martedì 14 aprile 2015

Contrastare la povertà

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 12 aprile 2015
Un reddito di inclusione sociale potrebbe alleviare l’emergenza-povertà: costerebbe quanto il bonus che il governo dice di avere. Cinque milioni in più di persone a rischio di povertà. Questa la drammatica eredità che la crisi ha lasciato all’Unione europea nel periodo 2008-2013. Ciascun Paese ha contribuito, ma l’Italia ha battuto ogni record: 2,3 milioni di aumento, quasi la metà dell’impoverimento di tutta l’Europa. I dati si riferiscono alla povertà «relativa», che prende come riferimento il reddito mediano. Ma anche se passiamo alla povertà «assoluta» (secondo l’Istat, meno di 1.400 euro al mese per una famiglia di quattro persone in un’area metropolitana nel Nord), la situazione italiana resta drammatica: sei milioni di poveri nel 2014, concentrati fra le famiglie con figli minori.
Perché tanta povertà? La crisi ha colpito anche altrove, la nostra disoccupazione (12,7 per cento) è appena sopra la media dell’Euro-zona. Il problema è il welfare. Non abbiamo mai introdotto quella «rete di sicurezza» che negli altri Paesi soccorre i più deboli. Si sono fatte solo piccole e inconcludenti sperimentazioni: quella ora in corso si chiama «sostegno per l’inclusione attiva» e coinvolge circa 26 mila persone in dodici grandi comuni, una goccia nel mare. Fra pochi mesi finirà, mancano i soldi.
In Parlamento ci sono due proposte (Sel e Cinque stelle). Soprattutto ai grillini va dato atto di aver finalmente attirato l’attenzione politica su questo tema. Il loro «reddito di cittadinanza» garantirebbe fino a 780 euro al mese (persona singola) a chi si trova in difficoltà ed è disponibile al lavoro. I costi sono tuttavia proibitivi: dai 15 ai 17 miliardi l’anno. Anche a prescindere dalle modalità di copertura (poco dettagliate nel progetto Cinque Stelle), si tratterebbe di un passo più lungo della gamba.
Esiste però un altro progetto, fatto e finito. Si tratta del «reddito di inclusione attiva» (Reis) sostenuto da un ampia rete di soggetti (fra cui Acli, Caritas, sindacati) che hanno dato vita ad una vera e propria «Alleanza contro la Povertà». Il Reis sarebbe destinato a chi si trova in povertà assoluta (e non relativa, come nel caso della proposta grillina) e il suo importo sarebbe pari alla differenza fra il reddito disponibile e una soglia prestabilita in base ai componenti del nucleo. Per una persona sola senza lavoro, ad esempio, circa 400 euro al mese, più un contributo per l’affitto. Ai beneficiari si offrirebbero anche servizi volti a far recuperare l’autosufficienza.
A regime, il Reis costerebbe circa 7 miliardi l’anno. Tenendo conto dei vincoli di bilancio, l’Alleanza propone tuttavia un percorso di avvicinamento graduale in quattro anni: nel primo l’impegno sarebbe più o meno 1,6 miliardi.
Da qualche giorno ci si interroga su come utilizzare il famoso «tesoretto» previsto dal Documento di economia e finanza e che, neanche a farlo apposta, corrisponde proprio al costo del Reis per il primo anno. Se i soldi ci sono davvero, è un’occasione unica. Difficilmente la Commissione europea potrebbe sollevare obiezioni, visto che in vari documenti ufficiali ha criticato proprio l’assenza di una misura nazionale contro la povertà e ha chiesto all’Italia di predisporre un piano strategico di lotta all’esclusione. Per arrivare a regime nel 2019, il governo potrebbe anzi appellarsi sin d’ora alla nuova clausola sulla flessibilità dei vincoli fiscali approvata a Bruxelles due mesi fa.
Sarà la volta buona? A questo punto, gli scenari che si profilano sono due. Quello prudente e praticabile, ossia adottare il Reis. Quello più ambizioso ma che solleva enormi problemi di finanziamento, cioè insistere sul reddito di cittadinanza. Chi vuole aiutare i più poveri concretamente e da subito non può aver dubbi su cosa sia meglio fare. Il governo nemmeno: dunque ci aspettiamo che faccia.

