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sabato 5 luglio 2014

Le prospettive di garanzia giovani

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 3 luglio 2014
La disoccupazione giovanile continua a crescere, soprattutto fra le donne. Due mesi fa ha preso avvio il programma «Garanzia giovani», cofinanziato dall’Unione Europea, il cui obiettivo è proprio quello di aiutare chi ha meno di 29 anni a inserirsi nel mondo del lavoro. Otto settimane non bastano certo a produrre risultati concreti. È però lecito chiedersi a che punto siamo e che cosa possiamo aspettarci da questa ambiziosa iniziativa.
Quasi 100 mila giovani si sono già iscritti al portale Internet e molti sono stati anche intervistati dai servizi per l’impiego. La vera sfida comincia adesso. La «Garanzia» prevede infatti che entro quattro mesi il disoccupato riceva una proposta concreta di inserimento. Sul portale si legge che le aziende per ora hanno segnalato circa 2 mila occasioni di lavoro: un numero davvero esiguo, anche tenendo conto della crisi. Bisogna migliorare con urgenza i flussi informativi sulle posizioni vacanti in tutti i settori dell’economia.
Il compito di attuare la «Garanzia» spetta alle Regioni. Quelle del Centro-Nord (in parte anche la Puglia) sembrano sulla buona strada. Lombardia, Toscana e Lazio hanno già incontrato più di un terzo dei loro iscritti. Le Regioni del Mezzogiorno sono invece quasi ferme. E ciò che sta accadendo solleva, purtroppo, più di una preoccupazione. Nel piano di spesa della Sicilia, ad esempio, quasi due terzi dei 178 milioni di euro disponibili verranno destinati all’«accoglienza» e alla formazione, solo il 6 per cento ad attività concrete come l’apprendistato. Per quest’ultima voce («già incentivata da altre leggi») la Sardegna non prevede neppure un euro, mentre abbonda in sussidi a formatori e mediatori. La Calabria dal canto suo ha appena chiuso un bando per 500 tirocini con modalità di selezione che rischiano di riprodurre sotto nuove spoglie le tradizionali logiche clientelari. Dati questi segnali, vi è un’alta probabilità che la «Garanzia» fallisca proprio nelle aree del Paese dove è più necessaria. Invece di innescare dinamiche virtuose nei mercati del lavoro del Mezzogiorno, le risorse europee rischiano di alimentare, come in passato, il sottosviluppo assistito. Bruxelles è preoccupata e non ha ancora formalmente approvato il piano italiano: non una bella figura per il Paese che più aveva insistito per mobilitare i fondi Ue e che ora detiene la presidenza di turno.
Per evitare il fallimento, il governo deve attivarsi subito su almeno due fronti. Innanzitutto imponendo alle Regioni il rispetto di criteri minimi di trasparenza ed efficacia nella fornitura dei servizi (costi standard, pagamento sulla base dei risultati, apertura alle agenzie del lavoro private e così via). In secondo luogo, collegando la «Garanzia giovani» in modo più diretto al mondo delle imprese. Occorrono incentivi, accordi, politiche di livello nazionale. Nel Mezzogiorno ciò significa attrarre investimenti, avviare una seria politica per il turismo e per i servizi, in modo da facilitare anche iniziative dal basso di autoimpiego e di start-up. Un’opportunità concreta di mettersi in gioco nel mercato, in base alle proprie capacità e ai propri talenti: questa è la vera «garanzia» che dobbiamo offrire ai giovani italiani. Iniziando da quelli (troppi) che oggi non riescono a uscire con le proprie gambe dalle trappole dell’inattività, della disoccupazione e dell’assistenzialismo.

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domenica 7 luglio 2013

Risorse dalla ricchezza finanziaria per lavoro e innovazione

Articolo di Vincenzo Manes pubblicato su Corriere della Sera il 5 luglio 2013
Caro direttore, i documenti ufficiali del governo italiano e delle istituzioni europee sottolineano l'urgenza di una svolta politica che abbia al centro il lavoro. Il problema è che quando si passa alle proposte concrete tutto ricade in provvedimenti parziali, aggiustamenti marginali. Si è deciso di usare il cacciavite, come ha efficacemente scritto Dario Di Vico sul Corriere del 16 giugno per descrivere il «decreto del fare» del governo Letta e che vale anche per le decisioni del Consiglio europeo di Bruxelles. Tutto giusto, certamente, ma l'impressione è che siano assolutamente parziali, non tali, comunque, da essere adatte ad imprimere quella svolta decisa richiesta dalla drammaticità della situazione.
Il mantra della crescita, recitato ormai in ogni consesso, è ormai diventato per l'appunto un mantra senza conseguenze effettive. Il pericolo è che si coltivi la falsa illusione che la ripresa della crescita porti con sé, automaticamente, l'aumento dell'occupazione. Non è vero, e gli esempi statunitensi e anche di molte economie emergenti dimostrano il contrario.
La metafora del cacciavite può indicare una strada giusta per tempi tutto sommato «normali». Si aggiustano macchine che hanno ancora potenzialità di funzionamento, ma non quelle che ormai hanno dato tutto quello che potevano dare, altrimenti si buttano via risorse per motori inefficienti a scapito degli investimenti necessari per l'innovazione e l'eccellenza, i veri campi sui quali impostare i programmi di ripresa. Anche qui, però, bisogna che sia chiara a tutti una cosa: le riforme su pubblica amministrazione, ammodernamento delle istituzioni, riduzione della burocrazia, liberalizzazioni dei servizi, sono indispensabili, ma hanno obbligatoriamente dei tempi medio-lunghi. Il lavoro è invece l'emergenza assoluta che abbiamo, che non può aspettare, pena il rischio per quell'equilibrio sociale che è invece indispensabile proprio per far sì che quelle riforme possano essere messe in atto.
È qui, dunque, che la classe dirigente nazionale deve dimostrare di essere all'altezza del proprio ruolo, magari mettendo finalmente mano ad un'azione drastica di abbattimento del debito, non con il «cacciavite», ma con la «ruspa» della cessione reale di asset pubblici, ma anche con proposte shock.
Provo ad avanzarne una: la creazione di un «Progetto Italia» per il lavoro, finanziato da una «tassa di scopo», una patrimoniale ad hoc, separata dal bilancio dello Stato, che vada a costituire una sorta di «Iri delle imprese sociali», per finanziare progetti innovativi nei settori quali la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, i beni ambientali, il turismo, le attività ad alto rilievo sociale.
Gli ultimi dati ufficiali indicano la ricchezza finanziaria privata del Paese in circa 3.300 miliardi. Propongo un prelievo straordinario dell'1% su tale ricchezza (o in alternativa un prestito forzoso di pari entità). Sono circa 30 miliardi da destinare esclusivamente alla nascita e allo sviluppo di imprese sociali nei campi sopra indicati.
Sarebbe una tassa con tre obiettivi precisi: 1) tassa per il lavoro - per l'immediata creazione di occupazione, con priorità rivolta ai giovani, ma non esclusivamente a loro; 2) tassa per lo sviluppo - la promozione di progetti innovativi di sviluppo nei settori che ho prima segnalato e che rappresentano un potenziale di creazione di valore aggiunto pressoché unico nel mondo; 3) tassa per la ricchezza (non sulla ricchezza) - è un ossimoro apparente, perché fatto cento il valore della ricchezza finanziaria individuata, quell'un per cento di prelievo sarebbe non un impoverimento della stessa, bensì un suo incremento, qualitativo ma anche quantitativo. La nascita di imprese sociali innovative, infatti, creando lavoro e sviluppo, contribuirebbero a reinserire quel 99% di ricchezza finanziaria restante in un quadro di crescita generale che ne accrescerebbe il valore.
Ci sono ormai molteplici studi ed esperienze che illustrano come l'impresa sociale sia un modello di business efficace e che può contribuire concretamente al rilancio di economie in crisi strutturali.
Per avviare il «Progetto Italia» è necessario uno sforzo di responsabilità collettiva delle classi dirigenti, politiche e non, per costituire una governance adeguata. Penso ad una struttura il più possibile agile, sotto l'egida del Presidente della Repubblica, alle dirette dipendenze del premier e con la partecipazione della Banca d'Italia e delle parti sociali.
I componenti di tale struttura avranno due compiti immediati: 1) il monitoraggio delle esperienze esistenti nel campo dell'impresa sociale e delle attività legate alle nuove iniziative di welfare aziendale (già adesso sono molto numerose e in crescente sviluppo), individuando quelle a maggiore contenuto di innovazione e con migliori potenzialità; 2) l'individuazione, con l'aiuto delle Regioni e delle associazioni di categoria, dei settori prioritari nei quali avviare i primi progetti di impresa, coinvolgendo anche i patrimoni di conoscenze ed esperienze dei principali gruppi imprenditoriali nella responsabilità sociale.
L'avvio immediato del «Progetto Italia» avrà come conseguenza il ritorno all'attività di una serie di soggetti fino ad allora a carico esclusivo del sistema di ammortizzatori sociali e potrà fungere da volano per ulteriori iniziative. Non solo, progressivamente dovranno confluire nel suo finanziamento le risorse disponibili dal fondo sociale europeo e dalle Fondazioni (penso a quelle ingenti delle Fondazioni bancarie) in modo da ridurre progressivamente il peso della tassazione straordinaria, fino ad azzerarla in un tempo ipotizzabile in 5-7 anni.
Progetto velleitario? Forse, ma non voglio e non posso credere che, in tempi quali quelli attuali, con il rischio evocato da tutte le parti di rottura traumatica della coesione nazionale, le nostre classi dirigenti non sappiano trovare le risorse etiche, intellettuali e professionali che seppero esprimere, ottant'anni orsono, persone quali Beneduce, Menichella, Sinigaglia, Mattioli, Reiss e Rocca. I padri fondatori dell'Iri seppero costruire quel progetto in un contesto economico altrettanto drammatico. Oggi come allora le priorità sono chiare: le riforme sono tutte necessarie ma la prima urgenza è solo una: il lavoro.
Presidente di Intek Group Spa, la holding che controlla Kme (multinazionale dei semilavorati di rame e leghe di rame) e della Fondazione Dynamo

