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sabato 22 ottobre 2011
mercoledì 19 ottobre 2011
Decreto sviluppo senza scadenze
Tutte le categorie sociali da Confindustria alle Organizzazioni Sindacali e dai cattolici ai giovani senza futuro hanno abbandonato il Governo Berlusconi e richiesto un nuovo Governo più efficace in quanto non intravedono prospettive di sviluppo e di crescita per l’Italia.Il differenziale di rendimento tra titoli di Stato italiani e tedeschi a dieci anni si allarga a 382 punti.
L’incertezza politica e la bassa credibilità del Governo che ritarda a varare il decreto sullo sviluppo non aiutano il paese a migliorare gli indici dei titoli finanziari e dello spread Btp/Bund con gravi conseguenze sulla situazione finanziaria dell’Italia, la quale pagherà un costo maggiore per collocare i titoli nel mercato finanziario.
L'attuale incremento dello spread indica un premio maggiore chiesto sul debito italiano rispetto a quello tedesco e quindi una diminuzione della fiducia relativa sulla solvibilità dell’Italia a confronto del riferimento tedesco.
Gli effetti discutibili delle due manovre economiche approvate dal Governo Berlusconi rischiano di essere vanificate se l’andamento finanziario del paese peggiora.
Intanto Berlusconi dichiara che “i soldi non ci sono, stiamo cercando di inventarci qualcosa”.
L’urgenza di approvare il decreto sviluppo per accelerare la ricchezza del paese ed aumentare le risorse dello Stato da investire nelle riforme strutturali è svanita per l’incapacità del Governo di realizzare un circolo virtuoso a favore dei cittadini e delle imprese.
In un momento di emergenza economica le risorse dello Stato da destinare alla crescita possono essere ampliate ricorrendo ad una imposta sulle grandi ricchezze e attuando una lotta efficace all’evasione fiscale, la quale ammonta annualmente a circa 120 miliardi.
Altra misura importante è rappresentata dalla eliminazione del patto di stabilità per consentire alle autonomie locali di investire le risorse disponibili e creare commesse per le imprese e lavoro per i disoccupati.
Non è possibile che le manovre effettuate dal Governo Berlusconi vengano pagate sempre e comunque dal ceto medio che si impoverisce sempre di più e dalle classi più deboli e poiché tali categorie sono state spremute al massimo dalle precedenti manovre Berlusconi dichiara che non ci sono soldi per sottrarsi da misure che colpiscono chi possiede grandi ricchezze e patrimoni.
Questa situazione di stallo e di attesa inutile non aumenta le risorse dello Stato anzi le diminuiscono in quanto l’aumento della ricchezza del paese è bassa ( Pil 2011 0,8% e 2012 0,7%), non crea prospettive di lavoro per i giovani, per le donne e per i precari che non possono costruire il loro futuro e rende impossibile l’uscita dal tunnel dei sacrifici da parte di coloro che vivono gli effetti sociali della crisi.
Elsa Fornesari, economista torinese, afferma che “quando le cose vanno male, la prima cosa da fare è fare meglio ciò che è di propria responsabilità”. Chi insegna deve insegnare meglio, chi fa ricerca fare ricerca meglio, chi lavora essere più produttivo, chi fa politica …… fare politica meglio”. In definitiva ognuno deve dare il meglio di se stesso con responsabilità.
In tre anni e mezzo di governo Berlusconi il paese non ha ricevuto il meglio dall’azione governativa per incapacità, per una visione superata dell’economia di mercato, per interessi elettorali e per interessi personali del premier che hanno calpestato le regole di convivenza civile e ristretto gli spazi di democrazia.
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L’urgenza di approvare il decreto sviluppo per accelerare la ricchezza del paese ed aumentare le risorse dello Stato da investire nelle riforme strutturali è svanita per l’incapacità del Governo di realizzare un circolo virtuoso a favore dei cittadini e delle imprese.
In un momento di emergenza economica le risorse dello Stato da destinare alla crescita possono essere ampliate ricorrendo ad una imposta sulle grandi ricchezze e attuando una lotta efficace all’evasione fiscale, la quale ammonta annualmente a circa 120 miliardi.
Altra misura importante è rappresentata dalla eliminazione del patto di stabilità per consentire alle autonomie locali di investire le risorse disponibili e creare commesse per le imprese e lavoro per i disoccupati.
Non è possibile che le manovre effettuate dal Governo Berlusconi vengano pagate sempre e comunque dal ceto medio che si impoverisce sempre di più e dalle classi più deboli e poiché tali categorie sono state spremute al massimo dalle precedenti manovre Berlusconi dichiara che non ci sono soldi per sottrarsi da misure che colpiscono chi possiede grandi ricchezze e patrimoni.
Questa situazione di stallo e di attesa inutile non aumenta le risorse dello Stato anzi le diminuiscono in quanto l’aumento della ricchezza del paese è bassa ( Pil 2011 0,8% e 2012 0,7%), non crea prospettive di lavoro per i giovani, per le donne e per i precari che non possono costruire il loro futuro e rende impossibile l’uscita dal tunnel dei sacrifici da parte di coloro che vivono gli effetti sociali della crisi.
Elsa Fornesari, economista torinese, afferma che “quando le cose vanno male, la prima cosa da fare è fare meglio ciò che è di propria responsabilità”. Chi insegna deve insegnare meglio, chi fa ricerca fare ricerca meglio, chi lavora essere più produttivo, chi fa politica …… fare politica meglio”. In definitiva ognuno deve dare il meglio di se stesso con responsabilità.
In tre anni e mezzo di governo Berlusconi il paese non ha ricevuto il meglio dall’azione governativa per incapacità, per una visione superata dell’economia di mercato, per interessi elettorali e per interessi personali del premier che hanno calpestato le regole di convivenza civile e ristretto gli spazi di democrazia.
lunedì 17 ottobre 2011
La povertà aumenta in Italia
Oggi è stato presentato il rapporto Rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale in Italia a cura della Caritas e della Fondazione Zancan.Dal rapporto emerge che nel 2010 erano povere 8 milioni e 272 mila persone (13,8%), contro i 7,810 milioni del 2009 (13,1%). Secondo i dati Istat (2011) il 2010 ha registrato un lieve incremento nel numero di famiglie in condizioni di povertà: si è passati da 2,657 milioni (10,8%) a 2,734 milioni (11%).
Nel 2010 la povertà relativa è aumentata, rispetto all’anno precedente, tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9 al 29,9%), tra le famiglie monogenitoriali (dall’11,8 al 14,1%), tra i nuclei residenti nel Mezzogiorno con tre o più figli minori (dal 36,7 al 47,3%) e tra le famiglie di ritirati dal lavoro in cui almeno un componente non ha mai lavorato e non cerca lavoro (dal 13,7 al 17,1%). Ma la povertà è aumentata anche tra le famiglie che hanno come persona di riferimento un lavoratore autonomo (dal 6,2 al 7,8%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8 al 5,6%). Per queste ultime è aumentata anche la povertà assoluta, passando dall’1,7 al 2,1%.
Le condizioni dei giovani sono allarmanti in quanto non hanno la possibilità di costruire il proprio futuro. I seguenti dati fotografano la realtà sociale dei giovani:
- il tasso di disoccupazione giovanile ha toccato il picco del 27,8% (+ 2,4% rispetto al 2009);
- l’occupazione giovanile è calata del 5,3% nel 2010;
- sono pari al 30% del totale i giovani disoccupati sotto i 25 anni in cerca di lavoro; nel Sud raggiungono una percentuale superiore al 50%;
- un giovane su quattro, tra i 25 e i 29 anni, non ha ancora avuto una prima esperienza lavorativa;
- nel 2009, in Italia, la quota di giovani Neet (Not in Education, Employment or Training), erano poco più di 2,1 milioni (+6,8% rispetto al 2008);
- in Italia, l’incidenza percentuale dei Neet sul totale dei giovani è pari al 20,5%, superiore alla media europea (14,7%);
Il rapporto sottolinea che i poveri non hanno il diritto di sperare in una vita migliore e di sapere che è possibile uscire dalla povertà. Le azioni dello stato a favore dei poveri sono una benevolenza, una concessione, una cura di mantenimento per povertà di lungo periodo da cui non facile uscire.
Questo aspetto nega i diritti fondamentali tra cui si indicano i seguenti:
- Il diritto alla famiglia. La povertà colpisce con particolare violenza le famiglie numerose, con più di due figli. Senza un adeguato sostegno, le famiglie non saranno incentivate a fare figli e le riper‐cussioni a livello demografico saranno pesanti. Tuttavia, nel bilancio di previsione dello stato per gli anni 2010‐2013, il Fondo per le politiche della famiglia registra i seguenti decrementi: 185,3 mi‐lioni di euro nel 2010, 51,5 milioni nel 2011, 52,5 milioni nel 2010 e 31,4 milioni nel 2013.
- Il diritto al lavoro. In Italia, i cittadini tra i 15 e i 64 anni con un lavoro regolarmente retribuito so‐no quasi 22 milioni e 900 mila, il 56,9% dei cittadini. La percentuale è tra le più basse dell’Occidente. Ci sono poi tre categorie particolarmente vulnerabili: i giovani (l’occupazione è crollata dell’8% nel 2009 e del 5,3% nel 2010); le donne (in Italia lavora solo il 47%); le persone di‐sabili (nel 2008 hanno fatto domanda di assunzione 99.515 disabili e nel 2009 83.148, ma gli av‐viamenti effettivi al lavoro sono stati rispettivamente 28.306 e 20.830).