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sabato 28 marzo 2015

Europa, crescita e lavoro

Articolo di Lucrezia Reichlin pubblicato sul Corriere della Sera il 27 marzo 2015
È da qualche settimana che si parla con insistenza di ripresa in Europa e, finalmente, anche in Italia. I dati di tutti i settori e i sondaggi sulle aspettative di imprese e consumatori segnalano che il tasso di crescita del Prodotto interno lordo (Pil) del primo trimestre del 2015, che sarà pubblicato a maggio, confermerà il dato positivo di fine anno. È molto probabile che la ripresa sia cominciata nella seconda metà del 2014.
Meno certa è la traiettoria della ripresa nei prossimi anni, ma, stando alle previsioni di molti ed in particolare a quelle della Banca centrale europea (Bce) - pubblicate una decina di giorni fa - l’economia dell’eurozona tornerà gradualmente al suo indice di crescita storico del 2% (il cosiddetto potenziale) nel 2017.
Ma se si guarda all’ultima riga della tabella pubblicata dalla Bce, c’è un numero che getta un’ombra nera su questa ripresa. Nel 2017 il tasso di disoccupazione sarà del 9,9%, neanche due punti più basso di quello di oggi. Poiché questo corrisponde alla crescita potenziale, la previsione implica che, nell’eurozona, il cosiddetto tasso «naturale» di disoccupazione, cioè quello che si realizzerà quando tutti gli occupabili avranno trovato lavoro, è quasi del 10%. Questo 10% non scomparirà con la ripresa e per quanto definito naturale nel linguaggio tecnico, di naturale ha ben poco. Se a questo 10% si aggiungono le persone che non cercano un impiego attivamente in quanto scoraggiate, e si considera che questo numero è composto in gran parte di disoccupati da lungo tempo, stiamo quindi dicendo che la zona euro - una delle più ricche economie del pianeta - dovrà imparare a convivere con un esercito di esclusi dal mercato del lavoro. Questi sono i numeri di tutta l’eurozona: Nord e Sud. L’Italia è messa ben peggio. Nonostante oggi il nostro tasso di disoccupazione sia appena superiore a quello della zona euro, la sua composizione è terrificante: 40% di disoccupati tra i giovani, con una concentrazione molto alta nel Mezzogiorno e tra i senza lavoro di lunga durata. La crisi per noi è stata molto costosa: dal 2007 il numero dei disoccupati è praticamente raddoppiato, passando da 1,76 milioni a 3,4 milioni. Fa piacere registrare che i contratti a tempo indeterminato siano stati nei primi due mesi del 2015 il 35% in più rispetto allo stesso periodo del 2014. È una buona notizia ma sono solo 79 mila contratti.
Estrapolando dalla previsione aggregata della Bce non si può quindi non dedurre che, in Italia, per una larga parte di quegli oltre 3 milioni di disoccupati non ci sia speranza di trovare un impiego nei prossimi anni. Questi numeri non possono essere trattati da semplice corollario delle previsioni economiche. Al contrario, ci dicono che nei prossimi anni il problema principale per l’Europa dell’euro, e per l’Italia in particolare, sarà il lavoro.
È un problema che va messo al centro delle politiche europee, che va capito ed affrontato. Va capito, perché non è chiaro se una grossa fetta della forza lavoro non abbia un impiego per via di una perdita di competenze causata dalla crisi prolungata o da fattori preesistenti alla crisi, conseguenza di un cambiamento della struttura della domanda di lavoro in Europa, dei processi tecnologici e della competizione globale. Ma soprattutto il problema va affrontato perché non è possibile pensare che il successo del progetto europeo e la credibilità dei singoli governi dell’Unione non sia legata alla capacità di proporre politiche strutturali che prevedano il rilancio e la riqualificazione dell’occupazione.
È dalla ripresa del 2009 che gli Stati Uniti discutono, non solo nelle università ma anche nella politica, sul come affrontare la cosiddetta jobless recovery, cioè una ripresa non accompagnata da un aumento dell’occupazione. Nonostante la crescita degli ultimi anni negli Usa, nessuno ha potuto dichiarare la crisi finita fino a quando il mercato del lavoro non ha cominciato a rafforzarsi. Perché questa minore sensibilità al problema nel Vecchio Continente? Abbiamo speso gli ultimi sette anni a rispondere alla instabilità finanziaria, a cercare di governare le tensioni interne all’Unione, a costruire istituzioni per irrobustirla, ne abbiamo - almeno per ora - assicurato la sopravvivenza. Ma il progetto europeo, nonostante la ripresa e la maggiore stabilità raggiunta, non ha legittimità se non si affronta il problema del lavoro.

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martedì 17 marzo 2015

Lavoro, effetti delle nuove leggi sul lavoro

Nel 2014, dopo due anni di calo, l’occupazione cresce (+0,4%, pari a 88.000 unità in confronto all’anno precedente), a sintesi di un aumento nel Nord (+0,4%) e nel Centro (+1,8%) e di un nuovo calo nel Mezzogiorno (-0,8%, pari a -45.000 unità).
Il tasso di occupazione si attesta al 55,7%, +0,2 punti percentuali rispetto al 2013.
Questi sono alcuni degli effetti prodotti nel periodo precedente alla legge di stabilità ed al Jobs Act.
L’esonero contributivo per le nuove assunzioni con contratto a tempo indeterminato ai sensi della legge 23 dicembre 2014, n. 190 sta producendo effetti positivi sul livello di occupazione del paese. Infatti, il presidente dell’Inps Tito Boeri ha comunicato che sono 76mila le richieste arrivate dalle imprese  per accedere alla decontribuzione previdenziale in relazione alle nuove assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato con decorrenza nel corso del 2015.
Nella Provincia di Verona le richieste effettuate dalle imprese sono 1491.
La misura dell’esonero è pari all’ammontare dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con esclusione dei premi e contributi INAIL, nel limite massimo di un importo pari a euro 8.060,00 su base annua.
Sono esclusi dai benefici i contratti di apprendistato ed i contratti di lavoro domestico.
I lavoratori coinvolti dalle assunzioni potrebbero essere molti di più rispetto alle imprese che hanno presentato la richiesta di esonero contributivo.
La Fondazione dei consulenti del lavoro ha calcolato che nei primi due mesi del 2015 i lavoratori assunti a tempo indeterminato sono 275mila con l’esonero dei contributi previdenziali previsti dalla legge di stabilità (legge 23 dicembre 2014, n. 190).
Fin qui i primi effetti positivi sull’occupazione prodotti dalla legge di stabilità. Adesso occorre aspettare la completa attuazione del Jobs Act, specificatamente del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, per monitorare gli effetti sul livello dell’occupazione dei nuovi provvedimenti sul lavoro.
Intanto, si legge che gli imprenditori sono pronti ad attivare nuove assunzioni a tempo indeterminato per i benefici previsti dal Jobs Act.