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lunedì 10 giugno 2013

Emergenza Lavoro

Intervista a Pietro Ichino,  senatore di Scelta Civica per l’Italia e docente di Diritto del lavoro presso l’Università degli studi di Milano, pubblicata su Sistemi e Impresa n. 5 – luglio/agosto 2013
Professor Ichino, il nostro Paese è posizionato a un livello di disoccupazione insopportabile per le conseguenze sociali che i cittadini vivono. Quali sono le sue proposte per incrementare l’occupazione giovanile e avviare una svolta reale su tale emergenza?
Il tasso di disoccupazione giovanile è del 25 per cento superiore al tasso di disoccupazione generale. Questa differenza è dovuta alle difficoltà peculiari della transizione fra scuola e lavoro. Alle quali si deve porre rimedio con misure specifiche di assistenza intensiva al giovane in difficoltà in questa fase iniziale della sua vita professionale. È quanto è previsto dal programma Youth Guarantee promosso dall’Unione Europea e al quale dovremo dare puntuale applicazione.
Più precisamente?
Occorre che ogni Regione istituisca un vero osservatorio del mercato del lavoro, che non si limiti a riciclare i dati forniti dall’Istat e da altre fonti, ma rilevi puntualmente e direttamente gli skill shortages, cioè i posti di lavoro che restano permanentemente scoperti per mancanza di manodopera adatta, e rilevi in modo sistematico i tassi di coerenza fra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi di chi la ha ricevuta. Sulla base di questi dati devono poi essere organizzati servizi di assistenza intensiva per chi è in difficoltà nel mercato del lavoro, strettamente connessa con la formazione mirata specificamente alle occasioni di lavoro esistenti. Per esempio valorizzando i servizi di outplacement con un sistema di vouchers, finanziato con il contributo del Fondo Sociale Europeo.
E per la parte del problema che accomuna giovani e lavoratori maturi?
Occorre innanzitutto ridurre drasticamente il cuneo fiscale e contributivo che fa sì che il costo del lavoro per l’azienda sia doppio rispetto alla retribuzione netta che il lavoratore percepisce. Poi occorre consentire che per i primi due o tre anni il rapporto si risolva senza controlli giudiziali sul motivo e con un costo di separazione basso per l’impresa, facendo poi crescere gradualmente questo costo negli anni successivi. Solo così si può ottenere che il contratto a tempo indeterminato torni a diventare la regola, invece che l’eccezione. Io propongo anche una nuova disciplina del contratto a termine, che sostanzialmente lo liberalizza entro i primi tre anni di durata del rapporto, ma lo equipara a quello a tempo indeterminato per quel che riguarda il costo di separazione.
Ci sono progetti di legge già presentati in questo senso?
Ho presentato, con gli altri senatori di Scelta Civica, un disegno di legge – n. 555/2013 - che contiene tutte queste nuove norme, proponendole non come riforma generale della materia, ma come oggetto di sperimentazione che può essere attivata dall’impresa ma non è obbligatoria. I tempi dell’iter parlamentare potrebbero anche essere molto brevi, se la coalizione di Governo decidesse di far sua questa proposta.
Il tasso di occupazione femminile in Italia è basso rispetto agli altri paesi europei. Nella scorsa legislatura lei ha presentato un interessante disegno di legge. In questa legislatura come intende intervenire per affrontare tale problematica?
Ho ripresentato quello stesso disegno di legge, sottoscritto da tutti i colleghi del mio gruppo: è il n. 247/2013. Delinea un’“azione positiva” incisiva per l’aumento del tasso di occupazione femminile, che è ancora lontano dall’obiettivo del 60%. Alla misura di natura fiscale, consistente in una detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile, si aggiunge, per la prima volta, un esperimento condotto secondo un rigoroso metodo scientifico, per misurare con precisione gli effetti dell’incentivo economico.
In questo periodo quasi tutti parlano e si confrontano sull’Imu. Ritiene che sia un argomento prevalente ed importante per uscire dalla crisi rispetto ad altre emergenze o rappresenta il giusto prezzo da pagare per mantenere in vita il Governo Letta?
Su questo punto condivido integralmente i suggerimenti che ci vengono dall’Unione Europea e dalle considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia: per rimettere in moto un Paese bloccato, occorre detassare prioritariamente chi produce, ovvero i redditi di lavoro e di impresa. Solo in un secondo tempo andrebbe detassato chi possiede, ovvero ridotte le imposte patrimoniali. Capisco però i motivi squisitamente politici che costringono il Governo Letta a incominciare con la riduzione dell’IMU.

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lunedì 3 giugno 2013

Il futuro dei giovani

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 31 maggio 2013
Anche se «fondata sul lavoro», la nostra Repubblica ha sempre fatto molta fatica ad offrire opportunità di occupazione ai propri cittadini. Quando fu approvato l’articolo 1 della Costituzione, gli italiani attivi erano solo cinquanta su cento, uno dei valori più bassi d’Europa. Persino durante il miracolo economico i posti di lavoro totali crebbero di poco: si espanse l’industria, ma si contrasse l’agricoltura. Da allora l’occupazione è aumentata, ma non abbiamo raggiunto i livelli degli altri Paesi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro femminile. La grande crisi ha fatto esplodere il fenomeno della disoccupazione giovanile. Nell’intervista rilasciata a Clemente Mimun, direttore del Tg5, il presidente Napolitano ha ricordato che non si tratta di una piaga solo italiana. Ma nel nostro Paese i giovani restano disoccupati più a lungo, hanno difficoltà a ottenere contratti stabili, sono vittime di «cicatrici» destinate a pesare nei loro percorsi di vita: un tratto davvero allarmante, come ha rilevato ieri l’Ocse. Inoltre, il 20% dei ragazzi fra i 15 e i 24 anni (il triplo rispetto alla Germania e quasi il doppio rispetto alla Francia) non «fa nulla»: non risulta iscritto a scuola o a corsi di formazione, non ha un lavoro e non lo sta cercando. Alcuni si arrangiano nel sommerso, ma il problema resta grave. Secondo stime della Ue (2011), la mancata formazione e occupazione di questi giovani è uno spreco economico enorme, quantificabile in 500 milioni di euro a settimana in termini di mancata crescita. Sulle politiche pubbliche che servirebbero per affrontare la questione giovanile si sono già detti e scritti fiumi di parole.
Il nuovo governo ripone molte speranze nella cosiddetta «garanzia giovani» raccomandata dalla Ue: fare in modo che ogni ragazzo riceva una qualche offerta concreta di lavoro o formazione entro quattro mesi dalla fine della scuola o dall’inizio della disoccupazione. Insieme a Hollande e Rajoy, il premier Letta ha chiesto all’Europa di mettere più risorse a disposizione dei Paesi membri, anche scorporando le spese necessarie (come quelle relative ai servizi per l’impiego o agli incentivi all’apprendistato) dal deficit pubblico. Gli schemi di «garanzia giovani» funzionano da tempo, e con successo, nei Paesi nordici. Ma il mercato del lavoro italiano è lontano anni luce dai suoi omologhi del Nord. Come primo passo, forse potremmo sperimentare uno strumento meno ambizioso, recentemente introdotto in Finlandia. Si chiama Chance Card (carta opportunità), viene data ai giovani che si trovano in maggiore difficoltà occupazionale, assicura priorità d’accesso ai servizi per l’impiego e di formazione e dà titolo a un bonus contributivo alle imprese che li assumono. La via maestra per aiutare i giovani resta tuttavia l’apprendistato. È su questo fronte che occorre investire (in soldi e in organizzazione), coinvolgendo scuole e imprese, perfezionando le regole introdotte dalla riforma Fornero e prevedendo nuove forme di stabilizzazione contrattuale flessibile per i neoassunti. Il presidente Napolitano ha giustamente osservato che l’articolo 1 della Costituzione va considerato come un «principio regolatore» a cui dovrebbero uniformarsi tutti gli attori politici e sociali.
È un’esortazione da prendere sul serio e che concretamente potrebbe assumere due forme. Sul piano delle decisioni politiche, governo e Parlamento dovrebbero impegnarsi a stimare e illustrare gli effetti occupazionali di ogni provvedimento di politica economica e sociale. Sul piano delle relazioni industriali, sindacati e datori di lavoro dovrebbero a loro volta inaugurare una nuova stagione di concertazione «creativa», capace di elaborare progetti innovativi su sviluppo e competitività, il cui principale metro di valutazione sia, appunto, la creazione di nuovo impiego. Abbiamo un pesante handicap storico da superare. Per riuscirci dobbiamo trasformarlo in una sfida nazionale, come fu l’ingresso nella moneta unica. Allora ce la facemmo. Con un nuovo colpo di reni e molto impegno, possiamo farcela anche oggi. A patto di provarci seriamente.

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giovedì 23 maggio 2013

Staffetta generazionale anche nella PA

Articolo di Oriano Giovanelli, Presidente forum PD per la pubblica amministrazione e l’innovazione, pubblicato su L’Unità il 23 maggio 2023
Finalmente un governo che mette al centro del suo lavoro l’occupazione giovanile. Questa è una vera svolta a sinistra. Il vero modo concreto per riportare al centro i giovani nel nostro paese non come puro fatto anagrafico da sbandierare ma come grande questione sociale e grande opportunità per il paese. I dettagli della proposta che vanno emergendo sembrano però confinare questa scelta al solo ambito del lavoro privato e qui si evidenzia un limite che rischia di essere frutto di una sudditanza ideologica. Una buona e duratura crescita economica e dell’occupazione la si otterrà se si modernizza il sistema paese e a questo obiettivo concorre non meno che l’impresa il sistema dei servizi, la pubblica amministrazione. Per questo a nostro avviso sarebbe un errore restringere l’ottica della “staffetta generazionale” al solo segmento privato del mercato del lavoro. A forza di tagli lineari e di blocco delle assunzioni e dei contratti del pubblico impiego l’Italia è l’unico de grandi paesi europei che sta conoscendo una riduzione reale e significativa del numero dei dipendenti pubblici passati da circa 3.500.000 a 3.250.000.
Parallelamente è il paese che sta conoscendo il più forte invecchiamento medio degli stessi. Nel 2001 l’età media era di 44 anni, nel 2010 di 48,2 e oggi ha superato mediamente i 50 anni con punte di 51,7 in un settore strategico come la scuola.
L’effetto combinato di questi due fenomeni si sta traducendo in un peggioramento quantitativo e qualitativo dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione italiana senza produrre né più efficienza, né più efficacia, né più qualità. Quindi nessun “risparmio di sistema” per il paese, anzi un contributo secco alla sua depressione e a nulla è servito rispondere a questa lenta agonia della pubblica amministrazione ricorrendo ad un disordinato accrescimento del precariato condannato a vivere di proroghe.
L’alternativa non può essere una indifferenziata ripresa delle assunzioni anche se ci si sono tanti vincitori di concorso e tante graduatorie di idonei che vantano legittime aspettative. Servono alcune mosse coerenti per affrontare il tema in modo corretto. Assumere la diminuzione del numero dei dipendenti puntando alla soglia di tre milioni di dipendenti.
Raggiungere questo obiettivo gradualmente con processi di riorganizzazione delle strutture e dei servizi, una vera revisione della spesa che superi i tagli lineari, per correggere l’attuale cattiva distribuzione del personale privilegiando l’allocazione delle risorse nei luoghi di fornitura dei servizi ai cittadini e alle imprese. Questo si ottiene anche favorendo il pensionamento mirato di dipendenti pubblici nelle aree della pubblica amministrazione oggetto di veri piani industriali. Questi pensionamenti debbono poter avvenire secondo le regole ante Fornero tenuto conto che Il costo medio di un dipendente pubblico in pensione e’ di oltre 8000 euro più basso di un dipendente pubblico in servizio. Quindi ogni tre nuovi pensionati si può procedere almeno alla assunzione senza oneri aggiuntivi di un o una giovane dipendente magari con qualifiche professionali più alte.
Prendendo per buona la riduzione a tre milioni dei dipendenti pubblici questo potrebbe portare, ripeto senza costi aggiuntivi per le casse pubbliche, alla assunzione di 80/90 mila giovani e produrrebbe una importante inversione di tendenza rispetto all’invecchiamento medio oggi in corso. L’ultima mossa ma non per importanza riguarda gli investimenti, quindi spesa in conto capitale, in tecnologia, reti, strutture che la ricontrattazione del patto di stabilità e crescita in sede europea può consentire. L’obiettivo una pubblica amministrazione più giovane, più avanzata tecnologicamente, più adatta ad un paese che vuole tornare a crescere.

