venerdì 13 gennaio 2012

Lorenzo Dalai, primarie ed elezioni a Verona

Lorenzo Dalai, consigliere del PD alla Provincia di Verona, è stato disponibile a farsi intervistare in un momento particolare della vita politica veronese.
Qualcuno, nel PD dice che tu sei contrario alle Primarie....
Questo non corrisponde assolutamente al mio pensiero e a quanto  riportato dai media, devo dire correttamente, sulle mie perplessità di tempi e modi. Sulla sostanza ribadisco che le Primarie sono il carattere distintivo del Partito Democratico e poiché si è proceduto in modo trasparente e altamente democratico, penso che si debba accettare il risultato e quindi appoggiare al massimo il candidato che ha prevalso.
Quindi non condividi le dichiarazioni di chi non ha accolto positivamente il verdetto delle urne ?
Qualsiasi dichiarazioni che non sia di sostegno a Michele Bertucco ritengo sia offensiva per tutti quei cittadini-elettori che si sono recati a votare e che hanno anche versato un contributo.
Il candidato Sindaco del Centrosinistra c'è, il quadro politico è in movimento vorticoso, ma non vorrei che alla fine ci si ritrovasse al punto di partenza: partiti di Destra compatti intorno a Tosi e Centro isolato e privo di chance. Dato che i partiti, che dovrebbero appoggiare il Sindaco uscente, sono lacerati da pesanti dissidi interni, potremmo trovarci in una situazione analoga al 2002.
Visto che noi il candidato lo abbiamo, se andiamo avanti compatti e convinti possiamo ripetere l'exploit!
Perciò ritieni non determinante una eventuale alleanza con il Terzo Polo? Con alcuni amici di questo raggruppamento il dialogo non si è mai interrotto, ma purtroppo si tratta di una realtà dove ci sono troppi colonnelli e poche truppe e, per di più, con obiettivi non sempre condivisi da tutti loro. Tra l'altro c'è anche poca “aria fresca”, ma tanti revival.
Cosa dici , visto che sei Consigliere Provinciale, delle dichiarazioni di Ruzzenente, comparse qualche giorno fa ? Mah...trovo strano che chi è stato assessore per un mandato e consigliere per altri due dica, per restare nel coro, che le Province vanno abolite subito. Mi sorge un dubbio: ma allora perché è restato a Palazzo Scaligero per 15 anni? Mi sembra che per accreditarsi si sia disponibili a cancellare con un tratto di penna la propria storia. Lo ritengo poco credibile, oltre che non condivisibile.
Allora sei convinto che Bertucco possa sbaragliare il campo? Bertucco da solo non può vincere. Bertucco con una squadra solida e ben assortita può farcela, eccome !!!
Proprio per questo io darò una mano, un contributo di idee e di lavoro, a due candidati: un giovane ed una donna che rappresentano le vere novità, persone che portano idee nuove, che non sono facce viste e riviste, disponibili al dialogo, ma con principi molto saldi e chiari.
Personalmente sono stufo di vedere personaggi logorati da anni e anni di agone politico; che si facciano da parte e largo al Nuovo !
Anche tu ti farai da parte ? Io ho iniziato a far politica nel 2002, con le elezioni vinte da Paolo Zanotto, perciò non ritengo di essere logoro, ma se dovesse servire a dare un impulso determinante, certo ! Sono disponibile da subito.

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Semplificazione e sperimentazione nel lavoro

articolo di Maurizio Ferrera pubblicato su Corriere della Sera il 12 gennaio 2012
Con le consultazioni avviate dal ministro Fornero, la partita sul mercato del lavoro sta entrando nel vivo. Sinistra e sindacati hanno levato gli scudi a difesa dell'articolo 18. Per ora, dunque, la discussione riguarda essenzialmente il cosiddetto contratto unico o «prevalente» (che dovrebbe sostituire la pletora di contratti atipici) e gli ammortizzatori sociali.
Precarietà e scarse tutele contro la disoccupazione sono problemi molto seri, che creano crescente disagio sociale. Su entrambi i fronti le soluzioni non possono che essere di tipo «difensivo»: ciò che serve è infatti maggiore protezione. L'agenda delle riforme non può però esaurirsi con questo tipo di misure. Occorrono anche provvedimenti di tipo «espansivo», capaci di stimolare l'occupazione.
In Italia mancano i posti di lavoro. Non è solo colpa della crisi, il problema ha radici strutturali. I nostri tassi di occupazione sono fra i più bassi d'Europa: rispetto alla Gran Bretagna (che ha la stessa popolazione dell'Italia) abbiamo quasi sette milioni di occupati in meno, soprattutto donne. La via maestra per creare lavoro è ovviamente la crescita. Ma attenzione: la struttura del mercato occupazionale è a sua volta un fattore di crescita. Se ci sono troppe strozzature, i posti di lavoro non arrivano neppure quando l'economia si espande. Le riforme possibili sono tante, ma la più promettente è una drastica semplificazione delle norme. Agli imprenditori stranieri il diritto del lavoro italiano appare come un indecifrabile mosaico bizantino, privo di certezze interpretative e applicative. Il risultato è che abbiamo pochissimi investimenti esteri e così rinunciamo a centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.
C'è poi la riforma dei servizi per l'impiego. Mancano programmi efficienti di reinserimento e riqualificazione dei disoccupati, soprattutto i più anziani. Chi è in cerca di lavoro è abbandonato a se stesso, mentre ai beneficiari di sussidi non viene chiesta alcuna contropartita. Scuola e università non parlano con le imprese, che a loro volta non sanno valorizzare le competenze di diplomati e laureati. Abbiamo un enorme deficit di occupazione nel terziario: se non incentiviamo l'economia dei servizi è impensabile raggiungere i livelli d'impiego di Francia o Gran Bretagna.
Le parti sociali possono far molto, anche sul piano bilaterale. Ma sulle questioni decisive occorre l'iniziativa del governo. Ciò vale soprattutto per la semplificazione. La proposta Ichino sul nuovo Codice del lavoro costituisce un'ottima base da cui partire. La questione della flessibilità in uscita potrebbe anche essere accantonata e affrontata, per il momento, con sperimentazioni volontarie.
Sul mercato del lavoro dal governo Monti ci aspettiamo non un compromesso al ribasso, ma un progetto ambizioso che combini l'obiettivo dell'equità protettiva con quello dell'efficienza regolativa e organizzativa. E ci auguriamo che, al momento buono, sinistra e sindacati sappiano mostrare disponibilità e lungimiranza: non solo sul primo, ma anche sul secondo obiettivo.

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Lavoro, intervento di Luigi Mariucci

Intervento di Luigi Mariucci, responsabile per il Lavoro del Pd in Emilia Romagna e professore di diritto del lavoro nell’Università Ca’ Foscari di Venezia, svolto nel corso del Forum Lavoro del Pd, il 12 gennaio 2012
Il confronto tra le parti sociali e il governo farà presto chiarezza sul confuso dibattito in corso sui temi del mercato del lavoro. A quel punto arriverà l’ora della verità anche per il PD, le cui posizioni sulle questioni del lavoro costituiscono una discriminante essenziale in termini di credibilità e visione strategica.
Va riacquistato anzitutto il senso delle proporzioni. Un profondo riaggiustamento delle caotiche regole in materia di mercato del lavoro ereditate da un decennio di governo delle destre è certamente necessario. Ma è del tutto fuori misura immaginare chissà quali effetti miracolistici di nuovi interventi legislativi. I problemi italiani, e europei, hanno ben note radici strutturali che poco hanno a che fare con regolazioni formali dei rapporti di lavoro.
Perciò penso che le diverse proposte di legge fin qui presentate da parlamentari del PD, nella fase del governo Berlusconi, spesso a fini simbolici o di “manifesto politico”, dovrebbero essere accantonate. Invece che porsi l’inutile compito di effettuare “sintesi” o “mediazioni” di carattere puramente interno, che rischiano di essere persino dannose, il PD deve riconfermare l’impostazione programmatica già approvata dalla Assemblea nazionale del maggio 2010 e dalla Conferenza del lavoro di Genova del giugno 2011 e individuare alcune essenziali priorità. Occorre:
1) abrogare l’art. 8 della l. n. 148 del 2011, quello che ipotizza la derogabilità dell’intero diritto del lavoro ad opera di contratti aziendali o territoriali: una norma indecente, una vera anomalia rispetto agli ordinamenti europei;
2) modificare l’ art.19 dello Statuto nel senso di attribuire il diritto a costituire rappresentanze nei luoghi di lavoro ai sindacati che raggiungono specifiche soglie di rappresentatività, in termini di iscritti o di voti ricevuti, ponendo fine alla aberrante applicazione di tale norma diretta ad escludere i sindacati rappresentativi ma dissenzienti da specifici accordi (come accade alla Fiom negli stabilimenti Fiat), e ripristinando quindi un fondamento essenziale della libertà sindacale, come accade in tutti i paesi europei;
3) disboscare la giungla dei contratti precari accorpando i contratti atipici di lavoro in tre o quattro figure essenziali: l’apprendistato, il contratto a termine, la somministrazione di lavoro;
4) rendere convenienti per le imprese con incentivi fiscali le assunzioni a tempo indeterminato.
Si può anche prevedere un nuovo contratto di “ingresso al lavoro”, aggiornando il già esistente contratto di inserimento, per giovani, donne e lavoratori maturi licenziati per motivi di crisi, assegnando a questi soggetti una congrua indennità di avviamento al lavoro, una volta accertato rigorosamente l’effettivo stato di disoccupazione e l’autentica volontà di cercare lavoro.
Penso invece che sia sbagliata la proposta di introdurre un nuovo contratto c.d. “prevalente” [il riferimento è alla proposta illustrata nell'intervento di Stefano Fassina - n.d.r.], da contrapporre semanticamente al c.d. “contratto unico”, che unico naturalmente non è perché si aggiungerebbe agli altri contratti atipici. Prevalente in che senso? E con quali regole? A quanto si intende questa ennesima tipologia contrattuale si caratterizzerebbe per prevedere la licenziabilità nei primi tre anni, monetizzata con un risarcimento ex ante. Nulla si dice di cosa accadrebbe nel caso in cui quel lavoratore, al termine del triennio o in corso di rapporto, venisse appunto licenziato con un modesto indennizzo economico. Dovrebbe ricominciare daccapo, in una sorta di infinito gioco dell’oca.
È più ragionevole la piattaforma unitaria a cui stanno lavorando i sindacati: usare i contratti esistenti (apprendistato, contratto di inserimento), incentivare fiscalmente le assunzioni a tempo indeterminato, estendere gli ammortizzatori sociali a chi oggi non li ha, ridurre i contratti di ingresso al lavoro ad alcune forme essenziali. Quanto all’art.18 dello Statuto l’unica misura utile di riforma consisterebbe nello stabilire termini cogenti di abbreviamento delle controversie.
Introdurre nuovi e astrusi marchingegni normativi è inutile, anzi persino dannoso. I problemi della crescita sono altri. Guarda caso la stagnazione italiana dell’ultimo decennio è coincisa con la diffusione del lavoro precario. Va rovesciata l’idea mercantile per cui il lavoro è l’ultimo anello della catena produttiva, quello su cui scaricare risparmi di costo e iper-sfruttamento. Bisogna ripartire dai fondamenti: solo la valorizzazione del lavoro, in tutte le sue forme, può costituire un incentivo alla crescita. I diritti naturalmente vanno distinti dai privilegi, dalle posizioni parassitarie e assistenziali. Da qui la necessità di politiche selettive mirate a intervenire sulle differenze strutturali: nord-sud, settore privato e pubblico, occupazione giovanile e femminile.
Vi sono certo altre rilevanti questioni su cui sarebbe necessaria una organica riforma: il riordino complessivo degli ammortizzatori sociali, l’introduzione di efficaci strutture pubbliche di gestione e controllo sul mercato del lavoro (perché non costituire una vera Agenzia nazionale del lavoro, al posto degli attuali frammentati centri pubblici dell’impiego, abolendo nel frattempo altri organismi inutili, tipo l’ineffabile Civit, organo di controllo sulla produttività del pubblico impiego?), il tema della efficacia giuridica dei contratti collettivi sulla base dell’accertamento della effettiva rappresentatività dei sindacati stipulanti, e un più generale progetto di semplificazione del diritto del lavoro, diventato ormai una normativa caotica e persino irriconoscibile, centrato su un obiettivo autentico di razionalizzazione delle normative e non su quello, criptico, di controriformare il diritto del lavoro in senso regressivo. La bozza-Ichino, con gli opportuni correttivi di merito, può essere una buona base di partenza per un confronto utile.
Ma, al momento, le urgenze e le priorità sono quelle indicate.

