alla funzione ad essa assegnata dalla società. Tale consenso, la legittimazione sociale, costituisce il presupposto per l’esistenza dell’Università nella società, ma non è una risorsa illimitata ed indipendente dai comportamenti assunti : quindi anche l'Università deve mostrare di meritare nel tempo il consenso medesimo.
Sin qui le considerazioni che spingono verso un approccio che ponga al centro la domanda, componente dell’ambiente dell’Università che non sempre ha ricevuto, nel passato ed in ragione dell’affermarsi di una certa tendenza dell’istituzione all’auto-referenzialità, tutte le attenzioni che meritava.
Ma cosa significa concretamente mettere al centro la domanda, in attività come la didattica universitaria, che può considerarsi un servizio altamente complesso e peculiare, non assimilabile alle attività manifatturiere e nemmeno a servizi di natura commerciale?
È su questo che si proverà a fornire degli spunti nelle pagine successive.

3. Le peculiarità del servizio di formazione universitaria
Oltre alle complesse trasformazioni prima ricordate, altri fenomeni più puntuali stanno a testimoniare un progressivo venir meno del consenso all’Università come unica istituzione cui è deputata l’alta formazione: si ricorda, ad esempio, la comparsa anche nel nostro Paese delle cosiddette Corporate University; si pensi pure al periodico riaffiorare nel dibattito politico della proposta di abolizione del valore legale dei titoli di studio.
In sostanza le condizioni sono mature perché si inizi ad affrontare in modo laico e non più dogmatico la questione . Ciò significa che la legittimazione ad agire dell’Università nell’alta formazione dovrà derivare dalle capacità della stessa di elevare il livello qualitativo delle proprie prestazioni, mantenendosi in sintonia con le esigenze della domanda.
È possibile fare questo? E come?
L’approccio alla qualità dei servizi, sviluppato dai filoni di studi del Total Quality Management e del Service Management , costituisce un framework concettuale e metodologico adeguato.
Esso infatti si pone espressamente l’obiettivo del miglioramento della qualità attraverso l’adozione di strumenti specifici e allo stesso tempo può venire adattato per tener conto delle peculiarità della didattica universitaria, ovvero:
- l’essere un servizio altamente immateriale,
- l’essere un servizio professionale,
- l'essere un servizio connotato da asimmetria informativa.
La formazione universitaria è in effetti un servizio, ovvero un’attività che risolve un problema di un cliente ponendo quest’ultimo in contatto con qualcuno o qualcosa dotato di risorse e competenze utili per la soluzione o la gestione del problema. Ciò premesso, si tratta di un servizio ad alto grado di immaterialità, che necessita di elevate competenze professionali da parte degli erogatori, nella fattispecie docenti e personale di supporto.
L’elevata immaterialità del servizio di formazione universitaria comporta alcune conseguenze:
- questa non può essere valutata dallo studente prima della sua effettiva fruizione;
- il processo decisionale di scelta rischia di finire bloccato da ansie e paure;
- la garanzia fornita dal nome e dalla reputazione dell’Ateneo erogatore diventa una condizione essenziale per operare sul mercato.
D’altra parte la formazione universitaria è un servizio ad elevato contenuto professionale, il che significa che la sua produzione si basa proprio sulle competenze dell’erogatore e non su lavoro scarsamente qualificato o su tecnologie come avviene nei servizi “commerciali” (ad esempio pulizia, sorveglianza o noleggi).
Le competenze professionali necessarie per insegnare in Università poggiano le loro basi nel sistema di istruzione più avanzato (Dottorato), si costruiscono attraverso percorsi di mentoring pluriennali – si pensi all'avvio alla carriera dei giovani accademici – e devono essere alimentate continuamente tramite la pratica consapevole, le attività di ricerca scientifica ed il confronto tra colleghi.
Tutto questo implica anche che la formazione universitaria presenti una naturale asimmetria informativa che separa erogatori e fruitori: effettivamente gli studenti sono in grado di valutare solo in modo parziale la formazione ottenuta dai loro professori. I risultati del servizio di alta formazione andrebbero valutati non tanto nell’immediato ma anche a distanza di anni, da parte dei laureati e dei loro datori di lavoro, nonché delle comunità professionali e scientifiche nazionali ed internazionali.
La questione è quanto mai complessa, le considerazioni fatte suggeriscono che la preparazione, la capacità di ricerca, il rigore dei docenti universitari siano componenti di un profilo di qualità didattica complessiva che deve comprendere, accanto a queste variabili, la capacità di far apprezzare il lavoro svolto, di ispirare fiducia, di ascoltare gli interlocutori, studenti anzitutto ma pure soggetti esterni, di coinvolgere i docenti stessi in ruoli da protagonista. Questo profilo di qualità didattica complessiva può trovare opportuna collocazione all'interno dell'approccio che verrà illustrato nelle pagine seguenti.
In assenza di un approccio sistematico, la qualità rimane un attributo valutato internamente e in modo autoreferenziale in seno alla comunità dei professori universitari, con i problemi di legittimazione cui si faceva cenno sopra.

4. Un possibile approccio alla qualità dei servizi di formazione universitaria
L’approccio alla qualità dei servizi di formazione universitaria qui proposto si fonda su alcuni postulati:
a) Management by facts,
b) centralità dello studente,
c) partnership con soggetti esterni,
d) centralità del personale,
e) orientamento al medio - lungo periodo.