- Il diritto al futuro per i giovani: I giovani che hanno iniziato a lavorare a metà degli anni Novanta matureranno verso il 2035 una pensione analoga a quella degli attuali pensionati con il minimo Inps, ossia di 500 euro. Sono i poveri relativi di oggi e i poveri assoluti di domani.
Il rapporto specifica che le politiche governative adottate si sono dimostrate fallimentari perché non sono riuscite ad incidere sul fenomeno povertà ed indica alcune strade da percorrere:
- Recuperare i crediti di solidarietà (basati sull’erogazione di finanziamenti a favore di persone che si impe‐gnano effettivamente in progetti di sviluppo locale) destinandoli in via prioritaria a occupazione di welfare a servizio dei poveri. I fallimenti dei trasferimenti monetari senza responsabilizzazione sono la principale ragione per mettere in discussione le politiche di ieri e di oggi di lotta alla povertà, basate su «misure» standardizzate, di tipo burocratico, che non guardano l'effettiva condizione delle persone, ma solo alle carte;
- Incrementare il rendimento della spesa sociale e la professionalizzazione dell’aiuto. Ad oggi, gli oltre 100 miliardi di euro di raccolta fiscale destinati ai servizi sanitari sono trasformati in centinaia di migliaia di posti di lavoro. Se questo criterio fosse applicato alla spesa per servizi sociali, si potrebbe ipotizzare un risultato occupazionale di circa altrettante migliaia di posti attivabili per lavori di cura e infrastrutture di welfare. Molte donne con figli e molti giovani uscirebbero dalla disoccupazione e dalla povertà lavorando a servizio degli altri.
- Investire i 17-18 miliardi di euro, oggi destinati a indennità di accompagnamento e assegni al nucleo familiare, in lavoro di servizio, garantendo ai beneficiari un rendimento ben superiore a quello attuale (il trasferimento economico gravato da oneri amministrativi), misurabile in termini di riduzione dei tassi di povertà, di isolamento sociale e disoccupazione.
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- l’occupazione giovanile è calata del 5,3% nel 2010;
- sono pari al 30% del totale i giovani disoccupati sotto i 25 anni in cerca di lavoro; nel Sud raggiungono una percentuale superiore al 50%;
- un giovane su quattro, tra i 25 e i 29 anni, non ha ancora avuto una prima esperienza lavorativa;
- nel 2009, in Italia, la quota di giovani Neet (Not in Education, Employment or Training), erano poco più di 2,1 milioni (+6,8% rispetto al 2008);
- in Italia, l’incidenza percentuale dei Neet sul totale dei giovani è pari al 20,5%, superiore alla media europea (14,7%);
Il rapporto sottolinea che i poveri non hanno il diritto di sperare in una vita migliore e di sapere che è possibile uscire dalla povertà. Le azioni dello stato a favore dei poveri sono una benevolenza, una concessione, una cura di mantenimento per povertà di lungo periodo da cui non facile uscire.
Questo aspetto nega i diritti fondamentali tra cui si indicano i seguenti:
- Il diritto alla famiglia. La povertà colpisce con particolare violenza le famiglie numerose, con più di due figli. Senza un adeguato sostegno, le famiglie non saranno incentivate a fare figli e le riper‐cussioni a livello demografico saranno pesanti. Tuttavia, nel bilancio di previsione dello stato per gli anni 2010‐2013, il Fondo per le politiche della famiglia registra i seguenti decrementi: 185,3 mi‐lioni di euro nel 2010, 51,5 milioni nel 2011, 52,5 milioni nel 2010 e 31,4 milioni nel 2013.
- Il diritto al lavoro. In Italia, i cittadini tra i 15 e i 64 anni con un lavoro regolarmente retribuito so‐no quasi 22 milioni e 900 mila, il 56,9% dei cittadini. La percentuale è tra le più basse dell’Occidente. Ci sono poi tre categorie particolarmente vulnerabili: i giovani (l’occupazione è crollata dell’8% nel 2009 e del 5,3% nel 2010); le donne (in Italia lavora solo il 47%); le persone di‐sabili (nel 2008 hanno fatto domanda di assunzione 99.515 disabili e nel 2009 83.148, ma gli av‐viamenti effettivi al lavoro sono stati rispettivamente 28.306 e 20.830).
- Il diritto al futuro per i giovani: I giovani che hanno iniziato a lavorare a metà degli anni Novanta matureranno verso il 2035 una pensione analoga a quella degli attuali pensionati con il minimo Inps, ossia di 500 euro. Sono i poveri relativi di oggi e i poveri assoluti di domani.
Il rapporto specifica che le politiche governative adottate si sono dimostrate fallimentari perché non sono riuscite ad incidere sul fenomeno povertà ed indica alcune strade da percorrere:
- Recuperare i crediti di solidarietà (basati sull’erogazione di finanziamenti a favore di persone che si impe‐gnano effettivamente in progetti di sviluppo locale) destinandoli in via prioritaria a occupazione di welfare a servizio dei poveri. I fallimenti dei trasferimenti monetari senza responsabilizzazione sono la principale ragione per mettere in discussione le politiche di ieri e di oggi di lotta alla povertà, basate su «misure» standardizzate, di tipo burocratico, che non guardano l'effettiva condizione delle persone, ma solo alle carte;
- Incrementare il rendimento della spesa sociale e la professionalizzazione dell’aiuto. Ad oggi, gli oltre 100 miliardi di euro di raccolta fiscale destinati ai servizi sanitari sono trasformati in centinaia di migliaia di posti di lavoro. Se questo criterio fosse applicato alla spesa per servizi sociali, si potrebbe ipotizzare un risultato occupazionale di circa altrettante migliaia di posti attivabili per lavori di cura e infrastrutture di welfare. Molte donne con figli e molti giovani uscirebbero dalla disoccupazione e dalla povertà lavorando a servizio degli altri.
- Investire i 17-18 miliardi di euro, oggi destinati a indennità di accompagnamento e assegni al nucleo familiare, in lavoro di servizio, garantendo ai beneficiari un rendimento ben superiore a quello attuale (il trasferimento economico gravato da oneri amministrativi), misurabile in termini di riduzione dei tassi di povertà, di isolamento sociale e disoccupazione.
domenica 16 ottobre 2011
Crescere con i giovani
Volete costruire un’azienda di successo? Assumete giovani ben preparati. Perché giovani? Semplice: perché sono più svegli». Con la sua solita schiettezza Mark Zuckerberg si rivolse così, pochi mesi fa, ad una platea di imprenditori riunitasi all’Università di Stanford. I giovani sanno destreggiarsi con le tecnologie, non hanno bisogno di ricorrere sempre ai manuali d’istruzione, sanno risolvere da soli un sacco di cose, imparano alla svelta e hanno voglia e curiosità di farlo. E poi hanno vite più semplici, di solito non posseggono automobili, case o famiglie e possono concentrarsi sulle grandi idee, i progetti veramente interessanti e di lungo periodo. Insomma: competenze, entusiasmo, voglia di imparare e orizzonti lunghi. Ovvero tutto quello di cui avrebbe bisogno l’Italia e a cui invece rinuncia lasciando a casa milioni di giovani.
E’ questo quello che anche Mario Draghi ci ha ricordato ieri. Ribaltando il paradigma di senso comune secondo cui «non c’è lavoro per i giovani perché non c’è crescita», Draghi ha sottolineato che la relazione causale tra occupazione giovanile e crescita va anche in direzione opposta: più emarginiamo i giovani e meno crescita avremo. Perché con loro teniamo fuori dal sistema produttivo un gran potenziale di innovazione, di energie e competenze.
Ma quanto pesa questa emarginazione sulla nostra economia? Uno studio condotto dall’Istituto per la Competitività (iCom) e presentato la settimana scorsa a Roma stima che la disoccupazione giovanile (sotto i trenta anni) fa mancare oltre 5 miliardi di euro all’anno in termini di redditi netti. E se includiamo anche tutti quelli che non figurano nelle liste di disoccupazione ma che comunque non fanno niente (i cosiddetti Neet: non occupati né impegnati in alcun piano di studio o formazione), il reddito a cui rinuncia l’Italia sale a circa 23 miliardi l’anno. Riuscire a trovare un lavoro per questi giovani dovrebbe essere, quindi, la grande priorità dell’Italia.
Ma è sufficiente inventarsi qualche posto di lavoro in più, magari siglando accordi sindacali con ministeri o altri enti per allungare qualche lista d’assunzione o sbloccare qualche concorso, per poter sprigionare questo potenziale di crescita e innovazione? No.