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Lavoro, il PD proiettato nel passato

L’ultima proposta di riforma elaborata dal vertice del Pd non recepisce affatto il progetto Boeri-Garibaldi-Nerozzi e appare comunque del tutto inadeguata rispetto agli obiettivi programmatici enunciati dal premier Mario Monti
Intervento del senatore Pietro Ichino svolto al Forum Lavoro del Pd, svoltosi a Roma il 12 gennaio 2012 – In argomento v. anche il suo editoriale pubblicato da Europa il 6 gennaio
Nei giorni scorsi avevo molto apprezzato l’appello di Franco Marini per una apertura del Pd al progetto Boeri-Garibaldi-Nerozzi, che avrebbe potuto costituire un punto d’intesa unitario col quale presentarsi al Governo in questa fase cruciale di elaborazione della riforma del mercato e del diritto del lavoro. Ora, però, mi sembra che il progetto delineato nella relazione di Stefano Fassina si discosti per alcuni aspetti non secondari dal contenuto del d.d.l. n. 2000/2010, di cui Paolo Nerozzi è il primo firmatario. Il più rilevante è questo: il “contratto di ingresso” che viene delineato come forma prevalente di assunzione non è affatto un contratto a tempo indeterminato, ma un contratto a termine.La spiegazione di questa scelta si trova nell’intervista di Marianna Madia, pubblicata sull’Unità di ieri: “Abbiamo voluto stabilire un principio: il contratto a tempo indeterminato non può essere disgiunto dall’articolo 18. Questo per evitare il rischio dell’introduzione di deroghe, per mettere paletti ben precisi”. Così, per difendere quel principio sacro, adottiamo una forma di assunzione notevolmente peggiore rispetto al contratto a tempo indeterminato previsto nel progetto Nerozzi. E poiché questo nuovo “contratto di ingresso” dovrebbe assorbire l’apprendistato, peggioriamo anche la condizione dell’apprendista, il quale attualmente viene assunto con un contratto a tempo indeterminato e non con un contratto a termine. A me sembra che questo sia davvero irragionevole; una impuntatura nominalistica totalmente priva di senso, basata oltretutto su di un preteso “principio” che non ha alcun fondamento: il mondo è pieno di contratti di lavoro a tempo indeterminato ai quali non si applica l’articolo 18, e che non per questo possono essere considerati lesivi della dignità e libertà morale del lavoratore. Questo è vero anche nel nostro stesso ordinamento italiano, dove possono essere a tempo indeterminato, oltre che il contratto di apprendistato, anche tutti i contratti non a termine nelle aziende fino a 15 dipendenti, il contratto di lavoro in prova, il contratto con persona che avrebbe diritto alla pensione di vecchiaia, il contratto di lavoro con il dirigente. E allora, perché non anche l’impiegato o l’operaio nei primi tre anni del rapporto?
Se nella sostanza riteniamo che sia opportuno riconoscere un periodo di tre anni di maggiore flessibilità all’inizio del rapporto di lavoro, perché abbiamo paura a dire che per questi primi tre anni si può essere assunti a tempo indeterminato – ciò che costituisce comunque un vantaggio per i new entrants, rispetto all’assunzione a termine – anche senza che si applichi l’articolo 18? Perché continuiamo a coltivare questa nevrosi, o se preferite questa ipocrisia politica, non degna di un grande partito che si qualifica riformista e si candida a governare il Paese? Come si concilia questa incongruenza verbale con la trasparenza, che dovrebbe costituire uno dei principi fondamentali del nostro operare politico e quindi anche del nostro modo di parlare?
Ma, soprattutto, come possiamo non renderci conto che una regola, come questo benedetto articolo 18, che oggi si applica soltanto al 3 per cento della forza-lavoro complessiva dell’Unione Europea, non può essere considerata come un diritto fondamentale immodificabile (perché i diritti fondamentali – per definizione – hanno carattere di universalità)? Un partito che si qualifica come riformista non può chiudere programmaticamente gli occhi sul panorama europeo delle tecniche di protezione della sicurezza economica e professionale dei lavoratori. La nostra incapacità di superare questo blocco mentale rischia di condannarci a rimanere tagliati fuori dal processo di riforma del lavoro che costituisce parte integrante – e niente affatto secondaria! – del programma del Governo Monti.
La seconda notazione critica è questa: se la scelta del Pd di cui stiamo discutendo – di accettare un triennio iniziale di maggiore flessibilità del rapporto di lavoro è dettata da un bilanciamento tra le esigenze di protezione dei lavoratori e le esigenze organizzative delle imprese, perché nel nostro dibattito interno su questa materia gli imprenditori sono pressoché totalmente assenti? Perché i nostri forum del lavoro e i nostri gruppi nelle Commissioni lavoro di Camera e Senato sono composti soltanto da sindacalisti o ex-sindacalisti e magari da qualche giuslavorista, ma nessun rappresentante dell’imprenditoria? E sì che non ci mancano i Colaninno, le Merloni, i Sangalli, le Fioroni, i Marcucci: davvero tutti questi imprenditori che militano nelle nostre file non hanno nulla da dire su questi temi? O forse diamo loro l’impressione che il partito non gradisca il loro intervenire in questo dibattito, o consideri il loro intervento poco rilevante ai fini delle scelte che dobbiamo compiere?
Eppure ormai dovrebbe essere chiaro a tutti noi che l’impresa è tanto necessaria per dare valore al lavoro quanto il lavoro stesso è necessario all’impresa. Che dunque un partito propenso a non ascoltare o a mettere nell’angolo la voce delle imprese non può essere un buon difensore degli interessi dei lavoratori. Che, più in generale, un sistema incapace di darsi un ordinamento del lavoro attrattivo per le imprese, nell’era della globalizzazione, è un sistema che si condanna a essere disertato dalle imprese, condannando quindi i propri lavoratori ad avere poche occasioni di lavoro e trattamenti complessivamente deteriori.
Già immagino che qualcuno ora mi ritorcerà contro quest’ultima osservazione. Mi si obietterà: “Proprio tu dici questo, che hai firmato un progetto tendente a porre a carico delle imprese ingenti oneri per il sostegno al lavoratore nel mercato del lavoro?”. Rispondo subito: è vero, quel mio progetto chiede molto alle imprese, ma è stato approfonditamente discusso e affinato per anni in un confronto continuo non soltanto con i lavoratori e i loro sindacati, bensì anche con le imprese, le loro associazioni, i loro responsabili della gestione delle risorse umane. Proprio da questo lungo e capillare confronto tre anni fa è nata non solo la lettera aperta al ministro del Lavoro di centinaia di giovani interessati alla riforma, ma anche quella di 75 imprese – di tutte le dimensioni – che già allora si dichiaravano disponibili a farsi carico degli oneri previsti da quel progetto, considerandoli ampiamente compensati dai vantaggi economici della maggiore flessibilità che il progetto stesso offre loro, azzerando il ritardo nell’aggiustamento degli organici. Ed è ancora da quel capillare confronto che è nato l’endorsement esplicito dato a questo progetto dal Comitato Investitori Esteri di Confindustria, nel documento presentato al Governo Monti nei giorni scorsi.
Oggi non è il momento di coltivare polemiche al nostro interno. È il momento di unirci intorno a una proposta seria di riforma, congruente con i punti fermi posti su questa materia da Mario Monti nel suo discorso programmatico del 17 novembre al Senato e con quello che ci chiede l’Unione Europea. Quale che sia l’opinione di ciascuno di noi sul “contratto prevalente di ingresso”, cui ha fatto riferimento Stefano Fassina nella sua relazione, è evidente che esso non esaurisce i temi della riforma a cui il Governo Monti sta lavorando. In particolare, resta fuori da questo progetto il tema della riforma degli ammortizzatori sociali, che dobbiamo affrontare tenendo conto del fatto che lo Stato potrà dedicarvi risorse aggiuntive assai esigue. Ma anche tenendo conto del fatto che il problema cruciale, in materia di trattamenti di disoccupazione, non è soltanto quello delle risorse necessarie per finanziarli, bensì anche quello della capacità di coniugare la loro erogazione con un forte esercizio della “condizionalità” dei trattamenti stessi. Non possiamo nasconderci la pressoché totale incapacità dei servizi pubblici per l’impiego, oggi, di esigere e controllare la disponibilità effettiva dei lavoratori disoccupati per tutto quanto è necessario al fine del reperimento di una nuova occupazione; anche perché i nostri servizi pubblici sono lontani dall’essere capaci di fare tutto quanto è necessario in questo campo.
Questo è il motivo per cui mi pare utile che la nostra proposta sia integrata da un’apertura positiva alla disponibilità che sta emergendo da numerose imprese, in diverse regioni, per la sperimentazione anche di tecniche nuove di protezione della sicurezza economica e professionale dei lavoratori. Qualche giorno fa, in un’importante intervista, Cesare Damiano ha sottolineato che tutti noi consideriamo il sistema di protezione danese come uno dei migliori del mondo, salvo rilevare – condivisibilmente – che da noi mancano le risorse pubbliche necessarie per attuarlo. Questo però significa che, dove invece le risorse ci siano, perché l’impresa stessa è disposta in via sperimentale a mettercele, la sperimentazione di quel modello non può che essere considerata da noi positivamente, anche come passaggio necessario per elaborare e acquisire in questo campo un know-how che potrà esserci utile in futuro.
Nella valutazione di questa prospettiva non dobbiamo sottovalutare l’importanza che può assumere, per aumentare la capacità del nostro Paese di attrarre gli investimenti esteri, anche la possibilità della sperimentazione, per i nuovi rapporti di lavoro e in particolare per i nuovi insediamenti, di una nuova disciplina semplificata e allineata con i migliori standard nord-europei. Migliori, s’intende, non soltanto dal punto di vista dell’impresa, ma anche da quello dei lavoratori: perché le multinazionali non hanno alcuna intenzione – né del resto potrebbero permettersi – di presentarsi sul nostro mercato del lavoro offrendo condizioni di lavoro di livello complessivamente inferiore rispetto ai nostri standard nazionali. Mentre, viceversa, puntare su di un loro più intenso loro afflusso costituisce una delle leve più importanti sulle quali possiamo agire, per aumentare la domanda di lavoro, la sua produttività e quindi anche il livello della sua retribuzione media. Dunque, di che cosa abbiamo paura?