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La staffetta generazionale non aiuta la crescita

Articolo di Alberto Alesina pubblicato sul Corriere della sera il 22 maggio 2013 Un anno e mezzo fa l’ex ministro Elsa Fornero diceva agli italiani che avrebbero dovuto lavorare più a lungo: anche fino a 67 anni. Oggi il ministro Enrico Giovannini spiega loro che debbono lasciare l’impiego prima, per fare spazio ai giovani attraverso quella che viene chiamata «staffetta generazionale». Vale a dire, un dipendente accetta di lavorare meno ore, con meno stipendio o di andare in pensione con una qualche penalizzazione, purché la sua azienda assuma un giovane.
Giustamente credo che gli italiani siano un po’ confusi. In un Paese che cresce, i posti di lavoro non sono fissi ma aumentano, quindi ci sarebbe posto per tutti, giovani e anziani. In un Paese come il nostro, poi, nel quale la vita media si sta allungando, sarebbe assolutamente necessario che gli anziani lavorassero più a lungo, altrimenti il carico fiscale per chi ha un impiego si alza molto proprio per sostenere chi un lavoro non ce l’ha più.
Ma se il Paese non cresce? Ovvero non crea posti di lavoro? I giovani troveranno ancora meno occupazione. Per di più, alte tasse e rigidità contrattuali all’ingresso sul mercato del lavoro scoraggiano assunzioni da parte delle imprese. Il carico fiscale inoltre riduce la crescita creando un circolo vizioso: sempre meno lavoro e sempre più persone che non essendo impiegate necessitano del sostegno di chi invece un’occupazione ce l’ha.
Il mancato sviluppo fa sì che le ore lavorate non aumentino, restino fisse. Redistribuirle fra giovani e anziani, come prevederebbe la «staffetta generazionale», non aiuta certo nell’aumentare il reddito degli italiani. Semplicemente lo redistribuisce tra padri e madri, figli e figlie. Posto poi che la «staffetta» funzioni, la disoccupazione giovanile si ridurrebbe sì, ma in modo fittizio: non creando più lavoro quanto redistribuendo quello già esistente tra una generazione e l’altra. Una stessa torta, il Prodotto interno lordo, diviso in parti diverse senza però che questo dia alcun contributo alla crescita.
Ma allora a che serve questa redistribuzione tra generazioni? Qualche effetto indiretto potrebbe averlo. Primo: più a lungo un giovane rimane escluso dalla forza lavoro meno diventa «impiegabile» dalle imprese e quindi scoraggiato. La «staffetta» potrebbe per questo aiutare a ridurre il tempo di attesa per l’impiego. Secondo: si potrebbe rendere figli e figlie meno legati al reddito di padri, madri e alla famiglia, quindi più mobili, facilitando il loro inserimento nel mondo del lavoro anche quando questo richiede un cambio di città o luogo di vita.
Non sono chiarissime le conseguenze sulle imprese e i loro costi. Da un lato un giovane all’inizio della carriera ha un salario più basso, ma ci sarebbero costi legati all’inserimento del giovane al lavoro. Il saldo, positivo o negativo, dipenderebbe comunque da quanto meno si pagano gli anziani che passano al part time.
Insomma: la staffetta in sé e per sé non aiuterà la crescita. Anzi, sembra quasi un triste riconoscimento che l’unico modo per impiegare i giovani è chiedere ai genitori di scansarsi dal loro lavoro, cosa che suona come un’ammissione di incapacità a far crescere le ore di lavoro totali. Quindi la si venda per quello che è: una misura un po’ disperata per cercare di aiutare una generazione in grave difficoltà in un modo che però non aiuta ad attaccare alla radice i problemi di un Paese fermo da due decenni.

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mercoledì 22 maggio 2013

Riformare il sistema per dare lavoro ai giovani

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 21 maggio 2013
Flessibilità, incentivi, sgravi fiscali, decontribuzioni, contratti di formazione. Per contrastare la disoccupazione giovanile negli ultimi 15 anni abbiamo sperimentato un ventaglio amplissimo di misure, con ben scarsi risultati.
Questo fallimento è in parte collegato al modo in cui sono stati disegnati e attuati i vari strumenti, con improvvisazioni e approssimazioni, senza seri esercizi di previsione e soprattutto di valutazione ex post. Ma il nodo di fondo è un altro: a dispetto delle mille leggi e leggine che lo imbrigliano nel suo quotidiano funzionamento, il nostro mercato occupazionale non è «governato», in particolare su quei fronti che sono cruciali per l'occupazione giovanile. Manca infatti una strategia capace di anticipare e stimolare la domanda di nuovi lavori da parte del sistema produttivo, di incentivare la formazione delle corrispondenti competenze da parte del sistema educativo e di gestire in modo efficace la transizione scuola-lavoro.
Nel prossimo decennio in Europa la nuova occupazione riguarderà essenzialmente i lavori «bianchi» (servizi sanitari e sociali, istruzione e formazione), quelli «verdi» (energie rinnovabili, ambiente) e quelli digitali (produzione e utilizzo di tecnologie della comunicazione e dell'informazione). In Italia dovrebbero continuare a crescere anche alcune tipologie di lavoro manifatturiero e neo-artigianale, mentre potrebbero espandersi in misura significativa le filiere in cui abbiamo un naturale vantaggio competitivo: cultura e turismo. Stimolare lo sviluppo e la modernizzazione di questi settori è il miglior modo per assicurare una job-rich growth e durevoli prospettive occupazionali ai giovani. Come già avviene da tempo in altri Paesi, tutte le politiche pubbliche dovrebbero concentrarsi su questo obiettivo, a livello sia nazionale sia locale. Sotto il governo Monti si è cercato di istituire qualche collegamento fra interventi per lo sviluppo economico e la coesione territoriale, da un lato, e politiche per l'occupazione giovanile dall'altro (pensiamo agli incentivi per le cosiddette start-up ). È fondamentale proseguire su questa strada, evitando di regredire verso le tradizionali misure «a pioggia», non selettive e non monitorate.
La creazione di nuovi posti e tipi di lavoro richiede uno sforzo massiccio sui fronti della formazione e più in generale dell'istruzione. Nei Paesi germanici, scandinavi e anglosassoni i raccordi scuola-impresa sono strettissimi e spesso formalizzati dalla costituzione di partnership locali o settoriali. Nell'ultimo decennio sono state effettuate interessanti sperimentazioni anche in Italia, ma senza la capacità di fare sistema. La riforma Fornero ha puntato molto sull'apprendistato. Ma non illudiamoci che per farlo decollare bastino incentivi fiscali o normativi. Occorre un faticoso lavoro politico-organizzativo ad ogni livello e servono investimenti da parte di moltissimi attori (enti pubblici, imprese, fondazioni, camere di commercio e così via). Negli anni duemila, per rilanciare l'apprendistato, il governo tedesco ha siglato tre grandi «Patti nazionali per la formazione» con vari attori del mondo produttivo; l'economia tedesca impiega ogni anno 23 miliardi di euro in questo settore. Se il governo riesce a trovare nuove risorse, sarebbe meglio investirle su questo fronte piuttosto che sulla staffetta generazionale (misura di efficacia incerta, anche sulla base delle esperienze di altri Paesi). Infine, occorre considerare i servizi per l'impiego, ossia l'insieme di strutture pubbliche e private che devono aiutare i giovani (anche se non solo loro) a inserirsi nel mercato del lavoro. Questa è la nota più dolente della situazione italiana. Su cento giovani in cerca di occupazione, solo venti in Italia si rivolgono ai servizi per l'impiego, di contro a cinquanta circa in Gran Bretagna e 77 in Germania. Fra i laureati, la percentuale italiana scende sotto il 10. La ragione è presto detta: la maggioranza di queste strutture funzionano malissimo. I funzionari sono pochi, spesso poco motivati, incapaci di fornire consulenza efficace. In giro per l'Europa vi sono diversi modelli di organizzazione dei servizi per l'impiego (l'Olanda ha recentemente deciso la loro completa privatizzazione). Ma nessun Paese può fare a meno di questi servizi, che peraltro assorbono quote di Pil (Prodotto interno lordo) tre o quattro volte superiori a quelle italiane.
Il ministro Giovannini ha annunciato ieri un pacchetto di misure contro la disoccupazione giovanile: modifiche della riforma Fornero, staffetta generazionale e passi verso quella Youth Guarantee esplicitamente raccomandata dalla Ue, ossia l'impegno a garantire a ogni giovane un'offerta di lavoro, apprendistato, tirocinio o proseguimento degli studi entro quattro mesi dall'inizio della disoccupazione o dall'uscita dalla scuola.
L'unica misura di respiro strategico mi sembra la «garanzia giovani».
È chiaro che si tratta di un impegno troppo ambizioso per il breve periodo. Ma se esso diventasse uno degli obiettivi centrali della politica del governo (con un progetto da realizzare gradualmente) disporremmo finalmente di un perno attorno al quale riorganizzare la triade «impresa-scuola-lavoro» in modo da avere più crescita, più occupazione e nuovi profili professionali da offrire ai nostri giovani.