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mercoledì 4 marzo 2015

Licenziamenti economici, tanta confusione e poca coerenza


Occorre ricordare che il disegno di legge delega “Jobs Act” non prevedeva specificatamente la disciplina dei licenziamenti economici e disciplinava il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. In sede di esame della proposta di legge delega numerosi sono stati le modifiche concordate e mediate dal Presidente della commissione lavoro Cesare Damiano, il quale è riuscito a condurre ad unità il gruppo PD per poi determinare, a cose fatte, il parere sullo schema di decreto legislativo per capovolgere i contenuti della legge delega in materia di licenziamenti economici.
Tra gli emendamenti approvati dalla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati vi è il seguente che tratta i licenziamenti per motivi economici: "Al comma 7, lettera c), aggiungere, in fine, le parole: escludendo per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l'anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l'impugnazione del licenziamento;1. 538. Sottoscritto da Gnecchi, Cinzia Maria Fontana, Giorgio Piccolo, Boccuzzi, Giacobbe, Casellato, Incerti, Maestri, Albanella, Simoni, Miccoli, Baruffi, Malisani, Gribaudo, Paris, Martelli, Tullo, Rotta.
L’emendamento Gnecchi ed altri è stato approvato dalle camere ed è contenuto nella lettera c) del comma 7 dell’articolo 1 della legge 10 dicembre 2014, n. 183.
Fino a questo punto dell’iter legislativo non ci sono stati problemi per il Jobs Act. Nel momento in cui lo schema del decreto delegato veniva sottoposto al parere delle Commissioni Lavoro della Camera e del Senato sono sorte polemiche, scontri e strumentalizzazioni finalizzate a escludere dalla disciplina dei licenziamenti economici i licenziamenti collettivi che si identificano con i primi. Il parere della Commissione Lavoro della Camera è stato tassativo e quello del Senato possibilista riguardo ai licenziamenti collettivi.
La prima cosa da chiarire è che i licenziamenti collettivi rientrano a pieno titolo nei licenziamenti economici e che, pertanto, sono disciplinati dalla lettera c) del comma 7 dell’articolo 1 della legge 10 dicembre 2014, n. 183.
L’emendamento Gnecchi mirava soprattutto al “diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l'impugnazione del licenziamento” ed ha sottovaluto la esclusione “per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l'anzianità di servizio”.
Per risolvere il problema del mancato reintegro per i licenziamenti economici si è pensato di intervenire in Commissione Lavoro della Camera, la quale ha espresso il parere non vincolante sullo schema del decreto attuativo ed ha richiesto in modo obbligatorio l’esclusione dei licenziamenti collettivi dal decreto. Non a caso i proponenti dell’emendamento ed i sostenitori dello stesso hanno parlato di licenziamenti collettivi e non economici per rendere credibile invano il loro intervento.
Il Governo in sede di approvazione definitiva del decreto attuativo della delega in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti non ha considerato il parere non vincolante delle Commissioni Lavoro perché in contrasto con la letterac) del comma 7 dell’articolo 1 della legge 10 dicembre 2014, n. 183, la quale ha escluso chiaramente l’applicazione della reintegrazione dei licenziamenti economici, compresivi dei licenziamenti collettivi. Se il Governo avesse accolto il parere la norma sarebbe stata incostituzionale. Pertanto, l’accusa al Governo di aver ignorato il parere delle Commissioni è infondata.
Se la minoranza del PD fosse stata più attenta avrebbe potuto presentare, a suo tempo, un emendamento esplicito sul reintegro dei licenziamenti collettivi e non farsi promotore dell’emendamento sui licenziamenti economici, primo firmatario Gnecchi, che esclude la reintegrazione. Inoltre, avrebbe evitato di esprimere un parere contrario non vincolante contrario alla legge delega ed aprire un confronto strumentale e non risolvibile.
Stefano Ceccanti, costituzionalista, in risposta al collega Gustavo Zagrebelsky ha dichiarato: “ Il prof. Zagrebelsky sostiene oggi sul Fatto quotidiano che in materia di licenziamenti il decreto del Governo è andato oltre la delega. Evidentemente non ha letto la lettera c) del comma 7 dell’articolo 1 della delega, che riproduco qui sotto (*). È esattamente vero il contrario: la delega è così precisa nell’escludere il reintegro per i licenziamenti economici, che era invece il parere della Commissione Camera, scorporando i licenziamenti collettivi, a violare la delega. Il Governo, col decreto, ha rispettato la delega. Chi era contrario avrebbe dovuto emendare la delega, non cercare di aggirarla dopo.