a) Management by facts
La tendenza all’autoreferenzialità che si manifesta fisiologicamente all’interno di comunità ad alto livello di professionalità come quella accademica può avere effetti negativi sulla razionalità dei processi decisionali. Al limite si può arrivare al predominio di criteri di scelta del tutto sganciati dai risultati effettivi, dalle performance e dall’analisi dei bisogni, in favore di logiche di potere e di perpetuazione dell’esistente, alimentate anche dalla intrinseca complessità organizzativa degli Atenei.
Pertanto il principio del Management by facts, presente nel Total Quality Management, impone di basare le decisioni non tanto su sensazioni o intuizioni o petizioni di principio, quanto su dati oggettivi e riscontrabili, per lo più quantitativi , interpretati alla luce del problema decisionale. Tali dati possono chiarire meglio il quadro della situazione e/o fornire elementi di controllo dopo che la decisione sarà stata messa in atto.
Basare le decisioni su dati e fatti sembra necessario sia a livello di governance centrale di Ateneo (Senato Accademico, Commissioni di Ateneo) sia a livello periferico (Facoltà e Corsi di Studi). Non sempre infatti chi vive quotidianamente una realtà didattica o di ricerca riesce a coglierne la sintesi con l’efficacia, talora brutale, dei numeri e delle cifre.
Cimentarsi con la dimensione anche quantitativa dei fenomeni può contribuire a lenire alcuni effetti dell’autoreferenzialità dei processi decisionali. In aggiunta, il Management by facts costituisce un’utile premessa all’introduzione della cultura della valutazione nel sistema universitario o quanto meno può far sì che la struttura didattica non resti completamente “spiazzata” di fronte a valutazioni esterne, come quelle dei Nuclei di Valutazione di Ateneo o di progetti nazionali ed internazionali.
b) Centralità dello studente
La tendenza all’autoreferenzialità nei processi decisionali si esprime, tra l’altro nella marginalizzazione dello studente universitario, naturale destinatario del servizio di formazione erogato dagli Atenei. A parte i richiami alla centralità dello studente presenti nei documenti istituzionali (Statuti e Regolamenti), la partecipazione degli studenti ai processi decisionali delle Università si esprime quasi esclusivamente attraverso il meccanismo della rappresentanza, che però non sempre riesce a mediare e tradurre efficacemente tutte le istanze e le esigenze degli studenti nelle loro molteplici “categorie” (studenti full-time e part-time, lavoratori, genitori, diversamente abili, stranieri ….).
Sono necessari allora strumenti che consentano di “ascoltare la voce” dello studente, in modo sistematico e non estemporaneo, per offrire servizi didattici e di supporto più utili, più essere vicini a chi li utilizza, per semplificare e rendere più trasparenti i processi amministrativi.
Questo non significa certo che le attività didattiche universitarie debbano modellare i propri contenuti sulle esigenze dello studente o perdere di rigore; si tratta piuttosto di prendere atto che nella società contemporanea tutto il complesso rapporto tra cittadinanza e pubblici servizi è interessato da un evidente e auspicabile mutamento nella direzione dell'ascolto, della trasparenza, della snellezza delle procedure .
c) Partnership con soggetti esterni
L’autoreferenzialità dei processi decisionali si manifesta infine con una chiusura rispetto alle esigenze di soggetti esterni, che guardano all’Università come al luogo dove si producono e si diffondono conoscenze ma poi sono obbligati a rivolgersi altrove, a società di consulenza e formazione, a centri di ricerca, ad esempio per vedere riconosciute le proprie istanze.
La situazione, potenzialmente pericolosa, può essere affrontata tramite forme di collaborazione (partnership) tra Università e soggetti esterni interessati (datori di lavoro, enti pubblici, istituti di credito e loro fondazioni, organizzazioni sindacali, sistema della Pubblica Amministrazione).
Nella didattica si tratta di attuare un coinvolgimento di detti soggetti nella progettualità dei corsi di studi, per la definizione delle esigenze formative e per la verifica delle condizioni di occupabilità dei laureati nel contesto socio-economico.
Ciò dovrebbe evitare o quanto meno ridurre il rischio di istituire corsi di studi del tutto avulsi dal mercato del lavoro, con pesanti conseguenze per i laureati, per le loro famiglie e per la collettività in generale.
La partnership con soggetti esterni implica anche il loro coinvolgimento attivo per l’organizzazione di attività propedeutiche all’inserimento dei laureati nel mondo del lavoro, come stage e tirocini, presentazione di ruoli professionali e sbocchi occupazionali, attività pratico-lavorative organizzate in Università con docenti esponenti del mondo professionale.
d) Centralità del personale
L’importanza del ruolo del docente per la qualità della didattica è talmente evidente da risultare scontata. Tuttavia non sempre il docente universitario viene messo in grado di svolgere in modo incisivo tale ruolo, così da aumentare l’efficacia del suo lavoro didattico.
Le difficoltà con cui si confrontano i docenti nelle Università vanno dalle carenze strutturali (mancanza di aule o di attrezzature adeguate), all’affollamento eccessivo, alla spersonalizzazione delle relazioni con gli studenti, all’inadeguato supporto amministrativo che costringe i docenti al “fai da te” su tutti i fronti, anche per le attività più banali. Le energie e l’entusiasmo rischiano dunque di disperdersi di fronte a tali ostacoli.
Viceversa, il principio di centralità del personale richiederebbe che i docenti, ma anche gli impiegati tecnici-amministrativi, fossero messi in condizione di “prendere decisioni, costruire relazioni e intraprendere azioni per aumentare i livelli di soddisfazione della clientela” . In sostanza la responsabilizzazione delle persone dovrebbe far sì che vengano a galla le infinite capacità dell'uomo nel risolvere problemi, contribuendo così a migliorare la qualità anche in condizioni di risorse non abbondanti.
e) Orientamento al medio-lungo periodo
La visione di lungo periodo impone di anteporre la qualità ai risultati immediati , magari espressi in termini di finanziamenti ministeriali o di incremento di organico dell'Ateneo o della Facoltà. La convinzione di fondo dovrebbe essere che la qualità, alla fine, paga sempre.
Certo questo orientamento richiede che chi governa l'Ateneo o la Facoltà abbia una capacità di visione oltre l’immediato o oltre l’orizzonte del mandato elettorale ricevuto, per saper identificare una missione chiara, distintiva e motivante per il personale.
Evidentemente non è semplice motivare persone intellettualmente raffinate come gli accademici, tuttavia non dovrebbe essere impossibile, se si considera che una certa dose di idealismo fa parte del profilo caratteriale ideale del professore universitario.