Provvedimenti di questo genere possono servire ad aumentare in parte l’impatto sul monte stipendi con qualche ripercussione sui consumi. Ma non garantiscono quella valorizzazione delle competenze, dell’energia, del potenziale innovativo di cui parlava Draghi. Non è cercando di replicare all’infinito il modello economico e sociale su cui ci siamo basati fino ad oggi che valorizzeremo fino in fondo le nuove generazioni. Per poterlo fare dovremo ripensare e ridisegnare molti aspetti del nostro sistema economico e sociale. Non a caso Draghi ha parlato di «riforme strutturali». Cosa significa? Significa mettere mano al funzionamento del mercato del lavoro, a quello degli ammortizzatori sociali, e anche a quello dell’istruzione, della formazione, della cultura. Tutte cose che, in questi ultimi 15 anni, non hanno saputo o voluto fare né i governi di destra né quelli di sinistra, che invocavano o tagli o allargamenti dei sistemi di protezione, lavoro e formazione, ma non un loro ridisegno organico. E invece è quello il nodo che prima o poi dovremo affrontare. Perché se Paesi come la Germania, l’Olanda o la Danimarca hanno tassi di disoccupazione giovanile che sono un terzo o un quarto del nostro è anche perché hanno sistemi di formazione e servizi sociali più radicati, che coinvolgono scuole, amministrazioni pubbliche e aziende, nel tentativo non solo di offrire delle opportunità, ma di fornire a tutti le capacità per poterle cogliere. I giovani, per quanto bravi e svegli possano essere, non nascono né scienziati né imprenditori: hanno bisogno di competenze, di sviluppare capacità critiche e di padroneggiare i linguaggi del futuro, non solo l’inglese o l’economia, ma anche i linguaggi delle nuove tecnologie e di programmazione. Per non parlare poi delle competenze relazionali e imprenditoriali, sapersi muovere in contesti diversi ed internazionali. E tutte queste capacità non si trasmettono ripristinando il 7 in condotta, le pagelle numeriche alle elementari o le classi senza stranieri.
Né continuando a trattare i giovani con compiaciuto paternalismo come fanno tanti politici, sindacalisti e anche tanti «buoni padri di famiglia». Persone che, mentre mostrano tanto accorato dispiacimento per i giovani che non avranno casa né pensioni, o che non riescono ad aprire uno studio o una farmacia, restano però aggrappati con le unghie e con i denti alle proprie piccole grandi protezioni, che siano vitalizi o pensioni prese a 40 anni, professioni super protette o studi e aziende che stanno in piedi grazie a stagisti, precari o clandestini che lavorano fuori da ogni regola. E se da un lato elogiano gli appelli di Draghi o Napolitano, dall’altro fanno pressioni sui loro rappresentanti perché nulla cambi. Non è così che risolleveremo il nostro Paese.
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Ma è sufficiente inventarsi qualche posto di lavoro in più, magari siglando accordi sindacali con ministeri o altri enti per allungare qualche lista d’assunzione o sbloccare qualche concorso, per poter sprigionare questo potenziale di crescita e innovazione? No.
Provvedimenti di questo genere possono servire ad aumentare in parte l’impatto sul monte stipendi con qualche ripercussione sui consumi. Ma non garantiscono quella valorizzazione delle competenze, dell’energia, del potenziale innovativo di cui parlava Draghi. Non è cercando di replicare all’infinito il modello economico e sociale su cui ci siamo basati fino ad oggi che valorizzeremo fino in fondo le nuove generazioni. Per poterlo fare dovremo ripensare e ridisegnare molti aspetti del nostro sistema economico e sociale. Non a caso Draghi ha parlato di «riforme strutturali». Cosa significa? Significa mettere mano al funzionamento del mercato del lavoro, a quello degli ammortizzatori sociali, e anche a quello dell’istruzione, della formazione, della cultura. Tutte cose che, in questi ultimi 15 anni, non hanno saputo o voluto fare né i governi di destra né quelli di sinistra, che invocavano o tagli o allargamenti dei sistemi di protezione, lavoro e formazione, ma non un loro ridisegno organico. E invece è quello il nodo che prima o poi dovremo affrontare. Perché se Paesi come la Germania, l’Olanda o la Danimarca hanno tassi di disoccupazione giovanile che sono un terzo o un quarto del nostro è anche perché hanno sistemi di formazione e servizi sociali più radicati, che coinvolgono scuole, amministrazioni pubbliche e aziende, nel tentativo non solo di offrire delle opportunità, ma di fornire a tutti le capacità per poterle cogliere. I giovani, per quanto bravi e svegli possano essere, non nascono né scienziati né imprenditori: hanno bisogno di competenze, di sviluppare capacità critiche e di padroneggiare i linguaggi del futuro, non solo l’inglese o l’economia, ma anche i linguaggi delle nuove tecnologie e di programmazione. Per non parlare poi delle competenze relazionali e imprenditoriali, sapersi muovere in contesti diversi ed internazionali. E tutte queste capacità non si trasmettono ripristinando il 7 in condotta, le pagelle numeriche alle elementari o le classi senza stranieri.
Né continuando a trattare i giovani con compiaciuto paternalismo come fanno tanti politici, sindacalisti e anche tanti «buoni padri di famiglia». Persone che, mentre mostrano tanto accorato dispiacimento per i giovani che non avranno casa né pensioni, o che non riescono ad aprire uno studio o una farmacia, restano però aggrappati con le unghie e con i denti alle proprie piccole grandi protezioni, che siano vitalizi o pensioni prese a 40 anni, professioni super protette o studi e aziende che stanno in piedi grazie a stagisti, precari o clandestini che lavorano fuori da ogni regola. E se da un lato elogiano gli appelli di Draghi o Napolitano, dall’altro fanno pressioni sui loro rappresentanti perché nulla cambi. Non è così che risolleveremo il nostro Paese.
giovedì 13 ottobre 2011
La crescita che non c’è
Finalmente la crescita è diventata un tema importante anche in Italia: si è capito che abbattere il debito con l'austerità fiscale non basta in un'economia in cui lavorano poche (sempre meno) persone perché la produttività è ferma da anni. Il governo prepara quindi l'ennesimo piano per la crescita, ma anche questo piano rischia di fare la fine dei precedenti: l'idea di tagliare le tasse è giusta, però le misure in discussione per finanziarla sono inadeguate o di difficile attuazione. Non è chiaro come la spending review abbasserà la spesa pubblica; la patrimoniale «mini» da pagare ogni anno per ridurre il debito (una specie di Ici) ha un impatto ridotto, mentre quella «maxi» da 300-400 miliardi da versare una tantum per ridurre il debito non si sa come farla (come si fa a tassare le prime case?). L'innalzamento dell'età pensionabile porterebbe indubbi vantaggi sulla spesa e sarebbe più facile da realizzare, ma il beneficio maggiore — fare lavorare più persone — non si coglie se non si fanno altre riforme, ad esempio quella sul mercato del lavoro (fortemente in discussione, come dimostra l'uscita di Fiat dalla Confindustria).
Anche la seconda leva, la riduzione dello Stato nell'economia attraverso il rilancio delle liberalizzazioni, le semplificazioni normative e il piano di privatizzazioni rischia di essere di difficile attuazione, come insegnano le esperienze passate. Le liberalizzazioni sono state sempre bloccate dalle numerose lobby e le semplificazioni hanno un impatto marginale. Riguardo poi alle privatizzazioni, alcuni beni dello Stato sono vendibili ma la cessione genererebbe costi e perdita di reddito (vedi aziende di Stato e immobili), altri sono oggetto di forti opposizioni. La realtà è che è pura utopia pensare di fare ripartire la crescita di un'economia ferma da 10 (20) anni con una «manovra» di politica economica. L'economia è fatta di imprese e la nostra è ferma per una ragione ben precisa: è composta solamente di piccole imprese che non riescono a crescere. Il nostro Paese non ha il monopolio delle piccole imprese (in Germania ce ne sono due milioni contro un milione e mezzo da noi), semplicemente da noi mancano le medie e le grandi.
Qual è il problema delle nostre piccole imprese che non crescono? Il gap di 50% di produttività che hanno accumulato in tutti questi anni per il loro basso tasso di innovazione e gli alti costi perché non hanno investito in capitale umano, tecnologia e marketing. I piccoli costruttori costruiscono immobili di cattiva qualità e brutti. I piccoli mobilieri non diventano Ikea. Gli alberghi famigliari non creano né Starwood né NH Hotels. I piccoli commercianti e ristoratori non creano formati innovativi, eccetera. Eppure in Italia queste piccole imprese che non crescono e non creano lavoro e Pil sono protette e spesso incentivate a restare piccole. Per esempio, l'articolo 18 consente di licenziare il personale solo se si hanno meno di 15 dipendenti e i professionisti (ingegneri, architetti e geometri) sono protetti dalla concorrenza dei grandi studi professionali dalla normativa che obbliga alla firma individuale dei progetti. Da sempre esiste purtroppo una cronica mancanza di cultura della crescita che perdona e privilegia il «piccolo», che si tratti di imprese o individui e famiglie da proteggere dal «big business». Il «sommerso» italiano è visto con simpatia e quindi lo Stato cerca di recuperare la gigantesca evasione combattendo i «grandi evasori» (chi evade più di 3 milioni l'anno secondo la recente definizione della Confindustria, ma sono poche centinaia di aziende) e i grandi «elusori» (le multinazionali).
