giovedì 30 giugno 2011

Isola della Scala: trasparenza e competenze nelle nomine

Parte dalla periferia, precisamente da Isola della Scala, la proposta di innovare il sistema delle nomine negli enti: dalla spartizione del potere sulla base dell’appartenenza politica e della fedeltà ad un partito o ad un esponente politico si passa alla introduzione dei fattori della trasparenza, della pubblicizzazione delle nomine e delle competenze.
In sede di consiglio comunale di Isola della Scala il capogruppo dell’opposizione «Isola nostra-il bene comune», Chiara Chiappa, ha presentato una mozione finalizzata ad introdurre nel Comune in materia di nomine la trasparenza, la valutazione delle competenze e la pubblicizzazione delle candidature e delle nomine sul sito istituzionale del Comune (curriculum e valutazione).
Una vera rivoluzione che consente ai cittadini in possesso dei requisiti di conoscenza e di competenza di presentare la propria candidatura indipendente fuori dalle logiche di potere dei partiti.
E’ un risultato importante per il Comune di Isola della Scala e per la Provincia di Verona in quanto si gettano le fondamenta per un nuovo rapporto tra il comune e la comunità locale molto spesso tenuta fuori dalle decisioni e dai problemi che la riguardano direttamente.
La trasparenza è il fattore determinante che consente ai cittadini di conoscere i fatti amministrativi e di partecipare ed intervenire con proprie proposte per il miglioramento dei servizi pubblici locali. Il rapporto da molto tempo in crisi tra i cittadini e la politica può essere recuperato a condizione che gli enti istituzionali siano trasparenti e coinvolgano i cittadini nella gestione dei servizi pubblici.
“Sono molto soddisfatta, ha dichiarato Chiara Chiappa, del risultato ottenuto ieri sera soprattutto per la immediata e totale adesione di tutto il Consiglio”. “La proposta del Sindaco Mozzi, conclude Chiara Chiappa, prevedeva di tener conto delle competenze dei nominati e non della vicinanza a partiti o personaggi politici: la novità della nostra proposta sta nell’introduzione dell’avviso pubblico che informi tutti i cittadini della possibilità di candidarsi, e dopo la nomina la pubblicazione dei criteri di scelta adottati. Con la pubblicazione dell’avviso vogliamo promuovere la partecipazione, con la pubblicazione dei criteri e dei curricula, e la trasparenza”.
Per realizzare il miglioramento continuo della performance degli enti locali non è sufficiente l’impegno e la buona volontà occorre che negli enti partecipati vengano designate persone in possesso delle competenze necessarie per affrontare e risolvere i problemi complessi della società attuale e, quindi, rispondere positivamente alle aspettative ed ai bisogni crescenti dei cittadini e dei ceti più deboli, i quali vivono sulla propria pelle i problemi sociali della crisi economica.
La proposta di Chiara Chiappa è stata accolta dalla maggioranza e dal Sindaco Miozzi e deliberata da tutto il Consiglio Comunale.
Adesso si apre una nuova fase delicata caratterizzata dall’adeguamento del Regolamento comunale che disciplina le nomine alla proposta approvata dal Consiglio Comunale. Occorre modificare i seguenti articoli del Regolamento:
- l’art. 1 nella parte in cui vengono indicate in modo generico le competenze dei candidati (“un’adeguata competenza, per studi o esperienza, desumibile dal curriculum vitae, in relazione alla natura dell’incarico da ricoprire”);
- l’art. 2 per escludere dalla nomina i componenti del consiglio comunale, i quali ai sensi dall’art. 63 del T.U. degli enti locali non possono ricoprire cariche in enti partecipati dal comune.
Si ritiene utile introdurre il colloquio pubblico dei candidati per dare loro la possibilità di presentare il loro curriculum e per scoraggiare coloro che non posseggono i requisiti richiesti.
Grazie alla proposta di Chiara Chiappa il consiglio comunale di Isola della Scala non solo ha discusso di trasparenza e competenze in materia di nomine negli enti controllati ma ha registrato una completa convergenza sull’argomento che consente di realizzare una discontinuità rispetto al passato.
Vi è da notare che la Lista Civica «Isola nostra-il bene comune» durante la campagna elettorale si era impegnata a rendere trasparente il comune di Isola e ad avvicinare i cittadini di Isola all’ente comunale. Chiara Chiappa non ha dimenticato gli impegni elettorali ed ha tradotto in iniziativa concreta quella che poteva essere vista dai diffidenti e dagli sfiduciati come una sorta di slogan.
Quello che è avvenuto a Isola Della Scala, dichiara Antonino Leone responsabile PA del PD, dimostra che le proposte effettuate dalla minoranza a favore del cambiamento possono registrare un'ampia convergenza nel caso in cui i gruppi politici si muovono nell’interesse dei cittadini. Occorre prendere atto, conclude Leone, che l’Amministrazione Comunale di Isola della Scala, presieduta da Giovanni Miozzi, è stata sensibile ai fattori della trasparenza e delle competenze ed ha consentito l’approvazione della mozione di Chiara Chiappa.