5. Alcuni strumenti
Perché le considerazioni appena esposte non rimangano su un piano di principio, ma esprimano la loro valenza pratica, si illustreranno senza pretesa di esaustività alcuni strumenti manageriali applicabili per il miglioramento della didattica universitaria.
Nello specifico, al Management by facts corrisponde lo svolgimento sistematico di attività di intelligence (analisi dell'ambiente e del mercato) volta a comprendere il divenire della domanda di formazione universitaria, le scelte della concorrenza (altri Atenei e istituti di alta formazione), la normativa, l'ambiente economico e la tecnologia.
Tale attività prevede una funzione di ricerca e diffusione delle informazioni tra i vari livelli decisionali interessati, centrali e periferici, anche tramite la creazione di piattaforme informative e informatiche condivise, ad accesso più o meno riservato.
Maggiori dosi di dati e fatti nel sistema decisionale, come prescrive il Management by facts, richiedono che chi è chiamato a prendere decisioni si doti di una “alfabetizzazione” statistico-matematica, se non altro per non mettersi in completa balia di esperti o sedicenti tali che diventano in grado di pilotare le scelte attraverso la manipolazione dei dati.
Il postulato della centralità dello studente richiede che l’Ateneo impieghi strumenti di ascolto organizzativo, al di là dell’ascolto empatico che si può verificare nei contatti personali, vis-à-vis, tra personale universitario e studente. Tali strumenti comprendono l’analisi e la risposta ai reclami formalizzati, le indagini sulla soddisfazione degli studenti (student satisfaction) e le indagini sui bisogni ed aspettative di studenti attuali e potenziali.
Al primo posto, in ordine di importanza tra gli strumenti di ascolto organizzativo si collocano le indagini di student satisfaction. Queste infatti consentono di esprimersi a tutti gli studenti, in genere frequentanti le attività didattiche e completano il quadro, generalmente piuttosto fosco, delineato dai contenuti dei reclami o di eventuali contenziosi legali.
I risultati delle indagini di student satisfaction, laddove positivi, dovrebbero essere utili sia per fluidificare le relazioni con i soggetti esterni, sia per motivare e valorizzare il personale docente e amministrativo.
Laddove vi fossero risultati negativi, si otterrà una visione nitida delle aree critiche su cui è opportuno intervenire, eventualmente anche con una comunicazione che spieghi agli studenti le ragioni di eventuali ritardi, disservizi o carenze strutturali.
I reclami formalizzati possono invece essere letti alla stregua di «eventi sentinella», gravi errori che non si sarebbero dovuti verificare, su cui indagare per ricercarne le cause, piuttosto che i colpevoli. Segnalazioni e reclami vanno attentamente considerati perché sono in genere la spia di una più ampia diffusione del problema. La gran parte degli studenti cerca infatti in genere soluzioni “in proprio”, magari assediando alcuni professori o impiegati particolarmente disponibili. Per presentare un reclamo occorre che lo studente nutra una buona dose di fiducia nell'Università, nella correttezza degli interlocutori e nella possibilità di risolvere effettivamente il problema, per sé e per altri studenti.
Un ulteriore modo per incoraggiare gli studenti ad esprimere apertamente le proprie opinioni è la predisposizione di schede di segnalazione e di una cassetta per i suggerimenti, nei locali delle Facoltà.
Oltre all'ascolto degli studenti, altre attività andrebbero attuate per tenere sotto controllo dei comportamenti che sono sintomo di insoddisfazione e disaffezione. Ci si riferisce qui alla necessità di monitorare i trasferimenti di studenti ad altri Atenei, con la realizzazione di periodiche ricerche sui motivi delle defezioni. E’ probabile che in questo modo che i soggetti responsabili dell’Università abbandonata facciano interessanti scoperte sui veri problemi della propria organizzazione.
In aggiunta, andrebbero tenute sotto controllo le situazioni di studenti a rischio di abbandono, come quelli “dormienti” ovvero che non sostengono esami da un certo periodo di tempo.
Come è stato evidenziato , la decisione di abbandonare raramente deriva da una posizione chiara ed irrevocabile; la maggioranza degli studenti sperimenta una interruzione temporanea, senza esplicitamente rinunciare agli studi. Esiste spesso un periodo, durante il quale un’appropriata azione svolta dall’istituzione universitaria potrebbe produrre dei risultati. Si ritiene anche che un contatto individuale con ciascun studente – ad esempio, una lettera che invita ad un incontro personalizzato – potrebbe aiutare a ricostruire la relazione interrotta.
La necessità di attivare partnership con soggetti esterni, in relazione alla progettualità dei corsi di studi, può trovare una soluzione organizzativa nell'istituzione di Comitati di Indirizzo che possano interagire con i soggetti decisionali accademici sia in fase istitutiva sia nella gestione a regime del corso di studi, sia in occasione di importanti modifiche all’assetto didattico. Ovviamente si porrà il problema della composizione di tali Comitati di Indirizzo, bilanciando le contrapposte esigenze di rappresentare il maggior numero possibile di soggetti esterni interessati e di assicurare una ragionevole snellezza ai comitati stessi. E’ quasi superfluo sottolineare che ai Comitati devono prendere parte i soggetti dotati di poteri e responsabilità in merito ai corsi di studi, altrimenti i suggerimenti e le indicazioni dati dagli interlocutori esterni rischiano di restare lettera morta.
Con un ruolo diverso,di tipo relazionale-sociale, potrebbero essere coinvolte e attivate le associazioni degli Alumni, i laureati o comunque ex studenti della Facoltà o del Corso di Studi. Queste associazioni forniscono servizi, ad esempio organizzano incontri o diffondono newsletter per mantenere i collegamenti tra l’Università e i suoi laureati. Inoltre spesso supportano i neo-laureati e costituiscono un ambito nel quale si formano nuove amicizie e relazioni di business tra persone che hanno un background di istruzione superiore comune. Il collegamento con le associazioni dei laureati può essere un importante veicolo per la raccolta di fondi da parte degli Atenei o meglio ancora delle singole Facoltà.
Gli strumenti per responsabilizzare il personale, soprattutto docente, sul miglioramento della qualità della didattica dovrebbero contemplare, quanto meno, una revisione critica dei criteri di valutazione su cui si costruiscono, attraverso i concorsi, le carriere degli accademici. Le capacità didattiche, i risultati, l’impegno nella docenza dovrebbero infatti essere valutati, se non alla pari dei meriti scientifici, comunque con un peso maggiore rispetto alla situazione attuale. Questo esige che la Facoltà, quando esprime il proprio giudizio sull’operato dei docenti, ad esempio in occasione delle conferme in ruolo, non rinunci alle valutazioni nascondendosi dietro le “formule di rito” dei verbali dei Consigli.
Sembrerebbe anche utile cercare, all’interno delle comunità scientifiche, di valorizzarle come luogo per la crescita di competenze didattiche, per la condivisione di esperienze tra colleghi dello stesso ambito disciplinare e per scambi di materiali e metodi. Sicuramente la funzione delle comunità scientifiche uscirebbe arricchita da questa contaminazione tra ricerca e didattica.
Infine l’adozione di un orientamento al medio lungo periodo nelle scelte dovrebbe pragmaticamente passare attraverso la definizione per l'Ateneo di un posizionamento competitivo sostenibile nel tempo, distintivo e sensato rispetto alle Università “rivali”.
Posto che non tutti gli Atenei italiani possono mirare a collocarsi ai vertici delle classifiche di eccellenza nella ricerca, probabilmente vi sono ancora buoni spazi per chi punta ad una didattica di qualità, in grado di avere indubbie ricadute sul territorio.
In definitiva, il miglioramento della didattica universitaria costituisce un problema cui si può cercare di dare una risposta attraverso principi e strumenti del Total quality Management e del Service Management.
Le azioni da intraprendere sono parecchie, tengono conto delle peculiarità della didattica universitaria come servizio e nessuna di esse sembra preludere ad un abbassamento degli standard qualitativi di preparazione e impegno. Gli sforzi fatti in questa direzione veicolano anzi a tutti i membri della comunità accademica il valore della centralità degli studenti. Lo studente viene per primo, come la ragione d’essere dell’istituzione universitaria; l'approccio alla qualità è lì per ricordarlo.

Il problema delle buone idee
è che degenerano velocemente
in duro lavoro
P. Drucker

1 Pur essendo il lavoro frutto di riflessioni comuni, in sede di stesura finale i paragrafi 1 e 2 sono da attribuirsi a Federico Testa, i paragrafi 3, 4 e 5 a Marta Ugolini.
2 In questo caso, la situazione che si potrebbe creare è quella di uno squilibrio tra offerta e domanda, con conseguenze negative sul livello di efficienza del sistema, conseguenze che saranno peraltro tanto più gravi quanto più difficile, rigido, si presenterà il processo di ri-allocazione delle risorse coinvolte.
3 Ottenuto rapportando gli iscritti al 1° anno nell’istruzione universitaria alla popolazione di 19 anni.
4 Cfr. M. MARIGO, Sulla via del cambiamento, «Notizie per dialogare. Informazioni per il personale dell'Università di Verona» n. 1, 1996, p. 3 che prosegue ricordando che "come forse è noto solo in apparenza, senza studenti non c'è Università, in quanto sono i ragazzi i veri destinatari di tutto quello che viene fatto in qualsiasi unità organizzativa dell'ateneo, ovvero, in definitiva, la ragione di esistere della struttura accademica. Una volta conquistata la preferenza degli studenti, è essenziale saperne conservare la fiducia attraverso l'offerta di servizi, didattici e di supporto, all'altezza delle esigenze sempre crescenti sia in termini quantitativi che qualitativi. Non sembra più accettabile, in sostanza, un modello di Università-istituzione chiuso al suo interno, incapace di dialogare con i suoi interlocutori, gli studenti in primis, di rinnovarsi dinamicamente".
5 “Dal punto di vista dell’efficienza, il fatto che gli studenti siano chiamati a contribuire, per quanto in misura parziale, al loro finanziamento stimolerà le Università alla ricerca sistematica della soddisfazione dei propri utenti e questi ultimi a esercitare un maggior controllo sociale sulla quantità e qualità dei servizi ricevuti, che impareranno ad apprezzare per il loro valore oltre che ad utilizzare in modo responsabile”. P. COSTA, Tasse, contributi e diritto allo studio, in «La sfida dell'autonomia universitaria», Atti della Conferenza nazionale CRUI, Cleup Editrice, Padova, 1995, pp. 91-102.
6 Sul concetto di “pubblico di riferimento” cfr. P. KOTLER, Al servizio del pubblico, Etas Libri, Milano, 1978, p. 24 e s.s.
7 F. TESTA, La carta dei servizi: uno strumento per la qualità nell’Università, Cedam, Padova, 1996, p. 83 e s.s.
8 Cfr. in questo senso P. DAUMARD, Valutazioni e management pubblico: il caso delle Università, «Problemi di Amministrazione Pubblica», n. 3, settembre 1991, p. 537. L’Autore sottolinea, nell'ambito di un più generale riferimento al settore pubblico, che l'Università non può "restare indifferente alle evoluzioni ed alle pressioni esterne, e che il cambiamento deve pur raggiungerla. Ben più che una moda, si tratta di una tendenza di fondo che imposta in modo nuovo la riflessione sul settore pubblico ed il suo management".
9 Inoltre, va sottolineato come la legittimazione sociale sia una risorsa delicata, la cui evoluzione è particolare, nel senso che essa sembra permanere fino al momento in cui, apparentemente all'improvviso, viene a mancare. Essa è infatti soggetta a movimenti di lungo periodo, quasi impercettibili, che nel tempo si accumulano fino ad un punto di rottura in cui gli effetti negativi si manifestano in maniera dirompente, lasciando ridotti margini per il ristabilimento di condizioni di "normalità". E' quindi molto importante rilevare e tenere conto dei segnali deboli che fanno percepire le variazioni nel livello di questa risorsa.
10 Cfr. con riferimento al mondo delle imprese municipalizzate C. BACCARANI, Controllo di mercato e legittimazione sociale dell'impresa, «Quaderni di Sinergie», n. 8, 1992, pp. 40-41.
11 E.W. DEMING, L’impresa di qualità, Isedi, Torino, 1989; J.M. JURAN,. La perfezione possibile; IPSOA, Milano, 1989; C. GRÖNROOS, Service management and marketing. A customer relationship management approach, Wiley, Chichester, 2000; R. NORMANN, La gestione strategica dei servizi, Etas Libri, Milano, 1992.
12 J. RAANAN, T.Q.M. for Universities: Can We Practice What We Preach?, paper presented at «Toulon-Verona Conference, University Management By Total Quality,» Toulon University, 3-4 september 1998.
13 J.J. DAHLGAARD, S.M. PARK DAHLGAARD, From defect reduction to reduction of waste and customer/stakeholder satisfaction (understanding the new TQM metrology), «Total Quality Management », vol. 13, n. 8, 2002, pp. 1069 – 1085.
14 Si ricorda al riguardo l’emanazione dell’ormai storica Legge sulla trasparenza amministrativa (L. 7 agosto 1990 n. 241) che consente al cittadino l’accesso agli atti amministrativi. Particolare significato assume la Direttiva del 27 gennaio 1994 che introduce la Carta dei Servizi nei principali servizi pubblici.
15 B. SPENCER, Modelli organizzativi e gestione della Qualità Totale, «Sviluppo & Organizzazione», n. 149, maggio-giugno 1995, p. 63.
16 K. ISHIKAWA, Guida al controllo qualità, Franco Angeli, Milano, 1991.
17 In linea di principio nulla vieta che tali indagini vengano estese anche agli studenti non frequentanti, tramite interviste a distanza, questionari on line, ecc.
18 G. MONACI, Gli abbandoni degli studi universitari in Lombardia, Franco Angeli, Milano, 1992.

