martedì 19 ottobre 2010

L’informazione analitica contro l’evasione fiscale

L’attenzione che il Governo Berlusconi ha riposto esclusivamente alla crisi finanziaria e non alla crescita dell’economia reale ha fatto si che l’Italia si trovi ad affrontare numerosi problemi tra i quali si indicano quelli più urgenti:
- Un indebitamento ed un deficit molto alto sui quali l’Europa vigila al fine di verificare un piano di rientro nei parametri entro determinate scadenze;
- La riduzione della base occupazionale del nostro paese con conseguente aumento del tasso di disoccupazione reale arrivato all’11%, secondo i dati di Banca d’Italia;
- Prospettive quasi nulle per i giovani che desiderano entrare nel mondo del lavoro (2 milioni di giovani nullafacenti che non studiano e non lavorano);
- Riduzione del reddito reale per le categorie con redditi bassi con il conseguente aumento della povertà e del disagio sociale (vedi Rapporto 2010 della Caritas e della fondazione Zancan sulla povertà);
- La domanda interna troppo bassa per sostenere il consumo e, quindi, la produzione;
- Un fisco iniquo che basa le maggiori entrate sulla tassazione dei redditi da lavoro dipendente e da pensione cioè sui redditi trasparenti;
- Un livello di evasione alto che ammonta a circa 120 miliardi di euro.
Tutti questi problemi possono essere affrontati avviando riforme di sistema che consentano di risparmiare ed introitare risorse da dedicare ai problemi più urgenti e non rinviabili, tra questi al primo posto vi è il lavoro.
La contraddizione di questo sistema si constata da una seria valutazione tra il livello dell’evasione fiscale, la quota di tassazione dei redditi bassi e l’imposizione fiscale dei più ricchi. Da tale confronto emerge che l’attuale sistema fiscale è ingiusto perché fa pagare di più a chi ha di meno.
Per rendere il sistema fiscale equo ed avviare una redistribuzione della ricchezza è necessario abbassare la tassazione dei redditi bassi almeno al 20%, introitare nuove risorse dalla tassazione delle rendite finanziarie (escluso i titoli pubblici), portandola dal 12,5% al 20%, delle transazioni finanziarie e dei patrimoni e riorganizzare con urgenza l’Agenzia delle entrate al fine di condurre una lotta efficace all’evasione fiscale.
Il cambiamento della Agenzia delle Entrate si rende necessario e può avvenire attraverso:
- Raccolta dei dati di qualità ed adeguati all’obiettivo da conseguire. Si tratta di consentire per legge la tracciabilità dei dati e delle informazioni che servono al fisco al fine di debellare con efficacia in un tempo limitato l’evasione fiscale. Gli studi di settore possono essere utilizzati a tale scopo;
- Gestione dei dati. Oggi esistono procedure ed applicazioni informatiche che consentono di trasformare i dati in informazioni utili agli scopi aziendali;
- Elaborazione e trasformazione dei dati in informazioni utilizzabili;
- Informazione analitica a supporto del processo decisionale e di esecuzione. Si tratta di realizzare un legame tra la performance dell’Agenzia delle Entrate e l’adozione di un processo basato sull’uso sistematico di dati ed informazioni, tecniche statistiche e quantitative, modelli esplicativi e predittivi per supportare il processo decisionale e di esecuzione delle decisioni.
Occorre passare da un approccio intuitivo ad un approccio che si basi sull’informazione analitica (Thomas H. Davenport – Jeanne G. Harris, L’analisi delle informazioni come fonte di vantaggio competitivo). Gli accertamenti da soli non sono più sufficienti a contrarre in modo sensibile l’evasione fiscale.
In questo ultimo periodo vi sono stati interventi autorevoli che hanno indicato la strada da seguire:
- Massimo Romano e Vincenzo Visco, Il Sole 24 Ore del 20 gennaio 2010;
Ritengo che i documenti citati si muovono nella prospettiva di rendere il fisco più efficace avvalendosi di sistemi informatici prodotti dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e più equo abbassando la tassazione dei redditi più bassi e di redistribuire la ricchezza riconsiderando la tassazione di taluni redditi che fino adesso sono stati privilegiati.
Davenport e Harris affermano che oggi l'informazione analitica è utilizzata in molti livelli governativi per migliorare l'efficacia e l'efficienza delle loro azione. L'approccio analitico è stato seguito per l'ottimizzazione delle entrate, per la lotta all'evasione fiscale ed per migliorare i costi e i servizi sanitari ospedalieri con ottimi risultati. Tale approccio realizzato negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna non è recente ma risale agli anni sessanta.

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venerdì 15 ottobre 2010

Franco Bonfante: Congresso PD a Verona

Credo che D'Arienzo e Lonardi siano due ottimi candidati a segretario provinciale, come persone innanzitutto, oneste e trasparenti,  e poi come politici, seri e coerenti. Io appoggio con convinzione D'Arienzo perché ritengo che oggi il nostro partito abbia bisogno anche di competenza, determinazione, coraggio ed idee chiare. Vincenzo D'Arienzo ha dimostrato di avere queste caratteristiche negli anni in cui è stato Consigliere provinciale ed ora anche capogruppo. Chiunque abbia avuto la possibilità di seguirne l'attività amministrativa sa che spesso l'opposizione in Provincia è stata rappresentata in particolare da lui. Ha lavorato molto e bene, è stimato e rispettato non solo dai nostri militanti ed elettori, ma anche dai nostri avversari, che ne temono la capacità di approfondimento, la competenza e l'assenza di calcoli o timori che,  a volte, limitano l'azione dei nostri rappresentanti. C’è poi il programma di Enzo da confrontare con quello di Lonardi: in quello di Vincenzo non ci sono i soliti discorsi che ci trovano tutti d'accordo (i giovani e gli anziani e le donne, l'organizzazione, il riformismo, l'alternativa . . . .), ma invece cose dette con nettezza: le primarie per i parlamentari, le nomine trasparenti negli Enti, la necessità di DECIDERE, e così via: non è tempo questo di sfumature, del dire tutto e il suo contrario, per accontentare tanti e poi rimanere bloccati.
E veniamo alla ricerca dell'unità del partito: penso che in questo periodo sarebbe stato meglio arrivare al congresso con un solo candidato, di tutto il partito, per concentrare le nostre energie nel confronto esterno, che nel Veneto e a Verona come è noto ci vede in difficoltà. Il segretario uscente Giandomenico Allegri, oggetto di ripetute e ingiuste critiche che hanno fatto male non certo a lui ma all'immagine del partito, ha dimostrato cosa vuol dire voler bene e credere al PD: ha rinunciato alla ricandidatura pur di favorire un percorso che portasse ad una maggiore unità: tutte le sue proposte (4 nomi) sono state bocciate: dal giovane all'esperto, dall'ex ds all'ex margherita al senza ex; era evidente che aldilà delle dichiarazioni alla stampa non c'era alcuna volontà di accordo unitario, poiché c'era già invece uno scambio: il segretario provinciale ad uno di un'area, il segretario del cittadino ad uno di altra area: niente di scandaloso, basta saperlo, evitando di prende in giro gli iscritti, parlando di unità e agendo esattamente al contrario.
Franco Bonfante, vice presidente del Consiglio regionale Veneto

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Intervista a Mario Lonardi

Ho ricevuto con ritardo le risposte di Mario Lonardi e si è creata una disparita tra le due interviste (D’Arienzo e Lonardi). Infatti Lonardi ha risposto dopo la pubblicazione dell’intervista a D’Arienzo e, quindi, ha usufruito della conoscenza e dei contenuti pubblicati.
La velocità è un fattore competitivo molto importante nella società del terzo millennio perché tutto cambia e si evolve in modo continuo e veloce. Fermarsi significa prendere decisioni in un contesto ambientale già mutato.
Mario Lonardi è candidato alla Segreteria Provinciale del PD di Verona.

