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Il convegno “Per dare valore al lavoro: quale riforma delle relazioni industriali e del mercato” è stato organizzato dal Partito Democratico di Verona. Sono intervenuti il senatore Pietro Ichino, Lucia Perina, segretario generale Uil di Verona, e Arturo Alberti, presidente Apindustria Verona.
mercoledì 15 giugno 2011
Pietro Ichino interviene a Verona sul Lavoro
sabato 11 giugno 2011
Per dare valore al lavoro, quale riforma delle relazioni industriali e del mercato
Il problema più grave è rappresentato dalla base occupazionale:
- Lavoro: disoccupazione all’8,1% con esclusione dei cassaintegrati a zero ore, gli occupati scendono di 71 mila unità nel mese di marzo e nel biennio 2009-2010 si sono persi mezzo milione di posti di lavoro;
- Disoccupazione giovanile si attesta al 29,5% della popolazione attiva;
- Due milioni di giovani non studiano e non lavorano;
- Inattivi scoraggiati al 37,9% contro una media europea del 29,0%;
- Donne: occupazione al 46,1%, tasso di disoccupazione al 9,7%, tasso di inattività al 48,9% ed il 15% delle lavoratrici a cui è nato un figlio (800mila) o sono state direttamente licenziate o sono state messe nelle condizioni di doversi dimettere.
- Cresce il divario tra occupati regolari e lavoratori atipici a vantaggio dei secondi.
Di questi problemi se ne discuterà lunedì 13 giugno alle ore 20,30 presso la sala A.T.E.R. di Piazza Pozza 1/c di Verona nell’incontro con il senatore Pietro Ichino che rappresenta una occasione di confronto e di dialogo tra le forze politiche e sociali sui problemi del lavoro. All’incontro interverranno Arturo Alberti, Presidente Apindustria Verona e Lucia Perina, Segretaria UIL di Verona e parteciperanno Michele Corso, segretario Cgil di Verona, e Massimo Castellani, Segretario Cisl di Verona.
L'incontro è organizzato dal Partito Democratico di Verona.
Il senatore Pietro Ichino illustrerà le sue proposte di cambiamento in materia di:
- mercato del lavoro che genera attualmente dualismo tra lavoratori protetti e precari e disoccupazione giovanile. Ichino prevede un diritto unico per le nuove assunzioni in posizione di dipendenza, la cui tutela aumenta in rapporto all’anzianità dei lavoratori. Secondo la proposta di Ichino “è lavoratore dipendente chi lavora continuativamente per un’azienda, traendo dal rapporto più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, quando la retribuzione non superi l’equivalente di 40.000 euro annui”;
- sistema delle relazioni industriali che viene definito dagli osservatori stranieri vischioso ed inconcludente e che non facilità gli investimenti esteri in Italia in un momento di particolare necessità per aumentare la ricchezza del paese. Per Ichino occorre superare il diritto di veto nelle relazioni sindacali e l’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, il quale prevede l’esclusione dalla rappresentanza sindacale dell’organizzazione che non ha firmato almeno un contratto collettivo di lavoro, e stabilire la possibilità di deroghe al contratto nazionale in sede di contrattazione aziendale;
- politica attiva del lavoro, attualmente assente in Italia, che preveda strumenti di riqualificazione professionale collegate all’offerta di lavoro, forme nuove ed unificate di sostegno del reddito e di rioccupazione per i lavoratori disoccupati.
I disegni di legge del senatore Pietro Ichino hanno aperto un dibattito nel paese tra gli imprenditori, le forze sociali e le organizzazioni sindacali senza pervenire ad un appuntamento parlamentare che affrontasse i temi del mercato del lavoro, delle relazioni industriali e del lavoro precario.
Il ministro Sacconi si è distinto per non essere intervenuto per migliorare il mercato del lavoro ed il sistema di relazioni industriali, pensando che le libere forze del mercato potranno risolvere automaticamente le attuali ingiustizie e distorsioni del sistema Italia.
Si ritiene che la sola crescita economica, la quale crea nuovi equilibri con una base occupazionale meno ampia rispetto al periodo pre-crisi, non sia sufficiente per creare un futuro certo per i giovani disoccupati. Occorre intervenire anche sulle normative che regolano l’attuale sistema che genera ingiustizie sociali e creare un nuovo equilibrio che restituisca ai lavoratori sicurezza, tutela e futuro ed elimini le attuali distorsioni.
Intervenire con piccoli correttivi che confermano l’attuale sistema significa alleviare le sofferenze e non curare il male.
I seguenti dati sull’economia desunti dall’Istat, dalla Banca d’Italia, dall’Ocse e dal centro studi della Confindustria descrivono chiaramente la situazione grave e drammatica dell’Italia:
- Crescita: il tasso di crescita dell’Italia è basso e si attesta all’1,0% mentre a livello internazionale il Pil cresce nel 2010 del 5,0%, diminuiscono i consumi ed il rischio povertà interessa circa 15 milioni di persone;
- Conti pubblici: indebitamento netto al 4,0% e debito al 119,8% del Pil;
- Fisco: colpisce di più i redditi bassi e coloro che hanno bisogno di interventi a sostegno del reddito;
- Evasione fiscale: le risorse rappresentate dall’evasione fiscale vanno recuperate ed investite per realizzare equità e giustizia sociale e sostenere la crescita;
- Produzione industriale: l’Italia è posizionata al 7° posto tra le potenze industriali ed è stata superata da India e Corea.
IL Governo pensa ad una manovra estiva insufficiente rispetto ai problemi del paese e ad una revisione delle tasse come azione propagandistica per acquisire i consensi persi nelle recenti elezioni amministrative. Inoltre, grava sull’Italia il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’Europa entro il 2014: Pareggio del Bilancio ed eliminazione del debito pubblico.
Gli obiettivi della spesa e del debito pubblico devono entrare in una strategia più ampia del paese che coniughi il controllo della spesa, l’eliminazione degli spreghi e dei doppioni e la creazione della ricchezza. Occorre incoraggiare gli investimenti esteri, eliminando i fattori che si frappongono a tale obiettivo, perché abbiamo bisogno di nuove risorse.
Senza una strategia seria ed incisiva che muti gli attuali equilibri ed affronti i problemi reali del paese ci troveremo passivamente a subire ancora una volta tagli indiscriminati ed orizzontali che restringono ancora di più gli interventi dello Stato e delle Autonomie locali nel sociale e nei servizi pubblici locali.
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- mercato del lavoro che genera attualmente dualismo tra lavoratori protetti e precari e disoccupazione giovanile. Ichino prevede un diritto unico per le nuove assunzioni in posizione di dipendenza, la cui tutela aumenta in rapporto all’anzianità dei lavoratori. Secondo la proposta di Ichino “è lavoratore dipendente chi lavora continuativamente per un’azienda, traendo dal rapporto più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, quando la retribuzione non superi l’equivalente di 40.000 euro annui”;
- sistema delle relazioni industriali che viene definito dagli osservatori stranieri vischioso ed inconcludente e che non facilità gli investimenti esteri in Italia in un momento di particolare necessità per aumentare la ricchezza del paese. Per Ichino occorre superare il diritto di veto nelle relazioni sindacali e l’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, il quale prevede l’esclusione dalla rappresentanza sindacale dell’organizzazione che non ha firmato almeno un contratto collettivo di lavoro, e stabilire la possibilità di deroghe al contratto nazionale in sede di contrattazione aziendale;
- politica attiva del lavoro, attualmente assente in Italia, che preveda strumenti di riqualificazione professionale collegate all’offerta di lavoro, forme nuove ed unificate di sostegno del reddito e di rioccupazione per i lavoratori disoccupati.
