venerdì 29 maggio 2015

Diego Zardini e Orietta Salemi sulla trasparenza

La falsità e l’opacità hanno causato nel tempo effetti devastanti nel mondo (l’invasione dell’Iraq), in Italia (Parmalat, Cirio, Mafia Capitale) e nel Veneto (Mose, finanziamento dei servizi sociali, il caso Giacino).
La trasparenza è un fattore di grande cambiamento per realizzare la democrazia e la partecipazione nella gestione delle istituzioni e delle organizzazioni private e pubbliche.
La gestione Zaia è stata caratterizzata da opacità, chiusura e isolamento. Caratteristiche queste che hanno fatto precipitare il Veneto nella scala della competitività. Vi è il pericolo concreto che il Veneto perda ulteriori posizioni di competitività nei diversi settori (es. la Sanità veneta è precipitata al 5° posto).
Esiste un rapporto inversamente proporzionale tra la trasparenza e la corruzione: più alta è la trasparenza, più bassa è la corruzione e più alto è il controllo sociale e la partecipazione.
Zaia ha realizzato l’opacità e non ha introdotto gli strumenti manageriali necessari per realizzare una gestione trasparente del Veneto. Zaia parla della trasparenza come se fosse uno slogan senza contenuti e, quindi, la usa in modo sconveniente senza effetti concreti.
Il malaffare e la malversazione che hanno interessato il Veneto sono state scoperte dalle forze dell’ordine e non dal sistema di potere regionale (Presidente e Giunta Regionale) in quanto è assente la trasparenza totale ed un sistema di controllo dell’efficacia di ciascun comparto della Regione.
Per realizzare la trasparenza totale nella Regione Veneto è necessario introdurre i seguenti fattori:
- Sistema di controllo dell’efficacia e dell’efficienza di ciascun comparto della Regione supportata da una infrastruttura informatica adeguata;
- Indicatori di performance efficienti che devono riguardare tutti i settori della Regione: dall’uso del territorio alla sanità, dai servizi sociali;
- Organismo indipendente di valutazione della performance composto da membri esterni e di comprovata competenza e capacità. In questo caso Zaia ha nominato un dirigente interno della Regione, vanificando l’indipendenza, l’autonomia e l’imparzialità di tale organo;
- Obiettivi specifici, quantificabili, misurabili e rapportati alle risorse e non indipendenti da esse per conseguire i premi di risultato.
Tali fattori devono essere trasparenti affinché i veneti, gli utenti ed i ricercatori possano prenderne consapevolezza, esprimere valutazioni, formulare proposte e contestare eventuali scelte improduttive che abbassano la qualità dei servizi e creano sprechi e corruzione.
L’impegno che la Giunta Zaia mette per rendere opache le attività regionali è vano perché prima o dopo la trasparenza, grazie alle nuove tecnologie ed alle forze dell’ordine, si afferma e chiede il conto.
In assenza di informazioni significative e controllabili, trasparenza, le affermazioni di Zaia rappresentano soltanto mera propaganda fuorviante al fine di eludere il controllo sociale.
Diego Zardini
Orietta Salemi

Leggi tutto...

martedì 26 maggio 2015

Io scelgo Alessandra Moretti e Orietta Salemi



Leggi tutto...