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giovedì 12 gennaio 2012

Il progetto Ichino mette alla prova la classe dirigente

Articolo di Bruno Montanari pubblicato su Europa il 12 gennaio 2012

Il 18 è un numero che riassume in modo sbrigativo una controversia politica e mediatica tra sindacati, governo e partiti. Il nostro sistema, sia quello comunicativo, sia quello istituzionale, si è abituato, infatti, a muoversi in modo “semplicistico”, convertendo le differenze legittime tra punti di vista, soprattutto in relazione a questioni gravi, in una polarizzazione di posizioni antagoniste. Dal che non può uscire nulla di buono. È questa una delle cause di quella povertà di pensiero politico sottolineata, di recente, da Giovanni Sartori sulle pagine del Corriere.
Pietro Ichino, intervenendo sull’articolo 18, ha svolto un ragionamento articolato che mette alla prova la cultura politica di una classe dirigente, non solo quella che trova espressione nei partiti e nei sindacati, ma anche nel ceto imprenditoriale. Sembra che tutto si risolva nella cosiddetta “libertà di licenziamento” tout court; credo invece che la proposta Ichino richiami tutti i soggetti interessati a farsi carico di una responsabilità sociale comune, ciascuno naturalmente per il profilo che lo riguarda. È chiaro infatti che i sindacati non debbano tradurre, semplicisticamente, la nuova «giusta causa» in una fonte gratuita di licenziamento, poiché questa va collegata, per esempio, al contratto unico di assunzione, che elimina un precariato divenuto endemico e dannoso per intere generazioni, ed al sussidio di disoccupazione.
Altrettanto chiaro è che qui viene in questione il sistema produttivo italiano e la sua (pseudo) cultura industriale. Non intendo generalizzare, ma mi sembra che la linea guida dell’imprenditore italiano (e non mi riferisco alla piccola o anche media impresa) sia stata quella di ancorare il profitto a due fattori: alla riduzione o contenimento dei costi e all’assistenza statale, diretta o indiretta. Riprova ne sia che quando il costo del lavoro italiano è stato valutato concorrenzialmente troppo oneroso, nonostante i bassi salari, l’imprenditore ha preferito delocalizzare la produzione, pur in presenza di domanda di quel prodotto, o di convogliare le proprie risorse nell’investimento finanziario. A ciò si aggiunga il disinteresse per investimenti in ricerca a medio e lungo termine: meglio comprare un brevetto che finanziarne uno originale. Come dire, il capitale è mio e ne faccio ciò che voglio, senza preoccuparmi delle ricadute sociali, interrompendo così la continuità indispensabile per la tenuta delle moderne democrazie: quella tra libertà economica e responsabilità sociale.
A titolo di esempio di questa mentalità, negli anni passati la Bocconi svolse una ricerca sui manager legalmente licenziati e si venne a scoprire che causa del loro licenziamento a cinquant’anni (!) non erano le difficoltà industriali dell’azienda, ma la possibilità di ridurre i “costi” affidando le stesse funzioni a giovani “meno costosi”, ignorando l’apporto della qualità dell’esperienza.
Vengono alla mente, allora, due riflessioni: la prima è culturale e riguarda quell’“etica” capitalistica illustrata da Max Weber. «Capitalista» non è colui che possiede un patrimonio, ma colui che impiega le proprie risorse, anche se modeste, in azioni produttive che generano frutti per la società. Insomma, “capitalista” è l’artigiano che produce da sé e con qualche aiuto beni socialmente utili, e non il ricco, ma inerte, possessore di un cospicuo patrimonio. In base al criterio weberiano, mi sembra che l’industriale italiano sia ricco, ma non sia un “capitalista”.
La seconda riflessione trae spunto dalla nostra Costituzione, quando indirizza l’esercizio della libertà economica dei privati verso uno scopo sociale, che mi sembra essere, questa sì, la traduzione giuridica del capitalismo weberiano.
Dal canto loro, i sindacati, se non si contrapponessero in modo acritico, a fronte di una non modifica radicale dell’articolo 18, potrebbero accettare una estensione della sua inapplicabilità alle aziende medie (per esempio fino a 50 dipendenti), ma con un conseguente, rigoroso, controllo sull’emersione del lavoro in nero. Inoltre, accettando la linea di una contrattazione decentrata, potrebbero chiedere un maggiore coinvolgimento dei “lavoratori” nelle strategie aziendali, sul modello tedesco. C’è da chiedersi, infatti, come mai i salari tedeschi siano notevolmente superiori a quelli italiani, senza che la produzione ne soffra, anzi con suo beneficio.
Insomma, oggi, avere fantasia consiste solo nel capire una cosa evidente: che siamo tutti sulla stessa barca, mentre l’idea abitualmente praticata è navigare ciascuno con la propria barca o barchetta nello stesso mare.

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mercoledì 11 gennaio 2012

Federico Testa e Enrico Morando contestano Catricalà

La separazione Eni-Snam - ha detto il sottosegretario Catricalà l’altra sera nel corso di Porta a Porta - non è una delle priorità, vedremo se sarà necessaria, ma sul gas esistono tanti altri rimedi che consentono alle imprese energivore di pagare meno il gas".
Federico Testa e Enrico Morando, rispettivamente deputato e senatore del PD, rispondono contestando la dichiarazione del sottosegretario Catricalà.
"Ciò che il dr Catricalà non dice è che gli “altri rimedi” che attualmente consentono alle imprese energivore – e solo a quelle- di pagare meno l’energia producono corrispondenti incrementi delle bollette per chi energivoro non è, e cioè le imprese, specie di piccole dimensioni, che vedono le loro bollette incrementate al fine di mantenere una possibile competitività del sistema Paese in alcuni settori. Per non parlare poi delle famiglie, per le quali oggi la spesa per gas (in prevalenza riscaldamento) è di circa 1.209 euro su base annua (famiglia 'tipo' con consumi pari a 1.400 metri cubi), rispetto ai 1.050 euro del 2011 e ai 1.013 del 2010.
Infatti, come recita la recente segnalazione del 5/01/12 della AGCM (che il dr. Catricalà ha per molto tempo presieduto), “i prezzi all’ingrosso del gas si mantengono strutturalmente più alti che nei principali paesi europei con un pesante effetto di deficit di competitività dell’industria nazionale rispetto alla concorrenza europea. I prezzi del gas naturale definiti dai mercati all’ingrosso italiani sono strutturalmente superiori (ultimamente sino a 9 €/MWh, pari ad almeno il 20-25% in più) ai prezzi prevalenti sui mercati all’ingrosso più liquidi dell’Europa settentrionale (TTF)”: e visto che in Italia più del 60% dell’energia elettrica si fa con il gas, sono evidenti le ricadute più generali sul sitema–paese.
La stessa AGCM quindi prosegue affermando che “al fine di introdurre incentivi ad una gestione delle attività di trasporto e di stoccaggio di gas coerenti con i necessari investimenti in nuove infrastrutture e di consentire al gestore della rete di svolgere con terzietà il ruolo sistemico conferito dall’avvio del nuovo sistema di bilanciamento di merito economico, si può ipotizzare un percorso che porti alla separazione proprietaria della rete di trasporto e delle infrastrutture di stoccaggio attualmente controllate dall’incumbent Eni”.
Alla luce di tutto questo, noi non concordiamo con il dr. Catricalà: per i cittadini e le imprese italiane è prioritario operare sulla struttura del mercato del gas, realizzando quella separazione proprietaria dell’asset-rete di trasporto che, più efficacemente di qualsiasi altra soluzione, può garantire la reale concorrenzialità in un mercato strategico per la competitività del Paese”.
Federico Testa e Enrico Morando, rispettivamente deputato/responsabile nazionale energia del PD e senatore del PD
Per approfondire l’argomento vedi i seguenti articoli
Politica energetica nel nostro paese

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Quali prospettive per il mercato del lavoro?