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martedì 12 febbraio 2013

Il Paese bloccato per i giovani

Articolo di Giuseppe Bedeschi pubblicato sul Corriere della Sera l’11 febbraio 2013
I dati relativi alla crisi economica che ha investito da alcuni anni il mondo industriale occidentale si intrecciano in Italia con i dati relativi al declino che nel nostro Paese era iniziato già da molto tempo. E si tratta di un intreccio impressionante, come ben mostra, con ricchezza di documentazione, Alessandro Rosina (professore di demografia e statistica sociale all'Università cattolica di Milano), nel suo saggio L'Italia che non cresce. Gli alibi di un Paese immobile (Laterza). Vediamo alcuni di questi dati.
In Italia il Pil (Prodotto interno lordo) è passato da una crescita media del 3,6% negli anni Settanta, al 2,4% negli anni Ottanta, all'1,6% negli anni Novanta, fino al modestissimo 1,1% negli anni pre-crisi del primo decennio di questo secolo. Tutto ciò è avvenuto nel quadro di una forte crisi demografica, unica in Europa per la sua gravità: siamo stati i primi al mondo a vedere gli over-65 superare gli under-15; e di questo passo entro il 2050 gli anziani raggiungeranno il peso di una persona su tre. Naturalmente questa crisi demografica ha uno stretto rapporto con le bassissime risorse che l'Italia ha destinato alla famiglia, sicché molti servizi essenziali (a partire dagli asili-nido) sono stati drammaticamente insufficienti. Basti pensare che, per quanto riguarda la spesa sociale, alla voce Famiglia, l'Italia destina l'1,3% del Pil: è il valore più basso dell'Europa occidentale (la media europea è del 2,1%).
Un osservatore straniero, che venisse da noi da lontane contrade, potrebbe attendersi che in una situazione di questo genere i nostri giovani, le cui schiere si sono così assottigliate, abbiano molte strade aperte e buone prospettive. Ma le cose, purtroppo, non stanno affatto così: anzi il nostro Paese è quello, in Europa, che più emargina i giovani. Tra il 2001 e il 2010 l'Italia ha perso circa un milione e mezzo di occupati nella fascia d'età compresa fra i 15 e i 34 anni. È il peggior crollo di lavoro giovanile in Europa.
In realtà, la questione giovanile è la questione più drammatica della situazione italiana, ed è il concentrato di tutte le sue storture, il riassunto più eloquente di tutte le sue ingiustizie. Per intendere la gravità della condizione dei giovani bastano alcune cifre: tra il 2008 e il 2010 la crisi economica ha ridotto del 13% l'occupazione dei nostri giovani (mentre ha ridotto del 3% quella dei giovani tedeschi). L'Italia è anche uno dei Paesi con la percentuale più alta di under-30 che dipendono economicamente dai genitori. La cosa non può stupire se si tiene presente che su circa 7,8 milioni di giovani, quelli pienamente inseriti nel mercato del lavoro sono non più di 2,2 milioni (meno del 30%); se si tolgono gli studenti, si arriva a poco più del 40%. Ciò significa che la grande maggioranza dei giovani che hanno concluso gli studi è esclusa o mal inserita. Inoltre c'è non solo una forte instabilità nel lavoro dei giovani all'ingresso (la grande maggioranza dei contratti per i giovani è a breve scadenza: nel 2011 il numero dei cosiddetti precari si attestava intorno ai 3,3 milioni), ma c'è anche una riduzione delle possibilità successive di stabilizzazione. In questo quadro non può meravigliare il deterioramento delle condizioni retributive del nostro mondo giovanile: i salari dei giovani italiani risultano mediamente più bassi rispetto a quelli dei coetanei europei. All'origine di questa disastrata condizione giovanile italiana ci sono anzitutto due fattori: la mancata crescita economica o una crescita irrisoria (che dura ormai da più di un quindicennio), e il dualismo del mercato del lavoro. Il dualismo si basa sul fatto che gli anziani occupati godono di tutti i diritti e di tutte le protezioni, mentre i giovani non hanno nessuno di quei diritti e nessuna di quelle protezioni. I giovani sono così colpiti dalla brevità dei loro contratti, dalla inferiorità dei loro salari, dalla atroce instabilità del loro lavoro (è infinitamente più facile non rinnovare il contratto di un giovane che licenziare un lavoratore maturo, anche quando il primo è più produttivo del secondo); per non parlare poi delle misere prospettive delle pensioni future.
Per porre rimedio alla estrema gravità della situazione giovanile italiana occorre certamente aumentare (come dice Rosina) la spesa sociale a favore delle nuove generazioni, che da noi è la più bassa in Europa; occorre investire in formazione; occorre istituire un raccordo efficace fra scuola e mondo del lavoro (oggi molte imprese non riescono a soddisfare le loro necessità di manodopera tecnica), ecc. ecc. Ma occorre superare, prima di tutto, il dualismo del mercato del lavoro, che punisce così gravemente i nostri giovani. Così come occorre, naturalmente, riavviare la crescita, promuovendo quelle liberalizzazioni, quella rimozione di privilegi corporativi, quelle riduzioni della spesa pubblica in settori parassitari per abbassare le tasse e finanziare investimenti produttivi, che fino ad oggi ci sono state promesse, ma che non sono mai state realizzate.

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domenica 9 dicembre 2012

Strumenti per l’occupazione giovanile

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera l’8 dicembre 2012
Il contratto a tempo indeterminato resta un sogno, l'apprendistato non decolla, persino il lavoro precario diminuisce. La crisi ha reso le prospettive occupazionali dei giovani ancora più drammatiche. Il governo cerca soluzioni e sta ora considerando l'ipotesi di una «staffetta» che dovrebbe funzionare così: un lavoratore anziano accetta di mettersi a part time, la Regione versa contributi aggiuntivi in modo che non ci siano perdite pensionistiche, l'azienda assume un giovane (che costa meno di un anziano). Una sorta di «patto fra generazioni», incentivato dallo Stato.
La disponibilità di fondi - e dunque la fattibilità dello schema - è incerta, ma intanto vale la pena di chiedersi: sarebbe una buona idea?
I giovani italiani hanno disperato bisogno di qualche segnale positivo circa il proprio futuro, le imprese devono essere incoraggiate a servirsi dell'apprendistato. Se questo strumento non diventa il canale «naturale» di accesso al mercato del lavoro, la riforma Fornero della scorsa estate fallirà il suo scopo. Il passaggio dal tempo pieno al part time deve a sua volta diffondersi come uno dei percorsi normali di ritiro graduale dal lavoro, come già avviene in altri Paesi. Se (rispettando le compatibilità di bilancio) fosse in grado di creare nuovi posti da apprendista e di rimuovere gli ostacoli organizzativi e culturali alla cosiddetta flessibilità «buona», l'introduzione di uno schema a staffetta potrebbe svolgere una funzione positiva.
Qui il resto del post L'idea che il problema occupazionale possa risolversi con un patto fra generazioni è però sbagliata. Poggia infatti sull'assunto che i giovani possono trovare lavoro solo nella misura in cui i lavoratori più anziani liberano «posti», andando in pensione. Sembra una supposizione ovvia e in alcuni casi (a questo o a quel giovane, in questa o quella azienda) le cose stanno davvero così. Ma se guardiamo ai grandi numeri, non troviamo alcuna correlazione fra i tassi di occupazione degli anziani e i tassi di disoccupazione dei giovani. In altre parole: non è vero che se gli anziani si tolgono di mezzo, più giovani trovano lavoro.
Le economie non sono delle scatole rigide, che possono fornire occupazione solo a un numero fisso di persone: mille dentro solo se altre mille vanno fuori. Il totale è variabile e dipende da tanti fattori, gli stessi che generano crescita o decrescita: competitività, innovazione, capitale umano, diritto del lavoro e così via. Dove questi fattori si combinano in modo virtuoso, l'occupazione aumenta per tutti: giovani e anziani, uomini e donne. In Olanda negli ultimi quindici anni il tasso di occupazione femminile è aumentato del 54 per cento, quello degli uomini è rimasto stabile. Nello stesso periodo la Gran Bretagna ha registrato un incremento congiunto sia dell'occupazione giovanile sia di quella dei lavoratori con età compresa fra i 60 e 65 anni. In Francia entrambi i tassi sono invece diminuiti. Lo scambio generazionale e quello fra i generi non sono evidentemente la strada giusta da percorrere.
La crisi che stiamo attraversando è molto grave ed è ragionevole non lasciare nulla di intentato. Bisogna però evitare false illusioni, fra chi governa e soprattutto fra chi si trova in condizioni di disagio. Se attecchisce l'idea che la soluzione al problema della disoccupazione giovanile è il patto generazionale, allora perché oltre alla staffetta dentro le imprese non abbassiamo di nuovo l'età pensionabile? Perché, già che ci siamo, non ripristinare i prepensionamenti e le pensioni baby? Qualche irresponsabile lo sta già proponendo. Attenzione: ci siamo già passati e da trent'anni siamo il Paese Ue con i più bassi tassi di occupazione (totale, femminile e giovanile) e il più alto debito pubblico.

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giovedì 13 settembre 2012

Europa: solidarietà ai giovani e ai poveri

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 10 settembre 2012
Qualche anno fa, agli albori della grande crisi, la Commissione europea organizzò un seminario a porte chiuse sulla dimensione sociale e la legittimità democratica dell'Ue. Vennero illustrati alcuni sondaggi che mostravano un'allarmante crescita dell'insicurezza economica e del disagio sociale dei cittadini e, quel che è peggio, una perdita generalizzata di fiducia sulla capacità dell'Ue di fornire soluzioni concrete. Segmenti importanti delle opinioni pubbliche nazionali anzi attribuivano a Bruxelles la responsabilità della crisi già iniziata. Nel mezzo della discussione, un esponente di primo piano della Commissione prese la parola e disse: conosciamo bene questi dati, siamo noi che finanziamo i sondaggi. Ma l'Ue sta facendo le cose giuste, «sono i cittadini che hanno torto».
Questo episodio la dice lunga sulla scarsa sensibilità (ma forse si tratta di una impreparazione culturale) delle tecnocrazie europee a misurarsi con il tema del consenso. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la crisi dell'euro si è ormai trasformata in una crisi di legittimità dell'Unione Europea. Populismi di destra, massimalismi di sinistra, difficoltà crescenti dei partiti di governo a mantenere la rotta europea, sostegno popolare nei confronti della Ue ai minimi storici: l'ondata non ha investito solo la «viziosa» Grecia, ma anche la «virtuosa» Olanda ed è pronta a colpire nelle prime elezioni utili molti altri Paesi, compreso il nostro.
I politici nazionali hanno anch'essi giocato un ruolo di primo piano nell'attizzare il fuoco populista. Per anni hanno scaricato il biasimo per le riforme impopolari (pensioni, mercato del lavoro, liberalizzazioni) su Bruxelles e Francoforte. Quante volte abbiamo sentito dire: dobbiamo farlo, ce lo chiede l'Europa? Per un po' il gioco è riuscito, ha effettivamente attutito l'opposizione di elettorati recalcitranti al cambiamento. Ma al prezzo di erodere, riforma dopo riforma, il sostegno verso un'Unione presentata sempre più come un «cane da guardia», quasi una maniaca del rigore per il rigore. Sfortunatamente, a causa di un complesso di ragioni non tutte europee, i vantaggi delle riforme già fatte tardano ad arrivare, ma il «cane da guardia» Ue continua a chiedere sacrifici ai «viziosi» e ora vorrebbe anche costringere i «virtuosi» a pagare di più. Come stupirci se in queste condizioni il mercato politico ha aperto nuovi spazi alla propaganda antieuropea, a Sud come a Nord? Se la tendenza continua, rischiano di venir meno le stesse condizioni di possibilità politico-sociale del progetto di integrazione.