domenica 10 maggio 2015

Camusso: la sinistra che si fa male

Intervista di Massimo Rebotti a Alessandra Moretti pubblicata sul Corriere della Sera il 9 maggio 2015
«Classico esempio di quella sinistra tafazzista, che si fa male da sola». Alessandra Moretti, candidata del centrosinistra a governatore del Veneto, dice di «non essere stupita» dall’ affondo, due giorni fa a Mestre, della leader cgil Susanna Camusso che a una platea di delegati sindacali ha detto: «Capisco l’imbarazzo e le difficoltà che tanti di voi hanno di fronte alle Regionali. Piuttosto che non votare però, meglio annullare la scheda».
E' stato fuoco amico?
«Una cosa dev’essere chiara. Chi invita a votare scheda bianca in Veneto è come se dicesse di votare per Luca Zaia, il governatore leghista che ha abbandonato al loro destino i lavoratori e le imprese della regione.
Chi dice queste cose è la stessa sinistra che ha fatto cadere il governo Prodi e ha consentito a Berlusconi di governare per vent’anni».
Susanna Camusso però e la leader del più grande sindacato italiano. Non è preoccupata per la sua campagna?
«No. Questo è un vecchio modo di fare politica, di chi vuol farsi sempre male. È quella sinistra allergica a governare. E pensare che noi, in Veneto, abbiamo costruito un centrosinistra ampio, c’ è Sel, ci sono i Verdi, anche un pezzo di Rifondazione comunista. E poi tra i candidati nelle liste in mio sostegno c’ è l’ ex segretario della Cgil di Padova. Penso che i più amareggiati per l’uscita di Camusso siano proprio gli iscritti veneti al suo sindacato».
La Cgil è molto dura con il governo. A Mestre il segretario ha detto che Renzi favorisce solo le imprese. Lei è finita in mezzo a questo scontro?
«Sa quanti posti di lavoro ha creato il Jobs act del governo Renzi nel primo trimestre del 2015 in Veneto? Quasi 35 mila. Che Camusso chiedesse a un giovane che prima aveva un contratto a progetto e ora ha un contratto a tempo indeterminato, se pensa anche lui che il governo favorisce le imprese. Se diventerò presidente farò un altro Jobs act, per il Veneto, che rafforzi ulteriormente le indicazioni dell’esecutivo».
Forse è anche per questo che la Cgil non la sostiene.
«C’è una parte del sindacato che si rende conto che un rinnovamento è necessario. Non i vertici».
Sta pensando che questo intervento di Camusso, alla fine, le farà guadagnare voti?
«La verità è che le battaglie si vincono tutte insieme, oltre gli steccati ideologici. E le critiche che ho ricevuto sono ideologiche, i veneti capiranno».
Sul sito di Alessandra Moretti campeggia il numero dei comuni visitati finora durante la campagna elettorale: ieri era a quota 519: «Qualche mese fa questa sfida sembrava impossibile, ora è apertissima».
Per la verità qualche giorno fa Renzi ha detto: «Alle Regionali finisce 6 a 1» e l’ipotesi di sconfitta era proprio in Veneto.
«Conosco Matteo Renzi, non lascia niente a nessuno. E io con lui. Ho abbandonato l’europarlamento per giocarmi questa partita. E i miei avversari ora hanno paura».
In suo sostegno oggi arriva il ministro Boschi.
È una donna che stimo, la sento molto vicina. Il messaggio che voglio lanciare è che con me alla guida della Regione la relazione con il governo sarà molto forte, per rispondere alle esigenze del Veneto. Qui il centrosinistra ha un’occasione storica: strappare una regione considerata “impossibile”. E poi, alla guida della coalizione c’è una donna».
Anche Camusso è donna.
«Infatti, spiace che abbia perso l’occasione di sostenere una donna. In altre circostanze aveva dimostrato una diversa sensibilità».

Leggi tutto...