Monti, ospite a “Che tempo che fa”, ha dichiarato che l’impegno del Governo è indirizzato “alla lotta all’evasione fiscale senza quartiere, alle liberalizzazioni ed alla riforma del mercato del lavoro”. Su quest’ultimo tema il Governo procederà “senza dogmi, senza voler dividere i sindacati”. Monti sull’art. 18 afferma “abbiamo un atteggiamento mentale per il quale non abbiamo tabù …… non abbiamo bisogno simboli  bensì di lavoro non precario per i giovani”.
Considerata l’emergenza del lavoro in Italia (disoccupazione giovanile, precari, vertenze aperte al Ministero dello Sviluppo economico), occorre discutere ad ampio raggio ed anche dell’articolo 18 perché occorre costruire un quadro coerente di misure che affrontino in modo efficace il dualismo del mercato del lavoro, il sostegno alle imprese, il sostegno ai lavoratori senza lavoro e nuove condizioni di lavoro che facilitino  l’ingresso nel mondo del lavoro delle nuove generazioni.
Ritengo che siano inutili le dichiarazioni finalizzate a non discutere dell’articolo 18 o a porre tale argomento in ultima posizione rispetto ai tanti problemi che sono emersi nel mondo del lavoro. E’ un approccio sbagliato in quanto gli ammortizzatori sociali, l’ingresso o l’uscita dal mondo del lavoro ed altri argomenti oggetto di confronto sono condizionati dalla visione del quadro complessivo del lavoro e dell’articolo 18.
Occorre tenere presente che i lavoratori oggi operano in un contesto produttivo diverso e nuovo rispetto agli anni ’70.  
Negli anni ’60 e ’70 vi era ancora la produzione di massa e l’organizzazione scientifica del lavoro, che oggi permane in buona parte nelle PA, caratterizzata da una offerta di prodotti e servizi che venivano accolti dal mercato. Per tale motivo la pianta organica delle imprese volgeva verso l’alto. Il processo di produzione era scomposto in fasi elementari e ripetitive che chiunque poteva eseguire dopo un breve addestramento e non occorrevano grandi conoscenze. Rispetto al periodo pre-industriale era aumentata notevolmente la produttività ed i salari dei lavoratori erano bassi.
L’imprenditore era il padrone assoluto ed occorreva equilibrare questo suo immenso potere con una legislazione del lavoro che garantisse i diritti e le tutele dei lavoratori.
Alla fine degli anni ’60 il ministro del lavoro Giacomo Brodolini iniziò a lavorare sullo Statuto dei lavoratori che venne approvato, dopo la sua morte, nel mese di maggio del 1970 nel contesto appena descritto.
Oggi l’impresa, l’organizzazione del lavoro ed i processi di produzione di beni e servizi sono cambiati grazie alla ricerca, all’innovazione, alle nuove tecnologie, alla gestione per processi ed alla mutevolezza dei mercati che non accolgono sempre e comunque i prodotti delle imprese. La vita dei prodotti e delle imprese è diventata più corta e la competitività nel mercato globale è più agguerrita.
In tale contesto ritengo che le tutele ed i diritti dei lavoratori vadano reinterpretati ed adattati alle mutate esigenze e bisogni dei lavoratori. Inoltre, va tenuto presente che l’impresa ed i lavoratori per ruoli e significati diversi vadano tutelati perché rappresentano la fonte di ricchezza di una nazione e le risorse dello Stato non sono infinite e vanno investite in modo produttivo ed efficiente a favore dell’impresa e dei lavoratori.
Le imprese per sopravvivere hanno bisogno di adattarsi in modo continuo alle condizioni del mercato. Infatti, le imprese che prevedono o sono in crisi (produzione superiore alla domanda, prodotti vecchi non richiesti, processi di produzione obsoleti) assumono molteplici decisioni: - cessazione dell’attività produttiva nel caso in cui non vi siano prospettive future; - l’abbandono programmato per intraprendere nuove e diverse attività che soddisfino i consumatori; - ristrutturazione; - innovazione dei prodotti; - creazione di nuovi settori; - nuovi processi di produzione; - innovazione tecnologica e altro. Una volta attuata la strategia decisa la base occupazionale dell’impresa si comprime ed i lavoratori escono dal mondo del lavoro. Mantenere il cordone ombelicale tra l’impresa che ha scarse prospettive di sviluppo ed i lavoratori non produce risultati né a favore dell’impresa né a favore dei lavoratori.
Occorre che l’impresa utilizzi tutte le leve gestionali inclusa quella della pianta organica (ampliamento e riduzione degli organici rispettivamente nei momenti di crescita e di decrescita) al fine di adattarsi alla domanda del mercato e non accumulare costi del personale non recuperabili. Alcuni esponenti dichiarano che questo è possibile per le imprese con le procedure previste dalla legge n. 223/91. Tale processo è lungo e l’impresa ha bisogno di tempi veloci e certi per migliorare la propria performance altrimenti perde quote di mercato e si avvantaggiano le imprese concorrenti.
Per tale motivo condivido la proposta del senatore Pietro Ichino diretta a modificare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nel senso di rendere possibile il licenziamento per motivi economici ed organizzativi. Nel progetto di Ichino è prevista la conferma dell’art. 18 nella parte che difende la libertà e la dignità dei lavoratori e la tutela contro i licenziamenti discriminatori e la sua applicazione ai lavoratori precari che al momento non hanno nessuna garanzia. La nuova tutela proposta da Ichino si applica ai nuovi assunti mentre i rapporti di lavoro già esistenti non vengono toccati. Chi parla di licenziamenti facili lo fa sapendo di mentire e per alimentare paure tra i lavoratori.
Per evitare effetti negativi sui lavoratori il progetto Flexisecurity prevede un sistema di ammortizzatori sociali moderni che non si limiti a sostenere in modo insufficiente il reddito dei lavoratori coinvolti nella crisi dell’azienda ma che comprenda altri tipi di servizi importanti finalizzati alla riqualificazione professionale ed alla rioccupazione delle persone licenziate.
Di solito vi sono lunghi periodi di cassa integrazione, vertenze aperte da anni, lavoratori che mantengono l’unica speranza di essere ricollocati nell’azienda di provenienza ed un fiume di denaro speso senza la prospettiva di ripresa dell’impresa in crisi o di reinserimento dei lavoratori nel mondo del lavoro. Attualmente vi sono 230 vertenze aperte al Ministero dello Sviluppo che interessano una pluralità di settori e circa 300mila posti di lavoro.
Il sistema degli ammortizzatori sociali applicati in Italia va cambiato per garantire una maggiore protezione ai lavoratori e per eliminare le spese che non hanno l’obiettivo principale di rioccupare i lavoratori. Questo cambiamento può essere realizzato con il progetto di Flexsecurty proposto da Pietro Ichino che prevede: sostegno per 3 anni (90% del salario al primo anno di disoccupazione, 80% al secondo anno e 70% al terzo anno); - innalzamento dell’importo della prestazione; - riqualificazione professionale; - servizi di outplacement; - partecipazione complementare delle imprese ai costi delle indennità; - finanziamento dei servizi di rioccupazione da parte delle regioni attraverso l’utilizzazione dei contributi del Fondo Sociale Europeo.
Gli ammortizzatori sociali devono rispondere all’obiettivo di rioccupare i lavoratori espulsi dal lavoro e di sostenere i lavoratori disoccupati con una prestazione adeguata al costo della vita. Va tenuto presente che la vita lavorativa delle persone è più lunga della vita dell’impresa e, quindi, si pone il problema della rioccupazione dei lavoratori licenziati.
L’economia italiana è caratterizzata da bassa produttività e bassi salari come se ci fosse un accordo tacito tra imprese e lavoratori, da un tasso di disoccupazione giovanile del 30,1%, da una disoccupazione generica dell’8,6%, da 2 milioni e mezzo di lavoratori precari, dai Neet che coprono il 24,2% dei giovani tra i 25 e i 30 anni che non lavorano né studiano e rappresentano un costo di circa 27 miliardi (1,7 del Pil) per la mancata partecipazione al mercato del lavoro.
Nel mondo del lavoro in Italia emergono discriminazioni e disuguaglianze che vengono di seguito indicate:
- L’apartheid fra protetti e non protetti. Alcuni provvedimenti legislativi hanno moltiplicato la tipologia dei contratti atipici (la Cgil ha contato 46 tipi di contratti ed il Ministero del Lavoro 36) ed il numero dei lavoratori che operano nell’impresa in modo precario. E’ un fenomeno globale che crea sperequazioni e diseguaglianze tra i lavoratori e ritarda la costruzione del futuro da parte delle nuove generazioni. Tale tipo di rapporto costa meno rispetto al lavoro dipendente e permette alle imprese di liberarsi di tali lavoratori allo scadere del contratto. Alcuni esponenti politici propongono di elevare il costo dei lavoratori atipici al fine di incentivare l’assunzione di lavoratori a tempo indeterminato. Il vantaggio delle imprese deriva dalla possibilità di licenziare o meglio di non rinnovare i contratti atipici e non dal basso costo del lavoro del contratto atipico. Infatti, negli ultimi tempi 500mila contratti atipici non sono stati rinnovati.
Il progetto flexsecurity prevede per i nuovi assunti la creazione di un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato nelle imprese con più di 15 lavoratori e l’introduzione del licenziamento per motivi economici ed organizzativi. Rimane inalterato la tutela contro i licenziamenti discriminatori Il progetto punta alla eliminazione di tutte le forme di contratto a tempo determinato (esclusi gli stagionali, le sostituzioni e pochi altri). Pietro Ichino con la sua proposta intende realizzare il superamento del dualismo nel mercato del lavoro tra garantiti e non.
Per affrontare tale grave problematica sociale sono stati presentati altri disegni di legge da parte di Paolo Nerozzi che si richiama al contratto unico di inserimento di Boeri-Garibaldi e Marianna Madia che promuove il contratto unico d’inserimento formativo.
Il contratto unico di inserimento proposto da Paolo Nerozzi e sottoscritto da Pietro Ichino, il quale ha contribuito alla stesura del progetto, si presta a realizzare una posizione unitaria sul lavoro da parte del PD così come hanno dichiarato Franco Marini e Pietro Ichino.
Il contratto unico di inserimento formativo di Marianna Madia (che è diventato per miracolo il disegno di Cesare Damiano) presenta dei problemi riguardo allo sgravio contributivo ed alla contribuzione figurativa nei confronti dell’Unione Europea che potrebbe non approvarlo o dell’importo della pensione dei lavoratori assunti con tale contratto se non viene tenuta in considerazione la parte di contribuzione soggetta a sgravio contributivo. Il contratto proposto da Madia assomiglia troppo al vecchio contratto di formazione e lavoro, abrogato nel 2003 dalla legge Biagi e contestato dall’Unione Europea.
- Il rapporto di lavoro dipendente regolare. Tutti i disegni di legge, presentati per riformare il mercato del lavoro, definiscono con qualche piccola differenza il lavoro dipendente considerando i seguenti fattori: - dipendenza economica; limite della retribuzione che varia tra i 30mila (Nerozzi) ed i 40mila euro (Ichino e Madia); monocommittenza nel senso che il lavoratore ricava il proprio reddito di lavoro per più di due terzi da un unico rapporto. Questa proposta di definizione del rapporto di lavoro dipendente è molto utile per differenziare il lavoro dipendente da altre forme di collaborazione da cui trae beneficio l’impresa e per porre termine al dualismo del lavoro ed a forme di contratti atipici che coprono nella sostanza rapporti di lavoro dipendente.
Personalmente condivido il progetto di Pietro Ichino che si presta a creare nuovi equilibri e cambiamenti positivi nel mondo del lavoro finalizzati ad eliminare diseguaglianze e discriminazioni correnti e costanti. Tale cambiamento non si ferma ai lavoratori ma coinvolge impresa, sindacato ed istituzioni, i quali devono espletare i loro compiti in modo nuovo e puntuale senza rimanere fermi a simboli e valori che vanno reinterpretati alla luce dei cambiamenti avvenuti nel pianeta. Mi rendo conto che non è facile questa missione e che bisogna oggi accontentarsi di avviare la locomotiva e creare nuove condizioni affinché il prossimo futuro sia più giusto ed adeguato per i lavoratori che hanno bisogno di nuove protezioni e prospettive non inferiori a quelle di oggi.
La locomotiva oggi può partire adottando i seguenti strumenti:
- Contratto unico d’inserimento di Paolo Nerozzi. Occorre rivedere il periodo di tre anni, forse troppo lungo;
- Ammortizzatori sociali secondo la proposta di Pietro Ichino;
- Sperimentazione del progetto Flexsecurity in qualche regione;
- Il tentativo di mediare tra la proposta di Nerozzi e di Madia rappresenta un esercizio sterile ed inutile in quanto le due proposte sono completamente diverse.
Non realizzare quanto proposto significa cambiare per non cambiare nulla, dimenticando la disperazione dei lavoratori precari che oggi sono ai margini del lavoro e fuori dal sindacato e dai partiti.