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mercoledì 25 febbraio 2015

Alessandra Moretti, unica speranza per il Veneto

Continua in modo incessante l’impegno di Alessandra Moretti di incontrare le comunità locali dal più piccolo al più grande comune per ascoltare e capire le esigenze ed i bisogni delle persone e per presentare la sua proposta politica. Fino a questo momento ha visitato 190 comuni ed in tali incontri è stato espresso entusiasmo e sostegno alla sua candidatura.
Intanto il centro destra esprime divisioni (Tosi, Salvini e Zaia) ed assenza di contenuti politici. La gestione Galan e Zaia non aiuta certamente a realizzare un confronto serio e costruttivo per il bene del Veneto. Il centro destra in questo momento è capace soltanto di esprimere propaganda e strumentalizzazioni finalizzate a distogliere i veneti dai problemi reali della regione e dalla cattiva gestione di Zaia.
Qualche personaggio si diverte ai danni del Veneto ad offuscare le prospettive politiche della Regione espresse in modo chiaro ed inequivocabile da Alessandra Moretti senza offrire una proposta credibile. Affermazioni che non si basano sui dati ed informazioni reali scaturiti dalla gestione Zaia e che, pertanto, rappresentano solo propaganda senza contenuti.
Alessandra Moretti rappresenta l’unica alternativa democratica e reale alla gestione Galan e Zaia, la quale ha portato il Veneto a condizioni non certamente positive di cambiamento.
Le persone miopi vedono in Alessandra Moretti il personaggio che coglie tutte le occasioni politiche elettorali per mettersi in mostra. Al contrario Alessandra si è limitata con spirito di servizio a rispondere positivamente alle richieste del Partito Democratico, candidandosi prima alle politiche e dopo alle Europee ed alla Presidenza della Regione Veneto. Per convenienza personale avrebbe potuto rispondere no e continuare ad impegnarsi come parlamentare.
Ad Alessandra Moretti sta a cuore la Regione Veneto e per tale motivo è impegnata a contrastare il centro destra ed offrire alla comunità veneta una prospettiva di sviluppo e di crescita ed un’alternativa all’insufficiente politica della Giunta Zaia che certamente non ha prodotto risultati apprezzabili.
Alessandra è un politico capace, intelligente e sensibile ai bisogni ed alle esigenze che vengono espressi chiaramente negli incontri organizzati nei comuni.
Personalmente la conosco e la stimo tanto e credo che questa sia l’ultima occasione che il Veneto può cogliere per realizzare il cambiamento che le persone desiderano.
Occorre anche tenere presente il vasto consenso che ha realizzato alle Elezioni Europee ed alle primarie del PD. Alessandra è l’unica persona capace di aggregare un vasto consenso a favore del rinnovamento e del cambiamento.
Condivido la sua posizione contro le deroghe ai consiglieri regionali che hanno superato le due legislature. Il PD regionale farebbe bene a tenerne conto altrimenti Alessandra Moretti non può utilizzare il fattore rinnovamento nella campagna elettorale con ripercussioni negative sull’ampiezza dei consensi. Il PD non deve fare altro che confermare la propria posizione espressa durante la discussione del progetto di legge Padrin che il centro destra diviso ha fatto fallire.