I disegni di legge del senatore Pietro Ichino hanno aperto un dibattito nel paese tra gli imprenditori, le forze sociali e le organizzazioni sindacali senza pervenire ad un appuntamento parlamentare che affrontasse i temi del mercato del lavoro, delle relazioni industriali e del lavoro precario.
Il ministro Sacconi si è distinto per non essere intervenuto per migliorare il mercato del lavoro ed il sistema di relazioni industriali, pensando che le libere forze del mercato potranno risolvere automaticamente le attuali ingiustizie e distorsioni del sistema Italia.
Si ritiene che la sola crescita economica, la quale crea nuovi equilibri con una base occupazionale meno ampia rispetto al periodo pre-crisi, non sia sufficiente per creare un futuro certo per i giovani disoccupati. Occorre intervenire anche sulle normative che regolano l’attuale sistema che genera ingiustizie sociali e creare un nuovo equilibrio che restituisca ai lavoratori sicurezza, tutela e futuro ed elimini le attuali distorsioni.
Intervenire con piccoli correttivi che confermano l’attuale sistema significa alleviare le sofferenze e non curare il male.
I seguenti dati sull’economia desunti dall’Istat, dalla Banca d’Italia, dall’Ocse e dal centro studi della Confindustria descrivono chiaramente la situazione grave e drammatica dell’Italia:
- Crescita: il tasso di crescita dell’Italia è basso e si attesta all’1,0% mentre a livello internazionale il Pil cresce nel 2010 del 5,0%, diminuiscono i consumi ed il rischio povertà interessa circa 15 milioni di persone;
- Conti pubblici: indebitamento netto al 4,0% e debito al 119,8% del Pil;
- Fisco: colpisce di più i redditi bassi e coloro che hanno bisogno di interventi a sostegno del reddito;
- Evasione fiscale: le risorse rappresentate dall’evasione fiscale vanno recuperate ed investite per realizzare equità e giustizia sociale e sostenere la crescita;
- Produzione industriale: l’Italia è posizionata al 7° posto tra le potenze industriali ed è stata superata da India e Corea.
IL Governo pensa ad una manovra estiva insufficiente rispetto ai problemi del paese e ad una revisione delle tasse come azione propagandistica per acquisire i consensi persi nelle recenti elezioni amministrative. Inoltre, grava sull’Italia il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’Europa entro il 2014: Pareggio del Bilancio ed eliminazione del debito pubblico.
Gli obiettivi della spesa e del debito pubblico devono entrare in una strategia più ampia del paese che coniughi il controllo della spesa, l’eliminazione degli spreghi e dei doppioni e la creazione della ricchezza. Occorre incoraggiare gli investimenti esteri, eliminando i fattori che si frappongono a tale obiettivo, perché abbiamo bisogno di nuove risorse.
Senza una strategia seria ed incisiva che muti gli attuali equilibri ed affronti i problemi reali del paese ci troveremo passivamente a subire ancora una volta tagli indiscriminati ed orizzontali che restringono ancora di più gli interventi dello Stato e delle Autonomie locali nel sociale e nei servizi pubblici locali.
lunedì 6 giugno 2011
Pietro Ichino sulle relazioni industriali
Intervista a cura di Nando Santonastaso per il Mattino, 6 giugno 2011
Confindustria, attraverso il suo vicepresidente Bombassei, sembra aprire sulla possibilità per le imprese di sostituire il contratto nazionale con quello aziendale. E di affidare la materia comunque al legislatore. Che ne pensa?
Non è solo l’opinione del vice-presidente Bombassei: è anche quello che la presidente Marcegaglia ha proposto nella sua relazione del 31 maggio scorso all’Assemblea di Confindustria, citando l’esempio della Germania. Ed è quanto è previsto nel disegno di legge n. 1872, che ho presentato con altri 54 senatori nel 2009, assai prima della vertenza Fiat, proprio in considerazione del modello tedesco: il contratto collettivo nazionale continua ad applicarsi come rete di sicurezza generale, in tutti i casi – e in Italia sono la maggioranza – in cui manchi un contratto stipulato da una coalizione sindacale maggioritaria a un livello più vicino al luogo di lavoro.
La prima reazione della Cgil è stata negativa: significherebbe, ha detto la Camusso, rinunciare anche a Confindustria. E’ così?
Non direi proprio: così come il contratto collettivo nazionale conserverà la sua funzione insostituibile in tutti i casi dove la contrattazione decentrata non arriva, anche l’associazione nazionale degli imprenditori conserverà la sua funzione, in quanto soggetto stipulante di quel contratto. La Confindustria rischia di sparire, semmai, se non si compie questa riforma. Perché le imprese usciranno da Confindustria proprio per potersi svincolare dal contratto nazionale. Come minaccia di fare la Fiat. A quel punto sarebbe l’intero sistema nazionale delle relazioni industriali a venir meno.
Ma in questo modo non c’è il rischio di una rincorsa al ribasso, al di sotto dello standard minimo previsto dal contratto nazionale?
Rispetto alla complessa disciplina contenuta nel contratto nazionale, in materia di organizzazione del lavoro, inquadramento professionale, struttura delle retribuzioni, distribuzione dei tempi di lavoro, le nuove discipline contenute in un contratto aziendale possono portare a peggioramenti, ma anche a importanti miglioramenti: l’innovazione non si presenta mai, in fase iniziale, al livello di intero Paese, ma proprio al livello aziendale. Se per paura delle innovazioni cattive ci chiudiamo anche a quelle buone, il Paese resta fermo. Il sindacato deve saper operare come l’intelligenza collettiva che consente ai lavoratori in azienda di valutare il piano industriale innovativo. E se la valutazione è positiva, deve saperli guidare nella scommessa comune con l’imprenditore su quel piano.
Il 18 giugno si discute il ricorso Fiom contro la newco di Pomigliano: se passasse la linea del sindacato, vorrebbe dire che la strada del contratto aziendale – in questo caso della Fiat – dev’essere abbandonata?
No: quel procedimento non riguarda la questione del rapporto fra contratto aziendale e contratto nazionale. Riguarda invece la questione se tra la vecchia datrice di lavoro e la newco ci sia un “trasferimento d’azienda”, a norma del codice civile e del diritto europeo, oppure no. Se, come è ovviamente possibile, il giudice riterrà che ci sia “trasferimento d’azienda”, e che sia ancora applicabile il contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici, potranno determinarsi alcune conseguenze rilevanti soltanto per il periodo residuo di vigenza di quel contratto, che se non sbaglio scade il 31 dicembre di quest’anno.
Anche sulla rappresentanza in fabbrica non sembrano esserci molti passi in avanti. Tra Confindustria e i sindacati, anche all’interno dei sindacati, la distanza appare ancora notevole. Come se ne esce?