Ma il grosso, purtroppo, è altrove: nelle centinaia di migliaia di piccole imprese (commercianti, artigiani, agenzie di viaggio, professionisti, medici, laboratori, ristoratori, albergatori) che sopravvivono solo perché evadono il fisco che le tollera proprio perché «se non evadono chiudono». Secondo i loro difensori, se queste imprese chiudono si perdono i consumi di chi ci lavora e quindi il Pil ne soffrirebbe; dimenticano che se l'attività delle imprese poco produttive che chiudono è assorbita da altre che vogliono crescere grazie alla produttività, il sistema economico complessivo ci guadagna. È proprio qui l'enorme barriera culturale: la crescita dell'economia italiana non «la fa il Paese tutto assieme»; migliaia di piccole imprese devono crescere, essere acquisite dalle grandi o chiudere, e i figli che lavorano nelle aziende dei padri debbono diventare impiegati di imprese più grandi o cambiare mestiere. Creare una cultura di crescita richiederà un enorme cambiamento di mentalità, politici coraggiosi e, comunque, molto tempo. Innanzitutto sono necessarie quelle meta-riforme che non necessitano di grandi cambiamenti culturali tipo una seria flexsecurity sul lavoro e una riforma robusta della giustizia civile che oggi ha i tempi di quella del Gabon. Ma poi sarà necessaria una trasformazione radicale del mondo delle nostre imprese grazie alla nascita di una nuova cultura basata sul rispetto delle regole. E per tutto ciò ci vorrà ben altro che l'ennesima affannata manovra di politica economica.
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Qual è il problema delle nostre piccole imprese che non crescono? Il gap di 50% di produttività che hanno accumulato in tutti questi anni per il loro basso tasso di innovazione e gli alti costi perché non hanno investito in capitale umano, tecnologia e marketing. I piccoli costruttori costruiscono immobili di cattiva qualità e brutti. I piccoli mobilieri non diventano Ikea. Gli alberghi famigliari non creano né Starwood né NH Hotels. I piccoli commercianti e ristoratori non creano formati innovativi, eccetera. Eppure in Italia queste piccole imprese che non crescono e non creano lavoro e Pil sono protette e spesso incentivate a restare piccole. Per esempio, l'articolo 18 consente di licenziare il personale solo se si hanno meno di 15 dipendenti e i professionisti (ingegneri, architetti e geometri) sono protetti dalla concorrenza dei grandi studi professionali dalla normativa che obbliga alla firma individuale dei progetti. Da sempre esiste purtroppo una cronica mancanza di cultura della crescita che perdona e privilegia il «piccolo», che si tratti di imprese o individui e famiglie da proteggere dal «big business». Il «sommerso» italiano è visto con simpatia e quindi lo Stato cerca di recuperare la gigantesca evasione combattendo i «grandi evasori» (chi evade più di 3 milioni l'anno secondo la recente definizione della Confindustria, ma sono poche centinaia di aziende) e i grandi «elusori» (le multinazionali).
Ma il grosso, purtroppo, è altrove: nelle centinaia di migliaia di piccole imprese (commercianti, artigiani, agenzie di viaggio, professionisti, medici, laboratori, ristoratori, albergatori) che sopravvivono solo perché evadono il fisco che le tollera proprio perché «se non evadono chiudono». Secondo i loro difensori, se queste imprese chiudono si perdono i consumi di chi ci lavora e quindi il Pil ne soffrirebbe; dimenticano che se l'attività delle imprese poco produttive che chiudono è assorbita da altre che vogliono crescere grazie alla produttività, il sistema economico complessivo ci guadagna. È proprio qui l'enorme barriera culturale: la crescita dell'economia italiana non «la fa il Paese tutto assieme»; migliaia di piccole imprese devono crescere, essere acquisite dalle grandi o chiudere, e i figli che lavorano nelle aziende dei padri debbono diventare impiegati di imprese più grandi o cambiare mestiere. Creare una cultura di crescita richiederà un enorme cambiamento di mentalità, politici coraggiosi e, comunque, molto tempo. Innanzitutto sono necessarie quelle meta-riforme che non necessitano di grandi cambiamenti culturali tipo una seria flexsecurity sul lavoro e una riforma robusta della giustizia civile che oggi ha i tempi di quella del Gabon. Ma poi sarà necessaria una trasformazione radicale del mondo delle nostre imprese grazie alla nascita di una nuova cultura basata sul rispetto delle regole. E per tutto ciò ci vorrà ben altro che l'ennesima affannata manovra di politica economica.
mercoledì 12 ottobre 2011
Quali benefici dal decreto Brunetta?
Intervista a Pietro Micheli a cura di Antonino Leone che verrà pubblicata nel prossimo numero di Sistemi e Impresa Le Pubbliche Amministrazioni in Italia rappresentano un punto di debolezza del sistema a causa della scarsa efficienza ed efficacia, dei ritardi nell’erogazione dei servizi e nei pagamenti alle imprese per la fornitura dei servizi ed opere e dei costi della burocrazia.
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A due anni dall’approvazione della riforma Brunetta i benefici non si vedono ancora per i cittadini e per le imprese.
Per la grave crisi economica e finanziaria che interessa l’Italia servirebbe una PA efficiente ed efficace che incida positivamente sulla competitività delle imprese nello scenario globale e sulla qualità della vita dei cittadini in particolar modo per le classi più deboli che pagano gli effetti sociali della crisi.
Secondo il rapporto di Transparency International sulla percezione della corruzione nella pubblica amministrazione l’Italia si classifica al 67° posto a livello mondiale su 178 paesi, subito dopo Ruanda e Samoa e con il punteggio più basso dal 1997. L’alta corruzione significa bassa trasparenza del nostro paese.
L’applicazione della total disclosure in Italia, disposta dal D. Lgs n. 150/2009, insieme ad altri fattori rappresenta una inversione di tendenza ed una nuova considerazione del nostro paese con una ricaduta positiva sullo scenario competitivo globale.
La maggior parte degli enti locali ha preferito mantenere lo status quo e non avventurarsi nell’attuazione operativa del decreto anche a causa dell’insufficiente presenza di norme obbligatorie, dell’assenza di controlli e di sostegno da parte del Governo.
Del cambiamento delle PA, previsto dal D. Lgs. N. 150/2009, ne parliamo con Pietro Micheli, ex componente della Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche, docente di performance presso l’Università di Cranfield e consulente di alcune agenzie di valutazione delle amministrazioni pubbliche britanniche.
Ma è cosi difficile avviare un grande cambiamento delle PA in Italia?
Purtroppo sì. Ma questo sarebbe valido in qualsiasi contesto. Proclami riguardo a cambiamenti epocali ottenibili in poco tempo e con due soldi sono sempre da guardare con diffidenza. Sembra però che ci si caschi in continuazione. I grandi cambiamenti possono avvenire, ma richiedono una leadership e una determinazione molto forti: ahimè, ne’ l’una ne’ l’altra sono mai state di casa nell’attuale governo.
Non potremmo adattare almeno alcune buone pratiche sviluppate all’estero?
Assolutamente sì, ma la sindrome nel ‘not invented here’ (non inventato qui) è sempre pronta a colpire. Ci sono comunque delle organizzazioni pubbliche che si sono date da fare e bene, ma queste sono la minoranza e i loro successi sono dovuti più alla volontà e alle capacità dei singoli, che non a uno sforzo riformatore a livello nazionale.
Lei ha detto che le difficoltà che si incontrano dipendono da una visione prettamente giuridica e non manageriale. Cosa vuol dire?
In Italia hanno più importanza la correttezza formale e gli adempimenti (documenti, relazioni), che l’utilizzo efficiente delle risorse e la capacità di soddisfare i bisogni dei cittadini. Un’organizzazione pubblica può redigere documenti programmatici perfettamente in linea con quanto indicato in un decreto, ma poi non utilizzare nulla di quanto vi è scritto. Si può sbandierare di essere trasparenti, limitandosi in realtà a mettere alcuni dati minimi sul sito Internet.
Il paradigma gestionale che, in modi e tempi diversi, altri paesi hanno cercato di introdurre, segue traiettorie completamente diverse, perché punta principalmente all’utilizzo migliore delle risorse (in termini di qualità, efficienza ecc.). Innanzitutto, si è spesso dato meno peso ai resoconti formali e più importanza ai risultati effettivamente conseguiti. Secondo, questo ha comportato delle forme di verifica dirette (audit), sia in termini di spesa sia di risultati, e quindi non basate unicamente su analisi documentali. Terzo, un’effettiva distinzione dei risultati conseguiti dalle amministrazioni ha reso possibili delle forme di finanziamento e regolamentazione mirate: le organizzazioni più virtuose hanno ricevuto più fondi e ottenuto maggior libertà di azione, e quindi più possibilità di innovare. Quelle incapaci di conseguire risultati soddisfacenti sono state penalizzate e hanno avuto un livello di controllo esterno più stringente.
Le amministrazioni centrali dello Stato e gli enti pubblici hanno avviato il processo di adattamento al D. Lgs. n. 150 del 2009. Infatti, risultano nel sito della CiVIT i documenti predisposti da introdurre nel 2011. Negli enti locali la situazione è diversa in quanto l’art. 13 del Decreto prevede dei protocolli di collaborazione tra la CiVIT e le associazioni delle autonomie locali. Tali associazioni non esercitano operativamente le funzioni di controllo e di sostegno alle autonomie locali in particolar modo ai comuni con il risultato che non si conoscono i risultati raggiunti ed il livello di attuazione della riforma. Condivide tale scelta che non aiuta i comuni a realizzare il performance management?
Purtroppo l’assenza di dati affidabili sull’efficacia della spesa pubblica (non si sa neanche quanto si spende, perciò figuriamoci se si può parlare di efficacia!), l’assenza di controllo vero e proprio (non solo documentale) e, ancor più, l’assenza di sostegno alle organizzazioni pubbliche rende ogni intervento a livello centrale praticamente vano. Ripeto, questo non vuol dire che nessuno stia facendo nulla. C’e’ chi fa, e bene, ma avrebbe fatto comunque, con o senza ‘riforma’. Chi non fa, semplicemente non farà.