mercoledì 6 maggio 2015

Il lavoro flessibile

Articolo di Klaus F. Zimmermann, direttore dell’Institute for the Study of Labor, pubblicato sul Corriere della Sera 4 maggio 2015
Molti sognano da tempo di essere meno incatenati al lavoro, e conciliare la propria attività con il tempo libero. Altri sognano di non dover più svolgere compiti monotoni, ripetitivi. Quel mondo non è mai stato così vicino ad avverarsi. Eppure oggi le domande sono: perderemo il lavoro? Oppure, ci sarà un lavoro per me in futuro? Queste preoccupazioni sono condivise da quasi tutti i Paesi, sviluppati ed emergenti. Attualmente, d’altronde, persino nell’industria manifatturiera cinese il focus è sull’impiego massiccio di robot industriali, anche a causa della massima dimensione raggiunta della forza lavoro cinese, a lungo oggetto delle preoccupazioni occidentali per il trasferimento delle mansioni di assemblaggio.
In tutto il mondo, i laureati - sia dei Paesi sviluppati sia in quelli emergenti - scoprono che il loro titolo accademico non basta a garantire un posto. I cosiddetti robot di servizio e l’informatizzazione inoltre si ripercuoteranno su una serie di professioni - dai piloti aeronautici e camionisti ai chirurghi e cuochi. I dati finora raccolti indicano una ricaduta occupazionale negativa per i lavoratori poco qualificati e per alcuni con qualifiche medie. Tuttavia, i ricercatori dell’università di Oxford prevedono che, entro 20 anni, tale impatto negativo potrebbe interessare metà delle professioni, incluse quelle considerate più qualificate. Per orientare le politiche, dovremo seguire questi sviluppi con attenzione.
Il cambiamento è sempre fastidioso e, per quanto la visione del futuro sia incerta, ne conosciamo le linee chiave. L’impiego a vita in azienda e persino i contratti formali di lavoro saranno più rari. Una maggiore «informalità» negli accordi di lavoro - a lungo considerata un fenomeno prevalente nei Paesi emergenti - sta prendendo piede anche nei Paesi avanzati, come fattore di omologazione globale. Per quanto riguarda i Paesi sviluppati, alcune società sono più preparate di altre a contare su se stesse - ad una realtà di assunzione del rischio da parte del singolo. In particolare, il modello sociale degli Stati Uniti ha sempre responsabilizzato il singolo per i rischi economici e finanziari legati alla sua esistenza. Questo significa che il cambiamento dello schema mentale sarà più difficile per gli europei, abituati a un modello in cui certi rischi vengono assunti dalla società più che dall’individuo. Ed è qui la chiave del dilemma: per molti aspetti, la «nuova economia» offre ciò che la gente ha chiesto: meno gerarchie, più flessibilità e maggiore orientamento ai risultati. Ma questo guadagno di flessibilità ha un prezzo. Il punto è fare in modo che questo «mondo nuovo» non conduca a un drastico trasferimento del rischio dalle aziende (e dal capitale) alla persona. In questo contesto, la migliore previsione che gli economisti del lavoro possono fare non è che ci sarà meno occupazione, bensì che il lavoro avrà forme diverse. Sono necessarie innovazioni importanti: elaborare nuove modalità di assicurazione e tutele per proteggere i trattamenti di fine rapporto dalle oscillazioni dei mercati finanziari.
Mentre emerge questo nuovo mondo del lavoro, possiamo osservarne l’intrinseca dialettica. Da una parte, gli smartphone ci aiutano a superare la separazione formale tra lavoro e «gioco», dall’altra, ci portiamo il lavoro a casa, quasi letteralmente, in tasca. Di conseguenza, il classico lavoro dalle 9 alle 5 sta velocemente scomparendo. Questo spostamento verso modelli di lavoro più flessibili implica anche nuove sfide. Il lavoro flessibile può essere troppo imprevedibile per programmare altri impegni, come gli appuntamenti medici difficili da ottenere, o per ritagliare qualche ora per svolgere altrove qualche altro lavoro.
Inoltre, questa flessibilità significa effettivamente che la linea di confine tra lavoro e tempo libero è sempre più labile, causando potenzialmente uno stress notevole. I lati positivi e negativi della trasformazione dei lavoratori e dei luoghi di lavoro dovrà essere quindi soppesata con attenzione e intelligenza. Dopo tutto, in passato, le economie mondiali hanno affrontato cambiamenti ben più grandi. Basta guardare al passato per ritrovare la grande agitazione collettiva - dalla letteratura alla filosofia, alla politica - sulle implicazioni sociali dell’avvento di una diffusa industrializzazione, meccanizzazione e elettrificazione. Le trasformazioni delle ere passate, come lo spostamento di milioni di persone dai campi alle città, furono sconvolgenti, ma ciò portò a un miglioramento delle condizioni di vita. I prossimi cambiamenti offriranno opportunità inimmaginabili. Per arrivare a quel punto, le economie emergenti dovranno continuare le loro trasformazioni, mentre le economie europee e nordamericane dovranno adattarsi a realtà diverse. La novità è che ora saremo coinvolti tutti insieme in questo riallineamento, indipendentemente da dove viviamo.