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sabato 7 gennaio 2012

Lavoro: PD verso una posizione unitaria!

La saggezza, l’esperienza ed il pragmatismo del senatore Franco Marini e la disponibilità e competenza di Pietro Ichino hanno contribuito a tracciare una road map unitaria nel PD sulla riforma del lavoro.
In questi ultimi due giorni la dirigenza del PD ha capito che occorre andare oltre i documenti approvati e adattarsi alle nuove esigenze che vengono dal mondo del lavoro.
Il documento sul lavoro del PD si basa su tre elementi: - Crescita economica. Indubbiamente la crescita allarga la base occupazionale del paese ma da sola non risolve nell’attuale sistema e con le regole attuali il problema della disoccupazione, del precariato e delle disuguaglianze tra i lavoratori (lavoratori a tempo indeterminato e precari). Occorre mutare il sistema con nuove regole perché quelle attuali producono distorsioni, sfruttamento e disuguaglianze; - Ampliamento delle tutele (malattia, ferie, maternità, indennità di disoccupazione ecc) a tutti i lavoratori (precari e non). E’ una misura giusta che però lascia i precari nel loro status; - Allineamento contributivo tra i lavoratori autonomi (compresi i precari) ed i lavoratori dipendenti. Alcuni affermano che il lavoro dei precari dovrebbe costare di più per scoraggiarne l’uso.  Pur realizzando questa misura i precari rimangono tali ed i buoni lavoratori autonomi (non falsi) subiscono una misura di adeguamento contributivo in un momento di difficoltà economica e finanziaria.  Pur  realizzando tale misura il lavoro precario rimane la scelta privilegiata per gli imprenditori in quanto possono senza problemi liberarsi facilmente dei lavoratori precari alla scadenza del contratto (risultano 500mila precari con contratto non rinnovato). 
Occorre prevedere una sola forma di lavoro – lavoro dipendente a tempo indeterminato-, mantenere in vita i contrati a termine per i soli casi di lavoro stagionale e per sostituzioni, definire il lavoro dipendente (dipendenza economica, limite della retribuzione, monocommittenza nel senso che il lavoratore trae il proprio reddito di lavoro per più di due terzi da un unico rapporto), stabilire forme di tutela per i lavoratori licenziati con una politica attiva del lavoro (sostegno del reddito, riqualificazione professionale, rioccupazione). I disegni di legge Ichino, Nerozzi e Madia prevedono tali requisiti con un limite di reddito diverso che varia tra i 30mila (Nerozzi) ed i 40mila euro (Ichino e Madia).
Franco Marini, conoscendo molto bene i problemi del lavoro e le difficoltà vissute dal PD, ha rilasciato due interviste con l’intento di mediare e realizzare delle prospettive unitarie nel PD tramite il contratto unico, promosso dal disegno di legge di Paolo Nerozzi che si ispira al progetto Boeri e Garibaldi.
Franco Marini dichiara, in una intervista a cura di Maria Zegarelli pubblicata su L’Unità il 20 dicembre 2011, che il problema non è l’articolo 18 e di condividere il disegno di legge del senatore Paolo Nerozzi.
“La divisione tra garantiti e non garantiti, dichiara Franco Marini in una intervista del 4 gennaio pubblicata su Europa il 4 gennaio 2012, è la questione sociale più grave oggi, una vera e propria questione nazionale. Un problema che si è acutizzato negli ultimi mesi ma che ha radici lontane. Il nostro mercato del lavoro ha visto proliferare quaranta forme diverse di contratti atipici, una frammentazione irrazionale. Chi l’ha costruita negli anni pensava che avrebbe potuto dare dinamicità ed efficienza al sistema, e invece si è trasformata in un modo per aggirare i rapporti di lavoro a tempo indeterminato. E oggi ci ritroviamo con più di 2 milioni e mezzo di lavoratori precari e più di 500mila giovani ai quali il contratto non è stato rinnovato: se a questi sommiamo il lavoro sommerso ci troviamo di fronte a un dualismo reale”.
Non bisogna dimenticare che Sergio Cofferati nella trasmissione del 17 dicembre 2011 di Telese e Porro su La7 ha dichiarato di apprezzare il progetto Boeri-Garibaldi ed espresso riserve sul periodo di tre anni durante il quale il neo assunto non dispone di piena tutela.
Pietro Ichino ha commentato l’intervista a Franco Marini su Europa il 6 gennaio 2012 dichiarando quanto segue: “Un anno e mezzo fa non soltanto firmai il disegno di legge Nerozzi (numero 2000/2010), sostanzialmente ispirato al progetto di contratto unico Boeri-Garibaldi, perché lo consideravo un passo avanti importante nella direzione giusta; ma diedi anche un contributo forse non secondario alla sua stesura tecnica. Considero dunque molto positivo il fatto che, a seguito dell’intervista di Franco Marini a Europa, martedì scorso, la direzione del Pd si orienti nel senso di un’apertura in questa direzione”.
Ichino considera “un ottimo compromesso una prima riforma modellata sul progetto Boeri-Garibaldi, accompagnata con l’apertura della possibilità di sperimentazione del modello flexsecurity sulla base di accordi aziendali, e/o di accordi-quadro regionali o provinciali. Il metodo della sperimentazione, del pragmatico try and go anglosassone, può essere il modo migliore per superare la vischiosità del dibattito politico-sindacale su questi temi molto caldi”.
Pietro Ichino individua due difetti nel progetto Boeri-Garibaldi: “Il primo è costituito da quella soglia dei tre anni, che rischia di diventare un nuovo “scalone” difficilmente superabile da parte dei new entrants, analogamente a quanto è accaduto in questi anni con il limite dei 36 mesi per i rinnovi dei contratti a termine. Inoltre il progetto Boeri-Garibaldi non affronta la questione della riforma degli ammortizzatori sociali: in una situazione nella quale le risorse pubbliche sono scarsissime, questo problema rischia dunque di rimanere irrisolto”.
Pierluigi Bersani, segretario del PD, ritiene molto utile l’intervento di Marini in vista dei negoziati con il governo (vedi Europa del 5 gennaio 2012): “L’idea di Marini può essere un buon punto di mediazione, soprattutto se va di pari passo con una incisiva riforma degli ammortizzatori sociali”.
La mediazione di Franco Marini e la posizione responsabile di Pietro Ichino creano delle nuove condizioni ed una prospettiva unitaria nel Partito Democratico.
Oggi leggendo l’Unità e le dichiarazioni di Fassina e Damiano tale prospettiva diventa nebulosa e confusa in quanto il primo dichiara che “non c’è niente da decidere, visto che il PD una posizione chiara già l’ha presa all’Assemblea nazionale di Roma del maggio 2010 ed alla Conferenza sul lavoro di Genova del giugno 2011 ed il secondo rilancia il disegno di legge di Marianna Madia (prima firmataria) sul contratto unico di inserimento formativo, di cui Cesare Damiano è il quinto firmatario. Alcuni giornali hanno creato confusione parlando del disegno di legge di Cesare Damiano che è quello presentato a prima firma da Marianna Madia.
La proposta di Marianna Madia presenta alcuni difetti rilevati da Pietro Ichino: “se, come sembra, il lungo periodo di sgravio contributivo previsto nel progetto di legge non è coperto da contribuzione figurativa, non rischia di derivarne un pregiudizio grave per l’entità della pensione di cui godranno domani i giovani assunti oggi in questa forma? E se invece quel periodo è coperto da contribuzione figurativa a carico dell’Erario, come potrà salvarsi la nuova disposizione dai fulmini dell’Unione Europea, che già hanno colpito a suo tempo il vecchio contratto di formazione e lavoro?”
Fassina dovrebbe capire che le posizioni dei partiti cambiano in rapporto alle condizioni politiche e sociali del tempo in cui vanno prese delle decisioni e non sono intoccabili ed inamovibili. Oggi vi è il Governo Monti che è impegnato a lanciare la crescita del paese riformando il mercato del lavoro, ieri vi era Berlusconi, il quale asseriva che le riforme non andavano fatte nei periodi di crisi.
Se il PD nutre delle riserve o delle paure rispetto al progetto di Flexsecurity, proposto da Pietro Ichino, ha il dovere di trovare una posizione unitaria di cambiamento del mercato del lavoro che risolva le diseguaglianze e le discriminazioni. Tale posizione oggi è rappresentata potenzialmente dal contratto unico di inserimento del senatore Paolo Nerozzi, il quale si ispira al progetto Boeri-Garibaldi, con possibili adattamenti ed integrazioni rispetto ai temi che non affronta: - Riforma degli ammortizzatori sociali; - Sperimentazione del progetto Flexsecurity in qualche regione.
Non rimane molto tempo per costruire una posizione unitaria e, quindi, occorre lo sforzo e l’impegno di tutto il PD senza discriminazioni ed individualismi per arrivare puntuali al confronto con il Governo e gli altri partiti in modo responsabile ed innovativo nell’interesse dell’Italia.