Che a Cernobbio Monti e Van Rompuy abbiamo riconosciuto il problema e la necessità di reagire è, finalmente, un segnale positivo, un primo atto di etica della responsabilità (politica) esercitato a favore dell'Ue in quanto tale. L'importante è che il sassolino lanciato produca una svolta non solo sincera e condivisa da tutti i leader, ma anche concreta nelle sue proposte d'azione. Il messaggio da elaborare e comunicare non è quello «contro» i populismi, ma «per» una Ue più amica e sensibile ai bisogni dei cittadini.
Opportunità per i giovani, lotta alla povertà, nuovi investimenti in un «sociale» che porti insieme più inclusione e più crescita (istruzione, ricerca, servizi): queste le tematiche su cui insistere e formulare proposte puntuali. Moltissimi spunti sono già sui tavoli di Commissione, Parlamento e persino Bce. Pensiamo alla Youth Guarantee, ossia l'obbligo da parte di ogni governo di offrire formazione, lavoro o tirocini a tutti i giovani che finiscono la scuola. Oppure all'idea di vincolare i Paesi a dotarsi di uno schema di reddito minimo di inserimento, entro un quadro di regole definite a Bruxelles. Si potrebbe anche considerare la proposta di un vero e proprio Social Investment Pact: incentivi e penalità per Paesi che non rispettino obiettivi comuni in termini di povertà relativa, rendimento scolastico, politiche di conciliazione e di parità e così via. Difendere l'euro e far ripartire la crescita restano, beninteso, obiettivi imprescindibili. Ma il loro perseguimento non preclude certo l'impegno su fronti che hanno una visibilità e un impatto più diretto sulla vita quotidiana degli europei. L'iniziativa di Monti avrà successo nella misura in cui riuscirà a far emergere una Ue più impegnata a proteggere i più deboli, tramite un programma accattivante sul piano simbolico e davvero convincente sul piano pratico.
PS. Anche su questo terreno, per essere credibili bisogna fare i compiti a casa. L'Italia ha un tasso di povertà (soprattutto fra i minori) molto elevato e il Programma nazionale di riforma 2012 non contiene nessuna misura seria per rispettare i target Ue. Sarebbe un vero peccato se il governo Monti non lasciasse in eredità un Piano per l'inclusione sociale degno del nome e articolato in base alle indicazioni europee, come hanno già fatto ventuno Paesi membri su ventisette.


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lunedì 3 settembre 2012

Prospettive per i giovani disoccupati


Editoriale di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera del 2 settembre 2012
La disoccupazione è salita ancora, in particolare fra i giovani. Tutti dicono: c’è la crisi, dobbiamo rassegnarci e aspettare che l’economia riparta. Il governo assicura che sta facendo il possibile e ha appena presentato un’articolata agenda per la crescita. Benissimo, ma possiamo fidarci? Coi tempi che tirano in Europa e considerando la nostra bassa capacità di attuare le riforme, la ripresa non potrà essere né rapida né impetuosa. La creazione di «posti fissi» da parte di industria, trasporti, edilizia, pubblica amministrazione, commercio i settori tradizionalmente più dinamici dal punto di vista occupazionale) non sarà perciò sufficiente per assorbire lo stock di giovani inattivi, disoccupati e precari.
Su che cosa puntare? Ci sono altri settori capaci di creare occupazione, con prospettive di crescita più favorevoli e più influenzabili nel breve dalle politiche economiche e fiscali?
Si, ci sono i servizi: alle imprese, ai consumatori, alle famiglie. E su questo fronte che dobbiamo concentrare gli sforzi per affrontare seriamente l’emergenza lavoro.
L’Italia ha un forte ritardo rispetto agli altri Paesi. Prendiamo i «giovani» fra i 15 e i 39 anni. Da noi il tasso di occupazione è 57%. In Francia è il 62%, in Inghilterra il 70 per cento. Il divario italiano è quasi interamente spiegato dal «vuoto» dei servizi. Su cento giovani lavoratori inglesi, sei trovano impiego in questo settore: in Francia più di cinque, in Italia solo 4. E che lavori fanno questi giovani stranieri? I comparti trainanti sono sanità, istruzione, finanza, informatica e comunicazione, turismo, cultura. Si stenta a crederlo, ma in quest’ultimo comparto il tasso di occupazione giovanile inglese è tre volte più alto di quello italiano: un vero paradosso, per un Paese con le tradizioni e le ricchezze del nostro.
Certo, non tutti i posti dì lavoro sono «di qualità»: negli ospedali o negli alberghi c’è chi fa le pulizie o chi sta i cucina, :nella cultura c’è chi fa il guardiano di museo o chi stacca i biglietti. E moltissimi impieghi sono flessibili: a termine, part time, interinali e così via. Ma sono comunque lavori. Una fonte di reddito, di integrazione sociale, un punto di inizio verso posizioni più stabili e gratificanti. I servizi necessitano anche (e in misura crescente) di personale altamente qualificato, molto spesso con buona formazione tecnico-scientifica. Il buco particolarmente vistoso nel nostro Paese riguarda i servizi sociali alle persone. Qui trovano occupazione solo 600 mila giovani italiani, di contro al milione e mezzo di Francia e Inghilterra. I mestieri più diffusi sono: assistenti all’infanzia, ai disabili, agli anziani fragili, para-medici, animatori, educatori, operatori sociali, formatori. Le professioni, insomma, di quel «secondo welfare» che accompagna e integra il sistema pubblico e che in Italia stenta a decollare, penalizzando in particolare le donne con figli (si veda il sito  www.secondowelfare.it).
Come sono riusciti gli altri Paesi a espandere i servizi? Un ruolo di primo piano è stato svolto dai governi, attraverso un mix intelligente di sgravi contributivi per i datori di lavoro, agevolazioni fiscali e in qualche caso sussidi per i consumatori, coordinamento e regia da parte dell’amministrazione pubblica.
L’elemento più importante di queste esperienze straniere è che, una volta decollati, i servizi «tirano» da soli. Secondo un recente rapporto del governo francese, l’incremento occupazionale dei prossimi dieci anni si concentrerà quasi tutto nel terziario. Sanità, assistenza, istruzione, cultura, turismo, servizi alle imprese potranno creare in dieci anni un milione e 300 mila posti. Serviranno medici, infermieri, insegnanti, tecnici, informatici, ingegneri «dei servizi», esperti di gestione (e anche qualche «creativo»), Industria, edilizia, trasporti apriranno poco più di 200mila accessi. Certo, la struttura economica francese è diversa dalla nostra, qui l’industria pesa di più. Espandere i servizi non significa però affatto comprimere l’industria in termini assoluti (ci mancherebbe) ma solo relativi, come peraltro sta avvenendo in tutta Europa.
L’agenda per la crescita elaborata dal governo Monti contiene qualche misura indirettamente volta a far crescere il nostro arretrato settore terziario: liberalizzazioni, semplificazioni, piani per il turismo, coesione sociale, non autosufficienza, riordino delle agevolazioni. Ma servirebbe una strategia più mirata e sistematica. Se la nuova economia dei servizi non decolla, dobbiamo davvero rassegnarci a convivere molto a lungo con una disoccupazione giovanile a due cifre.


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mercoledì 22 agosto 2012

Quale futuro per le nuove generazioni?

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 21 agosto 2012
Mario Monti ha fatto bene a ricordarlo l'altro ieri a Rimini: ma quante volte è già stata usata questa espressione? Quanti lamenti, quante promesse abbiamo sentito? Tornare sul dibattito ha un sapore quasi imbarazzante. Tanto più che, come ha messo bene in luce il servizio di Federico Fubini apparso ieri su questo giornale, invece di migliorare la situazione peggiora, al netto della crisi. Moltissimi Paesi fanno meglio di noi, hanno tassi di occupazione giovanile (e totale) ben più alti dell'Italia. Sin dal suo insediamento, questo governo ha mostrato una nuova sensibilità per la condizione giovanile. Ma la politica concretamente adottata è stata quella dei piccoli passi. La riforma Fornero ha introdotto un pacchetto di misure promettenti: apprendistato, agevolazioni per l'assunzione di giovani e donne, limitazione dei contratti «usa e getta», accesso più ampio alle indennità di occupazione. Qualche effetto positivo arriverà senz'altro, ma non aspettiamoci scosse. Dal «Cresci Italia», dal «Semplifica Italia» e dal decreto sviluppo (finalmente convertito in legge) il governo si aspetta consistenti ricadute occupazionali: tuttavia, come lo stesso Monti ha ribadito a Rimini, ci vorrà tempo prima che le riforme producano risultati. E intanto? Il conto che facciamo pagare ai nostri giovani diventa ogni giorno più salato. La politica dei piccoli passi non è più sufficiente, soprattutto per un governo che ha scelto l'equità intergenerazionale come uno dei suoi più qualificanti obiettivi. Per accelerare il passo (anche sul piano politico) si deve prendere spunto dai Paesi virtuosi e applicare con maggior serietà le raccomandazioni europee. La strategia «Europa 2020» ci chiede ad esempio di accrescere il tasso di occupazione dall'attuale 61% al 70% nei prossimi otto anni e sollecita a quantificare obiettivi di medio termine, diciamo di qui a due o tre anni. Altri Paesi Ue l'hanno fatto nel loro ultimo Programma Nazionale di Riforma, l'Italia no. Perché? Proporsi traguardi precisi nel medio periodo servirebbe a creare un senso di maggiore urgenza. Sappiamo bene che da noi alzare il tasso di occupazione significa soprattutto dare lavoro a giovani e donne. La semplice indicazione di obiettivi non dà ovviamente garanzie che questi vengano raggiunti. Perciò il passo più importante da fare è quello delle garanzie: occorre immaginare qualche «penalità» in modo che, se si manca l'obiettivo, il conto non venga pagato dai giovani. L'esempio da imitare potrebbe essere quello dell'Olanda negli anni Novanta. Qui un governo di grande coalizione introdusse questa regola: se in un dato anno il tasso di occupazione non sale secondo il ritmo programmato (al netto del ciclo), nell'anno successivo viene sospesa l'indicizzazione delle prestazioni sociali. La sospensione avvenne effettivamente per tre anni consecutivi, fra il 1993 e il 1995, con l'appoggio dei sindacati e del partito socialdemocratico al governo. Parte dei fondi così risparmiati andò a finanziare le politiche attive del lavoro e quelle di formazione. Tra il 1991 e il 2001 il tasso di occupazione dei giovani olandesi crebbe di quasi 15 punti percentuali, portandosi al di sopra del 65% (oggi, nonostante la crisi, è al 68%, più del doppio di quello italiano). A voler essere davvero ambiziosi si potrebbe poi giocare d'anticipo rispetto alla stessa Unione europea. A Bruxelles si sta riflettendo su una misura che dovrebbe diventare presto oggetto di una Comunicazione ufficiale: la cosiddetta Youth Guarantee (garanzia per i giovani). Si tratta di un vero e proprio diritto di ogni studente che termina la scuola secondaria a ricevere un'offerta di lavoro, di tirocinio/apprendistato o di ulteriore programma formativo. Per un Paese come l'Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione ed è chiaro che avrebbe alti costi finanziari ed organizzativi. Ma, lo ripeto, senza passi ambiziosi, che smettano di «far pagare il conto» ai giovani e rimodulino l'intensità e la gamma delle tutele lungo il ciclo di vita, l'Italia continuerà a mantenere i propri figli nel recinto dell'inattività, della precarietà, della dipendenza, con considerevoli danni sociali ed economici. Secondo gli esperti, in Europa ci sono oggi quasi sei milioni di giovani inattivi, il che comporta circa 100 miliardi di euro di «perdita» in mancato sviluppo. A Bruxelles si sta pensando di mobilitare il bilancio Ue per co-finanziare la Youth Guarantee: una prospettiva che tornerebbe a grande vantaggio dell'Italia. È un vero peccato che tale progetto non figuri fra i temi che occupano l'agenda europea sulla crisi e le discussioni sul cosiddetto Growth Compact. Ma, si sa, l'Europa sembra aver smarrito di questi tempi la capacità e il desiderio di presentarsi alle opinioni pubbliche (e ai suoi giovani) come soluzione, invece che come problema.