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Dario Di Vico sull’accordo tra Confindustria e Sindacati

articolo di Dario Di Vico pubblicato sul Corriere della Sera il 29 giugno 2011
Persino l'onorevole Giuliano Cazzola (Pdl), mai tenero con la Cgil, ha nei giorni scorsi reso omaggio preventivo al coraggio politico dimostrato da Susanna Camusso, che infischiandosene delle critiche della Fiom alla fine di un impegnativo negoziato ha sottoscritto un accordo unitario sulla rappresentanza. La Camusso — le va riconosciuto — si è mossa con intelligenza e tempismo rimettendo così la Cgil al centro della scena ed evitando un ulteriore (e forse decisivo) scivolamento verso il bipolarismo sindacale. Con Cisl e Uil che marciano ormai in tandem la Cgil rischia ad ogni occasione di rimanere isolata e prima di rompere la pur fragile unità d'azione ci deve pensare diverse volte. L'ultimo accordo unitario delle tre confederazioni risaliva al 2007 quando con Romano Prodi a palazzo Chigi fu sottoscritto un accordo per il welfare. Da allora è vero che le categorie hanno continuato a firmare accordi a tre ma la riforma della contrattazione (2009) è stata sottoscritta con la Confindustria solo da Cisl-Uil e gli ultimi contratti nazionali del commercio, del pubblico impiego e dei metalmeccanici hanno seguito lo stesso copione. L'operazione «rientro» non sarebbe riuscita se la Camusso non avesse trovato la sponda di Emma Marcegaglia, desiderosa di riconquistare quello spazio che l'iniziativa tambureggiante di Sergio Marchionne le aveva oggettivamente limitato.
Non si può dire che la Marcegaglia sia vittima del complesso «senza la Cgil non si può» (nel 2009 per l'appunto firmò un accordo separato), però è evidente che, per sensibilità culturale e per storia dell'azienda di famiglia, la presidente è più portata a cercare le intese a tre. In questo caso l'asse Marcegaglia-Camusso ha saputo comunque evitare la trappola della mediazione al ribasso e ha costruito un'intesa dotata di un sua identità. L'accordo sottoscritto ieri miscela, infatti, le differenti tradizioni sindacali, quella più votata a sostenere il peso degli iscritti e quella che, anche nel momento della scelta delle rappresentanze, guarda alla platea dei non iscritti. E chiaro che fuori dall'ambito sindacale le miscele possono sembrare delle contorsioni così come la discussione su Rsu e Rsa rischia di apparire bizantina, ma se si vogliono raggiungere obiettivi di coesione lessico e storia del sindacalismo italiano vanno rispettati. Anche in tema di contrattazione l'intesa di ieri non chiude al ribasso bensì sostiene l'idea dell'adattabilità degli strumenti negoziali (ad esempio l'orario di lavoro) e quindi evita che i lavoratori percepiscano le deroghe solo come dei peggioramenti della loro condizione. E non invece come un (necessario) raccordo tra cambiamenti del mercato, modifiche dell'organizzazione produttiva ed erogazione della prestazione lavorativa. Perché in fondo la motivazione più calda che ci porta ad applaudire l'accordo interconfederale di ieri sta proprio nel miglioramento delle connessioni tra economia e lavoro. Il sindacato di Roma deve rimettersi in sintonia con le novità che stanno intervenendo sui luoghi di lavoro e che stentano a imporsi nell'agenda delle confederazioni. In questi mesi si sta producendo sul territorio una ricca contrattazione articolata che interessa sia le grandi che le medie aziende. Accordi come quelli raggiunti di recente nel gruppo Eni, alla Barilla e alla Luxottica meritano di essere studiati per le buone pratiche che rappresentano, delineano infatti un nuovo tipo di concertazione che non paralizza le decisioni dell'azienda bensì pone le condizioni per creare un consenso di medio periodo, una visione condivisa degli obiettivi dei rispettivi gruppi. Come già il Corriere ha avuto modo di segnalare altrettanto importanti sono le novità che si stanno delineando, ad esempio in Lombardia, in aziende di dimensioni minori. Si affermano soluzioni innovative di welfare aziendale e si negoziano senza remore clausole anti-assenteismo e di aumento della produttività. Come mai la contrattazione in periferia evolve con maggiore rapidità? Forse perché sul territorio ci sono sindacalisti più ferrati e meno condizionati dalle scelte politiche e/o di bandiera? Anche per questi motivi ma non solo. La causa prima risiede nei profondi mutamenti che stanno interessando l'orientamento degli operai. Cambia la contrattazione, dunque, perché muta «il sottostante». Una recente indagine commissionata dal Pd alla Swg (e in verità poco valorizzata dal committente) testimonia come si sia prodotta una drastica deideologizazione del mondo del lavoro e sia nata una prossimità tra azienda e lavoratore che non può più essere ignorata. Gli operai sono soddisfatti del proprio lavoro molto più di quanto si racconti e pensano che di fronte alla Grande Crisi le aziende si sono mosse meglio dei sindacati. Vogliamo parlarne apertamente o lasciamo che di questa indagine si discuta solo a microfoni spenti? Ha fatto bene, dunque, la Camusso a togliersi dall'angolo. Ma se si vuole costruire una diversa stagione sindacale è solo la prima mossa.