La CiVIT costituita nella forma di una commissione e non di un’autorità indipendente e l’assenza di poteri di intervento sanzionatorio e di controllo hanno influito sull’attuazione efficace della riforma?
Assolutamente si. Se io non ho il potere di ispezionare e di eventualmente sanzionare l’operato delle organizzazioni pubbliche meno virtuose, allora non potrò mai intervenire efficacemente su cattiva gestione e sprechi (e sono tantissimi). Si poteva comunque lavorare di più sul campo, ma purtroppo non e’ stato e non sarà così.
La difficoltà di attuare il benchmarking nei settori delle PA che gestiscono i medesimi servizi (per esempio i comuni) e che adottano parametri diversi di misurazione e valutazione della performance rappresenta un ostacolo per attuare il miglioramento continuo della performance?
Il benchmarking è uno strumento utile perché ci può dare degli spunti verso il miglioramento delle performance – sia interne (efficienza) che esterne (efficacia e qualità) delle organizzazioni pubbliche. Certo e’ che, se introduco indicatori di performance diversi, la comparazione sarà difficile, se non impossibile. A questo riguardo, si poteva lavorare con gruppi di organizzazioni per definire degli indicatori comuni e rendere visibili i miglioramenti anche nel breve termine (l’idea di stabilire degli indicatori nazionali sarebbe stata un approccio sbagliato, a mio avviso).
Vi sono comuni che hanno confermato il Nucleo di valutazione e non hanno introdotto gli strumenti manageriali previsti dal Decreto (piano della performance, relazione della performance, sistema di misurazione e valutazione della performance organizzativa ed individuale). Il ciclo della performance può essere realizzato senza tali strumenti o altri indicati nel Decreto?
Il ciclo della performance richiede che gli strumenti da lei indicati siano introdotti e che vi sia un elemento di indipendenza o almeno di “distanza” tra il vertice politico-amministrativo e chi si occupa di valutazione. Se una delle due condizioni decade, allora siamo ritornati da dove eravamo partiti.
Molti sono i comuni che hanno applicato la trasparenza disciplinata dalla precedente normativa (retribuzioni, curriculum dei dirigenti, codice di disciplina). La trasparenza prevista dal Decreto va oltre ed è intesa come accessibilità totale alle informazioni. Quanto è importante la trasparenza totale nell’attuazione del Decreto e che effetti produce nei dipendenti e nei cittadini?
La trasparenza e’ fondamentale per la migliore gestione della cosa pubblica. Attraverso l’accessibilità dei dati, i cittadini possono finalmente contare di più e giocare un ruolo maggiormente incisivo, non solo come controllori, ma anche come “co-produttori” dei servizi e come utenti più informati e perciò responsabili. Se per trasparenza però si intende una serie di dati caricati su un sito web e utilizzati al massimo per chiacchierare sugli stipendi dei dipendenti pubblici, allora di miglioramenti ce ne saranno gran pochi.
Come fare per introdurre nei manager e nei dipendenti delle PA la cultura di impresa e come possono essere utilizzati gli strumenti della formazione e del reclutamento del personale per conseguire tale obiettivo?
Il reclutamento e la formazione sono fondamentali per introdurre la cultura gestionale di cui abbiamo parlato. Il problema e’ che di reclutamento non se ne potrà parlare per un bel pò e di formazione non se n’e’ mai fatta un granché.
Se si paragona l’Italia agli altri stati della UE, si nota la pressoché totale assenza in Italia di piani di formazione e di investimenti nel personale che vadano al di là di aggiornamenti sulla normativa. Se si considerano i periodi 2001-2003 e 2004-2006, si vede come l'incidenza della spesa per la formazione sul monte retribuzioni si sia mantenuta costantemente sotto all'1% (passando dallo 0,9% allo 0,7%) e la percentuale del personale che ha partecipato ai corsi di formazione sia diminuita del 2,7% in quegli stessi periodi. Ancor peggio, in proporzione, i dipendenti pubblici italiani sono in numero inferiore, più vecchi (età media circa 50 anni) e meno produttivi. Col blocco del turnover si passerà da 3.6 milioni a meno di 3.3 e, ovviamente, l’età’ media aumenterà ulteriormente.
Molto spesso il management pubblico usa l’espressione “bisogna lavorare di più” per giustificare l’insufficienza di risultati e per addossare ai dipendenti la responsabilità di non aver conseguito gli obiettivi programmati. Nel terzo millennio che tipo di leadership occorre nelle PA per iniziare un cammino all’insegna del cambiamento?
L’esortazione a lavorare di più è l’altro lato della medaglia della continua richiesta di fondi. Certo, lavorare di più può essere utile, tanto quanto l’ottenimento di maggiori risorse. Il punto è che nel settore pubblico bisogna iniziare a lavorare meglio. La pubblica amministrazione italiana sta affondando, soffocata da leggi, decreti e linee guida che danno origine a documenti da incubo la cui lunghezza è inversamente proporzionale all’utilità. L’unico modo per venirne fuori è di ridurre sprechi e burocrazia.
Inoltre, come lei suggerisce, c'è bisogno di dimostrare leadership, dando fiducia ai propri dipendenti e dimostrando loro che i sacrifici (necessari in situazioni difficili come quella attuale) porteranno a uno stato migliore delle cose. Il leader deve sostenere i propri collaboratori e farsi carico dei loro problemi perché comandare soltanto non è sufficiente per avviare il cambiamento. Il morale, la fiducia in sé stessi e il senso di appartenenza alla propria organizzazione sono i tre punti critici su cui il prossimo Ministro per la Pubblica Amministrazione dovrà concentrarsi fin dall'inizio.
Parliamo di Cambiamento nella PA, come dovrebbe cambiare la nostra pubblica amministrazione per essere di sostegno alle imprese?
La PA deve passare dalla prospettiva autoreferenziale spesso dominante a una rivolta all'esterno.
Capire e soddisfare il più possibile le priorità e le necessità delle imprese si traduce in riduzione dei passaggi burocratici per ottenere servizi, permessi e autorizzazioni, ma anche in risposte più precise e accurate.
La maggior parte della domanda per le PA è "domanda fallita" ("failure demand"), cioè consiste in richieste derivate dall'incapacità' di soddisfare una domanda iniziale. Questo fa perdere tempo e soldi non solo alle PA, ma anche e soprattutto alle imprese.
Infine, la PA non deve assolutamente assumere un atteggiamento passivo, ma deve anche saper proporre e incentivare il tessuto imprenditoriale locale, cosa che molto spesso avviene poco e male.
Purtroppo sì. Ma questo sarebbe valido in qualsiasi contesto. Proclami riguardo a cambiamenti epocali ottenibili in poco tempo e con due soldi sono sempre da guardare con diffidenza. Sembra però che ci si caschi in continuazione. I grandi cambiamenti possono avvenire, ma richiedono una leadership e una determinazione molto forti: ahimè, ne’ l’una ne’ l’altra sono mai state di casa nell’attuale governo.
Non potremmo adattare almeno alcune buone pratiche sviluppate all’estero?
Assolutamente sì, ma la sindrome nel ‘not invented here’ (non inventato qui) è sempre pronta a colpire. Ci sono comunque delle organizzazioni pubbliche che si sono date da fare e bene, ma queste sono la minoranza e i loro successi sono dovuti più alla volontà e alle capacità dei singoli, che non a uno sforzo riformatore a livello nazionale.
Lei ha detto che le difficoltà che si incontrano dipendono da una visione prettamente giuridica e non manageriale. Cosa vuol dire?
In Italia hanno più importanza la correttezza formale e gli adempimenti (documenti, relazioni), che l’utilizzo efficiente delle risorse e la capacità di soddisfare i bisogni dei cittadini. Un’organizzazione pubblica può redigere documenti programmatici perfettamente in linea con quanto indicato in un decreto, ma poi non utilizzare nulla di quanto vi è scritto. Si può sbandierare di essere trasparenti, limitandosi in realtà a mettere alcuni dati minimi sul sito Internet.
Il paradigma gestionale che, in modi e tempi diversi, altri paesi hanno cercato di introdurre, segue traiettorie completamente diverse, perché punta principalmente all’utilizzo migliore delle risorse (in termini di qualità, efficienza ecc.). Innanzitutto, si è spesso dato meno peso ai resoconti formali e più importanza ai risultati effettivamente conseguiti. Secondo, questo ha comportato delle forme di verifica dirette (audit), sia in termini di spesa sia di risultati, e quindi non basate unicamente su analisi documentali. Terzo, un’effettiva distinzione dei risultati conseguiti dalle amministrazioni ha reso possibili delle forme di finanziamento e regolamentazione mirate: le organizzazioni più virtuose hanno ricevuto più fondi e ottenuto maggior libertà di azione, e quindi più possibilità di innovare. Quelle incapaci di conseguire risultati soddisfacenti sono state penalizzate e hanno avuto un livello di controllo esterno più stringente.
Le amministrazioni centrali dello Stato e gli enti pubblici hanno avviato il processo di adattamento al D. Lgs. n. 150 del 2009. Infatti, risultano nel sito della CiVIT i documenti predisposti da introdurre nel 2011. Negli enti locali la situazione è diversa in quanto l’art. 13 del Decreto prevede dei protocolli di collaborazione tra la CiVIT e le associazioni delle autonomie locali. Tali associazioni non esercitano operativamente le funzioni di controllo e di sostegno alle autonomie locali in particolar modo ai comuni con il risultato che non si conoscono i risultati raggiunti ed il livello di attuazione della riforma. Condivide tale scelta che non aiuta i comuni a realizzare il performance management?