Considerata la crisi del sistema politico chiaramente visibile con la forte presenza del partito delle astensioni, quali fattori di cambiamento intende utilizzare al fine di recuperare e realizzare un rapporto di fiducia tra il PD ed i cittadini della provincia di Verona?
Qui il resto del post Il cambiamento non può essere di facciata, per essere tale deve poter essere percepito dai cittadini delusi e dalle persone che non ci hanno più votato e non si sono più iscritte al PD. Il primo segno di discontinuità si leggerà nella biografia del prossimo segretario provinciale, e questo sarà un dato “non governabile” con dichiarazioni.
Un secondo segno si potrà vedere nelle prime scelte del nuovo segretario: formazione della governance del partito con attenzione alle competenze e alle esperienze, scegliendo di dare rappresentanza a tutti a prescindere dal risultato congressuale; capacità di autorevolezza e di autonomia del segretario e dei nuovi organi del partito; presidio dei problemi del territorio e dei cittadini con posizioni chiare; capacità di comunicazione.

Quale approccio intende adottare per elevare la crescita di Verona nel contesto internazionale e, quindi, della sua Provincia nel momento in cui la crisi economica impone un ruolo ed una ipotesi di sviluppo delle città?
Bisogna che ci capiamo sul significato di “crescita” e che ci confrontiamo sul modello di sviluppo verso il quale tendere. Questa crisi economica è più grave di quanto ci si vuole far credere e impone un progetto politico che individui due percorsi paralleli di intervento: una linea di impegno sugli aspetti “emergenziali” quali il lavoro, il disagio sociale, i problemi degli anziani e delle famiglie, i servizi relativi alla salute.
Una seconda linea di impegno sugli aspetti strutturali che riguardano il sistema economico e dei servizi, il rilancio dei settori produttivi e delle filiere che hanno creato lavoro e opportunità economiche, l’individuazione di nuove opportunità che, con attenzione al territorio e ai cittadini, possano offrire nuove prospettive per la nostra città e la provincia.
Per entrambe le linee di impegno serve una valutazione strategica che funga da quadro di insieme e che tenga le ipotesi di lavoro dentro ad una prospettiva condivisa con i rappresentanti dei circoli e che metta a frutto il consistente lavoro di analisi che, dal 2002, le nostre amministrazioni hanno compiuto e che è stato, fino ad ora, poco valorizzato.

Per elevare la qualità della vita dei cittadini veronesi e la competitività delle imprese occorre migliorare la gestione dei servizi pubblici locali. Cosa non ha funzionato fino adesso e cosa pensa di fare per il futuro?
Una bizzarra interpretazione del federalismo ha portato a una situazione nella quale ogni ente o azienda che svolge un compito di servizio alla città e alla provincia, è diventata luogo di compensazione politica e occasione di acquisizione di rendite economiche: tutto questo in una logica spesso frammentaria.
Bisogna ritornare alle competenze e a una visione comune del futuro a cui tendere: ne seguirà una ripresa di competitività che non può essere acquisita singolarmente dai soggetti pubblici o privati.
Se le imprese sono il luogo “del fare” la politica deve essere il luogo “del pensare” e la competitività è il frutto della combinazione delle due attitudini.

I costi della burocrazia e dell’inefficienza delle PA incidono sulla competitività delle imprese, in modo particolare delle Piccole e Micro Imprese, e sulla qualità della vita dei cittadini veronesi. Come pensa di sostenere il cambiamento delle PA nella provincia di Verona nel quadro della riforma per migliorare l’offerta di servizi pubblici?
La PA può assumere un ruolo fondamentale rispetto a temi che riguardano l’armonizzazione dei servizi, l’informazione, la formazione, la pianificazione dello sviluppo e l’accompagnamento di processi di investimento e intrapresa, l’attenzione all’ambiente, la partecipazione dei portatori di interesse.
Il suo è un ruolo non sostituibile che, se assente o male interpretato, costringe le imprese a giocare il proprio ruolo in un ambiente altamente competitivo con “una gamba sola”.

Le organizzazioni hanno realizzato un continuo adattamento ai cambiamenti veloci che sono intervenuti nel pianeta al fine di mantenere o accrescere la competitività. Al contrario le organizzazioni politiche, quali i partiti, molto spesso sono rimasti fermi rispetto ai cambiamenti radicali. Come pensa di operare in provincia di Verona per superare il gap descritto?
Il nostro partito e, in generale il centrosinistra, non è rimasto molto fermo negli ultimi anni, anzi, la molteplicità delle forme e dei simboli, oltre che delle alleanze, ha spesso disorientato il nostro elettorato.
Questa “dinamicità delle forme” non è stata accompagnata da una altrettanto forte “dinamica dei volti” ma è stata sicuramente contraddistinta da uno sforzo di elaborazione delle proposte.
Credo che in questo momento sia auspicabile una minore variabilità delle forme che consenta una più efficace elaborazione di progetti. E, conseguentemente, una apertura al confronto e alla collaborazione che tenda ad includere in un comune orizzonte strategico tutte le realtà disponibili a discutere e condividere un progetto amministrativo proponibile per la guida della città e della provincia.

Le condizioni politiche attuali consiglierebbero al PD di Verona di celebrare il proprio congresso in forma unitaria o almeno di realizzare la più ampia convergenza possibile? Perché questo obiettivo non è stato realizzato? Si possono cogliere degli interessi di parte (per esempio le candidature alle prossime elezioni politiche, sempre più vicine, o altri interessi)?
Il nostro partito è nato per fare incontrare e collaborare storie e sensibilità politiche diverse ma che condividevano quei principi civili e politici che trovano nella Costituzione la sintesi più alta. I pochi anni trascorsi dalla nascita del partito ci hanno visto molto concentrati sulle procedure e sulla organizzazione interna, ma meno disposti ad un confronto sulle idee. È successo che, in questa fase “organizzativa” le occasioni di dialettica interna siano diventate motivo di divisioni, a volte definitive, piuttosto che occasione di mediazione e sintesi.
Per questo, nella occasione principale che come partito abbiamo per far emergere le opzioni e le idee – cioè nel Congresso – è molto opportuno che il dialogo sia reso visibile attraverso la discussione delle diverse mozioni.
Questo nel comune obiettivo di trovare la sintesi e un esito unitario del percorso congressuale: l’unitarietà in un partito come il nostro non può essere una premessa ma il risultato.

Nel PD vi sono delle posizioni minoritarie che si richiamano all’autosufficienza ed alla vocazione maggioritaria? Rispetto a tali proposte cosa pensa?
La nostra transizione verso una politica più moderna e una Repubblica (seconda, terza o quarta che sia) che attui compiutamente gli indirizzi costituzionali e garantisca la governabilità, non è certo compiuta.
Non credo siamo nelle condizioni di “costringere al silenzio” le minoranze, anzi, per evitare che il pensiero differente trovi forme di esplicazione potenzialmente dannose per il partito, è opportuno mantenere aperta, pubblica e trasparente la nostra discussione sui modi della partecipazione democratica, senza dimenticarci che l’orizzonte su cui si proiettano le nostre scelte è quello europeo.