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mercoledì 29 giugno 2011

Pietro Ichino commenta l’accordo tra Confindustria e Sindacati

Commento del senatore Pietro Ichino all’Accordo interconfederale 28 giugno 2011,  pubblicato sul sito di http://www.pietroichino.it/ e http://www.lavoce.info/
Per farsi un’idea dell’importanza dell’accordo firmato martedì dalle tre confederazioni sindacali maggiori con Confindustria, basti pensare che esso può forse avviare a conclusione la lunghissima fase del cosiddetto “diritto sindacale transitorio”, aperta nel 1944 con l’abrogazione del regime corporativo e finora mai chiusa, perché restano a tutt’oggi in larga parte inattuati gli ultimi tre commi dell’articolo 39 della Costituzione repubblicana in materia di contrattazione collettiva. Ma l’accordo, anche se non sarà seguito da un intervento legislativo volto ad attuare o modificare quella norma costituzionale, segna comunque la fine di un decennio di relazioni sindacali rissose e poco concludenti. E volta pagina rispetto a un triennio nel quale il ministro del Lavoro si è intensamente adoperato per costruire un sistema di relazioni industriali capace di funzionare escludendo la Cgil. Le divergenze tra quest’ultima confederazione e le altre due non sono superate; ma il nuovo accordo interconfederale detta le regole di democrazia sindacale che consentiranno di dirimere i contrasti, là dove essi si presenteranno come insanabili.
Può essere che la firma di questo accordo segni anche l’apertura di una nuova stagione di unità d’azione fra le tre confederazioni maggiori. Ma, anche se così non sarà, le nuove regole condivise consentiranno di evitare che i dissensi tra sindacati – fisiologici in un regime di vero pluralismo sindacale – si traducano in paralisi delle relazioni industriali e perdita di rilevanza pratica della contrattazione collettiva, come troppo sovente è accaduto negli ultimi anni.
RAPPRESENTANZA SINDACALE
La disposizione contenuta nel primo capoverso dell’accordo ha per oggetto la misurazione della rappresentatività dei sindacati sul piano nazionale. Qui si affida al CNEL di costruire gli indici di rappresentatività delle confederazioni e delle organizzazioni di settore sulla base di una media tra il “dato associativo”, cioè il numero di deleghe conferite dai lavoratori alle imprese per il versamento delle quote di iscrizione a ciascun sindacato, fornito dall’INPS, e il dato relativo ai risultati del voto per le rappresentanze sindacali unitarie nei luoghi di lavoro, fornito dalle confederazioni: si incomincia così finalmente ad attribuire al CNEL una funzione di grande rilievo anche pratico (il che – sia detto per inciso – nulla toglie all’opportunità che il numero dei membri e la struttura di questo organo costituzionale vengano drasticamente ridotti).
La misurazione della rappresentatività al livello aziendale è oggetto del quarto e del quinto capoverso dell’accordo. Qui si consolida l’alternativa oggi in atto: dove i tre sindacati vanno d’accordo, si attivano le rappresentanze sindacali unitarie-rsu, previste e disciplinate dal protocollo del 23 luglio 1993 (protocollo che è espressamente richiamato e, dunque, per questo aspetto rimane in vigore); dove i tre sindacati non vanno d’accordo, si attivano le rappresentanze sindacali aziendali-rsa previste e disciplinate dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori del 1970. Le rsu sono caratterizzate dall’investitura “dal basso”, data ai rappresentanti dall’essere eletti direttamente dai lavoratori; le rsa sono invece caratterizzate dal rapporto organico esclusivo che le lega al rispettivo sindacato territoriale, il quale designa i propri rappresentanti. Poiché l’accordo non prevede una modifica dell’articolo 19 dello Statuto – salva la previsione del limite triennale di durata della carica di rappresentante sindacale aziendale –, in questo secondo caso la rappresentatività dei sindacati non è misurata: donde la perdurante distribuzione dei rappresentanti sindacali in misura pari tra tutti i sindacati accreditati a norma dell’articolo 19 e la necessità di una disciplina particolare in materia di contratto aziendale stipulato da una o più rsa.
CONTRATTAZIONE COLLETTIVA
Per la legittimazione a negoziare sul piano nazionale, l’accordo stabilisce soltanto una soglia minima di rappresentatività (il 5 per cento); non prevede invece alcuna soglia per la stipulazione del contratto di settore. L’accordo non preclude, dunque, l’efficacia del contratto collettivo nazionale stipulato da una coalizione sindacale minoritaria nel settore, ma neppure regola il caso in cui questo contratto si sovrapponga a uno precedente stipulato da una coalizione maggioritaria (è il caso verificatosi tra il 2008 e il 2009 nel settore metalmeccanico, dal quale è nato un nutrito contenzioso giudiziario). La soluzione della questione resta dunque per ora fondata sui criteri desumibili dal diritto comune dei contratti; ma non è escluso che in un futuro prossimo le parti sociali possano fare su questo terreno il passo ulteriore necessario per colmare la lacuna, spianando la strada all’attuazione o modifica degli ultimi tre commi dell’articolo 39 della Costituzione.
Il secondo e il terzo capoverso dell’accordo sembrano ribadire l’assetto centralizzato del sistema della contrattazione sancito dal protocollo del luglio 1993, ribadendo che al livello aziendale essa si esercita soltanto sulle “materie delegate” dal contratto nazionale. Ma in materia di contrattazione aziendale le novità sono numerose e assai rilevanti: qui sta la vera svolta.
Il contratto aziendale, anche se non sottoscritto da uno o più dei sindacati firmatari dell’accordo interconfederale, è vincolante per tutti sotto una delle due seguenti condizioni: a) se stipulato dalla rsu con il voto favorevole della maggioranza dei suoi membri (quarto capoverso); b) se stipulato da una o più delle rsa titolari della maggioranza delle deleghe in seno all’azienda; ma in quest’ultimo caso il contratto deve essere sottoposto a referendum se lo chiede uno dei sindacati firmatari dell’accordo interconfederale, oppure il 30 per cento dei lavoratori interessati (quinto capoverso): in tal caso la maggioranza dei votanti può, con il proprio voto contrario, privare il contratto dei suoi effetti.
Il sesto capoverso prevede – e anche questa è una novità rilevantissima – che sia vincolante per tutti i sindacati anche la clausola di tregua sindacale contenuta nel contratto aziendale, quando ricorrano, alternativamente, le condizioni di cui si è detto sopra alle lettere a) o b). L’accordo – in omaggio a un orientamento della dottrina giuslavoristica – precisa che clausola stessa non è vincolante per i singoli lavoratori; ma questa precisazione ha uno scarso effetto pratico, dal momento che devono essere i sindacati a proclamare lo sciopero.
Un’altra novità rilevantissima è contenuta nel settimo capoverso dell’accordo, dove si prevede che, in linea generale, il contratto nazionale stabilisca “i limiti e le procedure” della contrattazione aziendale modificativa rispetto al contratto nazionale. Dove il contratto nazionale nulla preveda in proposito, l’accordo autorizza comunque, “al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa”, la stipulazione di contratti aziendali modificativi “con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”. Se il contratto aziendale è stipulato nel rispetto delle condizioni di cui si è detto sopra alle lettere a) o b), anche la deroga rispetto al contratto nazionale ha efficacia generale nell’ambito dell’unità produttiva.
Se questo accordo interconfederale fosse stato in vigore un anno fa, non si sarebbero posti i problemi giuridici che sono invece sorti in riferimento ai contratti Fiat di Mirafiori, Pomigliano e Grugliasco, e in particolare ai loro rapporti con i contratti nazionali. L’accordo, però, non ha efficacia retroattiva: esso pertanto non può essere direttamente utilizzato per la soluzione di quelle controversie. La Fiat mantiene dunque la propria richiesta di un intervento legislativo che colmi la lacuna sulla materia: intervento che potrebbe recepire i contenuti essenziali dell’accordo, estendendone l’efficacia nei confronti di tutti i sindacati, anche di quelli che non lo sottoscriveranno. Sarà interessante rilevare, nei giorni prossimi, le posizioni che verranno espresse dai firmatari dell’accordo sulla prospettiva di legificazione di questa materia. Tradizionalmente la Cgil è favorevole a questo intervento legislativo e la Cisl vi è contraria; ma oggi, per ragioni contingenti, le posizioni potrebbero invertirsi.
Accordo interconfederale 28 giugno 2011