Leggi tutto...

lunedì 4 maggio 2015

La leadership armonizza democrazia e capacità di decisione

Articolo di Michele Salvati pubblicato sul Corriere della Sera il 1° maggio 2015
Questa fase della vita politica italiana — il «tutti contro Renzi» sul tema della legge elettorale - sembra la meno adatta a riflessioni pacate sulle radici lontane della crisi che stiamo vivendo.
Per semplificare il tentativo, non mi soffermo sul perché siano contro Renzi movimenti o partiti populisti e antieuropei: esclusi dal gioco, ogni pretesto è buono per aggredire il governo. E lascio anche da parte quel partito, Forza Italia, che ai tempi del patto del Nazareno Renzi pensava di coinvolgere nel gioco, come rappresentante di un elettorato con il quale poteva instaurarsi una dialettica democratica simile a quella che si svolge in altri grandi Paesi europei, centrodestra contro centrosinistra. A Berlusconi non è riuscito il tentativo (ma c’è mai stato?) di «trasformare il carisma in istituzione», di stabilizzare e dare una consistenza organizzativa al suo partito e un indirizzo politico al suo popolo: compito certo difficilissimo in Italia, ma che ad altri leader carismatici è pur riuscito altrove. Perché non sia riuscito a lui per ora nessuno l’ha spiegato meglio di Giovanni Orsina ( Il berlusconismo nella storia d’Italia , Marsilio) e devo lasciare il lettore in sua compagnia.
Vengo allora al Pd. Nessuno, credo, si lascia ingannare dalla maggior correttezza della polemica - i toni di Salvini non si adattano a una polemica interna, e poi tradizione e cultura ancora un poco contano - ma l’ostilità e l’insofferenza della minoranza per il segretario sono ancor più intense di quelle manifestate dai partiti di opposizione, cosa che spesso avviene nei conflitti in famiglia. E nessuno, credo, è convinto dall’idea che queste difficoltà siano dovute a incomponibili conflitti sul merito delle riforme istituzionali proposte da Renzi, come invece la minoranza vorrebbe far credere.
Tanti commentatori ci hanno già ricordato, con nomi e date, che una concezione di democrazia maggioritaria come quella adottata dall’attuale proposta di legge elettorale era già discussa e largamente accettata all’interno dei partiti dell’Ulivo, e che l’idea di un Senato senza potere fiduciario e invece con una funzione di rappresentanza delle autonomie era un obiettivo sul quale esisteva un ampio accordo. Anche sul rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio, pur temperato da istituzioni di garanzia che il progetto Renzi lascia inalterate nei loro poteri, il consenso nei partiti dell’Ulivo, poi confluiti nel Partito democratico, era molto ampio. E lascio da parte l’incredibile polemica sulle preferenze: contro le preferenze era schierato l’intero Pds-Ds, e una parte non piccola di Margherita.
Facciamo allora un piccolo esperimento intellettuale e poniamoci la seguente domanda ipotetica: se le riforme che ora vuol fare Renzi le avesse proposte Bersani con l’avallo del vecchio gruppo dirigente ex comunista ed ex sinistra dc — alla luce della storia che ho brevemente ricordato non è un’ipotesi inverosimile, le premesse c’erano tutte — ci sarebbe forse stato uno scatenamento polemico di questa intensità? Che arriva a riesumare il vecchio slogan di «minaccia alla democrazia» già usato ai tempi di Berlusconi? Quali tabù ha toccato Renzi per suscitare questa reazione? Non può trattarsi solo della comprensibile resistenza di un ceto dirigente sconfitto: in un partito sano la sconfitta si archivia e ci si prepara a una rivincita in futuro, confidando che i fatti e la propria azione politica dimostrino l’erroneità della linea adottata dal leader. In gioco c’è qualcosa di più grosso, il passaggio da una concezione di partito a un’altra. Da un partito di notabili in servizio permanente effettivo, in cui la strategia del partito emerge da accomodamenti e mediazioni continue, a un partito del leader il quale giudica quando il tempo delle mediazioni è finito e l’ulteriore dilazione nella decisione contrasterebbe con l’efficacia della decisione stessa. Un partito che non guarda prevalentemente al proprio interno, ma guarda alla sua azione di governo e al consenso che questa può riscuotere nel Paese. Se si aggiunge che — mirando al successo esterno e non alla conservazione delle oligarchie e dei santuari ideologici cui prestano osservanza — il leader può essere indotto a forti modifiche delle strategie adottate in passato, si vedono bene i tabù che Renzi ha abbattuto e si capisce la violenza della reazione: l’opposizione è stata sbalzata in un mondo radicalmente estraneo a quello cui si era assuefatta.
È il nuovo mondo che Mauro Calise spiega assai bene nel suo saggio sull’ultimo numero de «il Mulino» ( La democrazia del leader ) e di cui consiglio una lettura attenta, ai dissidenti del Pd e non solo. Il governo del leader non è una minaccia per la democrazia — non siamo a Weimar — ma un tentativo di conciliare democrazia e capacità di decisione, nella consapevolezza che la vera minaccia della democrazia è la sua incapacità di decidere.