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giovedì 14 ottobre 2010

Vincenzo D’Arienzo al Congresso del circolo PD E. Biagi

Cara Democratica e Caro Democratico,
Domani venerdì 15 ottobre dalle ore 18.00 alle ore 21.00 si terrà il congresso del terzo circolo in sala civica di via Brunelleschi (stadio).
Abbiamo deciso di sostenere la candidatura di Vincenzo D’Arienzo a Segretario del PD per i contenuti del suo programma e particolarmente per l’esperienza che ha maturato nel suo impegno amministrativo alla Provincia che lo mette in condizioni, conoscendo i problemi della Provincia di Verona, di rappresentare in modo efficace l’azione del partito, per la sua competenza molto utile e produttiva per affrontare i problemi di Verona e della Provincia rimasti insoluti dall’impegno delle amministrazioni di centro destra. Inoltre per Vincenzo la trasparenza e la competenza non sono scatole vuote ma fattori di cambiamento della politica e la selezione della classe dirigente del PD verrà effettuata valorizzando le migliori capacità e competenze.
Per le valutazioni esposte ti invitiamo a sostenere anche tu la candidatura di Vincenzo votando le liste a lui collegate.
Programma di Vincenzo D'Arienzo
Liste a sostegno della candidatura a Segretario Provinciale del PD di Verona di Vincenzo D’Arienzo.

UNITI, PER IL PARTITO DEMOCRATICO

1- Ramella Antonio

2- Rizzi Rosa

3- Scandola Stefano

4- Pozzati Maria

5- Passaro Salvatore

6- Forte Maria Teresa

7- Mastini Alberto

8- Leone Roberta

9- Menato Damiano



PD NOI

1- Leone Martino

2- Capodicasa Serena

3- Alviggi Davide

4- Berghi Giulia

5- Bonuzzi Carlo

6- Brugnoli Claudia

7- De Vito Umberto

8- Agnoli Carla

9- Manzini Luciano

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Regole per superare la crisi

Articolo di Abravanel Roger e D' Agnese Luca pubblicato su Corriere della Sera del 12 ottobre 2010
Perché Regole? Perché due consulenti e manager d'azienda hanno deciso di occuparsi di un tema che, all' apparenza, riguarda prima di tutto la politica, l' educazione civica e la giurisprudenza, e molto meno l' attività delle imprese? Per una ragione molto semplice: solo le regole permettono a una società di organizzarsi meglio e l' organizzazione è un elemento essenziale per lo sviluppo sia delle società sia delle aziende. Il nostro saggio affronta nei primi due capitoli il problema dello sviluppo economico delle società e delle regole che le governano. Vogliamo rovesciare l' ottica con cui in Italia si guarda alle regole: in genere riteniamo che le regole siano un freno. Costituiscono un limite (malvisto) alla nostra libertà o un limite (benvisto) alla prepotenza e alla furbizia degli altri. Invece le regole possono costituire un formidabile motore per lo sviluppo, perché le regole condizionano i comportamenti degli individui, e le regole giuste li spingono a lavorare insieme efficacemente in una società ben organizzata.  Da quasi mille anni le regole giuste favoriscono gli investimenti e l' innovazione in attività che creano ricchezza. Permettono a un agricoltore, i cui diritti di proprietà sulla terra sono garantiti dalle regole, di indebitarsi per acquistare i macchinari che aumentano la produttività. Permettono alle aziende farmaceutiche di creare farmaci che allungano e migliorano la nostra vita perché il loro investimento in ricerca e innovazione è reso remunerativo dalla protezione dei brevetti. Nel corso degli ultimi cinquant' anni il numero e la complessità delle regole sono molto aumentati. È un cambiamento inevitabile, causato dal passaggio a un altro paradigma economico: siamo passati da una società industriale a una società di servizi, una galassia di attività estremamente variegata, che va dal commercio alle professioni, dalle costruzioni agli ospedali, dalla finanza al turismo. I servizi sono spesso trascurati da economisti e politici: l' industria manifatturiera è un' attività economica molto più «visibile», che si concentra in grandi siti industriali, i suoi prodotti si possono vedere e toccare. In realtà nelle economie di tutti i Paesi avanzati le attività industriali hanno un peso da tre a cinque volte inferiore a quello dei servizi e crescono meno in tutto il mondo. Quando nei servizi mancano le regole giuste, il rallentamento economico è garantito: lo stiamo vedendo tutti, mentre subiamo da mesi una crisi causata dalle cattive regole della finanza mondiale. Il problema delle regole è una delle cause principali del ristagno economico del nostro Paese, che impedisce lo sviluppo di una moderna economia di servizi. Se l' Italia avesse nel settore dei servizi gli stessi occupati (in rapporto alla popolazione) della media europea, avremmo tre milioni di posti di lavoro in più. Il nostro settore manifatturiero, relativamente più sviluppato, ce ne fa recuperare solo mezzo milione. Il nostro sistema di regole favorisce le piccole imprese. Basta un esempio: l' articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si applica solo alle imprese con più di 15 dipendenti, e dunque incentiva le imprese a restare piccole, e magari nel «sommerso», che nei servizi incide molto di più (il 20 per cento contro il 12 dell' industria). Le imprese del «sommerso» crescono poco, non attirano investimenti e sono poco produttive. I guadagni che ottengono da un lato (per esempio non pagando le tasse) spesso li perdono sul fronte dell' efficienza e della competitività. Senza trascurare i pesantissimi costi per la società nel suo complesso, perché le tasse che vengono evase dal sommerso sono pagate dalle attività in regola, sotto forma di imposte più elevate: in Italia si tassano le imprese più efficienti e produttive per sussidiare quelle del sommerso che sono meno competitive e fanno loro concorrenza sleale. Il primo degli slogan di Regole è dunque «piccolo è brutto anzi bruttissimo»: le piccole imprese che sopravvivono perché non rispettano le regole creano danni enormi a tutte quelle (piccole e grandi) che le regole le rispettano e tentano di competere grazie all' innovazione. Gli imprenditori che a gran voce chiedono allo Stato di ridurre il peso del fisco non capiscono che devono invece prendersela con quelli di loro che il fisco lo evadono da anni. Le cause di questa incapacità italiana di darsi le regole giuste e di rispettarle vanno purtroppo ben oltre i limiti della politica. La storia ci insegna che le società che sanno trovare le regole giuste non lo fanno grazie alle geniali intuizioni di qualche «inventore di regole», ma attraverso un processo evolutivo che procede per tentativi ed errori: alla fine le regole giuste emergono perché anche quelle sbagliate vengono rispettate e tutti partecipano poi a migliorarle. Ma purtroppo in Italia il «circolo virtuoso delle regole» diventa un «circolo vizioso»: le regole percepite come oppressive non vengono rispettate da moltissimi italiani, e questo da un lato genera una serie di condoni e sanatorie, dall' altro regole ancora più assurde, che giustificano le violazioni di massa. La difficoltà di perseguire milioni di imprese e individui porta al disinteresse per le regole e il circolo vizioso ricomincia. I «circoli virtuosi delle regole» non nascono solo grazie alla politica, ma poggiano su quattro «pilastri» importanti: l' educazione civica dei cittadini, una giustizia civile veloce, media indipendenti e regolatori autorevoli. In Italia questi pilastri delle regole sono traballanti. L' educazione dei cittadini è probabilmente il problema più grave, e forse il meno riconosciuto. Le capacità degli italiani adulti di comunicare e operare in contesti strutturati tipici della società post-industriale sono, ahinoi, molto scarse, da Paese del Terzo Mondo. La nostra scolarità è bassa (pochi laureati) e oltretutto quello che impariamo a scuola è spesso distante dalle competenze che ci potrebbero rendere protagonisti efficienti nell' economia del XXI secolo e cittadini consapevoli: sono quelle che l' Ocse definisce le «competenze della vita», valutando che quattro italiani su cinque sono «analfabeti». Una giustizia (soprattutto civile) tra le più lente del mondo e un sistema di mezzi di informazione asfittico e poco indipendente contribuiscono a deprimere la richiesta di regole giuste da parte della nostra società. Ma come possiamo spezzare questo «circolo vizioso»? La società italiana è riuscita, in aree purtroppo limitate, a far funzionare le regole: abbiamo individuato alcuni esempi, che illustriamo nel capitolo «I semi delle regole» e che ci hanno portato a formulare cinque proposte. Due puntano a creare «circoli virtuosi» nei servizi, e in particolare nei servizi pubblici locali e nel turismo. Le altre tre sono invece finalizzate a rafforzare i «pilastri» delle regole che traballano, innescando un processo di cambiamento nei settori della giustizia civile, della scuola e dell' informazione. L' idea di fondo di queste proposte è che per far funzionare le regole in Italia l' etica non basta: occorre dimostrare che seguire le regole conviene. Finché noi italiani non ne saremo convinti, troveremo sempre una buona ragione per non rispettarle: perché sono ingiuste, perché il nostro vicino non le rispetta, perché prima o poi arriva un condono... Queste motivazioni sono purtroppo giustificate da un punto di vista egoistico, se la società attorno a noi non rispetta le regole e non premia adeguatamente chi lo fa. Per spezzare il «circolo vizioso» è quindi essenziale creare delle «isole» in cui ci sono le regole giuste e coinvolgere un numero sufficiente di cittadini e imprese attivamente impegnato nel rispettarle e farle rispettare. Così si può raggiungere quello che abbiamo definito, con un termine preso a prestito, come tipping point, il punto di svolta: il punto in cui i cittadini si convincono che rispettare le regole può essere davvero un buon affare.