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martedì 5 giugno 2012

Marianna Madia a Verona per il lavoro

In preparazione della 2^ Conferenza Nazionale del Pd per il lavoro, Sviluppo sostenibile per la piena e buona occupazione, che si svolgerà a Napoli il 15 e 16 giugno ogni struttura provinciale del Pd è impegnata a valutare il documento base ed a presentare eventuali integrazioni. Il Pd di Verona ha organizzato la conferenza provinciale del lavoro per sabato 9 giugno alle ore 15,30 presso l’Auditorium comunale Piazzale San Francesco di Villafranca di Verona. “Il dispositivo approvato dalla Conferenza Nazionale per il Lavoro di Genova dello scorso anno, dichiara Diego De Carlo responsabile lavoro del Pd di Verona, prevedeva la possibilità di elevare quell'iniziativa a rango di appuntamento politico con cadenza annuale. Dando seguito a quel dispositivo, il 15 e 16 giugno si terrà a Napoli la 2^ Conferenza Nazionale per il Lavoro del Partito Democratico. Lo scopo primario sarà quello di aggiornare la proposta sul Lavoro del Partito Democratico ponendo come centrale il tema dello sviluppo sostenibile per la piena e buona occupazione”. All’incontro interverranno:
- Vincenzo D’Arienzo, Segretario Provinciale PD
- Diego De Carlo, responsabile provinciale Lavoro PD
- Lorenzo Dalai, presidente 7^ Comm. politiche attive per il lavoro Provincia di Verona Dopo il dibattito interverrà per trarre le conclusioni Maria Anna Madia, deputata Pd e membro della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati.
La manifestazione si concluderà con una tavola rotonda alla quale parteciperanno:
- Roberto Fasoli, consigliere regionale, e le forze sociali.
La conferenza per il lavoro si svolge in momento molto grave per la situazione economico e sociale del nostro paese che viene sottolineato da Marianna Madia.
“L’incontro tenutosi il 28 maggio tra un nutrito gruppo di giovani e il Presidente della Repubblica in occasione della presentazione del volume dell’Arel “giovani senza futuro?”, ha dichiarato Mariana Madia, ha riportato l’attenzione, grazie alla sensibilità di Giorgio Napolitano, sulla drammatica situazione lavorativa delle generazioni più giovani”. “I dati Istat recentemente diffusi, continua Madia, confermano uno stato d’emergenza: Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, e' pari al 35,2%. Emerge l’esistenza di una vera e propria questione giovanile e femminile. La condizione di Neet (Non studio e non lavoro), tende a crescere più rapidamente fra i giovani con più elevati livelli di istruzione e, soprattutto, fra i diplomati e i laureati”. “Il Presidente Napolitano, conclude Marianna Madia, ha affermato che la crisi della condizione giovanile in Italia è diretta conseguenza delle politiche restrittive adottate per far fronte alla speculazione finanziaria sui nostri titoli di Stato. La situazione europea si è avvitata in una spirale, che vede convergere recessione e austerity con un’idea di crescita sbagliata, nella quale la competizione viene realizzata attraverso l’abbassamento del costo del lavoro. Per questo occorre voltare pagina. A partire dall’Europa, dove va realizzata l’integrazione e universalizzati i diritti sociali. E con più forza in Italia. Il Partito democratico, anche con l’importante appuntamento della conferenza di Napoli sul lavoro, propone un’alternativa per le politiche di crescita, per il mercato del lavoro, per i diritti sociali fondata sulla sostenibilità, l’innovazione e l’inclusione”.
“Se l'attenzione sarà posta sul documento che verrà messo in discussione nella Conferenza di Napoli, tuttavia l'appuntamento veronese, dichiara Diego De Carlo, non si esimerà dall'analizzare anche la situazione del mondo del lavoro locale attraverso due momenti importanti: l'intervento di Lorenzo Dalai, presidente della Commissione per il Lavoro della Provincia di Verona, e la tavola rotonda che vedrà confrontarsi il PD, rappresentato dal Consigliere Regionale Roberto Fasoli, e le forze sociali. L’appuntamento sarà l’occasione per ufficializzare la costituzione del Forum Provinciale per il Lavoro quale sede permanente di discussione e di elaborazione di proposte in materia di politiche per il lavoro oltre che come elemento di connessione con le forze che rappresentano il mondo del lavoro”.
“Tutto il problema occupazionale, dichiara Lorenzo Dalai, si riconduce alla difficoltà che ha la classe imprenditoriale italiana nell'affrontare i mercati globalizzati e le carenze strutturali storiche determinate da azioni di governo farraginose e clientelari. Se non ci sono imprese non c'è occupazione .... quindi è urgente definire che tipo di organizzazione industriale si pensa e si vuole realizzare per i prossimi anni, quali mercati salvaguardare, quali tralasciare, dove concentrare le scarse risorse”.
“Mi pare, afferma Lorenzo Dalai, che non si abbiano idee chiare, anzi si parla molto di "misure per la crescita", ma nel concreto non si individuano gli obiettivi: Vogliamo difendere la nostra agricoltura, come? Vogliamo fare innovazione e come? Abbandoniamo quel che resta dell'industria di base e ci concentriamo su nicchie di mercato? Praticamente si vorrebbe fare un po' di tutto, cosa impossibile e non in grado di rilanciare la nostra economia. Un governo di tecnici non può dare queste risposte, ci vogliono scelte politiche coraggiose e quindi è giusto che il Partito Democratico si interroghi e proponga le possibili vie di uscita, con lungimiranza e senza preconcetti ideologismi!”
Nell’ultimo periodo diversi economisti hanno pubblicato dei libri molto importanti nei quali affermano che la salvezza degli Stati e, quindi, dell’Italia nel superare la crisi economica può essere perseguita con la crescita e che la sola politica dell’austerità conduce inesorabilmente alla recessione con conseguenze sociali pesanti.
La conferenza di Verona si occuperà di crescita e lavoro con l’obiettivo principale di superare gli squilibri sociali che attualmente pervadono il nostro paese.