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lunedì 2 agosto 2010

Irene Tinagli e Pietro Ichino sulla riforma universitaria

Editoriale di Irene Tinagli pubblicato su la Stampa il 30 luglio 2010
Dopo tante polemiche e dopo tanta pazienza, Mariastella Gelmini finalmente esulta. E ha molte ragioni per farlo.
La sua Riforma è stata approvata ieri in Senato, con un impianto sostanzialmente integro, non stravolto dalle centinaia di emendamenti che rischiavano di snaturarlo completamente. Ma l’approvazione del ddl non è solo un ottimo successo per il ministro, ma anche, nel complesso, un buon passo avanti per l’Università Italiana.
Alcune delle misure introdotte rappresentano delle innovazioni «culturali» sicuramente di rilievo, perché per la prima volta si introduce l’idea di valutazione sia sulle attività degli Atenei che sulle attività dei singoli docenti, anche i professori quelli già inseriti nel sistema. Le valutazioni non sono drastiche e mieteranno forse meno vittime del previsto, ma intanto viene introdotto nel sistema il «germe» della valutazione, del «merito», quel cambiamento culturale che per anni è stato oggetto di tanta retorica e annunci, ma rarissime azioni concrete.
Il decreto prevede numerose novità anche nella gestione e nella governance accademica, ma il punto che ha suscitato maggiori polemiche e che più tende a rompere vecchie logiche di funzionamento è quello che riguarda la figura dei ricercatori, che diventano a tempo determinato, per un massimo di 6 anni (quindi niente più ricercatori a vita), e le procedure di assunzione dei nuovi professori, che passeranno tutte attraverso un concorso di abilitazione nazionale (con commissione tirata a sorte) di fronte al quale ogni concorrente sarà trattato alla pari. Nessun favoritismo o priorità per chi è già nel sistema, magari da anni, nessuna ope-legis: tutti uguali di fronte al concorso. Certo, una volta ottenuta l’abilitazione, si entra in una lista unica e le Università sono libere di chiamare e dare priorità a chi vogliono all’interno di tale lista, ma per facilitare la mobilità è l’immissione di «esterni» il decreto prevede che tra i nuovi assunti di ciascuna Università ci sia una quota minima (un terzo per i professori di prima fascia) di persone che non erano già nell’Ateneo in questione.
L’introduzione di queste «quote outsider» mette forse un po’ di tristezza, facendoli apparire quasi come specie da proteggere, ma visto come sono andate le cose fino ad oggi, appare l’unico modo per arginare vecchie pratiche di assunzioni «incestuose» dentro gli Atenei. Queste regole sull’assunzione saranno ancora più efficaci se saranno veramente abbinate a tutte le misure citate dall’articolo 5 del decreto, in cui si prevedono valutazione e premi per le università che avranno effettivamente seguito criteri aperti e internazionali nell’assunzione dei nuovi docenti, nonché’ valutazioni regolari delle attività dei docenti anche dopo che sono stati assunti. Tali misure purtroppo sono solo citate nel decreto e demandate a successivo decreto attuativo del Governo, ma, se attuate secondo le modalità e gli indirizzi indicati nel decreto, rappresenterebbero una mezza rivoluzione e renderebbero molto più completa la Riforma.
Nel complesso, questo insieme di nuove regole, se riuscisse a passare indenne anche l’approvazione della Camera e venire poi supportata da buoni decreti attuativi, potrebbe davvero incoraggiare gli studenti più bravi a perseguire la carriera accademica e forse anche a convincere molti «cervelli» italiani emigrati all’estero a tentare la strada del rientro.
C’è un solo pezzo che manca, di cui nessuno parla, ovvero l’apertura del sistema non solo ai giovani italiani, ma anche a quelli stranieri. Su quel fronte la nuova riforma difficilmente potrà far fare grossi progressi. Il sistema ancora in piedi dei concorsi nazionali (in quale lingua?), con relativi iter burocratici, gazzetta ufficiale e così via, per non parlare dei salari ancora bassi, assai poco competitivi nel panorama internazionale, così come i fondi di ricerca ridotti all’osso non renderanno il nostro nuovo sistema universitario particolarmente attraente per gli stranieri. Quindi, anche se gli Atenei avranno incentivi all’internazionalizzazione del loro corpo docenti, difficilmente riusciranno ad attrarre docenti dall’estero, soprattutto i più bravi. Ad ogni modo, c’è da sperare che, una volta create le condizioni di un mercato interno più funzionale, meritocratico e trasparente, il resto si possa costruire su su. Insomma, un passo forse non totalmente sufficiente, ma certamente necessario.