Leggi tutto...

martedì 14 aprile 2015

Contrastare la povertà

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 12 aprile 2015
Un reddito di inclusione sociale potrebbe alleviare l’emergenza-povertà: costerebbe quanto il bonus che il governo dice di avere. Cinque milioni in più di persone a rischio di povertà. Questa la drammatica eredità che la crisi ha lasciato all’Unione europea nel periodo 2008-2013. Ciascun Paese ha contribuito, ma l’Italia ha battuto ogni record: 2,3 milioni di aumento, quasi la metà dell’impoverimento di tutta l’Europa. I dati si riferiscono alla povertà «relativa», che prende come riferimento il reddito mediano. Ma anche se passiamo alla povertà «assoluta» (secondo l’Istat, meno di 1.400 euro al mese per una famiglia di quattro persone in un’area metropolitana nel Nord), la situazione italiana resta drammatica: sei milioni di poveri nel 2014, concentrati fra le famiglie con figli minori.
Perché tanta povertà? La crisi ha colpito anche altrove, la nostra disoccupazione (12,7 per cento) è appena sopra la media dell’Euro-zona. Il problema è il welfare. Non abbiamo mai introdotto quella «rete di sicurezza» che negli altri Paesi soccorre i più deboli. Si sono fatte solo piccole e inconcludenti sperimentazioni: quella ora in corso si chiama «sostegno per l’inclusione attiva» e coinvolge circa 26 mila persone in dodici grandi comuni, una goccia nel mare. Fra pochi mesi finirà, mancano i soldi.
In Parlamento ci sono due proposte (Sel e Cinque stelle). Soprattutto ai grillini va dato atto di aver finalmente attirato l’attenzione politica su questo tema. Il loro «reddito di cittadinanza» garantirebbe fino a 780 euro al mese (persona singola) a chi si trova in difficoltà ed è disponibile al lavoro. I costi sono tuttavia proibitivi: dai 15 ai 17 miliardi l’anno. Anche a prescindere dalle modalità di copertura (poco dettagliate nel progetto Cinque Stelle), si tratterebbe di un passo più lungo della gamba.
Esiste però un altro progetto, fatto e finito. Si tratta del «reddito di inclusione attiva» (Reis) sostenuto da un ampia rete di soggetti (fra cui Acli, Caritas, sindacati) che hanno dato vita ad una vera e propria «Alleanza contro la Povertà». Il Reis sarebbe destinato a chi si trova in povertà assoluta (e non relativa, come nel caso della proposta grillina) e il suo importo sarebbe pari alla differenza fra il reddito disponibile e una soglia prestabilita in base ai componenti del nucleo. Per una persona sola senza lavoro, ad esempio, circa 400 euro al mese, più un contributo per l’affitto. Ai beneficiari si offrirebbero anche servizi volti a far recuperare l’autosufficienza.
A regime, il Reis costerebbe circa 7 miliardi l’anno. Tenendo conto dei vincoli di bilancio, l’Alleanza propone tuttavia un percorso di avvicinamento graduale in quattro anni: nel primo l’impegno sarebbe più o meno 1,6 miliardi.
Da qualche giorno ci si interroga su come utilizzare il famoso «tesoretto» previsto dal Documento di economia e finanza e che, neanche a farlo apposta, corrisponde proprio al costo del Reis per il primo anno. Se i soldi ci sono davvero, è un’occasione unica. Difficilmente la Commissione europea potrebbe sollevare obiezioni, visto che in vari documenti ufficiali ha criticato proprio l’assenza di una misura nazionale contro la povertà e ha chiesto all’Italia di predisporre un piano strategico di lotta all’esclusione. Per arrivare a regime nel 2019, il governo potrebbe anzi appellarsi sin d’ora alla nuova clausola sulla flessibilità dei vincoli fiscali approvata a Bruxelles due mesi fa.
Sarà la volta buona? A questo punto, gli scenari che si profilano sono due. Quello prudente e praticabile, ossia adottare il Reis. Quello più ambizioso ma che solleva enormi problemi di finanziamento, cioè insistere sul reddito di cittadinanza. Chi vuole aiutare i più poveri concretamente e da subito non può aver dubbi su cosa sia meglio fare. Il governo nemmeno: dunque ci aspettiamo che faccia.