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Sostegno a Vincenzo D’Arienzo

Ho ricevuto le seguenti dichiarazioni a sostegno della candidatura di Vincenzo D'Arienzo a segretario provinciale del Partito Democratico di Verona. Sono dichiarazioni interessanti ed importanti che esprimono la testimonianza positiva dell’impegno politico di Vincenzo e che occorre tenere presenti in sede congressuale.
Clara Scapin, consigliere della Provincia di Verona. Vincenzo e' una persona competente, impegnata, capace di organizzare il lavoro collegialmente, di guidare perché ognuno diventi autonomo,paziente, concreto, veloce nel fare, attivo,disponibile ad affrontare i problemi che gli vengono posti, con tempismo e realismo,ottimista. Un punto debole?gli piace essere apprezzato!quindi sì ai riconoscimenti del suo lavoro! Ma senza esagerare, sa capire chi gli sta di fronte! Noi consiglieri gli siamo grati di come ha portato avanti il suo ruolo, ci siamo sentiti sempre a nostro agio. Sarebbe un buon segretario di questo nostro PD! Capace di farlo crescere!
Alice Leso, consigliere della provincia di Verona. Se dovessi descrivere, con due parole, com’è stata l’esperienza di questo primo anno di amministrazione con Vincenzo come capogruppo in Provincia la definirei “dinamica-istruttiva”. Il perché è molto semplice, come capogruppo si è posto fin dall’inizio nell’ottica di renderci, nel minor tempo possibile, edotti sulle varie tematiche di competenza provinciale e sulla struttura burocratica della provincia.
Ha messo a disposizione del gruppo tutta la sua esperienza, le sue conoscenze e le sue competenze affinché potessimo maturare quella memoria amministrativa storica che lui stesso ha accumulato in questi anni nell’ente provinciale.
Inoltre ha favorito la creazione di un gruppo unito che lavora in costante collaborazione sia con la dirigenza del partito che con gli amministratori locali ed i circoli per rendere le proposte e le scelte provinciali espressione delle esigenze delle varie realtà locali.
Ha adottato quindi, anche nell’ambito provinciale, quel sistema che lui stesso definisce nel suo programma congressuale di governo diffuso, affinché le proposte possano essere costruite attraverso un ampio confronto e siano espressione delle numerose esperienze e conoscenze presenti nel partito.
Come segretario del PD ritengo che sia importante la sua capacità di proporre, pianificare e progettare ciò di cui il territorio ha bisogno, ciò che il territorio chiede, facendo in modo che si operi in un’ottica di lungo periodo e non pensando soltanto al contingente. Una progettualità ed una dialettica in grado di relazionarsi con il mondo del lavoro, dell’associazionismo, del volontariato e con tutte le realtà territoriali, in pratica un nuovo civismo.
Diego Zardini, consigliere della Provincia di Verona. Vincenzo a mio avviso, con la dimostrazione del suo impegno in Provincia, credo possa essere la persona giusta per interpretare questo ruolo e raggiungere i nostri comuni obbiettivi. In questi anni è stato uno dei più impegnati attori della linea politica del partito su tantissimi temi e su tutto il territorio provinciale; temi come l'Autodromo, l'Aeroporto, la discarica di Pescantina, Ca' del Bue e le molte, troppe cave sparse nel territorio, le grandi opere stradali come le Tangenziali a pagamento, l'autostrada in città sotto le Torricelle, sono solo alcune delle tantissime battaglie che sono state portate avanti.
Alcune proposte organizzative che ritengo forti sono la acquisizione dei principi di trasparenza e competenza per le nomine negli enti così come definito nel percorso dal gruppo di lavoro che aveva redatto il documento EntiTrasparenti, sono stati fortemente inseriti i principi delle primarie per le cariche importanti come il Presidente della Provincia, del Sindaco di Verona e della lista dei prossimi parlamentari.
Franca Maria Rizzi, consigliere della Provincia di Verona. Con Vincenzo ho condiviso molti anni di militanza nel partito dei DS: anche se provenienti da percorsi politici diversi e spesso con posizioni contrapposte , il rapporto con lui e' sempre stato improntato al rispetto, al confronto leale e costruttivo perche questa era , e' oggi nel PD e nel suo ruolo istituzionale, la sua modalità di lavoro e di relazione con gli altri/e. Condivido adesso con lui anche l'esperienza di lavoro in consiglio provinciale e ne apprezzo la coerenza tra le sue idee e le decisioni che assume, sempre con gran rapidità, la tenacia e la costanza nel perseguire gli obiettivi che si pone. Queste qualità gli hanno consentito di acquisire una conoscenza approfondita e articolata delle problematiche proprie dei diversi territori, da quelle politiche a quelle economiche, istituzionali, ambientali e sociali. Sono risorse importanti che potrà mettere a disposizione del partito nel ruolo di segretario provinciale, alle quali, non meno importante, si aggiunge la capacità di fare squadra, pianificando il lavoro con il gruppo, facendo crescere ciascuno nell'autonomia e valorizzandone le competenze.
Federica Foglia, coordinatrice di Circolo. Il mio sostegno alla candidatura di Vincenzo D’Arienzo nasce principalmente da due necessità che ritengo in questo momento più che mai attuali e prioritarie: in primo luogo, da coordinatrice di circolo, sento forte l’esigenza di costruire una rete tra i circoli e gli amministratori che consenta di strutturare un radicamento sul territorio organizzato e basato su contenuti e bisogni di interesse delle rispettive comunità di appartenenza, che faccia sentire gli iscritti compartecipi di un disegno provinciale più ampio e strutturato.
In secondo luogo, la forza della Lega, nei nostri territori, necessita di una Leadership forte che sappia sì mediare fra le diverse sensibilità e appartenenze, ma che sia altresì capace di sintetizzare e decidere in modo chiaro in merito a questioni importanti quali possono essere per il nostro territorio le problematiche inerenti la sanità, il Motorcity, la viabilità e molte altre questioni legate ai singoli territori.
Sono convinta che l’esperienza provinciale di Vincenzo D’Arienzo, maturata dal 1999 fino ad ora, la sua capacità di essere concreto nel gestire percorsi, progetti e obiettivi e la trasparenza progettuale che include nel suo programma, siano le caratteristiche necessarie per guidare questo partito nei prossimi anni.