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lunedì 23 febbraio 2015

Decreti Jobs Act: giudizio di Pietro Ichino

Intervista a Pietro Ichino a cura di Andrea Di Stefano pubblicata il 22 febbraio 2015 dai quotidiani locali del gruppo L’Espresso
Professore qual è il suo primo giudizio sui decreti approvati ieri dal Governo?
Complessivamente molto positivo: in questi decreti ci sono tutti i pilastri essenziali della riforma che occorre per voltar pagina rispetto al regime di job property, e all’inefficienza e al dualismo fra protetti e non protetti che ne consegue.
Quali pilastri?
Flessibilizzazione e generalizzazione della disciplina dei licenziamenti, trattamento di disoccupazione di livello europeo ed esteso a tutti, integrazione tra strutture pubbliche e agenzie private specializzate attraverso il contratto di ricollocazione, libertà di scelta dell’agenzia da parte del lavoratore, retribuzione della stessa a risultato, estensione della protezione a tutta l’area caratterizzata da sostanziale dipendenza economica del lavoratore.
Si considera il padre nobile di questa riforma?
“Nobile” no di certo. “Padre” è un’espressione davvero eccessiva; anche perché alla stesura di questi testi hanno contribuito in modo decisivo anche altri giuslavoristi, tutti di grande valore. È vero però che l’idea del contratto a tutele crescenti come forma normale di assunzione è frutto di un progetto che ho incominciato a proporre già nel 1989, e che ha preso compiutamente forma nel mio libro del 1996 Il lavoro e il mercato. È anche vero che alla riforma ho dato in Senato un contributo forse non secondario.
Il Governo non ha tenuto in alcun conto il parere delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato sui licenziamenti collettivi. È una forzatura politica?
Il Governo ha accolto tutti e soltanto i suggerimenti contenuti in quei pareri che erano coerenti con gli intendimenti della riforma, voluti dalle stesse Commissioni in sede di approvazione della legge-delega. Ma questa esclude esplicitamente l’applicazione della reintegrazione nell’area dei “licenziamenti economici”; e nessuno può ragionevolmente sostenere che quelli collettivi non vi rientrino. Su questo punto, dunque, l’accoglimento dei pareri avrebbe comportato la violazione della delega.
Nel testo viene introdotta anche la facoltà di cambio delle mansioni a parità di retribuzione. È uno strumento effettivamente utile per la riorganizzazione delle imprese?
La vecchia norma, che viene ora sostituita, era stata disegnata in un’epoca in cui l’evoluzione delle tecniche applicate era molto più lenta. Conservare quella norma oggi non gioverebbe neanche ai lavoratori, perché con la sua rigidità finirebbe col mettere maggiormente a rischio i loro posti di lavoro.
È stata poi disposta l’esclusione del settore pubblico dal campo di applicazione del nuovo regime che lei aveva invece sempre sostenuto, come sostenuto dal ministro Poletti?
La norma che disponeva questa esclusione, soppressa nel testo del 24 dicembre, non è stata reinserita nel decreto. Credo che questo sia bene; anche se poi nel settore pubblico occorrono norme di governance interna delle amministrazioni che assicurino l’esercizio delle prerogative manageriali e la sua correttezza.
Ci sono state forti tensioni sulla norma sul contratto di ricollocazione. Come giudica il risultato finale?
Considero importantissimo che questo nuovo istituto sia stato introdotto nel nostro ordinamento. Su questo terreno, però, c’è ancora del lavoro da fare, sia sul piano normativo, sia soprattutto su quello dell’implementazione, trattandosi di uno strumento che in Italia ancora non è stato sperimentato e incontra molte resistenze.

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giovedì 19 febbraio 2015

Pagina 12 una miniatura di mondo



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sabato 14 febbraio 2015

Inabili al lavoro, missione impossibile?

L’impegno di Alessia rotta e Diego Zardini, deputati del Partito Democratico, per l’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro.






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lunedì 2 febbraio 2015

Sergio Mattarella Presidente della Repubblica

Articolo di Marco Damilano pubblicato il 31 gennaio 2015 sul blog http://damilano.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/01/31/linvisibile-custode/