Certo, l’ideale sarebbe che si riuscisse ad arrivare a un accordo interconfederale firmato da tutte le principali confederazioni sindacali e imprenditoriali. Questo, però, presupporrebbe l’accettazione almeno di una cornice di regole generali di democrazia sindacale e il conseguente riconoscimento reciproco tra le confederazioni maggiori; questa volontà di accordo, invece, sembra non esserci. È dunque indispensabile un intervento legislativo che detti quelle regole essenziali. Altrimenti la sola regola generale del nostro sistema delle relazioni industriali resta quella dell’unanimità: o si è tutti d’accordo, o l’innovazione resta fuori della porta. È la regola per la quale gli osservatori stranieri qualificano il nostro sistema delle relazioni industriali vischioso e inconcludente.
Fiat: sistema Italia bloccato
Editoriale di Irene Tinagli pubblicato su la Stampa del 5 giugno 2011
La Fiat si ricompra la quota di azioni della Chrylser finora in possesso del governo americano e ne diventa azionista di maggioranza. Una delle aziende storiche della produzione di auto mondiale, inserita nel cuore produttivo degli Stati Uniti, da oggi issa bandiera italiana, e incassa i ringraziamenti di Obama.
Basterebbe questo per festeggiare tutti assieme, per ritrovare un po’ di orgoglio nazionale. E invece no. Molti sembrano quasi seccati. Eppure si tratta di un bella rivincita per il nostro Paese, così deriso ultimamente per gli scandali e le vicende da operetta, e una rivincita soprattutto per uno dei nostri marchi più antichi ma anche maggiormente caduti in disgrazia negli ultimi anni.
È ormai nota a tutti l’interpretazione dell’acronimo Fiat diffusa negli Stati Uniti: «Fix It Again Tony» (aggiustala ancora Tony), a indicare la scarsa qualità del prodotto. Ed è una fortuna che gli italiani non abbiano visto le facce incredule di tanti americani quando due anni fa venne annunciata l’entrata della Fiat in Chrysler, con un manager italiano al timone di tutta la baracca: sarebbe stato un vero schiaffo al nostro orgoglio nazionale. Ma questa era l’immagine che la nostra capacità produttiva aveva in America allora. Come se agli italiani qualcuno annunciasse che la nazionale di calcio da domani è allenata da Bob Bradley, l’attuale allenatore della nazionale americana.
Gli americani erano esterrefatti. Eppure hanno sospeso il loro giudizio e hanno dato una chance a uno straniero venuto d’Oltreoceano a insegnare a fare macchine a chi le macchine le aveva inventate. Hanno aspettato, hanno dato un’opportunità, e hanno riconosciuto i risultati ottenuti. Una cosa semplicissima, così semplice che a noi, chissà perché, non riesce mai. I risultati della Fiat, nostra vecchia gloria, non ci hanno scaldato.
Ancora segnata dai conflitti e dalle divisioni causate dalle vicende della Fiat degli ultimi tempi, l’Italia non riesce a ritrovare unità neppure di fronte ad un successo che, per una volta, non minaccia e non tocca gli interessi di nessuno. Anzi, forse proprio questo successo contribuisce a far tornare a galla quest’antica incapacità dell’Italia di sentirsi Paese, di compattarsi di fronte a degli obiettivi che riguardano il bene collettivo e non di una sola parte, l’incapacità di capire che un paese non cresce e non può crescere solo per gli avvocati o i tassisti o i farmacisti o i manager o gli operai, ma può e deve crescere per tutti e tutti devono avere una chance di mettersi alla prova, dallo stagista al top manager.
Il monito di Marchionne, che in perfetta linea col suo stile poco accomodante non ha mancato di sottolineare la differenza di trattamento avuta in America da quella riservatagli in Italia («ringraziamenti là, insulti qua»), è un monito che va ben oltre la Fiat e ricorda molto da vicino l’esperienza di migliaia di italiani, soprattutto quelli che sono stati costretti a trasferirsi all’estero per lavorare. Tutti denunciano questo «atteggiamento», questo clima di diffidenza preventiva che in Italia accoglie ogni nuovo progetto e ogni cambiamento, che fa sì che le cosa si combattano prima, sul terreno dello scontro delle parti, delle ideologie, e non dopo, sui risultati e sul contributo dato ad un obiettivo comune.
Chiunque in Italia abbia provato a proporre un’idea nuova, in aziende pubbliche o private così come in università o in centri di ricerca, sa cosa significa scontrarsi con quella diffidenza di chi, di fronte a un progetto innovativo, non si chiede quale sia la potenzialità e il contributo al bene collettivo che questo progetto può dare, ma si chiede prima se e come può danneggiare il suo interesse particolare, scalzarlo dalla sua posizione, o se magari può essere usato per indebolire una parte avversa. Persino il ministro Sacconi di fronte alle dichiarazioni di Marchionne non ha perso occasione per dare la colpa ai sindacati conservatori, alla magistratura ideologizzata e alla borghesia bancaria. Come se costruire un «Sistema Italia» migliore non chiami in causa tutti quanti, e ricadendo pure lui nel gioco degli scontri di parte, delle dita puntate.
Ecco, se l’Italia riuscirà a cambiare questo atteggiamento e a ritrovare un senso di bene comune e di obiettivi condivisi, farà un piacere non tanto a Marchionne, della cui contentezza si può forse anche fare a meno, ma restituirà entusiasmo, fiducia ed energia a tutta una generazione di italiani, in Italia e in giro per il mondo, che aspettano solo di avere una chance, un’opportunità di dare un piccolo contributo al Paese, facendo del proprio meglio, senza dover fare i conti con le diffidenze preventive, gli insulti, le lotte di parte, i poteri acquisiti. E di loro no, l’Italia non può fare a meno.
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Ancora segnata dai conflitti e dalle divisioni causate dalle vicende della Fiat degli ultimi tempi, l’Italia non riesce a ritrovare unità neppure di fronte ad un successo che, per una volta, non minaccia e non tocca gli interessi di nessuno. Anzi, forse proprio questo successo contribuisce a far tornare a galla quest’antica incapacità dell’Italia di sentirsi Paese, di compattarsi di fronte a degli obiettivi che riguardano il bene collettivo e non di una sola parte, l’incapacità di capire che un paese non cresce e non può crescere solo per gli avvocati o i tassisti o i farmacisti o i manager o gli operai, ma può e deve crescere per tutti e tutti devono avere una chance di mettersi alla prova, dallo stagista al top manager.
Il monito di Marchionne, che in perfetta linea col suo stile poco accomodante non ha mancato di sottolineare la differenza di trattamento avuta in America da quella riservatagli in Italia («ringraziamenti là, insulti qua»), è un monito che va ben oltre la Fiat e ricorda molto da vicino l’esperienza di migliaia di italiani, soprattutto quelli che sono stati costretti a trasferirsi all’estero per lavorare. Tutti denunciano questo «atteggiamento», questo clima di diffidenza preventiva che in Italia accoglie ogni nuovo progetto e ogni cambiamento, che fa sì che le cosa si combattano prima, sul terreno dello scontro delle parti, delle ideologie, e non dopo, sui risultati e sul contributo dato ad un obiettivo comune.