Purtroppo l’assenza di dati affidabili sull’efficacia della spesa pubblica (non si sa neanche quanto si spende, perciò figuriamoci se si può parlare di efficacia!), l’assenza di controllo vero e proprio (non solo documentale) e, ancor più, l’assenza di sostegno alle organizzazioni pubbliche rende ogni intervento a livello centrale praticamente vano. Ripeto, questo non vuol dire che nessuno stia facendo nulla. C’e’ chi fa, e bene, ma avrebbe fatto comunque, con o senza ‘riforma’. Chi non fa, semplicemente non farà.
La CiVIT costituita nella forma di una commissione e non di un’autorità indipendente e l’assenza di poteri di intervento sanzionatorio e di controllo hanno influito sull’attuazione efficace della riforma?
Assolutamente si. Se io non ho il potere di ispezionare e di eventualmente sanzionare l’operato delle organizzazioni pubbliche meno virtuose, allora non potrò mai intervenire efficacemente su cattiva gestione e sprechi (e sono tantissimi). Si poteva comunque lavorare di più sul campo, ma purtroppo non e’ stato e non sarà così.
La difficoltà di attuare il benchmarking nei settori delle PA che gestiscono i medesimi servizi (per esempio i comuni) e che adottano parametri diversi di misurazione e valutazione della performance rappresenta un ostacolo per attuare il miglioramento continuo della performance?
Il benchmarking è uno strumento utile perché ci può dare degli spunti verso il miglioramento delle performance – sia interne (efficienza) che esterne (efficacia e qualità) delle organizzazioni pubbliche. Certo e’ che, se introduco indicatori di performance diversi, la comparazione sarà difficile, se non impossibile. A questo riguardo, si poteva lavorare con gruppi di organizzazioni per definire degli indicatori comuni e rendere visibili i miglioramenti anche nel breve termine (l’idea di stabilire degli indicatori nazionali sarebbe stata un approccio sbagliato, a mio avviso).
Vi sono comuni che hanno confermato il Nucleo di valutazione e non hanno introdotto gli strumenti manageriali previsti dal Decreto (piano della performance, relazione della performance, sistema di misurazione e valutazione della performance organizzativa ed individuale). Il ciclo della performance può essere realizzato senza tali strumenti o altri indicati nel Decreto?
Il ciclo della performance richiede che gli strumenti da lei indicati siano introdotti e che vi sia un elemento di indipendenza o almeno di “distanza” tra il vertice politico-amministrativo e chi si occupa di valutazione. Se una delle due condizioni decade, allora siamo ritornati da dove eravamo partiti.
Molti sono i comuni che hanno applicato la trasparenza disciplinata dalla precedente normativa (retribuzioni, curriculum dei dirigenti, codice di disciplina). La trasparenza prevista dal Decreto va oltre ed è intesa come accessibilità totale alle informazioni. Quanto è importante la trasparenza totale nell’attuazione del Decreto e che effetti produce nei dipendenti e nei cittadini?
La trasparenza e’ fondamentale per la migliore gestione della cosa pubblica. Attraverso l’accessibilità dei dati, i cittadini possono finalmente contare di più e giocare un ruolo maggiormente incisivo, non solo come controllori, ma anche come “co-produttori” dei servizi e come utenti più informati e perciò responsabili. Se per trasparenza però si intende una serie di dati caricati su un sito web e utilizzati al massimo per chiacchierare sugli stipendi dei dipendenti pubblici, allora di miglioramenti ce ne saranno gran pochi.
Come fare per introdurre nei manager e nei dipendenti delle PA la cultura di impresa e come possono essere utilizzati gli strumenti della formazione e del reclutamento del personale per conseguire tale obiettivo?
Il reclutamento e la formazione sono fondamentali per introdurre la cultura gestionale di cui abbiamo parlato. Il problema e’ che di reclutamento non se ne potrà parlare per un bel pò e di formazione non se n’e’ mai fatta un granché.
Se si paragona l’Italia agli altri stati della UE, si nota la pressoché totale assenza in Italia di piani di formazione e di investimenti nel personale che vadano al di là di aggiornamenti sulla normativa. Se si considerano i periodi 2001-2003 e 2004-2006, si vede come l'incidenza della spesa per la formazione sul monte retribuzioni si sia mantenuta costantemente sotto all'1% (passando dallo 0,9% allo 0,7%) e la percentuale del personale che ha partecipato ai corsi di formazione sia diminuita del 2,7% in quegli stessi periodi. Ancor peggio, in proporzione, i dipendenti pubblici italiani sono in numero inferiore, più vecchi (età media circa 50 anni) e meno produttivi. Col blocco del turnover si passerà da 3.6 milioni a meno di 3.3 e, ovviamente, l’età’ media aumenterà ulteriormente.
Molto spesso il management pubblico usa l’espressione “bisogna lavorare di più” per giustificare l’insufficienza di risultati e per addossare ai dipendenti la responsabilità di non aver conseguito gli obiettivi programmati. Nel terzo millennio che tipo di leadership occorre nelle PA per iniziare un cammino all’insegna del cambiamento?
L’esortazione a lavorare di più è l’altro lato della medaglia della continua richiesta di fondi. Certo, lavorare di più può essere utile, tanto quanto l’ottenimento di maggiori risorse. Il punto è che nel settore pubblico bisogna iniziare a lavorare meglio. La pubblica amministrazione italiana sta affondando, soffocata da leggi, decreti e linee guida che danno origine a documenti da incubo la cui lunghezza è inversamente proporzionale all’utilità. L’unico modo per venirne fuori è di ridurre sprechi e burocrazia.
Inoltre, come lei suggerisce, c'è bisogno di dimostrare leadership, dando fiducia ai propri dipendenti e dimostrando loro che i sacrifici (necessari in situazioni difficili come quella attuale) porteranno a uno stato migliore delle cose. Il leader deve sostenere i propri collaboratori e farsi carico dei loro problemi perché comandare soltanto non è sufficiente per avviare il cambiamento. Il morale, la fiducia in sé stessi e il senso di appartenenza alla propria organizzazione sono i tre punti critici su cui il prossimo Ministro per la Pubblica Amministrazione dovrà concentrarsi fin dall'inizio.
Parliamo di Cambiamento nella PA, come dovrebbe cambiare la nostra pubblica amministrazione per essere di sostegno alle imprese?
La PA deve passare dalla prospettiva autoreferenziale spesso dominante a una rivolta all'esterno.
Capire e soddisfare il più possibile le priorità e le necessità delle imprese si traduce in riduzione dei passaggi burocratici per ottenere servizi, permessi e autorizzazioni, ma anche in risposte più precise e accurate.
La maggior parte della domanda per le PA è "domanda fallita" ("failure demand"), cioè consiste in richieste derivate dall'incapacità' di soddisfare una domanda iniziale. Questo fa perdere tempo e soldi non solo alle PA, ma anche e soprattutto alle imprese.
Infine, la PA non deve assolutamente assumere un atteggiamento passivo, ma deve anche saper proporre e incentivare il tessuto imprenditoriale locale, cosa che molto spesso avviene poco e male.
domenica 9 ottobre 2011
Il PD valuta ed interviene, Tosi querela
L’ultima querela archiviata è quella del sindaco, Flavio Tosi, contro il consigliere comunale di Villa Bartolomea, Giuliano Rigo.
La querela è stata presentata dopo le dichiarazioni di Rigo relative all’esposto di Flavio Tosi alla Corte dei Conti per presunti danni erariali derivanti dalla lottizzazione effettuata dalla precedente amministrazione comunale di cui è espressione l’attuale minoranza ed il consigliere Rigo.
Il Giudice per le indagini preliminari, dott. Morsiani, ha archiviato la querela in quanto le dichiarazioni di Giuliano Rigo “non hanno contenuto diffamatorio” e la critica dell’indagato “rientra nelle sue facoltà”. Inoltre, la sentenza afferma che Giuliano Rigo avendo prospettato l’ipotesi che Tosi “volesse, con la sua iniziativa, bloccare una zona industriale a favore di altre aree non costituisce dichiarazione diffamatoria, ma solo espressione del dissenso del dichiarante rispetto ad una scelta operata da altro soggetto, senza che vengano travalicati i limiti del diritto di critica politica.”
"Finalmente l'archiviazione disposta dal giudice, dichiara Giuliano Rigo, ristabilisce la verità. Tosi ha fatto ricorso alla giustizia come ultima spiaggia, solo perché era in difficoltà nel dare una risposta politica alle questioni che ho posto e che rimangono tuttora irrisolte, dato che a distanza di due anni la ZAI di Carpi è ancora un capitolo aperto. Tosi faccia chiarezza e visto che c'è spieghi ai cittadini anche chi paga per le sue esibizioni da macho e per l'uso sistematico della querela come strumento di lotta politica."
Il PD di Verona afferma che dalla precedente amministrazione di centrosinistra, nonostante tutto, non è mai partita una querela, mentre con Tosi ne abbiamo contate 43: una nel 2007, due nel 2008, 14 nel 2009, ben 17 nel 2010 e quest'anno pare che siamo già a nove, una permalosità senza precedenti».