«Non ci sono le immagini». Nelle ultime ventiquattr’ore uno spettro si aggira per gli studi televisivi e le redazioni dei giornali. Il fantasma del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non esistono sue dichiarazioni televisive, risse in un talk show, foto sotto l’ombrellone. Disperazione tra i cronisti. Ieri, a quanto raccontano, si era concordato un set in una via del centro di Roma, al riparo dai curiosi, per scattare qualche foto del nuovo Capo dello Stato da spedire sui circuiti internazionali alla grande stampa estera. Niente da fare, il candidato ha fatto sapere che preferiva aspettare. Un silenzio più forte di tante vacuità, un’assenza che riscatta da sola l’ansia di visibilità di un’inutile classe dirigente. Leggerà una pagina dell’Ecclesiaste, pronosticano gli amici, nel suo primo discorso da presidente in Parlamento: «Vanità delle vanità, tutto è vanità…». Oppure, laicamente, potrebbe anche citare il siciliano Franco Battiato, per dire come sarà la sua presidenza: «Ne abbiamo attraversate di tempeste e quante prove antiche e dure ed un aiuto chiaro. Da un’invisibile carezza di un custode».
Ha saputo martedì, ufficialmente, di essere candidato alla presidenza della Repubblica, quando l’ha chiamato il numero due del Pd Lorenzo Guerini. Con il grande elettore Matteo Renzi si è sentito due giorni dopo. Non ha chiesto nulla, non ha fatto nulla per ricevere la carica. Com’era successo nel 2008, quando era stato escluso dalle liste per il Parlamento. Non aveva chiesto deroghe nel nuovo Pd e i suoi colleghi di partito che oggi si spelleranno le mani lo avevano escluso. Ha continuato a lavorare all’ultima sentenza nella foresteria della Corte costituzionale dove è andato a vivere due anni fa dopo la morte della moglie Marisa. La sua Santa Marta, come quella in Vaticano di papa Bergoglio, in linea con quanto disse anni fa a proposito dell’occupazione del potere: «Un partito, un politico, nelle istituzioni si deve sentire ospite, anche se protagonista». Sarà ospite, in punta di piedi, e non un padrone di casa, anche nel palazzo di fronte. Il Quirinale.
«C’è l’amico Mattarella che farà il suo intervento…». È il 28 febbraio 1984, sono le nove del mattino quando Amintore Fanfani invita alla tribuna il primo iscritto a parlare della giornata al XVI congresso della Dc, nel grande catino del Palaeur. «Prima di dargli la parola ci consentirà di ricordare, nel suo nome, un uomo che si è sacrificato nell’interesse dell’Italia, della Sicilia e del Partito». I non molti presenti si alzano in piedi in omaggio di Piersanti Mattarella, il presidente della regione Sicilia ucciso da un delitto politico-mafioso quattro anni prima. Sul palco, davanti alla nomenclatura del partito, c’è un uomo di quasi 43 anni, gli occhiali spessi, i capelli già candidi sul volto ancora da ragazzo. Comincia a parlare: «La ringrazio, ben sapendo che questi applausi, ovviamente, non riguardano assolutamente me…». E conclude: «Non voglio essere né illusorio, né fuori dalla realtà: tanti hanno in questi giorni ricordato saggi greci, antichi filosofi, io vorrei più modestamente richiamare la preghiera di Francesco che non chiedeva tanto di essere aiutato quanto di aiutare, che non chiedeva tanto di ricevere quanto di dare, che non chiedeva tanto di essere compreso quanto di comprendere…».
Non ha mai parlato in pubblico di quel giorno che gli ha cambiato la vita, il 6 gennaio 1980, il giorno dell’Epifania. Il massacro del fratello Piersanti davanti alla sua famiglia, quel corpo che Sergio prova a soccorrere mentre la vita scivola via. Fino a quel momento Sergio Mattarella era stato un tranquillo professore universitario di diritto parlamentare con studio in via della Libertà, la stessa del fratello, davanti a casa. A sparare è il killer dagli occhi di ghiaccio e dalla strana andatura, che cammina a balzi, «un robot che sparava come se sparasse a una pietra o una sedia», testimoniò la vedova Irma Chiazzese. «Zio, corri giù, c’è stato un incidente a papà», lo chiama il nipote Bernardo. «La scena che gli si para davanti, con quell’auto crivellata di colpi e piena di sangue, è violenta, allucinante, insostenibile», scrive Giovanni Grasso in “Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia” (Edizioni San Paolo). «È come se avessimo accompagnato papà fino alla fine», racconta la figlia di Piersanti Maria. È quel giorno di violenza inaudita, di vittoria della politica sporca e della mafia che eliminano la migliore classe dirigente negli anni Settanta e Ottanta, il sentimento di quelle ore, sempre custodito con pudore, che spinge Sergio all’impegno politico. «Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale…», scriveva il 28 novembre 1943 Giaime Pintor al fratello Luigi. La vita, i fratelli, il sangue, la politica. La nuova Resistenza, la chiama Sandro Pertini in quegli anni drammatici.
In uno dei rarissimi testi in cui parla del fratello, pubblicato sul sito del Movimento studenti di Azione cattolica, Sergio Mattarella scrive: «Piersanti non aveva la vocazione a diventare un eroe. Era una persona normale che amava la vita e il futuro, amava sua moglie e i suoi figli, era aperto di carattere, allegro nei rapporti personali, anche sul lavoro. Ma avvertiva fortemente il senso della dignità propria e di quella del ruolo che rivestiva; si rifiutava di piegarsi alla prepotenza, alla sopraffazione della mafia o alla minaccia della violenza; non aveva intenzione di far finta di non vedere. Era consapevole del pericolo che poteva aver di fronte ma sapeva che si deve vivere in maniera decorosa, potendo essere sempre orgogliosi delle proprie scelte… Ricordare le persone che affermavano il rispetto delle regole per il bene di tutti, il bene comune, e il cui assassinio ha punteggiato dolorosamente la storia del nostro paese, significa condividerne valori e criteri di comportamento: il messaggio che riceviamo da Piersanti Mattarella risiede nella convinzione che la vita va impiegata spendendo bene, evangelicamente, i talenti che si sono ricevuti».