Contratto unico di inserimento
La proposta indica una prima fase di tre anni durante la quale il neoassunto non dispone della piena tutela dell’articolo 18 e nel caso di licenziamento non ha diritto al reintegro del posto di lavoro (fatti salvi i casi di licenziamento discriminatorio o per infondati motivi disciplinari) ma solo a un’indennità di licenziamento che cresce progressivamente con l’anzianità di servizio e varia da uno a sei mesi di stipendio. Trascorsi i tre anni e l’azienda decide di assumere il neoassunto a tempo indeterminato scatta la tutela dell’articolo 18. Il contratto definisce il lavoro dipendente e consente la possibilità di assumere con contratto a termine solo per importi superiori a 30mila euro.

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martedì 3 gennaio 2012

Lidia Riboli sostiene il progetto Flexsecurity

Intervento di Lidia Riboli, 29 dicembre 2011, pubblicato sul sito del senatore Pietro Ichino http://www.pietroichino.it/
Più di trent’anni fa ho raccolto con Democrazia Proletaria le firme per un referendum che richiedeva di eliminare l’esenzione per le piccole imprese dall’obbligo di reintegrare nel posto di lavoro i lavoratori che fossero stati licenziati senza giusta causa (con riconoscimento giudiziale a norma dell’articolo 18).
Mi sembrava giusto che non esistessero, a norma di legge, discriminazioni tra lavoratori di piccole e grandi imprese, per quanto riguarda le tutele da far valere.
Il referendum è stato poi ritenuto inammissibile. Molti anni dopo, nel 2003, è stato indetto da Rifondazione Comunista un referendum con un quesito simile, ma non è riuscito a raggiungere il quorum.
Come sappiamo, per superare quella che era ed è ritenuta un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, è stato varato prima il pacchetto Treu nel 1997, poi la legge trenta detta anche legge Biagi ecc.
Si è in questo modo contribuito a creare un doppio mercato del lavoro anche per le grandi aziende: il primo rigidamente garantito, il secondo privo di qualunque tutela (ma alla creazione di questo mercato ha contribuito soprattutto, dopo la legge Biagi, il ricorso facile da parte delle imprese all’ingaggio di lavoratori in posizione di sostanziale dipendenza, ma con partita Iva in modo da eludere l’intero diritto del lavoro).
Nell’ultimo anno il governo Berlusconi ha cercato di introdurre i patti in deroga (già inaugurati con un falso referendum collegato a un vero e proprio ricatto da Marchionne per la Fiat). Se accettati dalla maggioranza delle rappresentanze sindacali di una azienda, potevano sostituire qualsiasi norma di legge e quindi anche l’articolo 18.
É accaduto in sostanza qualcosa di simile a quello che è accaduto per l’equo canone: siccome i proprietari di casa avevano paura delle rigidità contrattuali previste, lasciavano piuttosto gli appartamenti vuoti o affittavano totalmente in nero. Non potendo modificare la legge, si evitava di applicare una legge.
In seguito la si è cominciata a svuotare dall’esterno con i patti in deroga, i contratti transitori ecc. Alla fine tutti i nuovi contratti venivano fatti fuori equo canone. La differenza è che anche gli equi canoni prima o poi andavano a scadere e ora in pratica non ce ne sono più, mentre i contratti a tempo indeterminato ci sono ancora. Però quando possono i datori di lavoro li aggirano ben volentieri.
Perciò sempre più vengono applicati contratti chiamati con formule di fantasia, che vorrebbero richiamare altro da quello che quasi sempre sono: normali rapporti di lavoro dipendente.
Così all’inizio sono nate le collaborazioni continuate, le partite iva, e di seguito i lavoratori interinali, i contratti a progetto, i lavoratori parasubordinati ecc.
I datori di lavoro si sono inventati tutta una serie di escamotages per riuscire a non assumere il personale in forma stabile: licenziamenti a scadenza dei periodi massimi di rinnovo, riassunzioni sotto altro nome, da ultimo cambio del personale. E questo è stato fatto pure dalle aziende pubbliche: così in occasione della crisi si è potuto dire che non erano stati effettuati licenziamenti, perchè in effetti tecnicamente i precari non hanno bisogno di essere licenziati: basta non rinnovare più il contratto, e così ancor più riguardo a tutte le forme di lavoro falsamente autonomo o parasubordinato.
Ora, di fronte a una situazione di questo genere, è moralistico e sostanzialmente inutile prendersela coi datori di lavoro: non solo applicano la legge, ma quelli che volessero non approfittarne troverebbero maggiori difficoltà a reggere la concorrenza, già così spietata in un periodo di crisi globale.
Sono già vari anni che sono profondamente convinta che per il superamento dell’attuale dualismo nel mercato del lavoro sia necessaria una parziale revisione o riduzione del campo di applicazione dell’articolo diciotto, ma purtroppo questo è un tabù duro a morire nella sinistra. Appena si affaccia una proposta che lo nomina, questa viene immediatamente respinta, prima di una qualunque analisi nel merito complessivo del provvedimento, che viene tacciato di costituire un semplice pretesto per nascondere l’obiettivo prioritario se non esclusivo di abolire proprio l’articolo in questione per avere la libertà di licenziare.
I sindacati si arroccano nella difesa dell’esistente, rappresentando ormai sempre una fetta minore di lavoratori dipendenti, e rinunciano di fatto (se non a vuote parole) a rappresentare una fetta che ora è di circa cinque milioni di lavoratori (senza contare quelli in nero), ma che tende sempre più ad aumentare in proporzione (se non in termini numerici, vista la crisi).
I giovani e non solo loro, diciamo i non ancora anziani, per la maggior parte resta priva di ogni garanzia e anche di tutele per il proprio futuro lavorativo e pensionistico.
Come si può pensare che non assumano atteggiamenti e ideologie tese ad esaltare una competitività sfrenata, come si può pensare che vogliano ancora iscriversi a un sindacato o andare a votare un partito?
Molti riconoscono la necessità di permettere per legge alcune forme contrattuali meno rigide e pensano di riuscire a limitarle disincentivandole economicamente.
Sicuramente rendere più oneroso sia l’esborso economico verso il salario diretto che verso forme più idonee di tutela previdenziale potrebbe valere per alcune forme di contratti precari, soprattutto se a tempo determinato per motivi realmente temporanei, ma potrebbe scoraggiare regolarizzazioni di alcune forme di collaborazione che risulterebbero troppo antieconomiche, e ancor più nuove assunzioni di giovani. In genere le leggi prevedono proprio degli sgravi per i nuovi assunti, per favorire le assunzioni, e sarebbe difficile prevedere che il nuovo assunto, anche se dopo l’apprendistato, debba essere assunto a tempo indeterminato o costare abbastanza di più. Ma poi in che misura attuata attraverso quali calcoli del rapporto rischi-benefici potrebbe essere considerato più conveniente per il singolo imprenditore assumere a tempo indeterminato?
E poi la selva di tipologie di contratti (almeno 24), temo possa consentire una certa opacità. Anche il nero potrebbe essere più facilmente occultato.
Sono state avanzate più ipotesi per un superamento in positivo dell’attuale dualismo. In particolare dagli economisti e giuslavoristi Tito Boeri e Pietro Ichino. Le due proposte si ispirano a una filosofia comune, ma divergono in alcuni punti molto rilevanti.
Sostanzialmente mi sembra preferibile quella di Ichino, che mi sembra offrire molte maggiori garanzie.
Ichino in sostanza propone di lasciare inalterati i contratti a tempo indeterminato attualmente vigenti, per non creare sconquasso nei lavoratori e tra i sindacati, e di formulare diversamente tutti i nuovi contratti.
Per prima cosa si definisce la nozione di lavoro dipendente in modo molto semplice, cosicché non ci sia bisogno di ispettori, avvocati e giudici per accertarne la sussistenza nel caso concreto: secondo la definizione proposta da Ichino, deve considerarsi dipendente il lavoratore che presti il proprio lavoro in modo continuativo, in condizione di monocommittenza (traendo cioè più di due terzi del proprio reddito di lavoro da un unico rapporto) e non superando il limite di retribuzione di 40.000 euro annui: tutti elementi, questi, che emergono direttamente dai tabulati dell’Inps o dell’Erario e non richiedono dunque – come invece le richiede la qualificazione della prestazione in termini di subordinazione o autonomia – complesse indagini e disquisizioni giuridiche per essere accertati. D’ora in poi, nel caso in cui il rapporto di lavoro rientri in questa nozione di “dipendenza”, sarà vietato ingaggiare il lavoratore nella forma del “collaboratore autonomo”, e tanto meno in quella del “lavoratore a partita Iva”: e tutti i lavoratori dipendenti devono essere inquadrati in un contratto di lavoro dipendente ordinario a tempo indeterminato (fatti salvi l’apprendistato e limitati casi specifici facilmente verificabili di contratto a termine, quali quelli dei lavoratori assunti per brevi periodi stagionali o in sostituzione temporanea di altri).