Leggi tutto...

sabato 28 marzo 2015

Europa, crescita e lavoro

Articolo di Lucrezia Reichlin pubblicato sul Corriere della Sera il 27 marzo 2015
È da qualche settimana che si parla con insistenza di ripresa in Europa e, finalmente, anche in Italia. I dati di tutti i settori e i sondaggi sulle aspettative di imprese e consumatori segnalano che il tasso di crescita del Prodotto interno lordo (Pil) del primo trimestre del 2015, che sarà pubblicato a maggio, confermerà il dato positivo di fine anno. È molto probabile che la ripresa sia cominciata nella seconda metà del 2014.
Meno certa è la traiettoria della ripresa nei prossimi anni, ma, stando alle previsioni di molti ed in particolare a quelle della Banca centrale europea (Bce) - pubblicate una decina di giorni fa - l’economia dell’eurozona tornerà gradualmente al suo indice di crescita storico del 2% (il cosiddetto potenziale) nel 2017.
Ma se si guarda all’ultima riga della tabella pubblicata dalla Bce, c’è un numero che getta un’ombra nera su questa ripresa. Nel 2017 il tasso di disoccupazione sarà del 9,9%, neanche due punti più basso di quello di oggi. Poiché questo corrisponde alla crescita potenziale, la previsione implica che, nell’eurozona, il cosiddetto tasso «naturale» di disoccupazione, cioè quello che si realizzerà quando tutti gli occupabili avranno trovato lavoro, è quasi del 10%. Questo 10% non scomparirà con la ripresa e per quanto definito naturale nel linguaggio tecnico, di naturale ha ben poco. Se a questo 10% si aggiungono le persone che non cercano un impiego attivamente in quanto scoraggiate, e si considera che questo numero è composto in gran parte di disoccupati da lungo tempo, stiamo quindi dicendo che la zona euro - una delle più ricche economie del pianeta - dovrà imparare a convivere con un esercito di esclusi dal mercato del lavoro. Questi sono i numeri di tutta l’eurozona: Nord e Sud. L’Italia è messa ben peggio. Nonostante oggi il nostro tasso di disoccupazione sia appena superiore a quello della zona euro, la sua composizione è terrificante: 40% di disoccupati tra i giovani, con una concentrazione molto alta nel Mezzogiorno e tra i senza lavoro di lunga durata. La crisi per noi è stata molto costosa: dal 2007 il numero dei disoccupati è praticamente raddoppiato, passando da 1,76 milioni a 3,4 milioni. Fa piacere registrare che i contratti a tempo indeterminato siano stati nei primi due mesi del 2015 il 35% in più rispetto allo stesso periodo del 2014. È una buona notizia ma sono solo 79 mila contratti.
Estrapolando dalla previsione aggregata della Bce non si può quindi non dedurre che, in Italia, per una larga parte di quegli oltre 3 milioni di disoccupati non ci sia speranza di trovare un impiego nei prossimi anni. Questi numeri non possono essere trattati da semplice corollario delle previsioni economiche. Al contrario, ci dicono che nei prossimi anni il problema principale per l’Europa dell’euro, e per l’Italia in particolare, sarà il lavoro.
È un problema che va messo al centro delle politiche europee, che va capito ed affrontato. Va capito, perché non è chiaro se una grossa fetta della forza lavoro non abbia un impiego per via di una perdita di competenze causata dalla crisi prolungata o da fattori preesistenti alla crisi, conseguenza di un cambiamento della struttura della domanda di lavoro in Europa, dei processi tecnologici e della competizione globale. Ma soprattutto il problema va affrontato perché non è possibile pensare che il successo del progetto europeo e la credibilità dei singoli governi dell’Unione non sia legata alla capacità di proporre politiche strutturali che prevedano il rilancio e la riqualificazione dell’occupazione.
È dalla ripresa del 2009 che gli Stati Uniti discutono, non solo nelle università ma anche nella politica, sul come affrontare la cosiddetta jobless recovery, cioè una ripresa non accompagnata da un aumento dell’occupazione. Nonostante la crescita degli ultimi anni negli Usa, nessuno ha potuto dichiarare la crisi finita fino a quando il mercato del lavoro non ha cominciato a rafforzarsi. Perché questa minore sensibilità al problema nel Vecchio Continente? Abbiamo speso gli ultimi sette anni a rispondere alla instabilità finanziaria, a cercare di governare le tensioni interne all’Unione, a costruire istituzioni per irrobustirla, ne abbiamo - almeno per ora - assicurato la sopravvivenza. Ma il progetto europeo, nonostante la ripresa e la maggiore stabilità raggiunta, non ha legittimità se non si affronta il problema del lavoro.