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Povertà in Italia in caduta libera

Secondo il rapporto della Caritas e della fondazione Zancan, presentato ieri ed intitolato “In caduta libera”, la povertà in Italia è cresciuta in modo sensibile.
“Non è vero che siamo meno poveri, come gli ultimi dati ufficiali dell’Istat sulla povertà (luglio 2010) farebbero pensare. Secondo l’Istat lo scorso anno l’incidenza della povertà relativa è stata pari al 10,8% (era 11,3% nel 2008), mentre quella della povertà assoluta risulta del 4,7%. Secondo l’Istat si tratta di dati “stabili” rispetto al 2008. In realtà, si tratta di un’illusione «ottica»: succede che, visto che tutti stanno peggio, la linea della povertà relativa si è abbassata, passando da 999,67 euro del 2008 a 983,01 euro del 2009 per un nucleo di due persone. Se però aggiornassimo la linea di povertà del 2008 sulla base della variazione dei prezzi tra il 2008 e il 2009, il valore di riferimento non calerebbe, ma al contrario salirebbe a 1.007,67 euro. Con questa operazione di ricalcolo, alzando la linea di povertà relativa di soli 25 euro mensili, circa 223 mila famiglie ridiventano povere relative: sono circa 560 mila persone da sommare a quelle già considerate dall’Istat (cioè 7 milioni e 810 mila poveri) con un risultato ben più amaro rispetto ai dati ufficiali: sarebbero 8 milioni e 370 mila i poveri nel 2009 (+3,7%)”.
La povertà colpisce in particolare il Mezzogiorno, le famiglie numerose, quelle con 3 o più figli, quello monogenitoriali e coloro che hanno bassi livelli di istruzione.
"La povertà familiare, espone il rapporto, è un fenomeno consolidato, che non accenna a diminuire. Diversamente da altri paesi, in Italia più alto è il numero di figli, maggiore è il rischio di povertà: se in famiglia c’è un solo figlio minore l’incidenza della povertà relativa sale dal 10,8%, che è il dato medio, al 12,1%, mentre se ci sono tre o più figli l’incidenza è del 26,1%. La società italiana si nega così la possibilità di futuro: il numero medio di figli minori per famiglia era trent’anni fa di 0,75, passato nei primi anni novanta a 0,6 e ulteriormente sceso a 0,5 nel 2000 per arrivare all’attuale 0,43”.
Un italiano su 5 (dati europei), pari a circa 12 milioni di italiani, è a rischio povertà. Solo il 45% delle famiglie italiane sarebbe a riparo dalla crisi economica
Negli anni 2009 e 2010, caratterizzati dalla crisi economica, è stato registrato un 25% in più di persone che si rivolgono alla Caritas per chiedere sostegno, un 40% tra gli italiani che pur non essendo povere vivono una situazione di disagio economico e una condizione di forte fragilità economica. Espone il rapporto che “sono persone che, soprattutto in questo periodo di crisi, hanno dovuto modificare, in modo anche sostanziale, il proprio tenore di vita, privandosi di beni e servizi, precedentemente ritenuti necessari”.
Il Rapporto contiene i risultati di una indagine valutativa sulle misure di contrasto delle situazioni di povertà, introdotte dal governo italiano nel biennio 2007-2008. Le misure prese in esame sono: la social card, il bonus famiglia, il bonus elettrico, il bonus Gas e l’abolizione dell’Ici sulla prima casa.
La valutazione è stata realizzata con la collaborazione di due grandi organizzazioni della società civile (Acli e Cisl), e ha contemplato la realizzazione di oltre 150 interviste con operatori di Centri di Ascolto Caritas, Caaf Cisl e Acli Service, in tutte le regioni d’Italia.
La misura considerata maggiormente efficace nel contrasto delle situazioni di povertà non è la social card ma l’abolizione dell’Ici per la prima casa. Nello specifico, il 69,2% degli intervistati ha valutato tale misura “abbastanza” o “molto efficace” nel ridurre la povertà economica. Le valutazioni espresse sul grado di efficacia della social card nel contrasto della povertà economica sono di taglio negativo: il 94,9% degli operatori intervistati ritiene “poco” o “per niente utile” tale misura. Per quello che riguarda le altre misure, il giudizio è meno negativo: una media del 58% degli operatori ritiene i Bonus “poco” o “per niente” utili nel contrasto della povertà economica.
Contro la povertà, il segretario dei vescovi italiani, Crociata, ha denunciato quanto sia "grave l'elusione e l' evasione fiscale. Perché - ha precisato - si tratta di sottrazione di risorse che pesano sugli onesti e diminuiscono le disponibilità di aiuto agli ingenti".
Si pensi che l’evasione fiscale che ammonta a 120 miliardi rappresenta una grande risorsa potenziale che potrebbe essere utilizzata al fine di realizzare una riforma del fisco che redistribuisca il reddito privilegiando i redditi più bassi e riconsiderando la tassazione delle rendite finanziarie (escluso i titoli di stato) al 20% ed introducendo nuove forme di tassazione, per esempio i patrimoni e le transazioni finanziarie. Recuperare tali risorse significa intervenire con misure più efficaci per combattere la povertà. Certamente occorre intervenire per ampliare la base occupazionale del paese perché attraverso tale misura si colpisce in modo efficace la povertà e le condizioni di coloro che vivono una condizione di disagio sociale.

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martedì 12 ottobre 2010

Intervista a Vincenzo D’Arienzo

VincenzoD’Arienzo, consigliere della Provincia di Verona, è candidato alla segreteria provinciale del Partito Democratico ed ha accolto la proposta di essere intervistato sulle prospettive del PD e della Provincia di Verona.

Considerata la crisi del sistema politico chiaramente visibile con la forte presenza del partito delle astensioni, quali fattori di cambiamento intende utilizzare al fine di recuperare e realizzare un rapporto di fiducia tra il PD ed i cittadini della provincia di Verona?
Sono convinto che occorra, innanzitutto, rafforzare l’identità del nostro Partito. Ciò favorisce la credibilità e la nostra autorevolezza, verso gli iscritti e gli elettori. Credo, inoltre, che occorra valorizzare tutte le conoscenze e competenze presenti, dei militanti e degli amministratori, affinché si possa determinare una chiara e definita proposta programmatica e di impegno. Un investimento, quindi, forte su noi stessi per essere più forti verso l’esterno. Il patrimonio che abbiamo, di idee e di proposta, va volto verso l’area di riferimento del centrosinistra e la società civile. Nel primo caso, rendendoci luogo di incontro e di mediazione in modo da essere perno centrale e motore di una coalizione ampia di forze, nel secondo per stimolare le numerose realtà associative e favorire un “nuovo e rinnovato civismo” nell’ambito del quale mettersi e metterci in discussione per far emergere nuove e qualificate responsabilità sociali e di impegno amministrativo. La trasparenza è un fattore essenziale per ricreare un rapporto nuovo e produttivo con i cittadini veronesi. I cittadini elettori hanno il diritto di sapere e di conoscere in modo chiaro e genuino cosa avviene nel Partito Democratico, nella classe politica e quali sono le scelte che vengono compiute. Solo così potranno confrontarsi e partecipare in modo sostanziale e non formale alla vita sociale e politica promossa dal PD e condizionarne le scelte.
Punto molto anche sulla continua elaborazione culturale e politica. Ed è per questo che intendo dare avvio ad una Fondazione con autorevoli e riconosciuti esponenti (se, possibile, non solo di area) affinché supportino il Partito in questo fondamentale segmento di impegno.