Editoriale di Pietro Ichino per la Newsletter n. 114 - 2 agosto 2010
Nella home page di questo sito compare stabilmente, fin dalla sua nascita, il patto sulla base del quale due anni e mezzo fa accettai la candidatura al Parlamento nelle liste del Pd: lealtà verso il partito nel voto in Aula e in Commissione, lealtà verso lettori ed elettori nel dire sempre tutto quello che penso, anche se in contrasto con la linea del Partito. A questo patto mi sono attenuto nella discussione in Senato sul disegno di legge della ministra Gelmini: ho votato, secondo le indicazioni del mio gruppo, contro il disegno di legge; ma ho il dovere di chiarire che, se fosse dipeso solo da me, avrei votato a favore. A me sembra – e su questo mi trovo, per questa e questa sola volta, a concordare con la posizione assunta in Senato da Francesco Rutelli e dalla sua Alleanza per l’Italia – che la riforma muova nella direzione giusta sia con l’introduzione della valutazione sugli Atenei e sui singoli professori e ricercatori, sia con la previsione dell’assunzione a termine dei ricercatori e del principio up or out (“alla scadenza del contratto, o vieni promosso, o vai a lavorare nella scuola media superiore, utilizzando il titolo acquisito”), sia con la nuova disciplina dei concorsi, sia infine con la nuova ripartizione delle prerogative di governo degli Atenei fra senato accademico e consiglio di amministrazione, con maggiore spazio ai finanziatori esterni. I motivi di questa mia opinione sono – a grandi linee – gli stessi che si trovano espressi nell’editoriale di Irene Tinagli sulla Stampa di venerdì scorso e in quello della stessa economista del 24 luglio, ma anche negli editoriali di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 luglio scorso e di Michele Salvati sullo stesso quotidiano del giorno dopo.
C’è il problema dei tagli economici recati dalla manovra di Tremonti, i quali certo soffocano la nostra Università. Ma se questa fosse capace finalmente di stanare, attraverso un rigoroso processo di valutazione, tutti i professori che da decenni non aggiornano i propri corsi, o che li scaricano sui propri ricercatori e assegnisti, così come tutti i professori o ricercatori che da anni non producono alcun contributo scientifico apprezzabile, se l’Università incominciasse a individuare ed eliminare queste situazioni di vera e propria rendita parassitaria, essa potrebbe recuperare risorse molto superiori rispetto a quelle che i tagli di Tremonti le tolgono. Gli strumenti per fare questo in parte già ci sarebbero, se presidi e rettori esercitassero fino in fondo le proprie prerogative; in parte vengono rafforzati dal disegno di legge Gelmini. Sono ancora insufficienti? Rivendichiamo maggiore incisività e determinazione. Ma non è questo un buon motivo per opporci al primo passo che viene compiuto, con questo disegno di legge, in una direzione che mi sembra proprio quella giusta.

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sabato 24 luglio 2010

Irene Tinagli sull’età pensionabile dei docenti universitari

Commento di Irene Tinagli pubblicato su La Stampa
“Come periodicamente accade nel nostro Paese, si riaccende il tormentone vecchi contro giovani, con l’eterno tema del ringiovanimento dell’università italiana. L’occasione stavolta è la proposta del Pd di mandare in pensione tutti i professori sopra i 65 anni, un’idea lanciata già qualche mese fa ma tornata d’attualità dopo l’apertura del ministro Gelmini. Chiaramente numerosi professori vicini o già sopra la soglia si sono indignati, sentendosi rottamati come vecchie auto, rivendicando l’enorme patrimonio culturale e scientifico che in questo modo andrebbe buttato al vento. Altrettanto prevedibilmente i sostenitori della proposta hanno accusato chiunque fosse contro di voler difendere i baroni, di essere i peggiori nemici dei giovani e così via. C’è tuttavia qualcosa che non torna in questo dibattito un po’ scontato.
Dal lato dei «giovani», per quanto sia facile simpatizzare per i ricercatori che lavorano nel sistema universitario italiano con contratti precari e stipendi da fame, non torna affatto il ragionamento per cui chiunque abbia più di 65 anni rubi lo stipendio mentre i giovani che verrebbero immessi nel sistema sarebbero tutti grandi talenti iperproduttivi.
E non torna che persone che per anni hanno usato la retorica del merito e della qualità propongano una misura così indiscriminata che non entra in nessun modo nel merito e nella qualità delle cose. Dall’altro lato, però, stona anche sentire illustri professori difendere la propria categoria autoproclamandosi indispensabili al prestigio e al futuro della ricerca italiana, quando da decenni non sono sottoposti ad alcun tipo di verifica o valutazione.
È sicuramente una situazione complessa, e anche alcuni dei correttivi ipotizzati potrebbero non funzionare, come l’idea espressa mercoledì sul Corriere da Francesco Giavazzi di togliere agli ultrasessantacinquenni il potere di voto nei concorsi. Soluzione interessante, ma che potrebbe non sortire gli effetti sperati, visto che il groviglio di relazioni, favori e amicizie tra professori è talmente fitto che chi voglia manovrare i concorsi può tranquillamente farlo tramite le «seconde file» di suoi fedelissimi. Senza considerare che anche in questo caso si torna a dar per scontato che tutti i sessantacinquenni stiano lì solo per manovrare i concorsi. La questione si potrebbe risolvere in altro modo. Cercando di vedere la parte di ragione di entrambi anziché accanirsi sui rispettivi torti. È vero che l’Università italiana ha raggiunto un livello di vecchiaia ormai patologico ed è vero che ci sono dei professori ordinari che assorbono tantissime risorse economiche senza produrre ricerca scientifica di qualità. Ma è altrettanto vero che ci sono anche professori sopra i 65 anni ancora produttivi, di prestigio internazionale, che possono continuare a dare un contributo importante alla ricerca e alle nuove leve di studenti e ricercatori. Dunque una possibile soluzione: istituire una valutazione rigorosa sulla qualità della produzione scientifica di tutti i professori associati e ordinari, a prescindere dall’età (non solo esistono validi indicatori, ma adesso esiste anche un’Agenzia in Italia, l’Anvur, che avrà le carte in regola per condurre tali valutazioni). I professori che non rientrano negli standard qualitativi previsti potranno scegliere: se hanno un’età pensionabile possono andare in pensione, altrimenti dovranno optare per un contratto differenziato che preveda solo docenza, non ricerca, e che abbia quindi un salario ridotto della metà.
In questo modo i professori che reclamano la propria indispensabilità al sistema universitario italiano avranno finalmente l’opportunità di dimostrarlo. E di farlo non attraverso i criteri del «merito eccezionale» non ben definito che prevede la proposta del Pd, ma dimostrarlo attraverso una regolare valutazione delle loro attività secondo standard scientifici internazionali (così come avrebbe voluto fare il senatore Ignazio Marino, purtroppo inascoltato dal suo stesso partito). Dopotutto il mantenimento in servizio di un professore bravo non deve essere visto come un favore al professore, ma un servizio alla società. Non solo, si risolverebbe anche la questione delle risorse economiche, perché mandare in pensione tutti gli ordinari sopra i 65 significa comunque un onere per le casse dello Stato, a fronte di nessun servizio reso. Invece, riducendo lo stipendio per chi faccia solo attività didattica, si avrebbe una spesa complessiva molto minore, per un servizio importante che comunque viene reso. Infine, si risolverebbe anche la questione dell’intra moenia per i professori sollevata sempre dal Pd. È vero che molti professori hanno attività professionali a latere di quella accademica, ma questo non necessariamente incide sulla qualità della ricerca e dell’insegnamento. Se un docente riesce comunque a produrre ricerca di qualità potrà fare quello che vuole nel tempo libero, se invece le attività extra vanno a detrimento della qualità accademica sarà lui il primo a tagliare sulle consulenze se ha intenzione di restare professore full time”.
Irene Tinagli

I dipendenti del settore pubblico e privato quando vanno in pensione portano a casa conoscenze e competenze importanti, danneggiando in molti casi l’impresa dove operano. Quindi occorre affrontare la sfida della perdita di conoscenze e competenze che in una impresa privata può essere affrontata con più flessibilità ed efficienza.
Tale problematica può essere affrontata utilizzando diversi strumenti:
- Diagnosi e valutazione del rischio del pensionamento;
- Pianificazione della successione attraverso programmi di sviluppo delle risorse umane e delle competenze;
- Nuovi rapporti di collaborazione per i dipendenti in pensione con conoscenze e competenze rilevanti e preziose.
La regola del pensionamento dei docenti universitari al compimento del 65° anno di età deve essere accompagnata dalla possibilità di riassumere con  modalità nuove, magari in part-time, coloro che possiedono competenze preziose per l’università attraverso “una regolare valutazione delle loro attività secondo standard scientifici internazionali”. La dispersione ed il depauperamento delle conoscenze e delle competenze è un rischio da affrontare con mezzi adeguati al fine di elevare il patrimonio intangibile delle Università.
Le università sotto esame di Francesco Giavazzi
Mandatemi in pensione ma tutelate la qualità di Michele Salvati
Un'idea su pensioni e ricerca di Angelo Panebianco
Marco Meloni risponde a Irene Tinagli
Un errore punire gli anziani di Piero Ostellino
il cannocchiale

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lunedì 22 febbraio 2010

Cartelli al corteo per l’Alberghiero di Soave

Nel corteo organizzato dai genitori e dagli studenti dell’Alberghiero di Soave sono stati preparati diversi cartelli dai contenuti molto significativi che intendo riportare in questo spazio.