Chiunque in Italia abbia provato a proporre un’idea nuova, in aziende pubbliche o private così come in università o in centri di ricerca, sa cosa significa scontrarsi con quella diffidenza di chi, di fronte a un progetto innovativo, non si chiede quale sia la potenzialità e il contributo al bene collettivo che questo progetto può dare, ma si chiede prima se e come può danneggiare il suo interesse particolare, scalzarlo dalla sua posizione, o se magari può essere usato per indebolire una parte avversa. Persino il ministro Sacconi di fronte alle dichiarazioni di Marchionne non ha perso occasione per dare la colpa ai sindacati conservatori, alla magistratura ideologizzata e alla borghesia bancaria. Come se costruire un «Sistema Italia» migliore non chiami in causa tutti quanti, e ricadendo pure lui nel gioco degli scontri di parte, delle dita puntate.
Ecco, se l’Italia riuscirà a cambiare questo atteggiamento e a ritrovare un senso di bene comune e di obiettivi condivisi, farà un piacere non tanto a Marchionne, della cui contentezza si può forse anche fare a meno, ma restituirà entusiasmo, fiducia ed energia a tutta una generazione di italiani, in Italia e in giro per il mondo, che aspettano solo di avere una chance, un’opportunità di dare un piccolo contributo al Paese, facendo del proprio meglio, senza dover fare i conti con le diffidenze preventive, gli insulti, le lotte di parte, i poteri acquisiti. E di loro no, l’Italia non può fare a meno.
venerdì 3 giugno 2011
Tu non hai capito nulla
Il titolo della canzone di Luigi Tenco calza a pennello con la reazione del Pdl alla pesante e grave sconfitta che ha subito nelle recenti elezioni amministrative. La canzone recita: “Tu non hai capito niente ma forse capirai quando un giorno mi sarò stancato di te che aspetti sempre e quel giorno ti farò aspettare inutilmente”.
Il giorno dell’attesa inutile è stato quello delle elezioni amministrative che ha cambiato la geografia politica dell’Italia ed ha premiato il centro sinistra, le primarie e la buona amministrazione.
Inutilmente il Pdl e Berlusconi hanno aspettato i consensi dell’elettorato che si è stancato ed ha votato per il centro sinistra.
Berlusconi ed il Pdl pensano di aver risolto il problema dei consensi ed i problemi del paese nominando Angelino Alfano alla segreteria del partito. Non hanno capito che questo è un comportamento top-down -dall’alto verso il basso- che non tiene in considerazione la domanda di partecipazione dei cittadini alla vita politica e non affronta i problemi reali del paese.
D’altronde cosa ci si poteva aspettare di più da un partito, il Pdl, che non ha mai praticato la partecipazione democratica e, quindi, non conosce la democrazia interna. Un partito caratterizzato da assenza di iscritti e di congressi a livello centrale e periferico e dalla presenza di decisioni calate dall’alto con autorità.
“Quello che colpisce, dichiara Vincenzo D’Arienzo segretario del Pd di Verona, è che in una democrazia matura come l’Italia, seppure in una fase di costante transizione, il voto negativo al governo sia stato liquidato con la nomina di un segretario nazionale (senza alcun meditato e approfondito dibattito congressuale, proprio come accade in Libia e nei paesi dittatoriali) e con l’accusa verso l’informazione libera. Questa è l’ennesima prova dell’esistenza di un mondo surreale che non ha contatti con la realtà nel quale il Governo continua ad operare come se nulla fosse accaduto”.
“E’ ulteriormente confermata, continua D’Arienzo, la portata della denuncia del segretario Bersani: Berlusconi sta impedendo all’Italia di crescere perché è solo avvitato ai suoi interessi che vengono prima di tutto. Ma il problema non è solo personale. Ad essere sconfitte sono state le politiche economiche del Governo delle destre che con i tagli lineari stanno deprimendo il Paese”.
“Il centrosinistra, conclude Vincenzo D’Arienzo, ritrovi l’unità e continui ad esercitare quel ruolo di alternativa vera di governo che gli italiani gli hanno appena riconosciuto”.
Nel terzo millennio le organizzazioni si caratterizzano per l’impegno a cercare soluzioni organizzative che coinvolgono le persone con progetti di bottom-up – dal basso verso l’alto- ed il Pdl continua il suo impegno con soluzioni superate dal tempo: leadership autoritaria, organizzazione a ragno con una testa centrale e le parti del corpo che eseguono i comandi senza partecipare alle decisioni ed entrare nel merito degli ordini ricevuti. Questo modello di organizzazione e di partito è superato e non è condiviso dai cittadini, i quali richiedono di partecipare alle decisioni e di co-creare valore per il paese.
Le primarie nelle recenti elezioni amministrative hanno sconvolto il sistema politico ed hanno portato alla vittoria le persone scelte in prima battuta con le primarie (Milano, Torino, Bologna, Cagliari, Trieste).
Questo è un insegnamento per il Pdl che non ha mai praticato la democrazia interna al partito e per i partiti del centro sinistra che devono andare oltre le primarie e garantire in periferia una vasta partecipazione dei cittadini.
Se le primarie rappresentano un fattore acquisito occorre adesso continuare su questa strada e superare in periferia una forma di partito che rimane in attesa del vento favorevole del cambiamento. Il cambiamento lo si costruisce con i cittadini con pazienza, capacità, creatività e sacrificio. Occorre scoprire la soddisfazione di lavorare per gli altri e non per se stessi.
Il Partito Democratico da parte sua ha realizzato le primarie per l’elezione del Segretario di partito e per la scelta dei candidati sindaco. Scelte che lo hanno certamente premiato ma che impongono per il bene del paese di fare di più in periferia, utilizzando i seguenti fattori: trasparenza per mettere nelle condizioni i cittadini di conoscere e partecipare, competenze per affrontare e risolvere i problemi complessi della società, creatività per sperimentare progetti di bottom-up che coinvolgano sempre di più le persone con effetti positivi nelle città.
In definitiva occorre realizzare un’organizzazione a stella marina (Ori Brafman e Rod A. Beckstrom, 2007) dove la testa centrale è rappresentata da tutto il corpo con pochi controlli dall’alto (Kevin Kelly, 1999).
I cittadini elettori si sono stancati della leadership autoritaria esercitata da Berlusconi che cumula poteri e non risolve i problemi delle persone.
La situazione economica e sociale del paese è fotografata dai seguenti dati:
- Crescita: il tasso di crescita dell’Italia è basso e si attesta all’1,0% mentre a livello internazionale il Pil cresce nel 2010 del 5,0%, diminuiscono i consumi ed il rischio povertà interessa circa 15 milioni di persone;
- Lavoro: disoccupazione all’8,1%, gli occupati scendono di 71 mila unità nel mese di marzo e nel biennio 2009-2010 si sono persi mezzo milione di posti di lavoro;
- Inattivi scoraggiati al 37,9% contro una media europea del 29,0%;
- Donne: occupazione al 46,1%, tasso di disoccupazione al 9,7%, tasso di inattività al 48,9% ed il 15% delle lavoratrici a cui è nato un figlio (800mila) o sono state direttamente licenziate o sono state messe nelle condizioni di doversi dimettere;
- Conti pubblici: indebitamento netto al 4,0% e debito al 119,8% del Pil;
- Fisco: colpisce di più i redditi bassi e coloro che hanno bisogno di interventi a sostegno del reddito;
- Evasione fiscale: le risorse rappresentate dall’evasione fiscale vanno recuperate ed investite per realizzare equità e giustizia sociale e sostenere la crescita.
Ritengo che tali problemi economici e sociali possano essere risolti da un Governo diverso da quello attuale che abbia capacità e competenze e soprattutto solidarietà nei confronti di coloro che vivono sulla propria pelle i problemi del paese.