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lunedì 27 giugno 2011

Quale futuro e libertà per i giovani?

articolo di Emanuele Costa
Oggi i giovani, finalmente, stanno prendendo coscienza di ciò che gli accade intorno, iniziando ad alzare timidamente la testa. Hanno compreso che se il Paese può farcela a superare ed andare oltre la crisi (non solo economico/finanziaria, ma anche di identità, istituzionale e sociale) può farlo esclusivamente facendo perno sulle loro gambe, più ricche di energia e resistenza per superare gli ostacoli di diversa natura collocati sulla loro strada, consentendo a tutti (e non solo a loro) di fare un salto in avanti. In questo caso, non si tratta di una lotta di classe o, peggio ancora, di una lobby che scalpita per tutelare non solo interessi di parte, ma spesso inutili privilegi. Questi ultimi, infatti, da un lato, non creano alcuna forma di ricchezza per l'intera società, ma consentono l'arricchimento di pochi e, dall'altro, non diffondono coesione sociale, ma alimentano profonde ingiustizie. E' giunto, quindi, il momento che come i più giovani alzano la testa per vedere oltre e prendere in mano le redini di un Paese sempre più allo sbando, i più grandi abbiano l'umiltà di abbassarla, evitando di rivolgere lo sguardo indietro per vedere se qualcuno gli sta sottraendo la sedia.  Ad oggi, i politici che si sono alternati sulla scena istituzionale non sono ancora riusciti a dimostrare quale interesse si sono prodigati a difendere: quello generale o quello che Francesco GUICCIARDINI amava definire "particulare"? E' meglio lasciare a popolo, la cui sovranità non deve mai essere messa in discussione, l'ardua sentenza. E' facile ritenere che l'opinione diffusa porterà al raggiungimento di un quorum plebiscitario a favore di una delle due alternative prospettate. Oggi i giovani chiedono di essere ascoltati, perché il domani appartiene a loro e, quindi, hanno il sacrosanto diritto di gettare solide basi per costruirlo come meglio credono. In uno scenario complesso sotto il profilo delle relazioni sociali è compito di tutti garantire alle nuove generazioni un futuro migliore di quello che la storia ci ha lasciato in eredità. Si tratta di un obiettivo ambizioso, che dovrà essere perseguito con caparbietà e unità di intenti. In caso contrario, è forte il rischio di deludere le aspettative di quei giovani che, con coraggio e sensibilità, hanno percepito che è giunta l'ora di poter affermare liberamente il loro pensiero per dire, se non addirittura urlare, al mondo quali sono i sogni che vorrebbero vedere realizzati. Eleanor ROOSVELT disse: «Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei loro sogni». Ascoltiamo, quindi, almeno per una volta, le ragioni dei ragazzi. Cogliamo al volo questa opportunità! Altrimenti, non solo non esisterà per loro un futuro, ma neanche la libertà di poterlo influenzare per eliminare quel profondo disagio nei confronti di una società composta da individui sempre più egoisti e arroccati a difendere ciò che ormai è indifendibile.