Leggi tutto...

martedì 17 marzo 2015

Lavoro, effetti delle nuove leggi sul lavoro

Nel 2014, dopo due anni di calo, l’occupazione cresce (+0,4%, pari a 88.000 unità in confronto all’anno precedente), a sintesi di un aumento nel Nord (+0,4%) e nel Centro (+1,8%) e di un nuovo calo nel Mezzogiorno (-0,8%, pari a -45.000 unità).
Il tasso di occupazione si attesta al 55,7%, +0,2 punti percentuali rispetto al 2013.
Questi sono alcuni degli effetti prodotti nel periodo precedente alla legge di stabilità ed al Jobs Act.
L’esonero contributivo per le nuove assunzioni con contratto a tempo indeterminato ai sensi della legge 23 dicembre 2014, n. 190 sta producendo effetti positivi sul livello di occupazione del paese. Infatti, il presidente dell’Inps Tito Boeri ha comunicato che sono 76mila le richieste arrivate dalle imprese  per accedere alla decontribuzione previdenziale in relazione alle nuove assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato con decorrenza nel corso del 2015.
Nella Provincia di Verona le richieste effettuate dalle imprese sono 1491.
La misura dell’esonero è pari all’ammontare dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con esclusione dei premi e contributi INAIL, nel limite massimo di un importo pari a euro 8.060,00 su base annua.
Sono esclusi dai benefici i contratti di apprendistato ed i contratti di lavoro domestico.
I lavoratori coinvolti dalle assunzioni potrebbero essere molti di più rispetto alle imprese che hanno presentato la richiesta di esonero contributivo.
La Fondazione dei consulenti del lavoro ha calcolato che nei primi due mesi del 2015 i lavoratori assunti a tempo indeterminato sono 275mila con l’esonero dei contributi previdenziali previsti dalla legge di stabilità (legge 23 dicembre 2014, n. 190).
Fin qui i primi effetti positivi sull’occupazione prodotti dalla legge di stabilità. Adesso occorre aspettare la completa attuazione del Jobs Act, specificatamente del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, per monitorare gli effetti sul livello dell’occupazione dei nuovi provvedimenti sul lavoro.
Intanto, si legge che gli imprenditori sono pronti ad attivare nuove assunzioni a tempo indeterminato per i benefici previsti dal Jobs Act.