“Non vogliamo stare nell’ombra, abbiamo diritto di studiare in un ambiente senza caos ….. caos dovuto ai continui spostamenti”.

“Abbiamo bisogno del vostro aiuto …… aiutateci firmando la petizione”.

La petizione è stata sottoscritta da 1.400 persone, solo nella giornata di ieri durante la manifestazione sono state raccolte 300 firme. “Questo tangibile segno, dichiara Attilio Bertuzzo, conferma la sensibilità della gente, che ci sostiene in questa nostra e vostra lotta contro il tempo ed il mal governo”.  Tra i sottoscrittori vi sono la senatrice Mariapia Garavaglia ed il consigliere regionale Franco Bonfante.

Gli altri cartelli.

“Abbiamo fame di aule 378 ragazzi a scuola senza scuola”.

“Basta promesse. La storia insegna che non bastano solo le parole ma servono i fatti ….. Cosa aspettate.

I problemi degli studenti riguardano i cittadini di Soave e del suo ambito territoriale in quanto la risoluzione dei problemi dell’Istituto Alberghiero significa creare delle nuove condizioni di sviluppo della zona e prospettive di lavoro per i giovani che escono qualificati professionalmente nel settore turistico alberghiero molto sviluppato nella provincia di Verona.

Si è notata l’assenza alla manifestazione del Sindaco, Lino Gambaretto, il quale ha perso l’occasione di manifestare con la sua presenza solidarietà agli studenti ed ai genitori per i problemi che fanno carico anche alla  amministrazione comunale che presiede.

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domenica 21 febbraio 2010

Corteo per l’Istituto Alberghiero di Soave

Berlusconi si compiace che il suo governo e le istituzioni territoriali governate dal centrodestra, comprese la Provincia di Verona e la Regione Veneto, si caratterizzano per il fare: “Governo del fare”.
A questo punto è legittimo porsi delle domande.
Fare per chi? Non certamente per gli studenti dell’Istituto Alberghiero di Soave, i quali hanno ricevuto per otto anni solo promesse.
Fare cosa? Non certamente per l’Istituto Alberghiero di Soave che trova notevoli difficoltà a crescere e svilupparsi in quanto non possiedono un stabile scolastico efficiente ed efficace e sono costretti a dividersi tra uno stabile e l’altro e tra Soave e Caldiero.
Il problema non è il fare ma il sapere fare (conoscenza e competenza): la Provincia di Verona e la Regione Veneto hanno dimostrato di non essere capaci di saper fare per risolvere tutti i problemi dell’Istituto Alberghiero che si protraggono da molto tempo.
Constatato questo il Comitato Genitori di Soave ha organizzato oggi un corteo al quale hanno partecipato studenti, genitori e cittadini per porre ancora una volta all’attenzione delle istituzioni (Provincia e Regione) e della società civile i problemi relativi all’Istituto Professionale. Al corteo ha partecipato Franco Bonfante, il quale si è caratterizzato nella Regione per aver presentato due interrogazioni e sollecitato i finanziamenti per l’Istituto Alberghiero di Soave.
Occorre tenere presente che nel terzo millennio la risorsa più importante per un paese e per le persone è la conoscenza, la quale rappresenta il primo fattore per il successo economico e sociale. Non investire nel sapere significa non rendere competitivo il paese e non soddisfare l’offerta di lavoro che proviene dalle aziende.
Per gli studenti dell’Istituto Professionale di Soave significa non realizzare le condizioni essenziali per la loro crescita professionale e per coloro che intendono proseguire gli studi in questo settore emigrare a Lonigo o a Montagnana.
La Provincia e la Regione hanno avuto otto anni di tempo per programmare gli investimenti necessari in materia di edilizia scolastica per mettere l’Istituto Alberghiero di Soave nelle condizioni di proseguire tranquillamente il suo cammino e svilupparsi in rapporto alla domanda degli studenti.
In otto anni si realizzano Istituti di eccellenza e invece a Verona non si risolvono i problemi fondamentali per la vita di una scuola.
Gli studenti sono stanchi e perdono tempo per i continui spostamenti, la didattica lascia a desiderare ed inoltre la mancanza di una sala insegnanti, di una segreteria e di una vice-presidenza aggrava ulteriormente i problemi.
Il Comitato Genitori ha predisposto una petizione che è stata sottoscritta dai partecipanti tra i quali il consigliere regionale Franco Bonfante e la senatrice Mariapia Garavaglia, la quale si è sempre dimostrata molto sensibile ai problemi della scuola e degli studenti ed ha contestato i tagli indisciminati del ministro Gelmini.
Inoltre, i genitori e gli studenti non accettano il numero chiuso stabilito dall’assessore provinciale per evitare di affrontare i problemi reali dell’Istituto. Non si può utilizzare tale escamotage dall’asilo nido alle scuole superiori per il semplice fatto che le istituzioni sono incapaci di programmare e di intervenire in modo efficiente per adeguare le istituzioni scolastiche alla domanda della società civile.
Se non arrivano fatti concreti la lotta continuerà fino a quando non si vedranno risultati concreti.

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venerdì 19 febbraio 2010

Istituto Alberghiero di Soave

Solidarietà e sostegno del gruppo consiliare del Partito Democratico della Provincia di Verona agli studenti ed ai genitori
L’Istituto Alberghiero Angelo Berti che si trova a Chievo (VR) è presente a Soave con una sede associate da circa 8 anni a Soave. La sede di Soave ha iniziato ad operare con 54 studenti ed oggi conta 378 studenti. L’ambiente favorevole e la vocazione territoriale influiscono positivamente sullo sviluppo dell’Istituto. Da 8 anni persiste un grande problema non ancora risolto nonostante gli impegni dei vari enti: l’Istituto di Soave non ha una sede e gli studenti sono frazionati e divisi in alloggi vari con conseguenze negative sul piano didattico ed organizzativo.
Questa situazione che si è protratta nel tempo, ha spinto il Gruppo Consigliare Provinciale del Partito democratico a presentare in data 13 dicembre 2009 una interrogazione al Presidente Mozzi che arriverà presto in Consiglio poiché da parte della Giunta Provinciale non vi è alcuna certezza circa la volontà dell’amministrazione Miozzi di investire adeguate risorse per rilanciare il futuro dell’istituto con sede a Soave, ma come ricordato nell’interrogazione smistato su diverse sedi inadeguate. Anche la soluzione di utilizzo di parte dell’edificio dell’ex ospedale di Soave rappresenta una risposta ancora incerta ed in ogni caso assolutamente insufficiente.
Con l’interrogazione chiediamo:
se la Provincia intende assumersi la responsabilità, anziché tacitare le esigenze formative del territorio vagliando, di intervenire con forza verso la Regione affinché mantenga l’impegno pubblicamente assunto di intervenire economicamente;
per quali ragioni da aprile, mese in cui il Sindaco di Soave ha dichiarato di aver pronto il progetto di soluzione, il tavolo di discussione non ha ancora individuato una sintesi. Al contrario, se l’ha individuata, quale sarebbe;
se sono in essere valutazioni circa lo spostamento dell’Istituto a Caldiero, alla sede del Chievo o nel futuro polo scolastico di S. Bonifacio.
Dopo aver partecipato con i consiglieri Diego Zardini, Franca Rizzi e Alice Leso all’assemblea organizzata dal Comitato di genitori sabato 6 febbraio presso il Palazzetto dello Sport di Soave, il Gruppo consiliare in Provincia del Partito Democratico aderisce alla manifestazione di domenica 21 febbraio per dare il massimo sostegno alla importante battaglia dei genitori e degli studenti per il futuro della scuola e perché tutte le istituzioni si impegnino seriamente su un tema di così vitale importanza.
Per il gruppo PD
Diego Zardini
Interviste