Tutti i lavoratori devono dunque essere assunti a tempo indeterminato (cioè senza necessità di vedersi rinnovato il contratto a ogni scadenza), e tutte le garanzie – ivi compresa quella contro le discriminazioni, per la quale si applicherà a tutti l’articolo 18, ma anche la tutela della malattia, i permessi e tutto il resto – devono partire da subito, ma nessuno deve essere inamovibile.
Solo per i primi sei mesi di prova è possibile essere licenziati senza un’indennità. In seguito scattano le garanzie che aumentano progressivamente. Il licenziamento deve essere considerato un’eccezione (e non la regola come in tutte le forme e tipologie dei contratti precari, al punto da non essere neanche considerato tale, ma divenire un’interruzione automatica cui può seguire eventualmente una riassunzione ma non è detto). Può essere attuato solo per motivi economici od organizzativi ed è del tutto escluso in forma o per motivi diversi, in qualsiasi modo arbitrari (in tal caso si applica a tutti l’articolo 18).
Si dice che il datore di lavoro potrebbe mascherare le reali motivazioni. Ma penso che occorra dare sostanzialmente fiducia alla magistratura del lavoro, che negli ultimi quarant’anni ha dato prova di affidabilità e sensibilità nella stragrande maggioranza dei casi, nella tutela dei lavoratori subordinati: in particolare, nell’applicazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, in materia di repressione della condotta antisindacale del datore di lavoro, ha dato prova di saper individuare le discriminazioni anche quando erano nascoste sotto i motivi più apparentemente neutri.
Quando poi malauguratamente dovesse avvenire il licenziamento il lavoratore dovrebbe essere risarcito con un’indennità pari a un mese di paga per ogni anno di anzianità lavorativa e inoltre l’azienda, se il rapporto di lavoro dura da almeno due anni, dovrebbe occuparsi di trovargli una ricollocazione esterna e a tal fine anche eventualmente di indurlo a frequentare corsi di formazione.
Più che di un obbligo si tratterebbe di una necessità per l’azienda di prendersi carico del lavoratore licenziato, in quanto tenuta a partecipare in quota crescente al trattamento speciale di disoccupazione, che dovrebbe corrispondere al 90% del salario per il primo anno, dell’80% nel secondo, del 70% nel terzo. Per il primo anno la quota a carico dell’impresa sarebbe solo del 10% (mentre il restante 8o% sarebbe a carico dell’Inps), per poi aumentare all’intero 80% nel secondo anno e 70% nel terzo: questo dovrebbe costituire un potente incentivo ad attivarsi nel primo anno per la ricollocazione effettiva del dipendente licenziato.
L’azienda dovrebbe attuare delle convenzioni private con le agenzie di formazione e ricollocamento. Se il lavoratore vuole beneficiare del trattamento economico, è tenuto a partecipare al programma di aggiornamento e ricollocazione. Ichino dice di essersi ispirato alle migliori esperienze di flexsecurity (flessibilità coniugata alla sicurezza), in particolare alla legislazione e alle pratiche vigenti in Danimarca. Solo dopo venti anni di rapporto di lavoro ininterrotto, torna ad applicarsi integralmente l’articolo 18.
Questa legge potrebbe essere applicata anche alle piccole aziende, con un contributo statale o regionale che copra il costo medio del contratto di ricollocazione dei lavoratori licenziati: in questo modo si supererebbe anche lo storico dualismo italiano fra grandi e piccole imprese.
La proposta di Tito Boeri, pur ispirata a una filosofia comune a quella di Ichino, si differenzia in alcuni punti di importanza tutt’altro che secondaria.
Per prima cosa il contratto unico non abolisce nessuno degli altri contratti di flessibilità (o meglio precarietà), ma li affianca. Anche in questo caso i contratti già in essere non vengono toccati. Il contratto unico di Boeri sostituisce solo per i nuovi assunti i contratti a tempo indeterminato.
Flessibilizza perciò per i primi tre anni i contratti a tempo indeterminato, senza incidere sul dualismo del mercato del lavoro.
Il periodo di prova, in cui è possibile il licenziamento svincolato da oneri, è di soli tre mesi. Per i successivi tre anni il trattamento economico successivo al licenziamento, sempre possibile per motivi organizzativi o economici, è doppio a quello previsto da Ichino, in quanto è pari a una mensilità per anno lavorato, ma non è previsto nessun altro onere aggiuntivo per il datore di lavoro, che non deve preoccuparsi del futuro del lavoratore a licenziamento avvenuto. Infatti il progetto non affronta il problema del sostegno economico e professionale al lavoratore che perde il posto. Sono solo auspicabili ammortizzatori sociali a carico dello Stato.
Dopo i tre anni il lavoratore a tempo determinato che non è stato licenziato automaticamente entra a beneficiare delle speciali tutele connesse all”articolo 18. Qui si può paventare il rischio che si determini lo stesso effetto-soglia che si sperimenta oggi con il termine di 36 mesi per il rinnovo dei contratti a termine: arrivato in prossimità del termine, il lavoratore viene lasciato a casa per evitare l’effetto della stabilizzazione da un giorno all’altro.
Alcuni esponenti del centrosinistra che respingono in toto il progetto di Ichino, sono tendenzialmente meno critici o addirittura benevoli verso la proposta Boeri. Il motivo principale è che dopo tre anni chi avesse la fortuna di riuscire ad essere assunto a tempo indeterminato ricadrebbe nell’articolo 18.
A mio avviso invece è ampiamente preferibile la proposta di Ichino. A parte le considerazioni sui diversi trattamenti economici conseguenti al licenziamento o al periodo successivo di disoccupazione, la proposta di Ichino ha il merito di prevedere il superamento di tutte le forme di precarietà previste in Italia dalle varie leggi succedutesi negli ultimi 15 anni, di cui la legge trenta è stata la punta massima e ha il coraggio di dire che solo con il superamento dell’articolo 18 (che verrebbe a valere solo quando dopo 20 anni il rapporto di lavoro fosse realmente consolidato) è possibile levare l’alibi della necessità di mantenere forme di precarietà contrattuale.
Mentre la proposta di Boeri a mio parere non risolve il problema della precarietà non solo perché non elimina i contratti che la sanciscono, ma anche perché non incoraggia a sufficienza i datori di lavoro ad assumere a tempo indeterminato, riproponendo l’operatività dell’articolo 18 dopo tre anni di lavoro ininterrotto (quindi molti sarebbero indotti a licenziare alla scadenza dei tre anni).
Tuttavia le obiezioni che si rivolgono al professor Ichino sulla difficoltà a imporre o anche solo a immaginare un ruolo delle imprese italiane simile a quello delle aziende danesi mi sembrano assolutamente fondate. E non tanto perché i “padroni” italiani sarebbero per natura più cattivi, quanto per la mancanza di altrettante opportunità di lavoro e di agenzie formative e di collocamento in grado di svolgere lo stesso compito. Occorrerebbe perciò – così credo – prevedere un ampliamento e una generalizzazione degli ammortizzatori sociali già in essere sotto vario titolo con una partecipazione delle imprese da definire. Sarebbero poi principalmente gli enti locali a doversi occupare della formazione e dell’offerta di informazioni e collegamenti relative a nuove collocazioni lavorative, o in ultima istanza, per lavoratori relativamente più anziani e/o difficilmente ricollocabili, ipotizzare lavori socialmente utili eventualmente anche part-time in attesa del pensionamento. È ovvio che una riforma delle pensioni del tipo di quella varata ultimamente aggrava solo i problemi, per lavoratori giovani e anziani, ma questo è un altro discorso che ora non voglio affrontare.
Del resto la necessità di ammortizzatori sociali non è minore oggi, quando principalmente la parte meno difesa (gran parte dei giovani e meno giovani assunti in forma precaria e i dipendenti di piccole imprese) può perdere il lavoro senza alcun sostegno, proprio per questo mi sembra necessario proporre in positivo una riforma complessiva invece di subire provvedimenti parziali o ulteriori deroghe che minano solo a scardinare ogni residua coesione tra i lavoratori derivante da una comunanza di interessi, mettendoli oggettivamente in competizione tra loro.
Senza contare che, applicandosi questo nuovo contratto solo ai nuovi assunti, non si produrrebbe nessun pericolo attuale di licenziamenti, ma solo effetti positivi relativi alla trasformazione dei contratti precari in contratti molto più stabili e tutelati. Il sistema poi col tempo potrebbe trovare un giusto equilibrio, o, se necessario, indurre a immaginare qualche aggiustamento.
Ho cercato di esporre il motivo principale per cui una proposta che abbia un impianto simile a quella di Ichino mi sembra non da doversi accettare obtorto collo, ma proprio da auspicare e da promuovere.
Occorre rendere la generalità dei lavoratori uguali di fronte a un’unico tipo di contratto.