Il centro sinistra deve proseguire nella strada intrapresa aumentando gli spazi di democrazia partecipativa nei partiti e nella società per arrivare vincente al prossimo appuntamento: le elezioni politiche.
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“Quello che colpisce, dichiara Vincenzo D’Arienzo segretario del Pd di Verona, è che in una democrazia matura come l’Italia, seppure in una fase di costante transizione, il voto negativo al governo sia stato liquidato con la nomina di un segretario nazionale (senza alcun meditato e approfondito dibattito congressuale, proprio come accade in Libia e nei paesi dittatoriali) e con l’accusa verso l’informazione libera. Questa è l’ennesima prova dell’esistenza di un mondo surreale che non ha contatti con la realtà nel quale il Governo continua ad operare come se nulla fosse accaduto”.
“E’ ulteriormente confermata, continua D’Arienzo, la portata della denuncia del segretario Bersani: Berlusconi sta impedendo all’Italia di crescere perché è solo avvitato ai suoi interessi che vengono prima di tutto. Ma il problema non è solo personale. Ad essere sconfitte sono state le politiche economiche del Governo delle destre che con i tagli lineari stanno deprimendo il Paese”.
“Il centrosinistra, conclude Vincenzo D’Arienzo, ritrovi l’unità e continui ad esercitare quel ruolo di alternativa vera di governo che gli italiani gli hanno appena riconosciuto”.
Nel terzo millennio le organizzazioni si caratterizzano per l’impegno a cercare soluzioni organizzative che coinvolgono le persone con progetti di bottom-up – dal basso verso l’alto- ed il Pdl continua il suo impegno con soluzioni superate dal tempo: leadership autoritaria, organizzazione a ragno con una testa centrale e le parti del corpo che eseguono i comandi senza partecipare alle decisioni ed entrare nel merito degli ordini ricevuti. Questo modello di organizzazione e di partito è superato e non è condiviso dai cittadini, i quali richiedono di partecipare alle decisioni e di co-creare valore per il paese.
Le primarie nelle recenti elezioni amministrative hanno sconvolto il sistema politico ed hanno portato alla vittoria le persone scelte in prima battuta con le primarie (Milano, Torino, Bologna, Cagliari, Trieste).
Questo è un insegnamento per il Pdl che non ha mai praticato la democrazia interna al partito e per i partiti del centro sinistra che devono andare oltre le primarie e garantire in periferia una vasta partecipazione dei cittadini.
Se le primarie rappresentano un fattore acquisito occorre adesso continuare su questa strada e superare in periferia una forma di partito che rimane in attesa del vento favorevole del cambiamento. Il cambiamento lo si costruisce con i cittadini con pazienza, capacità, creatività e sacrificio. Occorre scoprire la soddisfazione di lavorare per gli altri e non per se stessi.
Il Partito Democratico da parte sua ha realizzato le primarie per l’elezione del Segretario di partito e per la scelta dei candidati sindaco. Scelte che lo hanno certamente premiato ma che impongono per il bene del paese di fare di più in periferia, utilizzando i seguenti fattori: trasparenza per mettere nelle condizioni i cittadini di conoscere e partecipare, competenze per affrontare e risolvere i problemi complessi della società, creatività per sperimentare progetti di bottom-up che coinvolgano sempre di più le persone con effetti positivi nelle città.
In definitiva occorre realizzare un’organizzazione a stella marina (Ori Brafman e Rod A. Beckstrom, 2007) dove la testa centrale è rappresentata da tutto il corpo con pochi controlli dall’alto (Kevin Kelly, 1999).
I cittadini elettori si sono stancati della leadership autoritaria esercitata da Berlusconi che cumula poteri e non risolve i problemi delle persone.
La situazione economica e sociale del paese è fotografata dai seguenti dati:
- Crescita: il tasso di crescita dell’Italia è basso e si attesta all’1,0% mentre a livello internazionale il Pil cresce nel 2010 del 5,0%, diminuiscono i consumi ed il rischio povertà interessa circa 15 milioni di persone;
- Lavoro: disoccupazione all’8,1%, gli occupati scendono di 71 mila unità nel mese di marzo e nel biennio 2009-2010 si sono persi mezzo milione di posti di lavoro;
- Inattivi scoraggiati al 37,9% contro una media europea del 29,0%;
- Donne: occupazione al 46,1%, tasso di disoccupazione al 9,7%, tasso di inattività al 48,9% ed il 15% delle lavoratrici a cui è nato un figlio (800mila) o sono state direttamente licenziate o sono state messe nelle condizioni di doversi dimettere;
- Conti pubblici: indebitamento netto al 4,0% e debito al 119,8% del Pil;
- Fisco: colpisce di più i redditi bassi e coloro che hanno bisogno di interventi a sostegno del reddito;
- Evasione fiscale: le risorse rappresentate dall’evasione fiscale vanno recuperate ed investite per realizzare equità e giustizia sociale e sostenere la crescita.
Ritengo che tali problemi economici e sociali possano essere risolti da un Governo diverso da quello attuale che abbia capacità e competenze e soprattutto solidarietà nei confronti di coloro che vivono sulla propria pelle i problemi del paese.
Il centro sinistra deve proseguire nella strada intrapresa aumentando gli spazi di democrazia partecipativa nei partiti e nella società per arrivare vincente al prossimo appuntamento: le elezioni politiche.
martedì 31 maggio 2011
Gli elettori premiano il cambiamento
Al secondo turno nelle città capoluogo vince il centrosinistra 9 a 3 Novara, Milano, Grosseto, Cagliari, Trieste, Pordenone, Rimini, Napoli, Crotone contro Varese, Cosenza, Rovigo. Le province che vanno al centrosinistra sono 4: Pavia, Mantova, Trieste, Macerata. Tra i comuni ad Arcore si è vinto con il 58,4% Passiamo da 20 a 22 città capoluogo strappando alla destra oltre a Milano anche Trieste, Novara, Cagliari. Si vince anche a Fermo,Olbia, Villacidro. Le Province restano 7 a 4 a favore del centrosinistra. Il centrosinistra conquista Macerata e Pavia. Insomma, su 5.700.000 abitanti circa, prima noi ne amministravamo 3,5 milioni e loro 2,2. Oggi il centrosinistra passa a poco più di 5 milioni e il centrodestra a poco meno di 700 mila abitanti.
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domenica 29 maggio 2011
Giorgio Di Filippo interviene su “Parentopoli Verona”
Mi permetto di portare alla vostra conoscenza alcune riflessioni che ho comunicato al nostro consigliere regionale Franco Bonfante in riferimento alla tematica riguardante la parentopoli di Verona.
Un saluto a tutti.