Leggi tutto...

mercoledì 4 marzo 2015

Licenziamenti economici, tanta confusione e poca coerenza


Occorre ricordare che il disegno di legge delega “Jobs Act” non prevedeva specificatamente la disciplina dei licenziamenti economici e disciplinava il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. In sede di esame della proposta di legge delega numerosi sono stati le modifiche concordate e mediate dal Presidente della commissione lavoro Cesare Damiano, il quale è riuscito a condurre ad unità il gruppo PD per poi determinare, a cose fatte, il parere sullo schema di decreto legislativo per capovolgere i contenuti della legge delega in materia di licenziamenti economici.
Tra gli emendamenti approvati dalla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati vi è il seguente che tratta i licenziamenti per motivi economici: "Al comma 7, lettera c), aggiungere, in fine, le parole: escludendo per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l'anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l'impugnazione del licenziamento;1. 538. Sottoscritto da Gnecchi, Cinzia Maria Fontana, Giorgio Piccolo, Boccuzzi, Giacobbe, Casellato, Incerti, Maestri, Albanella, Simoni, Miccoli, Baruffi, Malisani, Gribaudo, Paris, Martelli, Tullo, Rotta.
L’emendamento Gnecchi ed altri è stato approvato dalle camere ed è contenuto nella lettera c) del comma 7 dell’articolo 1 della legge 10 dicembre 2014, n. 183.
Fino a questo punto dell’iter legislativo non ci sono stati problemi per il Jobs Act. Nel momento in cui lo schema del decreto delegato veniva sottoposto al parere delle Commissioni Lavoro della Camera e del Senato sono sorte polemiche, scontri e strumentalizzazioni finalizzate a escludere dalla disciplina dei licenziamenti economici i licenziamenti collettivi che si identificano con i primi. Il parere della Commissione Lavoro della Camera è stato tassativo e quello del Senato possibilista riguardo ai licenziamenti collettivi.
La prima cosa da chiarire è che i licenziamenti collettivi rientrano a pieno titolo nei licenziamenti economici e che, pertanto, sono disciplinati dalla lettera c) del comma 7 dell’articolo 1 della legge 10 dicembre 2014, n. 183.
L’emendamento Gnecchi mirava soprattutto al “diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l'impugnazione del licenziamento” ed ha sottovaluto la esclusione “per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l'anzianità di servizio”.
Per risolvere il problema del mancato reintegro per i licenziamenti economici si è pensato di intervenire in Commissione Lavoro della Camera, la quale ha espresso il parere non vincolante sullo schema del decreto attuativo ed ha richiesto in modo obbligatorio l’esclusione dei licenziamenti collettivi dal decreto. Non a caso i proponenti dell’emendamento ed i sostenitori dello stesso hanno parlato di licenziamenti collettivi e non economici per rendere credibile invano il loro intervento.
Il Governo in sede di approvazione definitiva del decreto attuativo della delega in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti non ha considerato il parere non vincolante delle Commissioni Lavoro perché in contrasto con la letterac) del comma 7 dell’articolo 1 della legge 10 dicembre 2014, n. 183, la quale ha escluso chiaramente l’applicazione della reintegrazione dei licenziamenti economici, compresivi dei licenziamenti collettivi. Se il Governo avesse accolto il parere la norma sarebbe stata incostituzionale. Pertanto, l’accusa al Governo di aver ignorato il parere delle Commissioni è infondata.
Se la minoranza del PD fosse stata più attenta avrebbe potuto presentare, a suo tempo, un emendamento esplicito sul reintegro dei licenziamenti collettivi e non farsi promotore dell’emendamento sui licenziamenti economici, primo firmatario Gnecchi, che esclude la reintegrazione. Inoltre, avrebbe evitato di esprimere un parere contrario non vincolante contrario alla legge delega ed aprire un confronto strumentale e non risolvibile.
Stefano Ceccanti, costituzionalista, in risposta al collega Gustavo Zagrebelsky ha dichiarato: “ Il prof. Zagrebelsky sostiene oggi sul Fatto quotidiano che in materia di licenziamenti il decreto del Governo è andato oltre la delega. Evidentemente non ha letto la lettera c) del comma 7 dell’articolo 1 della delega, che riproduco qui sotto (*). È esattamente vero il contrario: la delega è così precisa nell’escludere il reintegro per i licenziamenti economici, che era invece il parere della Commissione Camera, scorporando i licenziamenti collettivi, a violare la delega. Il Governo, col decreto, ha rispettato la delega. Chi era contrario avrebbe dovuto emendare la delega, non cercare di aggirarla dopo.

Leggi tutto...