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martedì 16 febbraio 2010

Corteo per l’Alberghiero di Soave

Il comitato dei genitori – Soave, costituito per affrontare e sensibilizzare la comunità locale ed i responsabili della Provincia e della Regione verso i problemi dell’Istituto Alberghiero di Soave, ha organizzato un corteo che partirà, il giorno 21 febbraio alle ore 9,00, da viale Vittoria fino alle porte di Soave.
Per l’occasione è stata organizzata una raccolta di firme a favore della risoluzione dei problemi dell’Istituto Alberghiero di Soave.
Ai rappresentanti della stampa che parteciperanno al corteo verrà consegnato un comunicato stampa.
L’evento è stato organizzato in Facebook ed è rivolto “agli studenti ed ai genitori per dare un segnale forte e realizzare una svolta alla situazione di stallo che da anni persiste sull’Alberghiero di Soave attraverso la partecipazione al corteo”.
La lotta dei genitori e degli studenti dell’Alberghiero di Soave prosegue fino a quando i responsabili della Provincia e della Regione non daranno risposte certe, affidabili e chiare.
Nell’ultima assemblea i responsabili istituzionali della Provincia, l’assessore provinciale all’istruzione e all’edilizia scolastica Marco Luciani, e della Regione, l’assessore regionale alla sanità Sandro Sandri, non hanno soddisfatto le attese e le richieste dei genitori e degli studenti di Soave. In tale occasione il consigliere regionale Franco Bonfante aveva tracciato l’iter del suo impegno attraverso interrogazioni ed emendamenti ed aveva invitato i responsabili della Regione e della Provincia ad intervenire affinché l’Alberghiero di Soave potesse svilupparsi e crescere in rapporto alla domanda degli studenti. Inoltre, Bonfante aveva proposto di realizzare a Soave un Istituto Alberghiero innovativo ed eccellente con una seria programmazione scolastica.
Su queste richieste di Bonfante l’assessore provinciale Marco Luciano non ha dato risposte e non ha preso impegni.
Interrogazione di Franco Bonfante

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mercoledì 10 febbraio 2010

Alberghiero di Soave senza crescita

Il comitato genitori di Soave ha confermato la manifestazione del 21 febbraio che si svolgerà a Soave. La manifestazione è stata confermata in quanto le conclusioni dell’assemblea del 6 febbraio, alla quale hanno partecipato il sindaco, Lino Gambaretto, l’assessore alla sanità, Sandro Sandri, l’assessore provinciale all’istruzione e all’edilizia scolastica, Marco Luciani, ed il  consigliere regionale, Franco Bonfante,  non hanno soddisfatto le aspettative dei genitori e degli studenti dell’Istituto Professionale di Soave.
Occorre esaminare l'Istituto Alberghiero di Soave secondo i tempi di risoluzione dei problemi:
- Breve termine. L’assessore provinciale ha confermato che le aule disponibili presso la scuola media per l’Alberghiero sono sette per le classi più una per i servizi vari. Luciani ha sottolineato la necessità di bloccare le iscrizioni alle prime classi per adeguare le iscrizioni alle aule disponibili. Il numero chiuso sostenuto da Luciani è stato contestato dagli interventi di genitori e studenti per i seguenti motivi:
- Gli studenti che intendono dopo le medie iscriversi all’Alberghiero potranno farlo altrove per esempio Lonigo o Montagnana;
- La crescita dell’Istituto Alberghiero viene soffocata per adeguare le nuove iscrizioni alle aule disponibili;
Dagli interventi dei genitori (Sabina Castegna, Ottorina Danese ed altri) si evince chiaramente che il numero chiuso ribadito da Marco Luciani viene responsabilmente contestato.
L’assessore provinciale non si pone il problema di soddisfare l’offerta dell’Alberghiero alla domanda degli studenti attraverso una seria programmazione di interventi finalizzati alla risoluzione del problema.
- Medio termine. L’assessore alla sanità Sandro Sandri ha sottolineato la disponibilità della Regione di concedere in comodato al Comune di Soave il fabbricato dell’ex ospedale. Questa proposta è l’unico fatto concreto. Il comune venendo in possesso del fabbricato potrà stipulare una convenzione con la Provincia al fine di utilizzare il fabbricato per l’Istituto Alberghiero. Non si comprende il giro di questi rapporti quando il fabbricato dell’ex ospedale può essere concesso in uso gratuito direttamente alla Provincia.
Per rendere utilizzabile il fabbricato dell’ex ospedale da parte dell’Istituto Alberghiero è necessario intervenire con una seria e completa ristrutturazione poiché i locali sono fatiscenti. Sul finanziamento della ristrutturazione la Regione e la Provincia non hanno assunto impegni.
- Lungo termine. Il consigliere regionale, Franco Bonfante, dopo aver illustrato i suoi interventi a livello regionale a favore dell’Istituto Alberghiero di Soave (interrogazioni ed emendamenti presentati negli ultimi anni) ha proposto di fare dell’Alberghiero di Soave un Istituto di eccellenza attraverso una seria programmazione dell’edilizia scolastica da parte della Provincia. L’assessore provinciale, Marco Luciani, non ha accettato la sfida e non ha preso tempo per valutare l’importanza strategica di tale proposta. Una seria programmazione dell’Amministrazione Provinciale che consideri la proposta Bonfante significherebbe per Soave una riqualificazione del territorio e la realizzazione di un polo di attrazione per l’est veronese in un settore molto importante per la provincia di Verona.
Di fronte a tali problematiche l’unica strada che rimane è quella di continuare la lotta con obiettivi chiari e di vigilare sulle poche promesse fatte in assemblea.
In definitiva si è rimasti fermi sulle posizioni assunte dall’assessore provinciale, Marco Luciani, di fronte alla interrogazione presentata dal consigliere Vincenzo D’Arienzo, capogruppo del Partito Democratico in Consiglio provinciale, che accusava la provincia e la regione di aver fatto poco o nulla rispetto ai problemi dell’Istituto Alberghiero di Soave.
Sabina Castegna, presidente del Comitato genitori di Soave, invita i cittadini e gli studenti affinché partecipino tutti alla manifestazione del 21 febbraio che si terrà a Soave perché è importante controllare e vigilare affinché i problemi dell’Istituto Alberghiero vengano affrontati seriamente dalla Regione e dalla Provincia”.
Il corteo della manifestazione di Soave partirà alle ore 10,00 dalla scuola media di Soave.
Non condivido l'ottimismo del Sindaco di Soave, Lino Gambaretto, che dichiara inutile la manifestazione del 21 febbraio in quanto i problemi dell'Istituto sono ancora irrisolti in particolare il numero chiuso delle iscrizioni e l'avvio del prossimo anno scolastico.