Leggendo il tuo scritto ho pensato: così fan tutti..... (è la frase di molti che leggendo la tua denuncia potrebbero fare) Ma non è così. Io porto in dote la vita di chi mia preceduto. Mio padre ha servito l'Arma dei Carabinieri: anch'io lo sono diventato (per un anno... ma Carabinieri lo si è sempre...). Sono andato prima a Torino (erano gli anni in cui stava finendo il terrorismo 81/82).. in caserma facevo anche la guardia alla scuola Allievi Carabinieri Cernaia nel periodo in cui vi erano detenuti alcuni brigatisti delle BR. Ho avuto la fortuna di conoscere il Generale Dalla Chiesa che comandando la Legione era anche responsabile della scuola. Poi sono entrato nel reparto speciale Pluto della Nato ed ho vissuto in prima persona il periodo del rapimento del genrale Dozier: era il reparto che si dedicava alla sicurezza della base Nato di Longare a Vicenza e si avevano continui allarmi per possibili attentati.... si facevano continue perlustrazioni di notte perchè si ricevevano telefonate in cui indicavano che il rapito era stato ammazzato e il corpo gettato vicino alla base... Ho perso alcuni colleghi che dopo Torino erano andati a Milano e dopo un conflitto a fuoco hanno visto i loro sogni cancellati per i cosiddetti errori di gioventù di altri. Nei vari luoghi dove ho prestato servizio ho conosciuto tanti colleghi che avevano lavorato insieme a mio padre. Prima di lasciare sia Torino e poi prima del congedo Vicenza sono andato a chiedere ai superiori (che conoscevano mio padre) il perchè non ero mai stato chiamato a svolgere lavori in ufficio (insomma nel gergo della naia gli imboscati) e tutte e due le volte la risposta che non mi aspettavo .."guarda che due giorni prima che tu arrivassi è venuto tuo padre a parlare ed è stato lui a chiederci di non avere nessun favoritismo verso di te!.
Certamente per entrare nell'Arma la vita di 30anni di mio padre a servizio della Benemerita è stata una grande "raccomandazione" ( alla selezione di Padova .... il Maresciallo "ma tu sei Di Filippo per caso figlio.... e come mai tuo padre non ti ha accompagnato o non ci ha telefonato prima?" li ho solo pensato per un attimo: incominciamo bene....). Istituzione che mi ha dato la possibilità di vivere un anno fondamentale per la mia crescita personale: è stato un periodo di grande insegnamento civico. Poi ho iniziato la vita nella società civile e posso dire e testimoniare che non è vero che così fani tutti. Ci sono tante persone , e sono la maggioranza, che nella quotidianità testimoniano come la dignità della libertà sia anche quella di non avere nessun santo in paradiso. Persone che vivono con discrezione, quasi in silenzio, ma sono le persone che insegnano. Se anche tu riesci a essere fuori dal coro, a testimoniare che è falso il pensare che così fan tutti, certamente è il frutto di quello che hai respirato nella tua famiglia, che è il respiro giornaliero di tante altre persone. Non è giusto far finta di niente per il quieto vivere, lasciare passare il pensiero che quella della raccomandazione sia una prassi normale. Nei miei 32 anni di lavoro ho conosciuto responsabili, dirigenti, politici, (anche dove lavoro adesso) che pur avendo la possibilità di entrare nella stanza dei bottoni, hanno sempre operato con la consapevolezza che un posto di comando sia principalmente mettere a disposizione della collettività il proprio sapere e soprattutto il proprio essere e il proprio fare. Non solo il dire. Non parlavano solo di giustizia: operavano e facevano atti di giustizia. Queste riflessioni nascono come grazie per il tuo impegno, che è esteso anche a chi ti sta accompagnando Fasoli, D'Arienzo, Puppato etc., perchè non siete soli, ci sono intere persone, famiglie, che vivono in silenzio la semplicità e la normalità della correttezza civica e nonaccettano che passi anche su questi temi il tentativo del sonnifero culturale che ci sta accompagnando in questi anni.
Un grazie, perchè forse la vera raccomandazione è quella di operare nella normalità semplicemente.
Giorgio Di Filippo.
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Certamente per entrare nell'Arma la vita di 30anni di mio padre a servizio della Benemerita è stata una grande "raccomandazione" ( alla selezione di Padova .... il Maresciallo "ma tu sei Di Filippo per caso figlio.... e come mai tuo padre non ti ha accompagnato o non ci ha telefonato prima?" li ho solo pensato per un attimo: incominciamo bene....). Istituzione che mi ha dato la possibilità di vivere un anno fondamentale per la mia crescita personale: è stato un periodo di grande insegnamento civico. Poi ho iniziato la vita nella società civile e posso dire e testimoniare che non è vero che così fani tutti. Ci sono tante persone , e sono la maggioranza, che nella quotidianità testimoniano come la dignità della libertà sia anche quella di non avere nessun santo in paradiso. Persone che vivono con discrezione, quasi in silenzio, ma sono le persone che insegnano. Se anche tu riesci a essere fuori dal coro, a testimoniare che è falso il pensare che così fan tutti, certamente è il frutto di quello che hai respirato nella tua famiglia, che è il respiro giornaliero di tante altre persone. Non è giusto far finta di niente per il quieto vivere, lasciare passare il pensiero che quella della raccomandazione sia una prassi normale. Nei miei 32 anni di lavoro ho conosciuto responsabili, dirigenti, politici, (anche dove lavoro adesso) che pur avendo la possibilità di entrare nella stanza dei bottoni, hanno sempre operato con la consapevolezza che un posto di comando sia principalmente mettere a disposizione della collettività il proprio sapere e soprattutto il proprio essere e il proprio fare. Non solo il dire. Non parlavano solo di giustizia: operavano e facevano atti di giustizia. Queste riflessioni nascono come grazie per il tuo impegno, che è esteso anche a chi ti sta accompagnando Fasoli, D'Arienzo, Puppato etc., perchè non siete soli, ci sono intere persone, famiglie, che vivono in silenzio la semplicità e la normalità della correttezza civica e nonaccettano che passi anche su questi temi il tentativo del sonnifero culturale che ci sta accompagnando in questi anni.
Un grazie, perchè forse la vera raccomandazione è quella di operare nella normalità semplicemente.
Giorgio Di Filippo.
venerdì 27 maggio 2011
Giovani e donne nel rapporto Istat
Editoriale di Irene Tinagli pubblicato sulla Stampa il 24 maggio 2011
“Tutti a casa”. Un tempo era un grido di protesta rivolto ai politici, oggi sembra piuttosto una realtà di rassegnazione per milioni di Italiani. Tra i molti dati e analisi presenti nell’ultimo rapporto dell’Istat colpisce in modo particolare la persistenza in Italia di un bacino di inattività altissimo, soprattutto tra i giovani e le donne. Non persone disoccupate in cerca di lavoro, semplicemente ferme. Secondo i calcoli dell’Istat sono circa 3 milioni. Una cifra enorme. E la cosa più preoccupante è che per ben due milioni di queste persone il motivo di questa inattività è la convinzione che, tanto, sia inutile anche cercare lavoro. L’Istat li definisce gli inattivi scoraggiati. La loro percentuale sulla forza lavoro in Italia è più che doppia rispetto alla media degli altri Paesi europei, e sei volte superiore a quella della Francia.
Siamo così di fronte ad una sorta di paradosso. Da un lato un tasso di disoccupazione ufficiale che è migliore di quello di molti altri Paesi europei (8,4% contro una media europea del 9,6%), dall’altro però un tasso di inattività che non ha eguali, arrivato al 37,8% contro una media europea del 29%. Da un lato un’economia mondiale che ricomincia a girare, con una crescita media del Pil globale che nel 2010 è stata del +5%, dall’altro una totale sfiducia degli Italiani nella capacità dell’Italia di agganciare questa ripresa e, soprattutto, di tradurla in nuova occupazione e crescita diffusa.