Franco Bonfante, consigliere regionale del PD, afferma di aver ricevuto sei querele di cui tre sono state archiviate.
Vincenzo D’Arienzo, segretario del PD di Verona, e Franco Bonfante, consigliere regionale, affermano che le querele hanno uno scopo intimidatorio verso l’opposizione ed i giornalisti.
Gli esponenti del PD si sono impegnati a valutare e rilevare eventuali responsabilità contabili nei confronti di coloro che utilizzano lo strumento della querela per fini di lotta politica e non perché siano stati commessi dei reati.
Le querele fino a questo momento hanno prodotto i seguenti effetti: - archiviazione delle querele in quanto non si riscontrano reati; assenza di risposte da parte degli amministratori sui problemi sollevati ed oggetto di querela; alta opacità nei confronti dei cittadini che non sono informati compiutamente sugli avvenimenti oggetto delle querele.
Con questo metodo si realizza l’occupazione del potere da parte del centro destra che utilizza tutti i mezzi disponibili per soffocare il dibattito politico e controllare la libertà di valutazione e di espressione da parte dell’opposizione e dei cittadini.
Leggi tutto...
"Finalmente l'archiviazione disposta dal giudice, dichiara Giuliano Rigo, ristabilisce la verità. Tosi ha fatto ricorso alla giustizia come ultima spiaggia, solo perché era in difficoltà nel dare una risposta politica alle questioni che ho posto e che rimangono tuttora irrisolte, dato che a distanza di due anni la ZAI di Carpi è ancora un capitolo aperto. Tosi faccia chiarezza e visto che c'è spieghi ai cittadini anche chi paga per le sue esibizioni da macho e per l'uso sistematico della querela come strumento di lotta politica."
Il PD di Verona afferma che dalla precedente amministrazione di centrosinistra, nonostante tutto, non è mai partita una querela, mentre con Tosi ne abbiamo contate 43: una nel 2007, due nel 2008, 14 nel 2009, ben 17 nel 2010 e quest'anno pare che siamo già a nove, una permalosità senza precedenti».
Franco Bonfante, consigliere regionale del PD, afferma di aver ricevuto sei querele di cui tre sono state archiviate.
Vincenzo D’Arienzo, segretario del PD di Verona, e Franco Bonfante, consigliere regionale, affermano che le querele hanno uno scopo intimidatorio verso l’opposizione ed i giornalisti.
Gli esponenti del PD si sono impegnati a valutare e rilevare eventuali responsabilità contabili nei confronti di coloro che utilizzano lo strumento della querela per fini di lotta politica e non perché siano stati commessi dei reati.
Le querele fino a questo momento hanno prodotto i seguenti effetti: - archiviazione delle querele in quanto non si riscontrano reati; assenza di risposte da parte degli amministratori sui problemi sollevati ed oggetto di querela; alta opacità nei confronti dei cittadini che non sono informati compiutamente sugli avvenimenti oggetto delle querele.
Con questo metodo si realizza l’occupazione del potere da parte del centro destra che utilizza tutti i mezzi disponibili per soffocare il dibattito politico e controllare la libertà di valutazione e di espressione da parte dell’opposizione e dei cittadini.
sabato 8 ottobre 2011
Lezioni dal futuro per l’Italia
Mi sono stancato di continuare a scrivere sulla situazione economica italiana perché permangono da diverso tempo gli stessi problemi senza una prospettiva di soluzione seria, si leggono le stesse proposte del Governo che ha perso ogni credibilità internazionale e nazionale e sono assenti proposte di riforme strutturali capaci di avviare un cambiamento del nostro paese in direzione dello sviluppo e dell’equità. In nome della coesione nazionale sono passate due manovre economiche che non corrispondono alle esigenze del paese e che sono state approvate con il voto di fiducia cioè senza ascoltare le proposte delle opposizioni. Pertanto, la coesione nazionale non può essere interpretata, come ha fatto il Governo B., come uno strumento capace di far approvare dal Parlamento misure non condivise senza considerare le proposte utili delle opposizioni che potevano contribuire a migliorare le condizioni in cui versa il nostro paese. Negli ultimi giorni ho posto la mia attenzione su alcuni scritti da cui l’Italia può trarre lezioni dal futuro: l’intervista a Walter Veltroni, l’articolo di Giulio Sapelli sulla disoccupazione, la morte di Steve Jobs e l’intervista a Jody Vender e le dichiarazioni di Mario Draghi.Trasparenza e competenze. Walter Veltroni esprime la sua idea sui partiti: “Partiti che raccolgano la spinta della società civile a impegnarsi su singoli temi o grandi questioni ideali, che si ritraggano dalle aree della società impropriamente occupate”. Per Veltroni i partiti devono ritirarsi dai “Dai consigli di amministrazione di qualsiasi forma o fatta. Si trovino meccanismi perché non ci sia più lottizzazione, dalle aziende comunali all’Eni, dalle Asl all’Enel, dalle aziende di trasporti alla Rai”.
Per migliorare la gestione delle attività pubbliche occorre introdurre nel sistema delle nomine i seguenti fattori: la trasparenza del processo di nomina, la sobrietà e la valutazione indipendente delle competenze per coloro che aspirano a ricoprire ruoli e responsabilità pubbliche. Il futuro dell’Italia non può essere affidato a coloro che possono far valere l’appartenenza politica e la fedeltà.
Attualmente vi sono 3.662 imprese create dagli 8.100 comuni. Di tali imprese 1.266 si occupano di servizi pubblici locali, 537 di infrastrutture e di edilizia, 266 di cultura, turismo e tempo libero e 140 di istruzione, ricerca e sviluppo. Le nomine nei consigli di amministrazione di tali società avvengono, tranne poche eccezioni, con la logica della lottizzazione del potere senza considerare le conoscenze e le competenze delle persone nominate. Questo metodo si scontra con una gestione efficiente ed efficace delle società controllate dai comuni. Corriere della Sera
Disoccupazione e giovani. Giulio Sapelli nel suo articolo “Uscire dal pantano della disoccupazione” rileva che “la disoccupazione strutturale segnala una divisione profondissima che può crearsi nelle carni della società al di là dei tassi di crescita: questo è il punto fondamentale. Gli ultimi rimangono gli ultimi”. Sabelli si sofferma sulla disoccupazione giovanile, sul fenomeno del self help e del part-time e definisce la disoccupazione un pantano morale.
La valutazione di Giulio Sapelli ci informa che lo sviluppo e la crescita dell’economia di una nazione non è sufficiente a risolvere il problema della disoccupazione e sottooccupazione perché è il sistema che la produce insieme alla disuguaglianza. Non è sufficiente lo sviluppo economico e l’allineamento contributivo tra i lavoratori dipendenti ed autonomi (documento di Stefano Fassina e del PD) per contrastare in modo efficace il fenomeno della disoccupazione e del precariato in quanto tali misure non cambiano il sistema Italia. Le uniche proposte che intervengono nel sistema economico e sociale per cambiarlo radicalmente sono quelle di Tito Boeri e Pietro Ichino. Non esistono altre proposte organiche soprattutto da parte di coloro che denigrano tali progetti. Pertanto, occorrono nuove regole per un nuovo sistema Italia del lavoro.
Creatività e innovazione. Altra riflessione ci viene dall’intervista a Jody Vender in relazione alla scomparsa di Steve Jobs che afferma “chi sta lavorando al decreto sviluppo dovrebbe tener ben presente il suo esempio” e “in Italia uno come Steve Jobs non avrebbe mai potuto fare quello che ha fatto”. Jody Vender propone “un diverso trattamento fiscale, un regime agevolato per le nuove iniziative e per chi investe per creare nuove imprese” e si chiede “perché un imprenditore che finanzia una nuova impresa, una start-up che non genera fatturato deve pagare le tasse come una azienda matura?”
E’ assente in Italia un sistema che agevoli la nascita di nuova imprenditorialità e favorisca i giovani a creare nuove aziende. Di questi problemi si dovrebbe occupare il decreto sviluppo di prossima presentazione.
Occorre realizzare un sistema che finanzi le nuove idee ed iniziative che, se realizzate, innovano i prodotti, i settori del mercato e creano una nuova domanda da parte dei consumatori. Solo così ci si avvia a costruire un sistema competitivo che si misuri ad armi pari con la globalizzazione dei mercati.
Cambiamento. Questi riferimenti ci inducono ad immaginare un sistema economico e sociale più equo e competitivo ma subito dopo leggendo le dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia siamo chiamati alla realtà. Infatti, Mario Draghi dichiara che “la povertà economica delle famiglie con figli si è aggravata con la crisi e la bassa crescita dell’Italia degli ultimi anni è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte alle nuove generazioni”.
Cosa fare? Occorre continuare a chiedere in ogni momento della nostra vita e nelle diverse occasioni che ci vengono offerte il cambiamento e la discontinuità con il passato in modo coerente e responsabile. Questo Governo che non è in grado di affrontare le problematiche descritte deve andare via per il bene dell’Italia, delle famiglie e dei giovani.
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Per migliorare la gestione delle attività pubbliche occorre introdurre nel sistema delle nomine i seguenti fattori: la trasparenza del processo di nomina, la sobrietà e la valutazione indipendente delle competenze per coloro che aspirano a ricoprire ruoli e responsabilità pubbliche. Il futuro dell’Italia non può essere affidato a coloro che possono far valere l’appartenenza politica e la fedeltà.