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giovedì 24 maggio 2012

Eleonora Voltolina, condizioni degli stagisti e dei precari

Intervista a Eleonora Voltolina a cura di Antonino Leone pubblicata su Sistemi e Impresa n. 5, maggio 2012
Eleonora Voltolina, giornalista professionista, ha creato e dirige la testata online Repubblica degli Stagisti. Nata a Roma nel 1978, cresciuta a Venezia, laureata in Scienze della comunicazione, alla “Sapienza”, oggi vive e lavora Milano. Nel luglio 2010 è uscito per Laterza il suo libro “La Repubblica degli stagisti” sottotitolo “Come non farsi sfruttare”, cui ha fatto seguito nel marzo del 2012 “Se potessi avere mille euro al mese” per la stessa casa editrice. A livello europeo ha contributo a stilare la Carta europea per la qualità di stage e praticantati. Le sue ricerche sono state utilizzate per la presentazione di interrogazioni parlamentari e la stesura di proposte di legge, e nel 2011 è stata chiamata dalla Commissione lavoro della Camera dei Deputati per un’audizione sulla condizione giovanile, nell’ambito di una indagine sul mercato del lavoro in ingresso. Ha collaborato con Panorama e con Il Fatto quotidiano.
Gli effetti della crisi economica e finanziaria del nostro paese si ripercuotono in modo grave sui ceti più deboli (disoccupati, cassaintegrati, pensionati) e particolarmente sui giovani e sui precari, i quali hanno perso il diritto di costruire il proprio futuro. Dei problemi dei giovani ne abbiamo parlato con Eleonora Voltolina, la quale sta dedicando il suo impegno con Repubblica degli stagisti a favore dei giovani che in questo momento non intravedono prospettive positive nella loro vita professionale.
Come è nata la sua passione per il giornalismo?
A dir la verità sono entrata in questa professione un po’ per caso. Nel 2005 un amico si era iscritto al concorso per entrare all’Ifg, la scuola di giornalismo “storica” di Milano, e aveva convinto anche me. Poi la vita è strana, lui non entrò, io invece mi classificai e da lì cominciò il percorso. Ma adesso… penso che non avrei mai potuto fare nient’altro!
Vuole raccontare il suo percorso da giornalista disoccupata a fondatore della testata on line Repubblica degli Stagisti?
Non direi che fossi “disoccupata”, ma sicuramente ero precaria e squattrinata. Collaboravo qui e lì, ma non riuscivo a mettere insieme più di 500-600 euro al mese e soprattutto raramente riuscivo a scrivere dei temi che mi piacevano, perché ovviamente un collaboratore dev’essere sempre disponibile a scrivere quel che gli chiedono. Io ero appassionata di mercato del lavoro ma vedevo che il problema dei giovani sfruttati e sottopagati – già nel 2007/2008, in epoca pre-crisi –  non veniva adeguatamente “coperto” dai media, e il fenomeno degli stage – letteralmente in esplosione – era  ignorato. Così ho deciso di aprire uno spazio su internet dedicato a questo tema, la Repubblica degli Stagisti. Siccome ha avuto un bel successo, dopo poco più di un anno ho deciso di scommetterci: ho creato una piccola srl che ne diventasse la “casa editrice”, l’ho trasformato in sito web, registrato in Tribunale come testata giornalistica, ideato un sistema di finanziamento che permettesse di pagare uno stipendio a me e a tutti i miei collaboratori. Ed eccoci qui: dopo tre anni abbiamo una sede, una dipendente con contratto di apprendistato, sei-sette collaboratori fissi giornalisti, oltre 50 aziende che credono nei nostri progetti aderendovi e sostenendoli. E finalmente nessuno può dirmi “No, di occupazione giovanile non puoi scrivere, non ci interessa”.
Quali sono gli obiettivi che Repubblica degli Stagisti si propone?
Abbiamo cominciato focalizzando le nostre news sul tema degli stage e tirocini, diventando dei veri specialisti. Ma dal 2011 l’obiettivo è diventato ben più ambizioso: raccontare a 360 gradi il mondo dell’occupazione giovanile, con i suoi problemi e le sue opportunità. Da sempre facciamo un giornalismo di approfondimento e alcuni nostri scoop – come i superstage attivati dal Consiglio regionale calabrese nel 2008 oppure i praticantati non pagati presso le avvocature dell’Inps – sono diventati interrogazioni parlamentari. Ma accanto a questo lavoro di denuncia affianchiamo sempre la parte costruttiva. Facciamo lobbying, nel senso nobile del termine: facciamo proposte alla politica, con le imprese, con i sindacati affinché il tema dell’occupazione giovanile sia messo in cima all’agenda. E diciamo sempre che non tutte le imprese sono uguali: i ragazzi devono imparare a riconoscere quelle buone. Ma quelle buone devono impegnarsi di più per farsi riconoscere!
Lei ha pubblicato due libri,  “La Repubblica degli stagisti. Come non farsi sfruttare” e “Se potessi avere 1000 euro al mese. L'Italia sottopagata”. Cosa viene proposto ai lettori nelle sue pubblicazioni?
Un approccio del tipo “conoscere per deliberare”. Entrambi i libri cercano di mettere a nudo un problema – nel primo caso quello degli stage, nel secondo più in generale quello dei giovani sottopagati o costretti addirittura a lavorare gratuitamente – fornendo dati, ricerche, e inframezzandoli con storie vere di vita vissuta. Affinché i numeri non restino lì, astratti, ma vengano calati nella vita di ciascuno di noi. E l’appello ai singoli lettori è sempre quello di agire, di non lasciarsi trascinare dagli eventi, ma di cercare i modi per far sentire la propria voce. Ma in realtà questi libri dovrebbero anche essere letti dai “decisori”, che molto spesso legiferano senza conoscere la realtà concreta.
Quali sono i problemi degli stage in Italia e quali prospettive di cambiamento vi sono all’orizzonte?
Oggi lo stage è al centro di una revisione, ha cominciato il governo Berlusconi a sorpresa nell’estate del 2011 ponendo attraverso un decreto due nuovi paletti – una durata massima di sei mesi per tutti gli stage extracurriculari, e il divieto di attivare stage a favore di persone diplomate o laureate da oltre 12 mesi – e ora il governo Monti sembra intenzionato a riformulare complessivamente tutta la normativa, per ridurre gli abusi ed evitare che lo stage continui ad essere il concorrente sleale del contratto di apprendistato. Ma il tema è molto complesso perché le Regioni rivendicano una competenza esclusiva in materia di formazione, e osteggiano le azioni del governo volte a disegnare un quadro di linee guida nazionali su questa materia. Invece c’è assolutamente bisogno di un quadro unitario, perché non ci sarebbe niente di peggio che avere 20 normative regionali diverse sullo stage, e leopardizzare i diritti e i doveri degli stagisti!
La riforma Fornero contrasta in modo efficace il precariato e facilita la trasformazione del lavoro precario in rapporto di lavoro a tempo indeterminato?
Riformare il mercato del lavoro è certamente un passo che andava fatto da anni e che nessun partito aveva il coraggio di fare, per non rischiare di inimicarsi l’opinione pubblica che su questo tema tende ad essere “conservatrice”, a non volere che siano messi in discussione i diritti acquisiti. Il ministro Fornero ha dunque preso sulle sue spalle una responsabilità che tanti altri prima di lei avevano scansato. Il disegno di legge che ha presentato è interessante, soprattutto per le misure previste come contrasto all’abuso delle odiose tipologie “finte autonome” – cococo, cocopro, partite Iva. Anche se, a mio avviso, si sarebbe potuto fare di più virando più decisamente verso una semplificazione delle tipologie contrattuali, con l’introduzione di un contratto unico a tutele progressive “ichiniano” e di un salario minimo.
Esiste uno spazio di precariato nella professione di giornalista?
Uno “spazio”? Esiste praticamente solo precariato per i giovani che si affacciano alla professione. Nel mio ultimo libro infatti il capitolo dedicato ai giornalisti ha un titolo mesto: “Da quarto potere a quarto stato”. Purtroppo la maggior parte dei giornalisti oggi fa la fame: i dati della cassa previdenziale Inpgi raccontano che i freelance under 40 portano a casa mediamente 6.525 euro, vale a dire 544 euro al mese. Nemmeno sufficienti per la sopravvivenza.
Secondo lei la bassa produttività dell’Italia dipende anche dal lavoro precario e dall’assenza di  investimenti in formazione nei confronti delle persone che non hanno un rapporto di lavoro stabile con l’impresa?
Certamente l’inquadramento instabile non aiuta i lavoratori a stare bene sul posto di lavoro, e quindi a dare il massimo. Come dice l’artista Ascanio Celestini, lavorare con contratti temporanei è un po’ come avere una bomba ad orologeria sotto la sedia, e l’ansia costante di restare in mezzo alla strada se il contratto non verrà rinnovato. Per quanto riguarda la formazione, il contratto di apprendistato è stato negli ultimi 10 anni drammaticamente sottoutilizzato, malgrado tutti i ministri del lavoro abbiano gridato ai quattro venti di volerlo rilanciare. Ora staremo a vedere.
La scelta delle imprese di competere riducendo i costi premia il paese oppure occorre confrontarsi con l’innovazione nel mercato globale?
Questa scelta sta letteralmente distruggendo il Paese. Anche perché sottopagando i lavoratori, questi non avranno più la possibilità di far andare avanti l’economia, comprare oggetti e servizi, andare in vacanza, mangiare fuori. Cercare solo di ridurre il costo del lavoro è un boomerang. Detto questo, la tassazione è davvero troppo alta in Italia: bisognerà lavorare al più presto e con decisione sul problema del cuneo fiscale, cioè della differenza tra il costo che un’impresa sopporta per un dipendente e quanto a quel dipendente arriva effettivamente in tasca alla fine del mese. Ed eliminare alcune vere e proprie perversioni, come l’Irap: che è una tassa che le imprese pagano su ciascun dipendente, quindi che di fatto dissuade i datori di lavoro dall’assumere!

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sabato 17 marzo 2012

Eleonora Voltolina: Se potessi avere 1000 euro al mese

Eleonora Voltolina è giornalista professionista, ha creato e dirige la testata online Repubblica degli Stagisti. Ha collaborato a lungo con le pagine culturali e con il sito web del settimanale Panorama. Nata a Roma nel 1978, è cresciuta a Venezia e oggi vive e lavora Milano. Si è laureata con lode in Scienze della comunicazione all’università La Sapienza. Nel luglio 2010 esce per Laterza il suo libro "La Repubblica degli stagisti. Come non farsi sfruttare". Nel 2011 è stata chiamata dalla Commissione lavoro della Camera dei Deputati per un’audizione sulla condizione giovanile, nell’ambito di una indagine sul mercato del lvoro in ingresso e sulle principali difficoltà dei giovani. A livello europeo ha contributio a stilare la Carta europea per la qualità di stage e praticantati, presentandola a Parigi in occasione della Youth Employment Conferenze. Le sue ricerche sono state utilizzate per la presentazione di interrogazioni parlamentari.
Il libro esce nel momento in cui il Governo e le parti sociali sono impegnate a riformare gli ammortizzatori sociali ed il mercato del lavoro. Da tali riforme dipende il futuro dei precari, giovani e non, ed un sistema di tutele con una platea più ampia di lavoratori.
Al momento i precari, che appartengono a numerose categorie, non hanno tutele (malattia, maternità, sussidi di disoccupazione) e quello che è più grave non possono costruire il loro futuro in quanto la retribuzione è maledettamente bassa a parità di mansioni con i lavoratori a tempo indeterminato.
Esiste una gran confusione nel mondo del lavoro: le partite iva sono confuse con i professionisti, i falsi lavoratori autonomi con i veri lavoratori autonomi.
In Italia non vi è soltanto il problema della disoccupazione che è salita al 9,2% senza i cassaintegrati a zero ore ma anche lo sfruttamento dei giovani precari chiamati dalle imprese a mettere al servizio la loro conoscenza e competenza perché le imprese, sbagliando, affrontano la competitività del mercato dal lato dei costi e non, come si dovrebbe fare, dalla parte dell’innovazione e della ricerca.
“Non vi siete distratti né addormentati sui banchi. Siete giovani, volenterosi e avete finito di studiare più o meno nei tempi giusti. Il problema però è che nonostante master, corsi di specializzazione e tripli salti mortali non avete ancora un lavoro retribuito il giusto, per guadagnare di più dovete lavorare in nero e se siete fortunati vi rinnovano il contratto a progetto facendovi stare a casa solo un mese, quanto basta per non avere troppi diritti. Oppure, se lavorate in un negozio come commesse vi assumono come "associate in partecipazione" anziché come dipendenti subordinate e così vi pagano meno. O, peggio ancora, il vostro lavoro diventa quello di cercare lavoro, un'attività con cui non ci si annoia mai. Sono alcune delle storie che trovate in queste pagine: non sono solo i "soliti noti" - artisti, giornalisti, ricercatori ma anche categorie insospettabili come medici, avvocati, architetti. Eleonora Voltolina spiega capitolo dopo capitolo perché nessuna categoria è immune e racconta come sia possibile che in Italia milioni di persone non riescano a mantenersi con quel che guadagnano e perché il periodo di formazione in tutte le professioni si stia dilatando a dismisura e aumentino i contratti "di collaborazione autonoma", cocopro e partite iva, che nascondono normale lavoro dipendente. Pagina dopo pagina, troviamo dati e racconti di vita vissuta di chi è stato - o è ancora - precario, ma soprattutto sfruttato”.