Quale approccio intende adottare per elevare la crescita di Verona nel contesto internazionale e, quindi, della sua Provincia nel momento in cui la crisi economica impone un ruolo ed una ipotesi di sviluppo delle città?
Verona sarà interessata da tanti progetti infrastrutturali di rilevanti dimensioni (TAV, autostrade, interporti, Motorcity...). Ciò farebbe pensare che lo sviluppo e il benessere sia automatico e che, per questo, anche il ruolo della città crescerà. In parte è vero, ma i cambiamenti profondi che vi saranno rischiano, se non mediati, di avere solo effetti negativi. Un Partito di governo come il nostro ha il dovere di misurarsi con scelte del genere e di intraprendere ogni azione di conoscenza e di contatto con tutti i livelli decisionali deputati al fine di tutelare le prerogative e le specificità territoriali. E' vera rappresentanza di interessi locali, affrontare progetti in ogni sede attuati. Un’azione del genere porta Verona in ambiti nuovi, difficilmente raggiungibili da una piccola cittadina di provincia. Quindi, attraverso la rappresentanza concreta degli interessi io penso che avremo occasione per portare qui opportunità che ci consentiranno di favorire la crescita sia economica che sociale, due fattori non divisibili. Inoltre, occorre considerare che molte città si sono riqualificate facendo leva su fattori creativi ed immateriali e ponendo attenzione alla formazione, valorizzazione ed attrazione dei talenti.

Per elevare la qualità della vita dei cittadini veronesi e la competitività delle imprese occorre migliorare la gestione dei servizi pubblici locali. Cosa non ha funzionato fino adesso e cosa pensa di fare per il futuro?
Il sistema pubblico, e non intendo solo le Istituzioni, ma anche le aziende di proprietà pubblica, non ha nel proprio DNA il supporto alle imprese. Certo, l’efficace gestione dei servizi pubblici locali aiuta, ma questa ha un senso se comunque vi sono segmenti che funzionano. Io non ricordo significativi interventi in ambito economico, e sono 12 anni che sono Consigliere Provinciale! Quindi, la situazione è ancora peggiore di quella immaginata.
Ciò ci coinvolge comunque. E coinvolge sia gli amministratori che i nostri rappresentanti nelle medesime società. Da questo punto di vista, la competenza e le capacità di ognuno faranno la differenza. La competenza delle persone dovrà essere il faro da seguire perché abbiamo disperatamente bisogno di gente che sa e conosce. Pertanto, credo che valorizzare il merito, la conoscenza e le “professionalità” di coloro che si propongono per un incarico sia uno degli antidoti alla problematica evidenziata.

I costi della burocrazia e dell’inefficienza delle PA incidono sulla competitività delle imprese, in modo particolare delle Piccole e Micro Imprese, e sulla qualità della vita dei cittadini veronesi. Come pensa di sostenere il cambiamento delle PA nella provincia di Verona nel quadro della riforma per migliorare l’offerta di servizi pubblici?
Le Amministrazioni pubbliche rappresentano un fattore fondamentale per la qualità della vita dei cittadini e per la competitività delle imprese. Una PA inefficiente rallenta e non favorisce lo sviluppo dell’impresa e la crescita della ricchezza nazionale. Gli imprenditori lamentano la scarsa semplicità dell’iter burocratico, lunghi periodi di attesa per l’erogazione di un servizio, la disorganizzazione dei diversi uffici, i costi della burocrazia, i ritardati pagamenti per le forniture ed i servizi resi e spesso la mancanza di un interlocutore. I cittadini subiscono molto spesso l’inefficienza e richiedono un livello di qualità dei servizi migliore.
Le medie, piccole e micro imprese che rappresentano in larga parte il tessuto produttivo dell’Italia (95% della struttura produttiva, 80% dell’occupazione, 70% della ricchezza) e soprattutto del Veneto sono quelle che subiscono di più gli effetti della cattiva organizzazione delle Pubbliche Amministrazioni.
Per i motivi esposti occorre intervenire nei comuni della Provincia di Verona al fine di attuare i contenuti del decreto legislativo n.150/2009 attuativo della legge delega n. 15/2009.
Penso sia utile costituire, ed è una novità rispetto al passato, uno specifico gruppo di lavoro competente le cui elaborazioni devono essere di supporto per il Partito e gli amministratori locali affinché, con cognizione e consapevolezza, si possa perseguire in ogni sede il rinnovamento della PA. Chissà che da Verona possa partire una buona proposta da inviare ovunque.

Le organizzazioni hanno realizzato un continuo adattamento ai cambiamenti veloci che sono intervenuti nel pianeta al fine di mantenere o accrescere la competitività. Al contrario le organizzazioni politiche, quali i partiti, molto spesso sono rimasti fermi rispetto ai cambiamenti radicali. Come pensa di operare in provincia di Verona per superare il gap descritto?
Voglio un Partito a governo diffuso, coinvolgente e inclusivo proprio per affrontare tutte le sfide che la società pone. Spesso si dice che fuori sono più avanti di noi. Bene, andiamo a vedere, confrontiamoci continuamente, mescoliamoci e riflettiamo le esperienze positive.
Penso che debba essere perseguito convintamente un rapporto con la società in grado di far scaturire un “nuovo civismo” (superando le conosciute versioni mascherate o cooptate) nonché la necessità di assunzioni dirette di responsabilità amministrative. Spetta a noi creare le condizioni affinché nascano in questi ambiti volontà nuove di impegno sociale.
Ciò va alimentato e favorito attraverso iniziative e percorsi di condivisione programmatica e culturale di governo del territorio da realizzare su temi quali il governo locale del lavoro, dell'ambiente, della mobilità, della crescita, economica e infrastrutturale, dei rapporti sociali.

Le condizioni politiche attuali consiglierebbero al PD di Verona di celebrare il proprio congresso in forma unitaria o almeno di realizzare la più ampia convergenza possibile? Perché questo obiettivo non è stato realizzato? Si possono cogliere degli interessi di parte (per esempio le candidature alle prossime elezioni politiche, sempre più vicine, o altri interessi)?
Il percorso che ha portato alla mia candidatura è uno (tra i tanti) dei limiti che dobbiamo superare in futuro. E’ vero che le condizioni politiche avrebbero voluto un candidato unitario, ma è altrettanto vero che l’unità non è stata cercata con convinzione. Nel tempo, infatti, riconosciuti esponenti che oggi non sono a sostegno della mia candidatura, hanno avanzato proposte nominative sempre differenti. Nell’ordine: Allegri, Mion, Bonfante, Mion di nuovo e il sottoscritto. Stupisce, però, che nonostante le proposte avanzate (tutte documentabili con incontri e telefonate “pubbliche”), alla fine comunque gli stessi proponenti si siano ritirati lasciando, di fatto, inalterato il quadro. Mi esprimo meglio: se quei proponenti che oggi sostengono l’altra candidatura, avessero mantenuto la proposta nominativa, qualsiasi nell’ordine indicato, tranne Bonfante che è statutariamente incompatibile (possibile che non lo sapessero?) e molto prima di quella del sottoscritto, oggi il candidato sarebbe stato unitario.
Non recrimino: rispetto le ragioni delle proposte e le successive ritirate. Il congresso dirà chi aveva ragione. Democraticamente.