Vale come un auto-ritratto. I talenti ricevuti da spendere, i valori da rimettere in gioco, sono la stella polare del giovane Mattarella, figlio del ministro Bernardo, uno dei fondatori della Dc, membro dell’Assemblea Costituente, eletto il 2 giugno 1946 con 38.764 voti. Studiano a Roma, nel collegio di San Leone Magno. Il fratello Piersanti è uno dei giovani dirigenti dell’Azione cattolica negli anni Cinquanta, Sergio è un ventenne che negli anni del Concilio, il rinnovamento della Chiesa, è responsabile degli studenti cattolici del Lazio con l’assistente don Filippo Gentiloni (futura firma del “Manifesto” per le questioni religiose e zio di Paolo, il ministro degli Esteri), conosce preti come don Luigi Di Liegro, che sarà il carismatico e amatissimo direttore della Caritas romana, e don Alessandro Plotti, futuro vescovo di Pisa. «Erano gli anni di papa Giovanni XXIII e di Paolo VI, gli anni del Concilio: anni di entusiasmo, di speranza, di innovazione», scrive. Sono gli anni della Meglio Gioventù versione cattolica, letture, incontri, amicizie, «gli anni della mia formazione: hanno disegnato il mio senso della vita e la mia fisionomia come persona», scrive Mattarella.
La politica è sempre stata di casa. Il padre è un notabile della Dc, accusato negli anni Sessanta di vicinanza alla mafia da Danilo Dolci che viene condannato per diffamazione. Accuse poi riprese dagli esponenti del Psi craxiano negli anni Ottanta quando Sergio dà vita alla prima giunta Dc-Pci a Palermo con il sindaco Leoluca Orlando (l’attuale), suo grande amico prima di una rottura dolorosa. «In Italia tutti sanno che i cognomi di Orlando e Mattarella erano indicati in una precedente generazione come autorevoli amici degli amici», scrive don Gianni Baget Bozzo sull’ “Avanti!”. Anche il numero due del Psi Claudio Martelli picchia duro sulle famiglie Mattarella e Orlando «consigliori» dei mafiosi. «Mattarella ha scritto la replica su un foglietto: disgusto e disprezzo…», scrive sul suo diario l’allora capo ufficio stampa della Dc Giuseppe Sangiorgi. Tanto più che le minacce della mafia continuano. «Dovete proteggere Sergio», implora il segretario della Dc Ciriaco De Mita, il leader di riferimento, la moglie Marisa, sorella della moglie di Piersanti. «Mattarella è andato un attimo in casa sua prima di una cena ufficiale. A casa ha trovato la moglie in lacrime. Pochi minuti prima aveva ricevuto una telefonata anonima: suo marito, le hanno detto, con la lista che sta facendo per le elezioni di Palermo farà la stessa fine del fratello Piersanti».
Piersanti era il più promettente e intelligente tra gli allievi di Aldo Moro, aveva rotto con la Dc di Vito Ciancimino e di Salvo Lima e aperto al Pci siciliano negli anni della solidarietà nazionale, era già stato deciso che sarebbe tornato a Roma come deputato quando l’omicidio di Moro lo convinse a restare in Sicilia. Una scelta che gli costò la vita.Anche Sergio, eletto alla Camera nell’83, milita nella piccola corrente morotea. I suoi amici sono Tina Anselmi, Maria Eletta Martini, lo storico Pietro Scoppola, il costituzionalista Leopoldo Elia con cui ingaggia a cena epiche gare di nozionismo. Sugli articoli della Costituzione tedesca? No, su chi conosce più formazioni di calcio a memoria, testimonia l’amico Pierluigi Castagnetti.
Moro doveva diventare presidente della Repubblica già nel 1971, fu bruciato a voto segreto dalla destra Dc che gli preferì Giovanni Leone. E nel 1978, come disse Sandro Pertini, «lui, non io, vi parlerebbe da questo posto, se non fosse stato barbaramente assassinato». Mattarella al Quirinale è una silenziosa rivincita. Da Moro Mattarella sembra aver ereditato la timidezza davanti alle telecamere («Moro deve compiere un sovrumano sforzo di eroica volontà per presentarsi alla televisione», scriveva Vittorio Gorresio). La riservatezza: entrate nella leggenda di Moro con il soprabito d’estate sul lungomare di Terracina fotografato da Vezio Sabatini per un servizio di Guido Quaranta su “Panorama”. L’ispirazione politica: l’apertura a sinistra, l’idea della fragilità della democrazia italiana, attraversata da nemici occulti. Le mafie, le massonerie, le P2. «Occorre recuperare credibilità e questo vuol dire soprattutto moralità», dice Mattarella in quel lontano discorso al congresso della Dc del 1984. «Moralità significa uno sforzo intenso e particolare contro la corruzione. Moralità significa, in alcune zone del Paese ma ormai in tutto il Paese, una lotta intensa, seria, autenticamente rigorosa, nei confronti della mafia, della camorra e di tutte le altre forme di criminalità organizzata. Significa avere una continua attenzione per evitare che si ripetano infiltrazioni o presenze e inquinamenti come quella che ci ha dolorosamente colpiti e preoccupati e inquieti, la scoperta delle trame della loggia P2». Ma la questione morale, come già avvertiva Berlinguer, non è solo lotta alla corruzione e alla mafia: «Significa avere rispetto della articolazione della società, liberando e risparmiando spazi da una eccessiva presenza del pubblico e della politica. Significa che alla frammentazione del Paese non si dà soltanto una pur necessaria risposta istituzionale ma anche una risposta di linea politica, far rivivere nel nostro Paese un più intenso, più completo, più vasto senso della convivenza, del pubblico interesse, dell’interesse generale: il bene comune».