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giovedì 23 giugno 2011

Per i giovani non sufficiente pizza e sole

articolo di Irene Tinagli pubblicato su La Stampa il 22 giugno 2011
Non si vive di sola pizza e sole. Né di sola mamma. Famiglia e qualità della vita, a lungo considerati gli elementi caratterizzanti della nostra società, non sono più sufficienti a rendere felici i nostri giovani. L’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes ci dice che il 40% degli italiani tra i 25 e i 34 anni considera una sfortuna vivere in Italia, e il 51% si trasferirebbe volentieri all’estero. Quando oltre la metà della popolazione di una Paese nella fascia d’età più attiva e produttiva sogna di scappare altrove, c’è qualcosa che non va. E dovrebbe scattare più di un campanello di allarme.
Certamente la crisi economica e le difficoltà occupazionali giocano un ruolo importante nell’alimentare questo malcontento. Tuttavia non è solo una questione legata all’occupazione. D’altronde la crisi economica ha colpito tutti gli altri Paesi industrializzati, anche quelli che gli italiani indicano come mete privilegiate per una loro eventuale emigrazione (Francia, Stati Uniti e Spagna, quest’ultima con un tasso di disoccupazione doppio del nostro). Non solo: le aree del nostro Paese in cui questo desiderio di fuga è più alto sono tra quelle in cui l’incidenza della disoccupazione è più bassa (Centro e Nord). Appare quindi evidente che, oltre alle difficoltà economiche, in Italia cominciano a scricchiolare anche altre dimensioni, e che per le nuove generazioni non basta la vicinanza alla famiglia né il nostro bel territorio a sentirsi fortunati di stare in Italia.
Per chi l’Italia l’ha già abbandonata da anni o per chi è abituato a misurarsi con contesti stranieri, come fanno ormai quotidianamente milioni di italiani tra i venti e i quaranta anni, questi dati non rappresentano una gran sorpresa. Innanzitutto perché sanno che la qualità della vita non è una nostra esclusiva. In fondo il sole c’è anche in Costa Azzurra o in Costa Brava, e la pizza o il formaggio buono si trovano anche altrove, anche quando invece di chiamarsi Parmigiano si chiama manchego o camembert. Ma, soprattutto, perché sanno che la qualità della vita non è fatta solo di buon mangiare e visite familiari, per quanto importanti. La vita, quella vera, è fatta anche di ambizioni, di sogni, di opportunità di crescita, di cambiamento. È fatta di persone e mondi diversi da noi con cui abbiamo necessità e voglia di misurarci, soprattutto a una certa età. E’ fatta insomma di tutte quelle cose a cui l’Italia ha sistematicamente chiuso le porte ormai da troppi anni. Negli ultimi vent’anni l’Italia si è mostrata terribilmente aggrappata all’esistente, terrorizzata da tutto quello che accadeva fuori, costantemente tesa a tentare di proteggersi da tutti gli attacchi dei «nemici» come si fa nei videogame, seguendo una metafora cara al nostro ministro dell’Economia. Un’Italia che prima era spaventata dalle tecnologie e dalla concorrenza degli altri Paesi industrializzati come Germania o Stati Uniti, poi dalla manifattura a basso costo dei Paesi emergenti come Cina e India, e oggi semplicemente dalla fame e dalla disperazione dei Paesi africani come la Libia, la Tunisia o la Somalia, i cui profughi potrebbero rubarci anche i posti da raccoglitori di pomodori. Un’Italia abituata ormai a giocare in difesa, e che nonostante le sfide sempre più difficili non cambia mai squadra, ma ricicla continuamente i soliti giocatori. Basta pensare alle tensioni e agli accordi tra Bossi e Berlusconi di questi giorni, per avere la sensazione di rivivere un film già visto molti, troppi anni fa. Un arco temporale di 15 o 20 anni può sembrare un’inezia a chi calca la scena politica da 30 o 40 anni, ma rappresenta l’unico orizzonte temporale di cui hanno memoria gli italiani che oggi hanno 25 anni. E per questi giovani l’Italia è il Paese in cui non cambia mai nulla e si parla sempre delle stesse cose (senza farle): dal ponte sullo Stretto alla Salerno-Reggio Calabria, dalla riforma fiscale a quella dello Stato. Il Paese in cui, per riprendere la metafora dei videogame amata da Tremonti, i politici giocano ancora al Pac-man, mentre il resto del mondo funziona con la Wii. E’ guardando a questa Italia che si capiscono le ragioni di quei giovani che se ne vorrebbero andare.
Sanno bene che altrove troveranno la stessa crisi, ma sperano almeno di poter respirare un po’ di aria diversa, di veder muoversi qualcosa, di potersi misurare con un mondo che gira invece di stare fermo. Chiaramente non tutta l’Italia è così asfittica, ci sono realtà che pur con fatica provano a muoversi suscitando anche begli entusiasmi. Ma la sensazione che ancora prevale è di un immobilismo che sta facendo la muffa. Gli unici a non sentirne la puzza sono quelli che ci sono seduti sopra.