Come mai? Qualcuno potrà pensare che gli italiani sono male informati, o incapaci di vedere quando le cose vanno bene perché di natura scettica, oppure semplicemente che sono pigri. Ma non è così. Gli italiani, come tutti gli altri, sanno leggere certi segnali e adeguare le proprie scelte di conseguenza. I segnali che influenzano i comportamenti dei cittadini in questi casi sono essenzialmente due: quelli provenienti dal mercato del lavoro più vicino a loro e quelli provenienti dalla politica. I primi hanno mostrato chiaramente un peggioramento non tanto e non solo della quantità del lavoro (nel biennio 2009-2010 si sono persi mezzo milione di posti), ma anche e soprattutto la sua qualità. I secondi hanno visto una politica economica, sociale e fiscale che in questi anni ha fatto pochissimo non solo per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro, ma anche per rendere il lavoro e la sua ricerca una scelta conveniente. Come ci insegnano i premi Nobel Pissarides e Mortensen (anche se non è necessario un premio Nobel per capirlo) cercare lavoro ha dei costi, fisici e psicologici. E’ normale che una persona deciderà di sostenere questi costi e questa fatica se pensa che ne valga la pena. Se invece i segnali indicano che questa convenienza è scarsa, smettere di cercare può diventare, per alcune persone, una scelta plausibile.
Anche se il dato sulla disoccupazione totale in Italia non è peggiorato, altri indicatori non sono altrettanto incoraggianti. Nel 2010, come ci dice il rapporto Istat, il calo più grosso dei posti di lavoro si è avuto tra le occupazioni cosiddette «standard», ovvero a tempo pieno e indeterminato. Quasi trecentomila posti di lavoro «buono» andati in fumo. Circa due terzi di questi posti riguardavano giovani. Al contrario, l’occupazione che si è creata nel 2010 è per lo più part-time, con contratti a tempo determinato e in fasce occupazionali scarsamente qualificate, soprattutto per le donne. Perché dunque dovrebbe stupire se così tante persone, e, guardacaso, soprattutto i giovani e le donne decidono di stare a casa e smettere di cercare? Giovani e donne sono proprio le fasce di lavoratori che in Italia hanno i lavori «peggiori», con i salari più bassi e con nessuna assistenza in termini di servizi di supporto o ammortizzatori sociali che rendano la ricerca del lavoro più semplice, meno onerosa e più conveniente. Per non parlare del fisco. Oggi centinaia di migliaia di persone sono costrette ad aprire partite Iva per lavorare con enti e aziende che non sono più disponibili ad assumerli come dipendenti, sopportando oneri e tassazioni che, persino nei cosiddetti «regimi agevolati», hanno ormai livelli molto elevati. Anche lavorare costa. E nessuna politica degli ultimi anni ha contribuito a renderlo più conveniente. Le uniche attività che fiscalmente sono state rese più convenienti sono l’acquisto e la locazione di immobili, con l’abolizione dell’Ici e l’introduzione dell’aliquota fissa al 20% per i redditi da affitti. Misure di per sé non sbagliate, ma che in mancanza di una riforma della fiscalità sul lavoro, e in un Paese in cui il la propensione al possesso di case è tra le più alte del mondo, creano non poche distorsioni nell’allocazione delle risorse e negli incentivi a lavorare. E quindi, al grido d’allarme dell’Istat che denuncia come milioni di italiani non cerchino più lavoro, molti potrebbero rispondere: e perché dovremmo? Rassegnati sì, fessi no. La vera sfida del nostro Paese oggi è quindi duplice: far recuperare dinamismo al mercato del lavoro in modo da generare più opportunità e iniettare un po’ di fiducia, ma anche rendere il lavoro una scelta più conveniente e stimolante per milioni di persone che sono stanche di girare a vuoto.
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Anche se il dato sulla disoccupazione totale in Italia non è peggiorato, altri indicatori non sono altrettanto incoraggianti. Nel 2010, come ci dice il rapporto Istat, il calo più grosso dei posti di lavoro si è avuto tra le occupazioni cosiddette «standard», ovvero a tempo pieno e indeterminato. Quasi trecentomila posti di lavoro «buono» andati in fumo. Circa due terzi di questi posti riguardavano giovani. Al contrario, l’occupazione che si è creata nel 2010 è per lo più part-time, con contratti a tempo determinato e in fasce occupazionali scarsamente qualificate, soprattutto per le donne. Perché dunque dovrebbe stupire se così tante persone, e, guardacaso, soprattutto i giovani e le donne decidono di stare a casa e smettere di cercare? Giovani e donne sono proprio le fasce di lavoratori che in Italia hanno i lavori «peggiori», con i salari più bassi e con nessuna assistenza in termini di servizi di supporto o ammortizzatori sociali che rendano la ricerca del lavoro più semplice, meno onerosa e più conveniente. Per non parlare del fisco. Oggi centinaia di migliaia di persone sono costrette ad aprire partite Iva per lavorare con enti e aziende che non sono più disponibili ad assumerli come dipendenti, sopportando oneri e tassazioni che, persino nei cosiddetti «regimi agevolati», hanno ormai livelli molto elevati. Anche lavorare costa. E nessuna politica degli ultimi anni ha contribuito a renderlo più conveniente. Le uniche attività che fiscalmente sono state rese più convenienti sono l’acquisto e la locazione di immobili, con l’abolizione dell’Ici e l’introduzione dell’aliquota fissa al 20% per i redditi da affitti. Misure di per sé non sbagliate, ma che in mancanza di una riforma della fiscalità sul lavoro, e in un Paese in cui il la propensione al possesso di case è tra le più alte del mondo, creano non poche distorsioni nell’allocazione delle risorse e negli incentivi a lavorare. E quindi, al grido d’allarme dell’Istat che denuncia come milioni di italiani non cerchino più lavoro, molti potrebbero rispondere: e perché dovremmo? Rassegnati sì, fessi no. La vera sfida del nostro Paese oggi è quindi duplice: far recuperare dinamismo al mercato del lavoro in modo da generare più opportunità e iniettare un po’ di fiducia, ma anche rendere il lavoro una scelta più conveniente e stimolante per milioni di persone che sono stanche di girare a vuoto.
Rapporto Banche e Politica
Articolo di Federico Testa* pubblicato su Il Sole 24 Ore il 26 maggio 2011
È ghiotta l'occasione lanciata da Guido Rossi di dibattere su un tema che è riferibile alle relazioni fra poteri economici (incardinati nel sistema bancario e finanziario) e politica. Si può solo condividere la denuncia dei rischi connessi alla progressiva perdita di intensità di democrazia nelle società occidentali, che coincide con l'aumento del tasso di concentrazione della ricchezza e la perdita di peso della classe media. Curiosamente il modello di democrazia inglese basato sull'elitarismo finanziario ha prevalso negli Usa e sembra occupare quasi tutto il sistema dell'Occidente.
Se vuoi fare carriera non serve più il cursus honorum della politica: meglio entrare nel sistema finanziario. Meno latino e più inglese. Ciò significa anche il trionfo dell'oligopolio criptocollusivo delle istituzioni finanziarie mondiali, con i noti meccanismi di porte girevoli fra regolatori e regolati o peggio istituzioni legislative.