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mercoledì 22 febbraio 2012

La voce dei giovani

I ventenni scrivono al premier e al ministro del lavoro
Cari presidente del Consiglio e ministro del Lavoro, in queste ore si discute ovunque della riforma del mercato del lavoro. Il contributo di noi studenti ventenni giunge in forma sincera e spontanea, il nostro non è tifo scriteriato né corporativismo generazionale: è serio interesse per il futuro, anche occupazionale, che ci vedrà giocoforza protagonisti. Riteniamo doveroso partecipare al dibattito con le nostre proposte e osservazioni: si ragiona di diritti (che ci sono negati, si potrebbe aggiungere) e vorremmo offrire il nostro modesto punto di vista. Le idee che proviamo a riassumere in questa lettera aperta non trovano spazio nello scontro ideologico in atto, anche perché non germogliano all' interno di esperienze rigidamente consolidate; non ci riteniamo «arruolati» nello schema ottocentesco di sigle ed etichette: anzi ci spiace che le scorciatoie lessicali abbiano avuto la meglio sui contenuti. Siamo colposamente sospesi tra il vuoto di aspettative ed il miraggio di sicurezze, senza possibilità di metterci in gioco con le stesse garanzie che i nostri padri e i nostri nonni si vedono attribuite. Proprio nelle scorse settimane Lei è intervenuto a proposito della necessità di ridare opportunità concrete a chi oggi rischia di restare senza tutela alcuna. Il mondo cui ci affacciamo ci pare follemente bipartito: da un lato i privilegi acquisiti, dall' altro le occasioni perse.
Dal guado in cui rischiamo di essere intrappolati, non tolleriamo che - come troppo spesso accade - le posizioni su un argomento tanto delicato cedano alla banalizzazione del partito preso. Vorremmo essere cittadini maturi di un Paese in cui ci si rivolge ai giovani con un occhio di riguardo e siamo convinti che ora si possa realizzare la tanto agognata inversione di rotta: è tempo di premere l' acceleratore sulle riforme. È inoltre evidente che, solo se si riuscisse a puntare tutto sulla nostra generazione, anche la vicenda economica nazionale ne trarrebbe diretto vantaggio. «Tutelare un po' meno chi è oggi tutelato e tutelare un po' di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce ad entrarci». Concordiamo senza dubbio con le parole del presidente; quanto al metodo, aggiungiamo pure che, in questo momento di trattative serrate, si rischia di lasciare fuori dal tavolo della concertazione un' intera categoria di portatori di interessi: quella di noi giovani. La nostra voce è stata marginalizzata e resa afona, anche per via di nostre comprovate responsabilità: abbiamo subito le decisioni e consentito che la nostra indifferenza lasciasse ampi spazi di manovra a chi non ha avuto a cuore le nostre sorti. Nel sistema economico in cui operiamo, è richiesta la capacità di essere competitivi e dinamici: non abbiamo scritto noi le regole del gioco ma siamo tenuti a rispettarle per vincere la sfida della crescita. Anche le imprese italiane quindi, per offrire nuova occupazione e competere a livello internazionale, devono poter «stare sul mercato». Abbiamo forti speranze ed una notevole fiducia in questo esecutivo, crediamo insomma che sia il momento giusto per osare. Chiediamo che si rinunci definitivamente al clima di discriminazione nei confronti dei giovani. È un errore cui occorre porre rimedio, in fretta: spostare la bilancia del futuro dal privilegio al merito è l' impegno con cui vorremmo si cimentassero in questo momento le istituzioni patrie. Sappiamo che il dibattito è attorcigliato attorno a temi abusati, rinunciamo dunque a parlarne per evitare l' autoreferenzialità del già detto. Non ci scandalizza che si cominci a ragionare del cosiddetto «motivo economico o organizzativo per il licenziamento», nell' ottica di una intelligente spinta riformatrice. Oggi imprenditore e lavoratore si muovono nella stessa direzione e condividono i medesimi obiettivi, entrambi vogliono il bene dell' azienda. Si aggiunga che il «nanismo» del settore imprenditoriale è anche cagionato da norme oggi superate, che hanno finito per imporre un regime di incertezze in cui risulta vincente il precariato come modello d' impiego, specie per i giovani. Non ci stiamo: proprio perché crediamo di valere molto, ci diciamo pronti alla sfida. Si valutino merito, creatività e talento: si premino i più bravi attraverso un nobile sistema di incentivi economici e sociali. Quella che auspichiamo è anche una riforma culturale, i nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie ad un «dispetto generazionale»: siamo costretti noi tutti a soccombere rispetto alle mille garanzie che le generazioni che ci hanno preceduti si sono arbitrariamente assegnate. È tempo di ristabilire le priorità e allocare con equità i necessari sacrifici: l' egoismo dei protetti, l' ingordigia dei privilegiati sono malattie che rischiano di ammorbare il nostro avvenire. Scommettiamo senza indugio nella flessibilità e distribuiamo lealmente le tutele: sono queste le nostre richieste, in sintesi. Le sigle politiche che hanno guidato il Paese negli ultimi decenni, anche per via di un ossequio screanzato verso la propria base elettorale, hanno totalmente escluso il tema del lavoro dall' agenda di governo. Hanno così prevalso le forze della conservazione costringendo il Paese a rinunciare alla sua anima «solida» e «solidale». Fate presto, vi scongiuriamo. Sappiamo che la squadra di governo è al lavoro per ridisegnare i contorni normativi della materia, ci piacerebbe tenesse conto dei nostri spunti. Signor presidente, non neghi neppure ai giovani la chance di ripartenza e «rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale» che hanno finito per realizzare l' attuale regime di apartheid occupazionale fra protetti e non protetti. Buon lavoro da tutti noi. Antonio Aloisi, Milano Annalaura Sbrizzi, Napoli Matteo Scattola , Durham (Uk) Piero Majolo, Vicenza Matteo Leffi , Trieste Francesca Luvisotti, Roma Ilaria Lezzi , Lecce Timoteo Carpita, Roma Luca Signorello , Trapani Flavio Morrone, Salerno Giulio Giannelli , Gorizia Riccardo Vurchio, Modena Amedeo Enna , Udine Filippo Caiuli, Potenza Francesco Perin , Venezia Nicolò Politi, Catania Luigi De Maria , Perugia Ester Madonia, Catania Maria Dora Maresca , Avellino

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sabato 18 febbraio 2012

Le condizioni della precarietà

Articolo di Marco Simoni pubblicato sul Sole 24 Ore il 14 febbraio
Perché in Italia c’è la precarietà? In Germania, Francia e Regno Unito ci sono più giovani che da noi con una durata media del posto di lavoro inferiore a un anno. Eppure in quei paesi, a differenza che da noi, non esiste un discorso pubblico e privato così drammaticamente concentrato sulla precarietà. Evidentemente, si tratta di un tema che non si può afferrare solo con riferimento alla durata dei contratti di lavoro.
La precarietà intesa come condizione esistenziale che restringe gli orizzonti delle persone al presente, impedisce scelte dalla prospettiva più ampia e porta con sé uno stato di sofferenza individuale può essere ricondotta a tre cause.
La prima è certamente legata ai contratti temporanei, ma riguarda soprattutto le componenti non salariali. L’effetto “precarizzante” dipende soprattutto dall’assenza o quasi dell’insieme di diritti che formano parte integrante di una definizione piena di “lavoro decente” come suggerito dagli standard dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil): maternità, ferie, malattia e la protezione del reddito in caso di disoccupazione. Queste prerogative svolgono una funzione chiave nell’allargare le prospettive di scelta e di vita delle persone.
L’assenza di protezione del reddito assieme all’implicita assenza di tutele contro i licenziamenti arbitrari (anche a “capriccio”, o discriminatori) per i quali è sufficiente non rinnovare il contratto a termine, sono le ragioni fondamentali della caduta del potere contrattuale dei lavoratori a tempo. Infatti, in questo ambito, il conflitto capitale/lavoro è collassato: non perché i giovani lavoratori sono imbelli, ma perché la sproporzione di forze è soverchiante per l’effetto di due asimmetrie.
La prima è quella nei confronti dei datori di lavoro. Infatti, mentre la flessibilità senza protezioni espone i lavoratori a una concorrenza sfrenata, molte aziende, enti, studi professionali, sono schermati da una vera competizione di mercato.
La seconda asimmetria è quella tra lavoratori flessibili e lavoratori a tempo indeterminato che fa sì che qualsiasi decisione di ristrutturazione economica ricada innanzitutto, senza costi, e senza compensazione, sulle spalle dei primi, molto spesso con l’accordo esplicito dei sindacati che rappresentano, al contrario, solo i lavoratori a tempo indeterminato.
Privi di potere contrattuale, i lavoratori flessibili hanno visto i loro salari diminuire sempre più. Nel 1998 guadagnavano 70 euro in meno a settimana dei lavoratori standard, nel 2004 92 e nel 2010 ben 120 (dati Lombruni/Taddei 2009, Cgia di Mestre, 2010). Un’ulteriore conferma viene dall’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane riferita al 2008 che mostra come i redditi delle persone con meno di 44 anni siano aumentati di appena il 5% dal 1993 al 2008, mentre sono cresciut di circa il 25% i redditi di chi ha oltre 55 anni. Si tratta di un dato difficile da comprendere, se non con riferimento al fatto che le condizioni di lavoro flessibili hanno riguardato essenzialmente i lavoratori più giovani.
Per questa ragione il terzo tassello per afferrare il tema della precarietà riguarda la casa, perché appunto, a seguito delle riforme degli anni 90 e 2000, in Italia il dualismo del mercato del lavoro ha preso la forma di una spaccatura generazionale.
Dal 1996 al 2008, le case sono in media aumentate del 50% al netto dell’inflazione (Baldini, “La casa degli Italiani”, Il Mulino) e nelle grandi città anche molto di più. Questi aumenti colpiscono soprattutto i più giovani, che devono acquistare una casa o cominciare un contratto di affitto.
Ricapitolando: mentre i prezzi delle case subivano aumenti vertiginosi, i salari dei lavoratori flessibili diminuivano a causa del loro scarso potere contrattuale, in un contesto in cui essi erano anche privi di sostanziali protezioni sociali. Il concorrere di questi tre fattori ha determinato la precarietà che ormai caratterizza larghissimi strati della popolazione under 40 (infatti, in mancanza di anche uno solo di questi fattori, il senso di precarietà individuale si affievolisce di molto).
Dalla prospettiva suggerita da questa analisi è possibile valutare in modo diverso l’azione del governo. Infatti, piuttosto che concentrarsi sugli effetti immediati delle singole misure, diventa cruciale riflettere sulle loro interazioni. Assumono allora una nuova prospettiva le proposte di riforma della cassa integrazione e l’idea di un sussidio di disoccupazione generale; l’obiettivo di unificare il mercato del lavoro in una forma contrattuale largamente prevalente; le norme per lo stimolo della concorrenza recentemente approvate e quelle in cantiere; perfino il ripristino di una tassa sugli immobili che può contribuire (non essendo sufficiente) a raffreddare le dinamiche dei prezzi delle abitazioni.
Si tratta di misure molto diverse tra loro che contribuendo a rafforzare la coerenza complessiva del nostro sistema possono contrastare significativamente il dramma sociale ed economico della precarietà.

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