Altrimenti l’esercito precario di riserva si ingrosserà sempre più, i lavoratori saranno di fatto sempre più divisi. I “precari” continueranno ad essere ipersfruttati e su di loro i datori di lavoro non avranno nessun interesse a investire in formazione, per cui difficilmente si specializzeranno in modo da poter vendere meglio la propria forza-lavoro.
I lavoratori a tempo indeterminato che, anche senza essere licenziati, comunque usciranno dal mercato del lavoro andando in pensione, saranno sempre più sostituiti da altri assunti con contratto a tempo determinato magari spacciato per “progetto” o falsamente autonomo, e la quota di lavoratori garantiti si assottiglierà sempre più.
Si dice che col contratto unico si stabilirebbe un’uguaglianza al ribasso. Non mi sembra un’obiezione fondata, perché il superamento della precarietà e della mancanza di tutele legali e contributive per la maggioranza dei dipendenti (veri o camuffati come spesso oggi sono), dovrebbe essere l’obiettivo principale. E comunque il modello di disciplina del nuovo contratto di lavoro dipendente cui il progetto di Ichino si ispira è quello dei Paesi scandinavi, che costituiscono per questo aspetto la punta più avanzata a livello mondiale.
Purtroppo si ingannano i giovani col miraggio del traguardo del posto tutelato dall’articolo 18, che prima o poi potrebbero avere. Così nel frattempo restano sprovvisti di qualunque diritto e protezione, nella giungla (o se si preferisce nel far west) della contrattualità “creativa” ( perversa un po’ come la finanza creativa).
Parlare a questo punto di lottare contro la precarietà resta un discorso velleitario, se non si hanno in mente e non si portano avanti progetti credibili che affrontino risolvendoli altrimenti i problemi che hanno portato (fungendo anche in qualche modo da pretesto ma non esclusivamente) ad autorizzarla per legge.
L’articolo 18, all’interno dello Statuto dei lavoratori, è nato nel ’70 per impedire essenzialmente forme di discriminazione individuali verso i lavoratori di una parte politica o che più si erano distinti nella promozione o nell’appoggio alle lotte in fabbrica, in un periodo di sostanziale espansione economica, in cui i motivi per licenziare non erano in genere economici.
Si dice che adesso, anche permanendo l’articolo 18, resterebbe sempre possibile il licenziamento per motivi economici, e che quello organizzativo è definito in modo troppo generico e pertanto potrebbe nascondere motivi arbitrari o discriminatori. Se così fosse, la proposta di Ichino non toglierebbe niente rispetto alla situazione attuale, bensì porterebbe soltanto maggiori tutele per chi oggi è escluso dall’area di applicazione dello Statuto dei lavoratori.
Ma in realtà non è così. Di fatto il motivo economico mi sembra però non possa essere invocato con qualche possibilità di superare la verifica giudiziale, salvo il caso di grave crisi aziendale, chiusura di interi reparti o settori in provata crisi. Mentre un’azienda che debba restare nel mercato e perciò fare i conti con la concorrenza, dovrebbe poter decidere, in caso di necessità, anche di ridurre di qualche numero i propri dipendenti e di riorganizzare diversamente il lavoro, o eventualmente di sostituire alcuni dipendenti con altri più idonei o diversamente qualificati, anche prima che i bilanci vadano in rosso.
I motivi discriminatori vanno poi sempre sanzionati da un giudice, i motivi arbitrari cosa significano? Sarebbero quelli dettati da un capriccio del datore di lavoro? O vanno ricompresi nei motivi discriminatori o vanno opportunamente scoraggiati per il loro costo economico. D’altra parte la convenienza di licenziare un lavoratore con anzianità di servizio a favore di un nuovo assunto sarebbe molto minore qualora la tipologia contrattuale fosse unitaria.
Quando un dipendente ricorre a un giudice, e questo ne ordina la reintegrazione dopo anni (e non la semplice riassunzione) con tutti gli oneri inerenti a carico del datore di lavoro, la ripresa del rapporto di lavoro difficilmente sarà soddisfacente per lo stesso dipendente, che potrebbe rientrare in un ambiente ostile, e costituirà un onere spesso pesante per il datore di lavoro.
Si dice che la vigenza dell’articolo 18, lungi dal proporre eccessivi ricorsi al giudice, fungerebbe oggi da deterrente al ricorso ai licenziamenti troppo facili. Il termine “licenziamenti facili” però non mi sembra adatto ad esplicarne i vari motivi reali. Fatta salva un’opportuna dose di deterrenza generica al licenziamento, data dal suo onere economico come prima indicato, ci sono casi in cui la convenienza o la necessità per il datore di lavoro di licenziare permane. A questo punto potrebbe avvenire un braccio di forza tra il “padrone” e il dipendente, senza esclusioni di colpi. Non di rado il primo è in grado di attuare un vero e proprio mobbing a danno del secondo, tali da indurlo a dimettersi, con pesantissime ripercussioni psicologiche ed esistenziali oltre che economiche e ancor più di queste ultime che peraltro sarebbero gravi e senza tutele.
In altri casi il datore di lavoro meno cinicamente spregiudicato può preferire un accordo economico, magari anche oneroso e sottobanco, la cui entità può derivare dalla resistenza al braccio di ferro dei due avversari. Non di rado ci potrebbe essere un mix di bastone e carota (trattamento simile a un mobbing difficilmente provabile insieme a un qualche genere di promessa di risarcimento in denaro), il tutto con l’obiettivo di riuscire a piegare la resistenza psicologica del lavoratore per imporre condizioni meno svantaggiose all’azienda.
In altri casi il datore di lavoro può rinunciare e cercare di far pagare il costo maggiore che gli deriva dal non potere licenziare e/o sostituire uno o più dipendenti in altro modo.
Di certo non sarà più invogliato ad assumere lavoratori a tempo indeterminato e opterà in seguito ad assumere nei modi più precari che le leggi gli consentono (e oggi lo fanno alla grande).
Tutto questo senza considerare le piccole aziende che ho completamente tralasciato di considerare fin qui. Se si può ipotizzare un licenziamento in qualche modo arbitrario, è più probabile che avvenga in una di queste (che in Italia costituiscono il 95%, anche se l’attuale crisi temo le stia riducendo rapidamente). È in queste infatti che il “padrone” conosce uno a uno i suoi dipendenti, e potrebbe più facilmente venirsi a istituire un feeling negativo al di là delle reali necessità aziendali. Inoltre i sindacati sono in queste molto meno presenti. Eppure nelle piccole aziende i lavoratori non sono tutelati per legge dall’articolo 18 e possono essere tranquillamente licenziati con un onere economico relativamente basso.
Si dice peraltro che non c’è la prova provata che le scarse dimensioni della quasi generalità delle aziende italiane derivi anche dalla necessità di evitare di incappare nell’articolo 18. Eppure qualche relazione sarebbe facilmente ipotizzabile, in quanto solo in Italia si verificano i due fenomeni, e perché si è verificato che, a parte le microimprese stabili, quelle in espansione spesso si sono fermate senza superarlo al limite dei 14-15 addetti. Altre volte prima di superarlo si sono scisse in più aziende, superando con vari e generalmente facili escamotages perfettamente legali i controlli previsti al riguardo. Altre volte aziende piccole e grandi hanno delegato ad altre microimprese attraverso esternalizzazioni o subappalti parte del lavoro. Anche volendo escludere che l’articolo 18 possa essere l’esclusiva causa di tutto questo, di sicuro ne costituisce un incentivo da non sottovalutare.
D’altra parte, tra piccole imprese e lavoratori precari e atipici, l’articolo 18 ormai si applica a sempre meno lavoratori, e in genere a quelli che meno ne avrebbero bisogno.
Si creerebbe più lavoro con l’istituzione di un contratto unico, tendenzialmente a tempo indeterminato per i nuovi assunti, che preveda al suo interno il superamento di ogni altra forma contrattuale precaria e vincolisticamente a tempo indeterminato?
Dato per scontato che il problema della creazione di nuovi posti di lavoro (preceduta dal mantenimento di quelli già in essere) è subordinato a una profonda trasformazione (se non di un vero e proprio capovolgimento) delle politiche nazionali ed europee a cui nella situazione odierna sono totalmente subordinate, per cui oggi nessuna legge di riforma sarebbe di per sé in grado di creare nuova occupazione, è certo che, secondariamente all’obiettivo primario di estendere e uniformare le tutele e i trattamenti salariali e pensionistici per tutti, anche gli investitori sarebbero incoraggiati, soprattutto quelli più seri che preferiscono avere a che fare con regole meno numerose e confuse ma più certe ed omogenee, anche se non sono gratis, e non cercano soltanto di approfittare di scappatoie ed escamotages per non rispettare diritti ed esigenze dei lavoratori, evitando i costi della loro tutela per poter così concorrere in condizioni di sleale vantaggio nel mercato globale.

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