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martedì 21 giugno 2011

I giovani inattivi aumentano

La ricerca di Datagiovani per il Sole 24 Ore indica che mezzo milione di persone con meno di 35 anni sono alla ricerca del lavoro da 12 mesi e non lo trovano. I giovani che cercano lavoro inutilmente da più di un anno rappresentano il 45%.
Le punte più alte si registrano in Basilicata con il 57% ed in Campania e Sicilia con il 55%. Raddoppiano i dati della disoccupazione di lungo periodo nel Nord-Ovest: Lombardia con il 37% dei disoccupati ( 27% nel 2007); Toscana con il 41,6% (16% nel 2007)
I disoccupati di lungo periodo subiscono l’effetto scoraggiamento e ampliano la platea degli inattivi e degli autoesclusi dal mercato del lavoro.
L’elaborazione registra circa 470mila giovani entro i 34 anni che rientrano nella categoria degli inattivi: - 195mila tra i 15 e i 24 anni; - 274mila tra i 25 ed i 34 anni.
Le forme di occupazione per i giovani sono precarie e con una retribuzione che non supera gli 800 euro mensili. Tali condizioni costringono il 41,5% dei giovani a vivere in famiglia ed a ritardare di 6 anni l’età del matrimonio.
Oggi i giovani sono sostenuti dalla famiglia mentre in passato apportavano un contributo economico alla famiglia stessa.
I giovani più competenti e preparati dopo aver concluso gli studi si recano all’estero per lavorare ed i costi della formazione sostenuti dall’Italia, la quale non è in grado di offrire delle prospettive occupazionale dignitose, vanno a beneficio dei paesi esteri.
Si registra, inoltre, il calo dei consumi da parte dei giovani e la scomparsa dalle statistiche dell’Irpef nel periodo che va dal 2008 al 2009 di circa 200mila giovani che rappresentano circa il 10%.
Vi sono circa 500mila stagisti e 200mila praticanti che dopo il percorso formativo troveranno difficoltà a trovare un posto di lavoro.
Questa grave situazione sociale ed economica che coinvolge la vita dei giovani ed il loro futuro è la conseguenza dell’assenza di una politica economica che favorisca la crescita e l’occupazione.
Inoltre, occorre cambiare il sistema delle relazioni industriali e del mercato del lavoro che crea discriminazioni sociali e lavoratori precari.
Intervenire soltanto per adeguarsi ai parametri imposti dall’Europa non è una condizione sufficiente per uscire dalla crisi economica, avviare la crescita della ricchezza e realizzare il superamento del dualismo del lavoro. Occorre ripensare il sistema e costruire un futuro equo che garantisca ai giovani una vita dignitosa che permette loro di guardare avanti con speranza ed ottimismo.
Tutti i settori devono essere coinvolti in questa prospettiva di crescita: la scuola, l’università, l’impresa privata e pubblica e le pubbliche amministrazioni. Bisogna finirla con il giuoco che è sempre colpa degli altri: il sistema Italia non funziona ed occorre farlo funzionare.
Tra i giovani vince l’inattività Il Sole 24 Ore
Consumi, figli, lavoro: le rinunce dei giovani Il Sole 24 Ore
I giovani inattivi senza opportunità Corriere della Sera

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Interrogazione di Federico Testa sul carcere di Montorio

Dopo la visita di una delegazione del PD di Verona al carcere di Montorio il deputato Federico Testa ha presentato una interrogazione al Ministro della Giustizia finalizzata a rimuovere le condizioni sociali del carcere di Montorio, caratterizzato da un sovraffollamento di detenuti e da un insufficiente organico degli agenti di polizia.
Federico Testa dichiara nell’interrogazione che:
“attualmente presso il carcere di Montorio di Verona lavorano 280 agenti di polizia penitenziaria di ogni grado, rispetto a una pianta organica di 407;
la capienza prevista per l'istituto penitenziario in questione è di circa 500 detenuti ma, ad oggi, essi sono quasi il doppio, un sovraffollamento che determina notevoli problemi, non ultimi quelli sanitari;
la situazione è aggravata dalla mancanza di fondi anche per le minime esigenze, come ad esempio la carta o le lampadine;
il personale che lavora nell'istituto ha proclamato lo stato di agitazione chiedendo, tra le altre cose:
a) il rientro in sede a Verona del personale distaccato e/o in missione presso altre sedi in ambito regionale e nazionale;
b) l'assegnazione all'istituto penitenziario di Montorio di un cospicuo numero di agenti del corso di formazione presso le scuole del corpo, che terminerà presumibilmente nel settembre/ottobre 2011, mentre non risulta prevista, allo stato, alcuna assegnazione presso la sede di Verona;
c) una redistribuzione sul territorio dei detenuti «giudicabili» e «appellanti» che tenga conto della competenza territoriale dell'autorità giudiziaria da cui dipendono, redistribuzione che consentirebbe di risparmiare personale (in media si impiegano 3 agenti per ogni detenuto tradotto) e tempo, nonché, grazie alle minori percorrenze, la diminuzione dell'usura dei mezzi, delle spese per carburante, per pedaggi autostradali, per servizi di missione, per i pasti per il personale, dell'incidenza dei sinistri;
d) la disponibilità di risorse per l'installazione di apertura automatizzate dei cancelli di ingresso nei vari settori interni che porterebbero anche ad un risparmio di uomini, per il ripristino e in molti punti l'installazione ex novo, di impianti di videosorveglianza per ovvi motivi di sicurezza, per la necessaria manutenzione della struttura;
e) di poter effettuare le esercitazioni di tiro a Verona (o in zone limitrofe) presso poligoni comunali o di altre Forze armate o di polizia anziché recarsi a Udine con il conseguente spreco di risorse umane ed economiche;
f) la disponibilità di risorse per l'installazione di aperture automatizzate dei cancelli di ingresso nei vari settori interni, che comporterebbero anche un migliore utilizzo del personale, il ripristino e, in molti punti, l'installazione ex novo, di impianti di videosorveglianza per motivi di sicurezza, la necessaria manutenzione della struttura, l'incremento del numero dei detenuti addetti alle pulizie dell'istituto, per un adeguato ed indispensabile livello di igiene e salubrità dei locali interni, oggi fortemente compromesso dai drastici tagli.
IL deputato del PD Testa chiede:
“quali misure urgenti il Ministro intenda attuare al fine di garantire e rendere effettivi, oltre ai diritti della popolazione detenuta nel carcere di Montorio, anche quelli della polizia penitenziaria che deve sopportare, con grande sacrificio, enormi disagi tra i quali pesanti turni di lavoro forzati;
se intenda provvedere con urgenza allo stanziamento delle risorse indispensabili per la manutenzione ordinaria;
quali iniziative intenda porre in essere al fine di fronteggiare la grave situazione di sovraffollamento descritta in premessa, anche al fine di scongiurare il verificarsi di emergenze igienico-sanitarie”.