Nel PD vi sono delle posizioni minoritarie che si richiamano all’autosufficienza ed alla vocazione maggioritaria? Rispetto a tali proposte cosa pensa?
Il tema è delicatissimo. Prima la suggestione della vocazione maggioritaria che ha condizionato il nostro PD e poi la proposta di un nutrito numero di Parlamentari che, di fatto, delinea una prospettiva diversa rispetto a quella da tanti condivisa di proseguire nel solco de l’Ulivo come voluto da Romando Prodi, ovvero l’incontro tra culture e radici diverse, ma uniti nei valori di riferimento, sono due prospettive strategiche negative.
Il documento presuppone, tra gli altri, di costruire (delegare?) all’esterno del Partito le future candidature di primo piano, quasi che il Partito fosse un’organizzazione da superare o porre a latere di importanti e democratici processi di selezione, e di portare le posizioni sottoscritte dentro e fuori il partito, prefigurando, in questo modo, azioni che rischiano di minare il nostro futuro unitario.
Ciò determina confusione e disorientamento in milioni di elettori che hanno fiducia nel PD!
Il progetto del Partito Democratico, che è l’unico progetto credibile per il rilancio del centrosinistra a Verona, nel Veneto, in Italia, va avanti comunque perché il nostro popolo ci chiede di stare uniti.
A Verona il tema lo sento, anche in ragione della presenza di due Parlamentari veronesi che hanno condiviso le proposte in questione e che sostengono l’altra candidatura. In merito è necessaria una riflessione nel nostro percorso congressuale, anche se quel candidato non ne parla. Lo capisco, ma occorre sapere da chi si candida se l’ispirazione plurale raggiunta prima con l’Ulivo e poi con il Partito Democratico è tuttora valida o se va messa in discussione.
Io affermo il principio di unità e indissolubilità del progetto culturale che ha motivato la nascita del nostro Partito. Le ragioni positive di quella scelta sono molto superiori ai piccoli interessi di qualcuno. Indietro non si torna.
Nel nostro Partito nessuno deve sentirsi ospite, ma nessuno può pensare di demolirne la credibilità perché il PD è un bene indistinto di tutti e dobbiamo con coerenza difenderne il suo valore a Verona come a Roma.
Programma di Vincenzo D'Arienzo