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mercoledì 3 febbraio 2010

Soave: Istituto Alberghiero

L’Istituto Alberghiero Angelo Berti che si trova a Chievo (VR) è presente a Soave con una sede associate da circa 8 anni a Soave. La sede di Soave ha iniziato ad operare con 54 studenti ed oggi conta 378 studenti. L’ambiente favorevole e la vocazione territoriale influiscono positivamente sullo sviluppo dell’Istituto. Da 8 anni persiste un grande problema non ancora risolto nonostante gli impegni dei vari enti: l’Istituto di Soave non ha una sede e gli studenti sono frazionati e divisi in alloggi vari con conseguenze negative sul piano didattico ed organizzativo.
Questa situazione che si è protratta nel tempo ha indotto il consigliere regionale Franco Bonfante ha presentare una nuova interrogazione il 1° dicembre 2009 alla Giunta Regionale ed all’assessore competente. Si fa presente che Bonfante aveva già presentato una prima interrogazione n. 662 in data 10 dicembre 2008. 
“Dopo le ripetute promesse fatte dall’assessore regionale all’edilizia scolastica, dopo i 25 milioni di euro messi a bilancio dalla Regione per gli istituti superiori del Veneto e dopo l’apertura di un apposito tavolo di discussione, per il nuovo istituto alberghiero di Soave siamo ancora all’anno zero e a finanziamenti zero. Perché?” A chiederlo con un’interrogazione rivolta alla Giunta Galan è il consigliere regionale del Partito Democratico, Franco Bonfante.
L’esponente veronese ricorda di aver “già chiesto nel dicembre 2008 un intervento urgente per realizzare una nuova struttura in grado di ospitare l’istituto alberghiero e dotata di aule, laboratori e palestra, mentre attualmente la scuola è polverizzata in diversi edifici e Comuni. Inoltre, in sede di Finanziaria 2009 avevo ritirato un mio specifico emendamento dopo la dichiarazione in aula dell’assessore regionale all’edilizia pubblica che poneva l’istituto alberghiero di Soave fra gli interventi prioritari”.
“Eppure nell’elenco dei finanziamenti - denuncia ancora Bonfante - non risulta esserci l’alberghiero di Soave. Un istituto, questo, che vede aumentare ogni anno il numero delle iscrizioni anche per merito della qualità dell’insegnamento, nonostante la totale inadeguatezza delle strutture”.
“E come se non bastasse - aggiunge il consigliere democratico - la Giunta nel marzo scorso aveva comunicato, in risposta alla mia interrogazione di un anno fa, di aver attivato un apposito tavolo di discussione con Regione, Provincia, Comune di Soave, Ulss 20 e Ater di Verona con l’ipotesi di ricorso alle risorse approvate con la Finanziaria 2009”.
“Perché non sono stati erogati i finanziamenti promessi? Qual è lo stato della procedura per arrivare in tempi ragionevolmente rapidi all’approvazione del progetto e al conseguente avvio dei lavori di realizzazione della nuova sede? Il tavolo di discussione - chiede infine Bonfante - ha deciso qualcosa oppure no in merito al crono programma e alla ripartizione dei costi fra gli enti interessati?”.
Alla interrogazione di Franco Bonfante non seguiti risposte e fatti concreti.
Intanto è stato costituito un Comitato di genitori che organizzato una assemblea pubblica sabato 6 febbraio presso il Palazzetto dello Sport di Soave alle ore 20,30 con in programma l’esame della situazione ed una manifestazione pubblica per 21 febbraio.
Il Comitato genitori di Soave, presieduto da Sabina Castegna, ha costituito un gruppo in Facebook per sensibilizzare l’opinione pubblica su tale problematica.
“I nostri figli, dichiara Attilio Bertuzzo, ogni giorno devono spostarsi in stabili diversi: scuole medie, aule parrocchiali, e cambiando ulteriormente paese, aule presso un altro istituto, che gentilmente li ospita. Una soluzione a questo problema potrebbe esserci, ma ne il comune ne la Provincia e quanto meno la Regione e ASL20 intendono risolvere, o meglio si accusano l'un l'altro rimbalzandosi la patata bollente”.

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domenica 15 marzo 2009

Diritto allo studio

Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato all'unanimità una proposta di legge statale, di cui il primo firmatario è Franco Bonfante, che introduce la detraibilità fiscale delle spese per l'acquisto dei libri di testo e dei materiali scolastici.
L'iniziativa legislativa, sottoscritta da una ventina di consiglieri di maggioranza e di opposizione e fatta propria dall'intero Consiglio regionale, passa ora al vaglio del Parlamento perché ne ricavi una norma nazionale. Nel dettaglio, la proposta prevede l’introduzione di tre aliquote di detrazione, a seconda del numero di figli che studiano appartenenti al singolo nucleo familiare. Per un figlio l’aliquota è del 19%, per due del 27% e per 3 o più figli la soglia si attesta al 38%.
“L’approvazione rappresenterebbe, dichiara Franco Bonfante, una svolta importante in questo difficile momento di crisi economica, vista anche la difficoltà che proposte partite dall’opposizione trovino la loro strada all’interno del Consiglio Regionale. La legge permetterebbe alle famiglie di risparmiare in modo cospicuo, perché nell’elenco dei materiali scolastici detassabili rientrerebbero non solo i libri di testo, ma anche tutta una serie di attrezzature solitamente assai costose come ad esempio pc e software, supporti audiovisivi o strumenti musicali per i conservatori.”
La proposta di legge di Franco Bonfante è stata sostenuta da 10 mila firme raccolte in Veneto dall’Associazione librarie italiane.
Relazione
Proposta di legge
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sabato 22 novembre 2008

Verona in Facebook per Scuola e Università

Si è costituito a Verona il gruppo “Comitato civico per la scuola e l'università pubbliche Verona” su Facebook. Il comitato nasce in una riunione tenuta a metà novembre su iniziativa di un gruppo di persone (genitori, studenti, docenti) che hanno deciso di costituire il gruppo, coinvolgendo genitori, docenti, studenti, sindacati e partiti politici, per informare delle conseguenze dei tagli alla scuola e all'università effettuati con la legge 133/08 e sulla necessità di migliorare le strutture scolastiche ed universitarie.
Il gruppo si propone di informare e sensibilizzare i cittadini sui problemi della scuola e dell'università, di organizzare incontri pubblici e altre manifestazioni. Si è convinti che è in pericolo il futuro già incerto degli studenti.
E’ stato raccolto l’invito di Antonio Maria Ricci di creare in ogni città un Comitato civico in difesa della scuola e dell'Università, realizzare un coordinamento tra tutte le forze che si oppongono alla 133 per meglio organizzarsi, fare girare le informazioni e mettere insieme tutte le forze che si oppongono alla distruzione della scuola pubblica e dell'università.
Chiunque può iscriversi a http://www.facebook.com/ e, quindi, al gruppo portando opinioni, commentando e raccontando esperienze.
Antonio Maria Ricci è anche il fondatore del gruppo “Legge Gelmini approvata: ora il referendum abrogativo” con 26.562 membri.
“Con l’approvazione del Decreto Gelmini da parte del Parlamento, afferma Roberto Fasoli, si è inferta una profonda ferita alla scuola italiana, colpendo in particolare la scuola primaria che oggi risulta essere tra le migliori in Europa. Inizia un percorso di tagli pesanti ispirato dal ministro Tremonti che si estenderà a tutti gli ordini di scuola, all’università, alla ricerca. Il Governo Berlusconi ha ignorato ogni ragionevole proposta di sospendere il decreto e aprire un vero tavolo di confronto tra le parti, visto che il decreto è stato predisposto senza alcuna discussione con il mondo della scuola, con le organizzazioni sindacali, con gli studenti e con le loro famiglie, con le associazioni."
"Il Governo criminalizza, continua Roberto, il movimento degli studenti che in modo serio e responsabile si è reso protagonista di una serie straordinaria di iniziative delle quali è da irresponsabili non tener conto. Oggi, a decreto approvato, è giusto e necessario mantenere l’iniziativa per bloccare gli altri interventi già preannunciati e per condizionare il Governo affinché riveda le sue posizioni, se necessario anche ricorrendo al referendum popolare."
"Sulla scuola e sull’università, conclude Roberto Fasoli, si gioca il futuro del nostro paese ed è necessario quindi un vero processo riformatore che riqualifichi la spesa e punti alla qualità del servizio. Il Partito Democratico ha avanzato precise proposte di merito. La straordinaria partecipazione alle manifestazioni del 30 ottobre dimostra, anche nella nostra regione, quanto diffusa sia la preoccupazione per il futuro della scuola e dell’università, tema sul quale il Governo sta incontrando un malcontento diffuso e responsabile da settori sempre più ampi della società."
I fondatori del Comitato lanciano un appello ai genitori, studenti e docenti invitandoli a partecipare alla vita del gruppo per affrontare insieme i problemi della Scuola e dell'Università e del futuro dei giovani studenti.
Manovra Gelmini

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