Un democristiano anomalo, l’ha presentato Renzi. E qualcuno già lo chiama «un presidente alla memoria». Mattarella, piuttosto, è un rappresentante tipico del cattolicesimo democratico e della sinistra dc, la via democristiana alla democrazia. Una cultura politica fortissima che è moderazione, equilibrio, dialogo con l’avversario, senso delle istituzioni e dello Stato. In una parola: mediazione. Parola-chiave della politica anni Sessanta-Settanta che funzionava quando la Dc e i partiti rappresentavano il collegamento privilegiato tra il Palazzo e la società. Ma che si trasforma in immobilismo e infine palude quando il sistema è ormai paralizzato e non c’è più nulla da mediare. La sinistra Dc che era stata la parte più avanzata e riformista del partito diventa alla fine degli anni Ottanta sinonimo di irresolutezza, indecisione, mancanza di coraggio, di generali senza truppe incapaci di strappare. Mattarella non fa eccezione. E questo spiega all’inizio degli anni Novanta la separazione, la rottura tra i maestri del cattolicesimo democratico che appare estenuato e le generazioni più giovani che si impegnano nei movimenti anti-mafia, nella Rete di Orlando uscito dalla Dc o nei comitati per i referendum elettorali o del nascente Ulivo.
La Dc va in crisi quando il Paese si disgrega sotto mille spinte populiste e territoriali, vedi la Lega al Nord. Mattarella resta fedele alla sua vecchia impostazione, ma appare quasi un sopravvissuto, un politico d’altri tempi. Il suo cattolicesimo adulto, tormentato, inquieto, vicino alla sensibilità del cardinale Carlo Maria Martini che incontra più volte, «la spiritualità del conflitto», come la chiama Scoppola, è minoritario nella stagione dei meeting di Comunione e liberazione a Rimini. E non ha niente a che fare con la politica personalizzata, urlata, ammiccante. «La sobrietà di vita è una delle cifre degli statisti», ha detto nel mese di luglio ricordando l’amico Giovanni Goria alla Camera che fu il premier più giovane della storia repubblicana (fino a Renzi) e morì prematuramente. Ma la sua non è una sobrietà alla Mario Monti, non si traduce in un loden, neppure la sobrietà è esibita. È un uomo in grigio. Un uomo invisibile. Ma non spento, per nulla incolore o malinconico. Potrebbe sottoscrivere quanto disse Enrico Berlinguer a Giovanni Minoli: «La cosa che mi infastidisce di più è quando scrivono che sarei triste, perché non è vero». Di ironia sottile, fredda, anglosassone. Di passione contenuta, intransigente. Per questo temuto da Silvio Berlusconi. Il suo anti-berlusconismo non è politico, va molto al di là della decisione di dimettersi da ministro per protestare contro la legge Mammì sulle tv nel 1990. È un anti-berlusconismo etico, una scala di valori contrapposta, inconciliabile con l’Arcore style. È (anche) a lui che si riferiva quando attaccava «Il bombardamento commercializzato dei modelli di vita che ha accentuato il pericolo del conformismo». Alternativo antropologicamente al berlusconismo, al fighettismo, al libertinismo, specie quello intellettuale.
Sembrava destinato a un tranquillo notabilato, lui che leader non è mai stato, «cammina nella penombra», lo descrive l’amico Angelo Sanza. Invece a richiamarlo in servizio per la politica attiva è stato un leader molto lontano da lui, per stile, mentalità, cultura, anche se non per origine e provenienza. Si è sempre detto che Renzi era l’erede di Berlusconi, ma la scelta di Mattarella fa intuire un’altra parentela, un’altra famiglia di provenienza, anche se misconosciuta. Il cattolicesimo democratico, che ha sempre militato dalla parte opposta del berlusconismo. Una stirpe fondata esattamente un secolo fa, con il discorso di Caltagirone del 1905 di un altro siciliano, don Luigi Sturzo. Potenza delle culture politiche, capaci di sopravvivere alle stagioni, agli inverni più rigidi, alle tempeste più violente. Un secolo dopo, ecco un altro cattolico, siciliano, il primo al Quirinale. Proiettato verso il futuro.
Il figlio della Repubblica si affida a un padre. L’uomo del Selfie fa eleggere l’uomo senza immagini. Nel modo opposto allo stile dell’eletto. Mai e poi mai Sergio Mattarella avrebbe usato i metodi di Renzi: forzature, spintoni, spallate, rovesciamenti di campo. L’irruenza, il contrario della prudenza mattarelliana. Renzi usa uno dei migliori esponenti della Prima Repubblica per chiudere per sempre con la stagione della Seconda e prepararsi a fondare la Terza. Sergio Mattarella, eletto presidente questa mattina di un sabato, il 31 gennaio 2015, potrebbe essere il capo dello Stato che celebrerà nel settantesimo anniversario dalla nascita della Repubblica insieme al referendum popolare che ne dichiarerà il (parziale) mutamento. Garante della Costituzione in vigore e di quella che verrà, come ha detto Renzi. E forse mostrerà al premier nato trentacinque anni dopo le parole del grande storico cattolico francese Henri-Irénée Marrou sulla conoscenza storica, il senso di ciò che accade, la piccola politica delle miserie quotidiane e la grande storia: «non viviamo soltanto per costruire e distruggere questi edifici provvisori, come una generazione di termiti, ma per dare un senso, riconoscere un valore al pellegrinaggio, a volte trionfale, a volte doloroso, che l’umanità compie da sempre attraverso il corso della sua storia». Sarà il mite custode della Repubblica. Anche inflessibile (speriamo).

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