Vorrei concentrarmi sul nostro Paese: insisterei sulla capacità del sistema bancario di influenzare le decisioni del livello legislativo. La presenza di un articolato sistema di fondazioni bancarie rende poi peculiare il tutto. Tralascio la questione del perché sia stato "virtuoso" rispetto ad altri. Anche in Italia non sono mancati interventi di emergenza da parte dei soci, e se si guarda alla dinamica di mercato e ai moltiplicatori anche il sistema delle banche popolari quotate non ne esce bene. Ma non si può dire che esso abbia dettato l'agenda della politica: la Robin Hood tax è stata introdotta quando i conti economici stavano per collassare (e dopo si sono resi necessari interventi di emergenza), ancora oggi curiosamente le azioni della Banca d'Italia sono di proprietà (forzata) degli istituti che vedono così assorbita una quota di capitale, con un qualche svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti.
La stagione di accertamenti e sistematici "patteggiamenti" con l'Amministrazione finanziaria sembrano confermare tutto fuorché una capacità di influenza. Forte è l'interventismo del potere politico sul sistema bancario e finanziario: questo aspetto connota in una prospettiva critica la situazione italiana. Le operazioni di sistema sfociate nella nascita di fondi di investimento per il social housing e per le imprese non rispondono a un interesse del sistema finanziario ma a una richiesta della politica, e solo il tempo dirà se la costruzione di fondi e l'uso dello strumento delle Sgr è la strada corretta. Indire la prospettiva della nascita di un fondo sovrano italiano, che ancora deve delinearsi nei profili tecnici, dovrà essere valutata anche rispetto alle conseguenze per il sistema bancario, oltre che alla capacità dello strumento di rafforzare la competitività del sistema Paese.
Non diversamente si potrebbe ragionare sulla scalata alle reti private di distribuzione del gas da parte del Fondo F2i. Nato per lo sviluppo delle infrastrutture, finisce per essere longa manus del potere politico per ri-pubblicizzare beni che il privato ha dimostrato di saper gestire meglio. Vi sono aspetti che rappresentano un'invasione di campo da parte del potere politico a danno dei soggetti bancari. Si pensi al condizionamento a creare un national champion nel risparmio gestito. Va ricordata la spinta della politica nel tentativo di influenzare il ricambio o la nomina dei vertici degli istituti bancari e finanziari, per alcuni versi da dare per scontata, ma in alcuni casi così maldestra da comportare conflitti anche laceranti.
Queste ultime considerazioni consentono di toccare il tema del ruolo delle fondazioni di origine bancaria, che nel loro complesso hanno svolto tre funzioni positive: garantito l'indipendenza dal potere politico (di qualsiasi parte) anche in condizioni di pressione forte, consentito la ristrutturazione del sistema bancario nazionale con la nascita di due competitori forti su scala europea e sostenuto gli istituti con aumenti di capitali. Non poco, è chiaro. Anche se non bisogna rinunciare a guardare ai meccanismi che ne migliorino trasparenza, efficienza e indipendenza.
Dunque ben venga l'adozione della "carta delle fondazioni", un codice di autodisciplina che tenga lontani gli appetiti "di parte", che scongiuri rischi di compiacenza nei confronti del "potente di turno" e avvii una riflessione sul costo di funzionamento e su una loro concentrazione alla ricerca di economie di scala. Una valutazione della loro economicità è urgente, anche per giudicare le scelte di gestione dei loro organi, in termini di capacità erogativa e di gestione del patrimonio. La presenza di figure autonome negli organi, anche estranee al sistema di interessi locali e con una formazione internazionale, garantirebbe maggiore autonomia e vera accountability, a miglior servizio degli interessi generali dei territori di riferimento. Infine anche una politica di rotazione dei componenti degli organi consentirebbe un rafforzamento dell'autonomia e della trasparenza.
Va superata la coincidenza dell'attività di controllo con il potere esecutivo. Oggi il problema principale è il ripristino del corretto rapporto tra potere politico ed economico e finanziario, nell'interesse del rafforzamento del Paese.
*Federico Testa è parlamentare del PD, componente della commissione Attività produttive e docente di Economia e gestione dell’impresa all’Università di Verona
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La stagione di accertamenti e sistematici "patteggiamenti" con l'Amministrazione finanziaria sembrano confermare tutto fuorché una capacità di influenza. Forte è l'interventismo del potere politico sul sistema bancario e finanziario: questo aspetto connota in una prospettiva critica la situazione italiana. Le operazioni di sistema sfociate nella nascita di fondi di investimento per il social housing e per le imprese non rispondono a un interesse del sistema finanziario ma a una richiesta della politica, e solo il tempo dirà se la costruzione di fondi e l'uso dello strumento delle Sgr è la strada corretta. Indire la prospettiva della nascita di un fondo sovrano italiano, che ancora deve delinearsi nei profili tecnici, dovrà essere valutata anche rispetto alle conseguenze per il sistema bancario, oltre che alla capacità dello strumento di rafforzare la competitività del sistema Paese.
Non diversamente si potrebbe ragionare sulla scalata alle reti private di distribuzione del gas da parte del Fondo F2i. Nato per lo sviluppo delle infrastrutture, finisce per essere longa manus del potere politico per ri-pubblicizzare beni che il privato ha dimostrato di saper gestire meglio. Vi sono aspetti che rappresentano un'invasione di campo da parte del potere politico a danno dei soggetti bancari. Si pensi al condizionamento a creare un national champion nel risparmio gestito. Va ricordata la spinta della politica nel tentativo di influenzare il ricambio o la nomina dei vertici degli istituti bancari e finanziari, per alcuni versi da dare per scontata, ma in alcuni casi così maldestra da comportare conflitti anche laceranti.
Queste ultime considerazioni consentono di toccare il tema del ruolo delle fondazioni di origine bancaria, che nel loro complesso hanno svolto tre funzioni positive: garantito l'indipendenza dal potere politico (di qualsiasi parte) anche in condizioni di pressione forte, consentito la ristrutturazione del sistema bancario nazionale con la nascita di due competitori forti su scala europea e sostenuto gli istituti con aumenti di capitali. Non poco, è chiaro. Anche se non bisogna rinunciare a guardare ai meccanismi che ne migliorino trasparenza, efficienza e indipendenza.
Dunque ben venga l'adozione della "carta delle fondazioni", un codice di autodisciplina che tenga lontani gli appetiti "di parte", che scongiuri rischi di compiacenza nei confronti del "potente di turno" e avvii una riflessione sul costo di funzionamento e su una loro concentrazione alla ricerca di economie di scala. Una valutazione della loro economicità è urgente, anche per giudicare le scelte di gestione dei loro organi, in termini di capacità erogativa e di gestione del patrimonio. La presenza di figure autonome negli organi, anche estranee al sistema di interessi locali e con una formazione internazionale, garantirebbe maggiore autonomia e vera accountability, a miglior servizio degli interessi generali dei territori di riferimento. Infine anche una politica di rotazione dei componenti degli organi consentirebbe un rafforzamento dell'autonomia e della trasparenza.
Va superata la coincidenza dell'attività di controllo con il potere esecutivo. Oggi il problema principale è il ripristino del corretto rapporto tra potere politico ed economico e finanziario, nell'interesse del rafforzamento del Paese.
*Federico Testa è parlamentare del PD, componente della commissione Attività produttive e docente di Economia e gestione dell’impresa all’Università di Verona
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