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lunedì 20 giugno 2011

Conferenza sul lavoro del PD e precari

Il documento preparato da Stefano Fassina è stato approvato dai partecipanti alla conferenza nazionale sul lavoro del Pd. Vi è stata una grande mobilitazione e partecipazione e degli interventi molto interessanti. Peccato che il responsabile, Stefano Fassina, non ha fatto nessuno sforzo per condurre ad unità le diversità sul lavoro che esistono all’interno del PD. Questo rappresenta un limite della conferenza che avrebbe potuto sancire una visione unitaria non difficile da realizzare ed una sintesi che utilizzasse le capacità e le intelligenze di tutti coloro che si sono spesi per dare una identità al PD su un tema fondamentale per il futuro dell’Italia e dei lavoratori.
L’integrazione delle posizioni poteva realizzarsi facilmente in quanto Fassina ha espresso delle proposte di politica economica e Pietro Ichino è entrato in merito alla normativa che regola le relazioni industriali, il mercato del lavoro e, quindi, l’eliminazione del fenomeno del precariato in una prospettiva nuova di stabilità e sicurezza del lavoro dipendente diversa da quella attuale, la quale non assicura una politica attiva del lavoro (garanzia del posto di lavoro, servizi di outplacement e di riqualificazione professionale) nel momento in cui l’impresa entra in crisi.
Perché questo non è avvenuto? Perché Stefano Fassina non ha tentato una mediazione culturale tra l’immediato, il breve ed il medio termine? Ritengo che la risposta vada trovata nel fatto che la Cgil, in particolare la Fiom, ancora una volta, è in ritardo sulle questioni cruciali del paese e dei lavoratori e coltiva vecchi equilibri che risalgono agli anni ’70 e ’80 superati dagli avvenimenti e dai cambiamenti intervenuti nel pianeta.
Le posizioni del Governatore della Banca d’Italia, della Confindustria e di molti imprenditori, della Commissione Europea in tema di lavoro sul PNR dell’Italia, dei lavoratori di Cisl e Uil e di alcuni esponenti e categorie della Cgil non hanno influito nel percorso prestabilito da Stefano Fassina, prima nelle conferenze locali e poi nella conferenza nazionale. Eppure Pietro Ichino nel suo intervento aveva espresso la proposta di considerare il documento “Per dare valore al lavoro” un contributo in una prospettiva non immediata.
Il primo limite è rappresentato dall’inadeguatezza o dall’assenza di volontà a condurre ad unità le capacità e le competenze espresse da diversi esponenti del PD da diverso tempo. Ma la cosa più strana è rappresentata dal fatto che non esistono oggi nel PD delle proposte organiche alternative a quella di Ichino che restituiscano nelle mani dei precari il loro futuro rubato e cristallizzato da un Governo insensibile ed incapace.
Ritengo che abbia prevalso la tattica, considerata la crisi del sistema politico e probabilmente le elezioni politiche a breve termine, e non la strategia tramite la quale si costruisce il futuro dell’Italia. Ma questa analisi è insufficiente da sola se si considerano le posizioni elettorali di coloro che contrastano le tesi di Ichino e che da diverso tempo non votano PD.
Un altro aspetto non considerato è rappresentato dalla urgenza di ridefinire il lavoro (dipendente, autonomo, professionale, artigiano) in maniera che si applichi la tracciabilità del lavoro stesso attraverso le banche dati dell’Inps e dell’Agenzia delle Entrate per evitare elusioni ed evasioni. Ichino per il lavoro dipendente ha proposto la dipendenza economica caratterizzata da: continuità della prestazione, monocommittenza, limite di reddito. Questa trasparenza serve al sistema Italia per applicare l’informazione analitica nel mondo del lavoro, superando i controlli degli ispettori che producono alti costi e pochi risultati.
Un terzo limite è rappresentato dall’allineamento della contribuzione previdenziale dei lavoratori con contratti atipici a quella dei lavoratori dipendenti che pretende di risolvere il problema del precariato. Questa proposta non fa distinzione tra le false collaborazioni autonome ed i veri autonomi per i quali crea una discriminazione ed un sopruso. Inoltre, tale misura non inverte la tendenza delle imprese a favore del rapporto di lavoro dipendente rispetto ai contratti a progetto ed ai rapporti con partita iva poiché gli imprenditori alla scadenza dei contratti atipici sono liberi di rinnovarli o meno. Pertanto, non si risolve in questo modo il problema dei lavoratori precari.
Perché in assemblea Fassina non ha proposto delle misure alternative nel caso in cui l’allineamento delle contribuzioni non dovesse funzionare a vantaggio dei lavoratori precari? Domanda questa che ha posto prima di me Ichino alla quale Fassina non ha ancora risposto.
Ogni volta che affronto il tema della centralizzazione e del decentramento mi viene in mente il libro Senza Leader di Ori Brafman e Rod A. Beckstrom, i quali espongono l’organizzazione a stella marina.
Le organizzazioni obsolete funzionano a ragno nel senso che la testa dell’organizzazione è al centro e le parti del corpo eseguono i comandi ricevuti (centralizzazione). Le nuove organizzazioni sono caratterizzate da un tipo di organizzazione a stella marina dove la testa è rappresentata da tutto il corpo con pochi controlli dall’alto (decentramento).
Pur rimanendo valida la contrattazione collettiva nazionale in particolar modo per quei lavoratori che non sono coperti dalla contrattazione aziendale, occorre che la contrattazione aziendale assuma maggiore rilevanza per affrontare le specificità di una impresa o di un territorio in quanto il contratto collettivo non è in grado di sostenere. In tal senso occorre allargare gli spazi di derogabilità del contratto nazionale per avviare processi di innovazione e cambiamento a livello aziendale molto favorevoli alla sopravvivenza dell’impresa nell’economia globale.
In definitiva non possiamo permetterci il lusso di far uscire dal mercato imprese in nome del principio della contrattazione centralizzata.
Il documento presenta delle insufficienze rispetto agli stage. Bastava ascoltare l’intervento della mia amica Eleonora Voltolina per aggiornare il documento. 
I lavoratori precari rappresentano oggi l’anello più debole del mondo del lavoro e non hanno nemmeno la possibilità di entrare nelle organizzazioni sindacali ed avviare un processo di cambiamento che consideri i loro problemi.
Le OO.SS. rappresentano solo i lavoratori dipendenti titolari di un livello di tutela e sicurezza stabile, lasciando fuori energie e capacità molto importanti del mondo del lavoro rappresentate dai precari. Questa divisione non giova ai precari ed alle organizzazioni sindacali che non si rinnovano e non ampliano gli spazi di partecipazione.
La storia sindacale testimonia che in diverse occasioni le OO.SS. hanno espresso concretamente la loro disponibilità per risolvere i problemi economici dell’Italia. Al contrario nel caso dei lavoratori precari non tutte le OO.SS. sono ugualmente disponibili a realizzare forme di tutela e sicurezza per tutti i lavoratori sostanzialmente dipendenti nella prospettiva di realizzare un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Per tale motivo non condivido le posizioni di chi non accetta o rimanda i cambiamenti necessari per porre fine ad una discriminazione assurda che restringe gli spazi di democrazia sindacale e nega il futuro ai lavoratori precari.
Rimandare i problemi significa non considerare un fattore di cambiamento che è rappresentato dalla velocità, la quale si riscontra nelle organizzazioni più innovative del pianeta. Il Partito Democratico deve tenerne conto in quanto è un’organizzazione politica.