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venerdì 1 ottobre 2010

Federico Testa, assetti futuri per i servizi pubblici locali

Articolo di Federico Testa pubblicato sulla rivista Management delle utilities n. 3/2010
Il processo di apertura del settore dei servizi pubblici locali non è andato avanti, in questi anni, in maniera omogenea. Da qui partirei, senza la pretesa di essere esaustivo, ma solo per dare conto di questa disomogeneità con riferimento ai principali servizi a rete, e per trarne indicazioni operative al fine di provare ad individuare – in un’ottica di possibili driver industriali – i possibili futuri assetti per le ex municipalizzate.
Per quanto riguarda l’energia elettrica, la liberalizzazione ha fatto in questi anni indubbiamente passi in avanti, anche se meritano un approfondimento gli scenari aperti dalla scelta di rientro nel nucleare e, più in generale, del mix produttivo prospettico delineato (il 25-25-50 proposto dall’ex Ministro Scajola). Infatti, gli assetti di mercato corrono il rischio di essere pesantemente messi in discussione da un approccio che non consideri – magari per proporre idonee soluzioni – le difficoltà che possono nascere nel momento in cui si ipotizza che il 50% del mercato abbia prezzi che non si determinano nel mercato stesso, ma sono fissati dal potere politico. Sia chiaro: non è qui in discussione l’opportunità – condivisa – di riequilibrare e diversificare le nostre fonti di produzione. Ma se, com’è naturale nel medio - breve periodo, alle fonti rinnovabili deve essere garantito, attraverso forme di incentivazione, un certo prezzo che le renda economicamente sostenibili, e se chi si candida a fare il nucleare chiede una qualche forma di assicurazione sui prezzi di vendita dell’energia (e se questo soggetto, tra l’altro, è l’incumbent e quindi parte in una posizione “non di svantaggio” in termini di mix di produzione e, quindi, di modulazione), alla fine cosa rimane del mercato?
Nel gas, al contrario, la situazione appare più articolata: se la possibile definizione di un congruo numero di ambiti di partenza, di una certa dimensione, con l’obiettivo di stimolare poi un’ulteriore riduzione naturale, spinta dal mercato, appare coerentemente funzionale ad una razionalizzazione del settore, il permanere di un sostanziale monopolio di fatto relativamente all’approvvigionamento della materia prima ed al governo delle infrastrutture di trasporto e di stoccaggio non lasciano ben sperare, e pongono pesanti interrogativi in merito alle possibilità di affermazione di una reale competizione nel settore. Competizione infatti che, per poter usare la leva prezzo al fine di favorire gli switch nel civile, ha bisogno di un’apertura significativa del mercato a monte della distribuzione.
Quanto al settore idrico, va per prima cosa sottolineato come ancora una volta si sia preferito l’approccio mordi e fuggi (con poche norme inserite all’ultimo minuto nella legge comunitaria) rispetto alla costruzione di un quadro normativo organico. La dimostrazione emblematica di questo sta nella mancata previsione di un’Autorità Indipendente di Regolazione del settore: come è infatti realisticamente ipotizzabile di poter intervenire in un settore così delicato e sensibile senza considerare che il processo che si vuole avviare ha bisogno di essere garantito da un soggetto terzo, autorevole ed indipendente? E questo per una serie di buone ragioni, che vanno dalla necessità di individuare tariffe che consentano gli investimenti necessari alla manutenzione ed allo sviluppo della rete, senza che questo faccia perdere di vista l’aspetto sociale e comune del bene acqua, al bisogno di prevedere forme di standardizzazione dei bandi e dei contratti, così da evitare il rischio di cattura delle amministrazioni periferiche (specie se di piccole dimensioni) da parte dei soggetti gestori, fino alla necessità di mantenere in maniera adeguata convenzioni complesse e di durata trentennale. Pensare di fare tutto questo senza dare a tutti (amministrazioni periferiche, cittadini ed imprese) la garanzia di un’Autorità Indipendente di Regolazione significa non capire come funzionano questi mercati e questi servizi, e limitarsi a fare norme-manifesto senza poi porsi il problema di dare loro reale efficacia (e tutti sappiamo, fin dalle grida manzoniane quanto questa sia prassi purtroppo diffusa nel nostro Paese…).
Se questo è lo stato dell’arte per i processi di liberalizzazione dei settori, che dire dei possibili futuri assetti azionari per le ex municipalizzate?
Certamente alcuni effetti scomposti potrebbero essere prodotti dalle disposizioni del decreto Ronchi che, andando a modificare l’articolo 23-bis, vincolano le imprese che vogliano mantenere gli affidamenti in house ad allargare l’azionariato a soci privati. Prescindendo pure dall’analisi specifica di alcuni aspetti delicati della norma, quale ad esempio quello del rischio di una svalorizzazione del patrimonio pubblico in conseguenza della contemporanea immissione sul mercato di quote estremamente significative delle principali public utilities locali italiane, resta ancora aperto il tema di come possa essere riarticolato il ruolo del pubblico in questi settori. Non vi è dubbio, a parere di chi scrive, che dal superamento del conflitto di ruoli/interessi in questo campo (proprietario, regolatore, difensore degli interessi della collettività) il sistema non potrà che trarre giovamento, con un pubblico che sempre più si concentra sul ruolo di regolatore (ed impara a farlo davvero, superando quelle difficoltà che oggi fanno sì che la stragrande maggioranza delle amministrazioni locali sia del tutto priva delle competenze necessarie a svolgere tale ruolo in maniera incisiva ed efficace) ed un mercato che si dispiega ponendo al centro l’esigenza dei cittadini/consumatori di avere servizi fondamentali quali quelli in esame di qualità adeguata, a prezzi accessibili, con la possibilità di sostituire il fornitore se si dimostra inadempiente.
Ma, detto questo, qualche ulteriore osservazione va spesa in merito ai percorsi attraverso i quali giungere all’obiettivo, ed in particolare al ruolo – di cui tanto si sta parlando – delle Fondazioni Bancarie, su cui mi pare che vi sia qualche confusione. In tempi non sospetti, con Angelo Miglietta , avevamo prefigurato una possibilità ben precisa, e cioè quella che le Fondazioni intervenissero acquisendo la proprietà delle reti infrastrutturali dei servizi locali, ridisegnando così la trama dei rapporti tra Enti locali, imprese locali di pubblici servizi e istituzioni finanziarie radicate nel territorio, quali le Fondazioni Bancarie.
Il processo di separazione degli asset patrimoniali dall’azienda di gestione dei servizi può, infatti, generare una serie di conseguenze particolarmente significative per gli stakeholder delle multiutilities, in quanto la riduzione dell’incidenza del capitale investito nella società di servizi non comporta un’automatica perdita di valore, perché questo si genera sulla base dei risultati della gestione. Con la separazione viene poi distinta la commistione di rischio esistente fra l’azienda di gestione e quella che contempla la gestione delle infrastrutture. Si tratta di attività che, anche se intimamente correlate, presentano profili di rischio del tutto diversi per le caratteristiche del loro processo economico e delle correlate manifestazioni finanziarie.
Il sistema delle reti e delle infrastrutture si caratterizza per l’elevatissimo livello di intensità di capitale delle attività. Questa peculiarità si combina poi con una durata delle stesse assai superiore rispetto a quella intrinsecamente assunta attraverso il processo di ammortamento che viene utilizzato nell’esperienza delle multiutilities italiane. La natura capital intensive dell’azienda-infrastrutture, la durata certamente prolungata nel tempo di questi particolari cespiti, oltre i limiti intrinsecamente assunti con il processo di ammortamento e la loro natura di monopolio naturale conferiscono a questo ramo d’azienda un profilo particolare, caratterizzato da un basso profilo di rischio finanziario. La prevedibilità del flusso che intrinsecamente ad esse si associa, calcolato attraverso meccanismi tariffari sensibili al valore dell’investimento infrastrutturale, rafforza ulteriormente la solidità della azienda-infrastrutture, concorrendo a definire una nuova riduzione del già contenuto profilo di rischio finanziario.
Del tutto diverse sono invece le caratteristiche dell’azienda di servizi. Essa si deve caratterizzare per l’efficacia del servizio e la capacità di garantire una crescente customer satisfaction, che non può di sicuro limitarsi alla tradizionale attenzione all’efficienza.
In questo caso la posizione finanziaria netta delle società focalizzate sull’attività di gestione dovrebbe caratterizzarsi per un ridotto indebitamento (limitato al sostegno dell’investimento in capitale circolante commerciale) e per una continua ricerca di economie di scala e di scopo, in una prospettiva multibusiness solo se integrata da sinergie operative, in particolare sul fronte della produzione di servizi.
Se è perciò vero che le due tipologie di azienda sono tra loro correlate, è anche chiara la significativa differenza dei profili rischio-rendimento delle due aziende, sia sul piano economico-produttivo, sia su quello finanziario. In altre parole, dovrebbe ridursi il costo del capitale delle due entità post-separazione.
Anche sul piano industriale si rivelano interessanti opportunità per le multiutilities, soprattutto nella prospettiva di rafforzare con la separazione la loro capacità competitiva. Con la separazione, infatti, si consegue l’importante obiettivo di ridurre il capitale investito e, di riK esso, pure l’indebitamento, migliorando il profilo di rischio dell’investitore. Ne consegue una stabilizzazione della dinamica del rimborso dell’indebitamento relativo alla società di gestione, che libera così tutte le sue potenzialità sul fronte del miglioramento del servizio, alla ricerca delle sinergie che possono derivare in particolare dal processo di aggregazione con realtà simili. È infatti opinione diffusa che le fonti principali di sinergie per le multiutilities siano rappresentate da economie di scala e di esperienza che scaturiscono dalla contiguità territoriale. La riduzione del peso patrimoniale di tali realtà non può che facilitare il rapporto di cambio e ridurre le resistenze che derivano dalla perdita dell’identità territoriale, in presenza di fusioni tra realtà riferite a territori diversi pur se contigui.
Lo scorporo infatti “toglie dal campo” il tema del riconoscimento dei valori patrimoniali, per trasferire il ragionamento al tema della capacità commerciale e quindi di produzione dei servizi. Si confrontano quindi patrimoni di clienti e non più asset, che spesso sono il frutto di processi di accumulazione di risorse nel corso di decenni e rispetto ai quali è più difficile trovare quell’omogeneità dei criteri che è fondamentale là dove si debba procedere alla valutazione delle imprese ai fini del con cambio. Non da ultimo, il mantenimento presso un soggetto pubblico di beni di primaria utilità – quali sono le reti – che consentono di fornire servizi in condizioni di monopolio naturale può costituire un momento di rafforzamento dello stesso processo di liberalizzazione e privatizzazione. Il rischio e le ostilità del contesto socio-economico sono infatti ridotte alle sole società di gestione.
Nel contesto così delineato, le Fondazioni Bancarie rappresentano il soggetto ideale che può investire nelle infrastrutture di rete di supporto all’erogazione dei servizi pubblici locali, in ragione della loro particolare natura e finalità, del consolidato rapporto che hanno con i territori d’origine, e di conseguenza per la valenza che tale intervento verrebbe ad assumere, consentendo alla collettività la possibilità di smobilizzare parte dell’investimento pubblico nelle reti, per destinarlo ad altri impieghi a sostegno della comunità locale, peraltro con la garanzia di un mantenimento di fatto della proprietà, sia pure sotto forma giuridica diversa, alla comunità stessa.
Cosa del tutto diversa è, invece, ipotizzare tout court l’entrata delle Fondazioni Bancarie nell’equity delle ex municipalizzate: al di là delle caratteristiche diverse dell’investimento che le Fondazioni stesse si troverebbero a fare (in un soggetto, in questo caso, che opera in un mercato che si spera sempre più liberalizzato e quindi, in quanto tale, maggiormente rischioso), quale sarebbe il risultato che si verrebbe ad ottenere? Certo, verrebbe evitato l’ingresso di soggetti imprenditoriali privati nelle compagini azionarie, le previsioni normative di cui all’art. 23-bis sarebbero formalmente rispettate, il controllo rimarrebbe – sia pure in misura più indiretta – nelle mani delle Amministrazioni Locali che, insieme ad altre espressioni del territorio, di fatto definiscono gli assetti di governo delle Fondazioni. Ma proprio così facendo si enfatizzerebbe ulteriormente il tema del conflitto di ruoli dell’Ente Pubblico (proprietario, regolatore, difensore degli interessi della collettività) di cui prima si parlava, poiché in questa ipotesi sarebbe ancora più difficile, per il cittadino/consumatore, avere una rappresentazione lineare ed esplicita della governance di chi gli fornisce servizi essenziali, finendo così per essere privato della possibilità di chiedere conto di quanto ricevuto in occasione (almeno) delle competizioni elettorali.
Quindi, in sintesi, appare più convincente e produttivo ragionare degli assetti dei mercati, puntando a rimuovere – attraverso una regolazione forte, indipendente, autorevole – quegli ostacoli che fanno sì che questi non siano ancora realmente concorrenziali, e chiedere alle ex municipalizzate di giocare su questo campo tutte le loro competenze e capacità, piuttosto che concentrare l’attenzione alla ridefinizione degli assetti proprietari delle imprese, magari per fare sì che, ancora una volta, “tutto cambi affinché non cambi nulla”.

Federico Testa, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università degli Studi di Verona, componente della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati e responsabile energia e servizi pubblici locali del Partito Democratico

(1) “Oltre l’art. 35. Creazione di valore e capacità competitiva con la separazione delle reti nelle multiutilities locali”, Management delle utilities, n. 1, gennaio-marzo 2004

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