Attualmente vi sono 3.662 imprese create dagli 8.100 comuni. Di tali imprese 1.266 si occupano di servizi pubblici locali, 537 di infrastrutture e di edilizia, 266 di cultura, turismo e tempo libero e 140 di istruzione, ricerca e sviluppo. Le nomine nei consigli di amministrazione di tali società avvengono, tranne poche eccezioni, con la logica della lottizzazione del potere senza considerare le conoscenze e le competenze delle persone nominate. Questo metodo si scontra con una gestione efficiente ed efficace delle società controllate dai comuni. Corriere della Sera
Disoccupazione e giovani. Giulio Sapelli nel suo articolo “Uscire dal pantano della disoccupazione” rileva che “la disoccupazione strutturale segnala una divisione profondissima che può crearsi nelle carni della società al di là dei tassi di crescita: questo è il punto fondamentale. Gli ultimi rimangono gli ultimi”. Sabelli si sofferma sulla disoccupazione giovanile, sul fenomeno del self help e del part-time e definisce la disoccupazione un pantano morale.
La valutazione di Giulio Sapelli ci informa che lo sviluppo e la crescita dell’economia di una nazione non è sufficiente a risolvere il problema della disoccupazione e sottooccupazione perché è il sistema che la produce insieme alla disuguaglianza. Non è sufficiente lo sviluppo economico e l’allineamento contributivo tra i lavoratori dipendenti ed autonomi (documento di Stefano Fassina e del PD) per contrastare in modo efficace il fenomeno della disoccupazione e del precariato in quanto tali misure non cambiano il sistema Italia. Le uniche proposte che intervengono nel sistema economico e sociale per cambiarlo radicalmente sono quelle di Tito Boeri e Pietro Ichino. Non esistono altre proposte organiche soprattutto da parte di coloro che denigrano tali progetti. Pertanto, occorrono nuove regole per un nuovo sistema Italia del lavoro.
Creatività e innovazione. Altra riflessione ci viene dall’intervista a Jody Vender in relazione alla scomparsa di Steve Jobs che afferma “chi sta lavorando al decreto sviluppo dovrebbe tener ben presente il suo esempio” e “in Italia uno come Steve Jobs non avrebbe mai potuto fare quello che ha fatto”. Jody Vender propone “un diverso trattamento fiscale, un regime agevolato per le nuove iniziative e per chi investe per creare nuove imprese” e si chiede “perché un imprenditore che finanzia una nuova impresa, una start-up che non genera fatturato deve pagare le tasse come una azienda matura?”
E’ assente in Italia un sistema che agevoli la nascita di nuova imprenditorialità e favorisca i giovani a creare nuove aziende. Di questi problemi si dovrebbe occupare il decreto sviluppo di prossima presentazione.
Occorre realizzare un sistema che finanzi le nuove idee ed iniziative che, se realizzate, innovano i prodotti, i settori del mercato e creano una nuova domanda da parte dei consumatori. Solo così ci si avvia a costruire un sistema competitivo che si misuri ad armi pari con la globalizzazione dei mercati.
Cambiamento. Questi riferimenti ci inducono ad immaginare un sistema economico e sociale più equo e competitivo ma subito dopo leggendo le dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia siamo chiamati alla realtà. Infatti, Mario Draghi dichiara che “la povertà economica delle famiglie con figli si è aggravata con la crisi e la bassa crescita dell’Italia degli ultimi anni è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte alle nuove generazioni”.
Cosa fare? Occorre continuare a chiedere in ogni momento della nostra vita e nelle diverse occasioni che ci vengono offerte il cambiamento e la discontinuità con il passato in modo coerente e responsabile. Questo Governo che non è in grado di affrontare le problematiche descritte deve andare via per il bene dell’Italia, delle famiglie e dei giovani.
martedì 4 ottobre 2011
Pietro Ichino: Fiat fuori da Confindustria
Professor Ichino, come giudica la decisione dell’ad di Fiat, Sergio Marchionne di uscire da Confindustria, nonostante l’accordo interconfederale del 28 giugno e l’inserimento dell’articolo 8 nella manovra del governo?
Questa della Fiat è una decisione di cui sei mesi fa i motivi erano ben comprensibili, ma ora lo sono molto meno. Prima dell’accordo interconfederale di giugno e dell’emanazione dell’articolo 8 del decreto di Ferragosto lo sganciamento di Fiat da Confindustria era motivato come un passaggio tecnico necessario perché gli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco potessero funzionare senza intoppi. Ora l’accordo e il terzo comma dell’articolo 8 hanno eliminato ogni possibile attrito fra quegli accordi aziendali e le norme-quadro proprie del sistema nazionale delle relazioni industriali.
Ma Marchionne lamenta che l’intesa integrativa firmata il 21 settembre da Confindustria con Cgil Cisl e Uil abbia depotenziato l’articolo 8 del decreto.
In realtà, è lo stesso articolo 8 del decreto, nella versione definitiva uscita dalla legge di conversione, che dice quello che sta scritto in quell’intesa integrativa.
Cioè che gli accordi aziendali devono essere stipulati nel rispetto delle disposizioni contenute negli accordi interconfederali, e di quello del 28 giugno in particolare. E che a stipularli possono essere soltanto aziende e sindacati che si collocano in quel sistema interconfederale. Dunque l’intesa del 21 settembre, a ben vedere, non depotenzia la nuova norma legislativa, ma ribadisce ciò che è scritto nel suo primo comma. L’articolo 8 è depotenziato, semmai da alcuni suoi gravi difetti di formulazione, che ne fanno una base poco sicura su cui fondare un piano industriale serio. L’unico modo per evitare i rischi derivanti da questi difetti è restare ben ancorati all’accordo interconfederale.
Cioè?
Cioè che gli accordi aziendali devono essere stipulati nel rispetto delle disposizioni contenute negli accordi interconfederali, e di quello del 28 giugno in particolare. E che a stipularli possono essere soltanto aziende e sindacati che si collocano in quel sistema interconfederale. Dunque l’intesa del 21 settembre, a ben vedere, non depotenzia la nuova norma legislativa, ma ribadisce ciò che è scritto nel suo primo comma. L’articolo 8 è depotenziato, semmai da alcuni suoi gravi difetti di formulazione, che ne fanno una base poco sicura su cui fondare un piano industriale serio. L’unico modo per evitare i rischi derivanti da questi difetti è restare ben ancorati all’accordo interconfederale.
Così ancorata all’accordo interconfederale, però, la contrattazione aziendale potrà derogare soltanto al contratto collettivo nazionale e non alla legge.
Non è così. L’accordo interconfederale al punto 3 riconosce espressamente che “la contrattazione collettiva aziendale si esercita per le materie delegate, in tutto o in parte, dal contratto nazionale o dalla legge”. Attenersi all’accordo del 28 giugno, dunque, non impedisce affatto di cogliere la parte buona delle opportunità che l’articolo 8 offre al sistema delle relazioni industriali, anche in termini di sostituzione della vecchia disciplina legislativa con disposizioni nuove; ma consente di coglierla con la certezza della tenuta dell’accordo aziendale.
Quale potrebbe essere, secondo lei, una utilizzazione buona, ma incisiva, delle opportunità offerte dall’articolo 8?
Per esempio, l’attivazione, secondo le modalità previste nell’accordo interconfederale, della sperimentazione di un modello equilibrato di flexsecurity per le nuove assunzioni. Oppure la contrattazione di una disciplina dei rapporti di lavoro semplice, facilmente traducibile in inglese, che sostituisca le migliaia di pagine della nostra legislazione di fonte nazionale, che sono diventate ormai illeggibili. Per questo possono essere molto utili delle guidelines generali, che potrebbero essere emanate dalle confederazioni nazionali proprio per dare maggiore affidabilità alla contrattazione aziendale in questa fase critica, di transizione.
L’accordo del 28 giugno non esce depotenziato dalla decisione del Lingotto?
Non lo credo. Anche perché la Fiat in questo modo non avrà affatto una maggiore libertà di contrattazione. Come dicevo, è proprio l’articolo 8 del decreto a riservare ogni nuovo spazio di contrattazione agli accordi aziendali stipulati nel quadro degli accordi interconfederali. Questo induce a pensare che, in concreto, l’uscita della Fiat da Confindustria avrà qualche rilievo soltanto sul piano degli equilibri interni dell’associazione imprenditoriale, ma non sul sistema delle relazioni industriali.
Marchionne ha annunciato di voler collaborare solo con alcune organizzazioni territoriali di Confindustria e in particolare con l’Unione Industriali di Torino. Non crede che si tratti di uno ‘strappo’ nelle relazioni industriali?
Certo che è uno strappo. D’altra parte, il principio del pluralismo sindacale, nel nostro sistema costituzionale, non vale solo per i lavoratori: vale anche per gli imprenditori. E questo principio mira a consentire il confronto e la competizione tra strategie e modelli di relazioni sindacali diversi. Ora nessuno può prevedere con sicurezza che cosa accadrà; potrebbe anche non accadere nulla di davvero rilevante. Ma il pluralismo serve proprio a questo: consentire che accada anche ciò che non è previsto. A ben vedere, anche lo stesso accordo interconfederale del 28 giugno non sarebbe stato possibile, senza lo strappo costituito dagli accordi di Pomigliano e di Mirafiori dell’anno precedente.
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