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domenica 19 giugno 2011

Chiamparino, Veltroni e Marino suppliscono alla cattiva informazione

La conferenza sul Lavoro organizzata dal Partito Democratico è stata accompagnata da cattiva informazione che riportava il ritiro della firma dal documento proposto da Pietro Ichino, Maurizio Ferrera, Paolo Giaretta, Enrico Morando, Michele Salvati e da Ivan Scalfarotto nonostante le dichiarazioni degli interessati. Dopo aver pubblicato sul mio blog alcune dichiarazioni a sostegno del documento “Per dare valore al lavoro” si riportano le dichiarazioni di Walter Veltroni, Sergio Chiamparino e Ignazio Marino.

Lettera di Sergio Chiamparino e Walter Veltroni a Dario Di Vico pubblicata su Corriere della Sera, 19 giugno 2011
Qui il resto del postNel suo interessante editoriale di ieri lei fa riferimento al fatto che noi due avremmo tolto la firma dal documento presentato da Pietro Ichino e altri studiosi e dirigenti politici sui temi del lavoro. Le cose non stanno cosi. Noi sosteniamo con molta forza con molta forza le posizioni espresse da Ichino, Salvati, Ferrera e lo facciamo non da oggi. Con Ichino abbiamo semplicemente deciso che il documento fosse firmato solo da sei persone di grande competenza sui temi del lavoro proprio perché volevamo che la discussione si concentrasse sul merito delle proposte in esso contenute. Esse costituiscono per noi, lo abbiamo detto con forza anche al Lingotto, la principale risorsa, con una crescita forte e equa e una modernizzazione del Paese, per introdurre nel mondo del lavoro, e in una prospettiva di sicurezza sociale milioni di persone, soprattutto giovani, che ne sono esclusi perché costretti alla precarietà. Le abbiamo scritto perché ci teniamo a ribadire ciò che abbiamo detto anche in queste ore, come risulta anche da dichiarazioni inequivoche riportate dalle agenzie di stampa, e cioè il nostro pieno sostegno alla proposta di Pietro Ichino. E perché pensiamo che il tema interessante da lei analizzato meriti approfondimenti fondati sulle reali posizioni di ciascuno.

Intervento del senatore Ignazio Marino riportato dall’agenzia Virgilio Notizie, 18 luglio 2011
“Per candidarsi alla guida del Paese dopo vent’anni di berlusconismo è necessario offrire una visione del futuro innovativa. L’Italia ha bisogno di un orizzonte del tutto nuovo, in particolare per i giovani precari e i disoccupati. Il Pd per aiutare veramente i settori in crisi dovrebbe promuovere un modello economico e sociale che tuteli i diritti storici, conquistati negli anni Settanta, dando però più garanzie ai giovani lavoratori e conciliando la flessibilità occupazionale con le sicurezze sociali”. A dirlo in una nota è il senatore del Pd Ignazio Marino, commentando la conferenza del partito sul lavoro che si sta svolgendo a Genova. “La proposta del professor Ichino va in quella direzione – aggiunge Marino – sono, in parte, le stesse idee che sostengo da anni e spero che la discussione intorno ad esse non venga chiusa ma si alimenti di contributi. E’ imperativo per il futuro del Paese costruire e tutelare nuovi diritti per i milioni di lavoratori precari che oggi non li hanno. Non è accettabile che una giovane donna non possa avere un figlio per paura di perdere il posto o che un muratore per lavorare venga obbligato ad aprire una partita IVA. Il Pd deve dimostrare l’ambizione ed il coraggio di un confronto aperto e deve rappresentare milioni di giovani voci che chiedono garanzie per il futuro”.

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