sabato 14 maggio 2011

L'oncologia veronese penalizzata dal piano sanitario

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Il Partito Democratico di Verona ha organizzato una conferenza stampa sul piano triennale socio sanitario regionale alla quale hanno partecipato:
- Franco Bonfante, vicepresidente Consiglio regionale Veneto;
- Vincenzo D'Arienzo, segretario provinciale Pd.
Durante la conferenza stampa Franco Bonfante e Vincenzo D’Arienzo hanno denunziato che la bozza di piano triennale socio sanitario della Regione Veneto penalizza il settore oncologico di Verona. Inoltre, è stato sottolineato che l’oncologia veronese rappresenta un punto di eccellenza in Italia ed in Europa. Tale eccellenza non è riconosciuta da Zaia e Coletto che assegnano altrove il fulcro nella rete oncologica territoriale con funzioni di hab per tutte le attività delle Aziende ULSS ed Ospedaliere del Veneto.

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mercoledì 11 maggio 2011

Controreplica di Diego Zardini a Giovanni Miozzi

Diego Zardini ha controreplicato alla risposta del Presidente della Provincia, Giovanni Miozzi, e dell’assessore Giuliano Zigiotto con la seguente lettera.
Lo scambio epistolare può ritenersi positivo nel caso in cui si trasformi in un confronto ed in un dialogo nelle sedi istituzionali con il contributo di tutti i gruppi consiliari che intendono migliorare la performance della Provincia di Verona, superando posizioni e vincoli ideologici, tramite l’attuazione del D. Lgs. n. 150/2009.
La posizione della Provincia rispetto all’attuazione del D. Lgs. n. 150/2009 può essere esaminata tramite la valutazione degli atti (deliberazioni n. 312 del 30 dicembre 2010 e n. 6 del 31 gennaio 2011) e della risposta dell’organo politico amministrativo all’interrogazione ed alla lettera presentata dal sottoscritto.
Con la delibera n. 312 è stato modificato il regolamento provinciale sull’ordinamento degli uffici e dei servizi in assenza di una delibera del Consiglio Provinciale, prevista dall’art. 42, comma 2, lettera a) del D. Lgs. n. 267/2000, sui criteri generali di integrazione e modifica dell’Ordinamento Provinciale per adeguarlo ai principi del D. Lgs. n. 150/2009.
Tale delibera non adegua in modo completo il regolamento ai principi richiamati dall’art. 16, comma 2, dall’art. 31, comma 1 e dall’art. 74, comma 2. La Giunta ha proceduto ad una modifica parziale del Regolamento senza coinvolgere il Consiglio Provinciale. Tale posizione, giuridicamente e politicamente errata, è di netta chiusura nei confronti del Consiglio e dei gruppi di opposizione che solo in tale sede possono contribuire con proposte di miglioramento. La scelta della Giunta esprime una propensione al dialogo ed al confronto uguale a zero.
Con la delibera n. 6 sembra che la Giunta abbia conseguito da molto tempo la “one best way” (il modo migliore) per quanto riguarda il controllo-guida ed il ciclo della performance. Questa “certezza” non lascia spazi di confronto e di dialogo con i gruppi consiliari nell’unico interesse di attuare il D. Lgs n. 150/2009 in modo efficiente ed efficace ed adattandolo alle specificità territoriali ed organizzative dell’ente.
Essendo tali delibere parziali, rigide e prive di linee programmatiche si chiede che venga predisposto un documento denominato “Linee guida per l’attuazione del D. Lgs. n. 150/2009 nella Provincia di Verona” al fine di promuovere l’adeguamento ai principi e l’introduzione degli strumenti manageriali previsti dal Decreto attraverso un dialogo costruttivo tra le forze politiche presenti in Consiglio Provinciale. A tale scopo i lavori del consiglio su questo argomento possono essere preparati da una apposita commissione a tempo al fine di predisporre una proposta che realizzi la più ampia convergenza possibile. Le linee guida che si propongono rappresenterebbero i criteri generali che il Consiglio Provinciale non ha mai deliberato e che dovrebbero essere rispettati dalla Giunta in sede di modifica ed integrazione del Regolamento (art. 48, comma 3, del D. Lgs. n. 267/2000).
Si segnala che l’allegato, “Relazione del nucleo di Valutazione del 28 gennaio allegata al verbale n. 1- 2011, alla delibera n. 6 non è visibile in via telematica come la delibera. Si chiede di rendere pubblico tale verbale e di sapere se tale relazione è stata approvata in sede di riunione del Nucleo di Valutazione legittimamente riunito a Verona e con seduta verbalizzata.
Si condividono alcune affermazione del Presidente e dell’Assessore in sede di risposta all’interrogazione e precisamente:
- “Non voglio, comunque, pensare che il sistema sia compiuto, poiché tutti i sistemi organizzativi debbono essere in costante e continuo miglioramento” …… “Farò apportare nel tempo gli eventuali adeguamenti alla normativa interna….”;
- “Sono certo che nei prossimi mesi potremo attivare un fattivo confronto e …… proporrò anche momenti di approfondimento …….. e di dare contributi per migliorare la nostra azione per il perseguimento dell’interesse pubblico”.
Al momento tali dichiarazioni sono poco credibili perché avvengono dopo l’approvazione del Bilancio, del PEG e del PDO e, quindi, senza aver aperto un tavolo di confronto. Vi è un’ultima possibilità per aprire un dialogo costruttivo: predisporre ed approvare il piano triennale della performance cosi come delineato dalla CiVIT. Non dovrebbe essere un problema in quanto tale piano dovrebbe contenere le scelte già effettuate dalla Giunta in sede di approvazione degli strumenti di programmazione. Molte Provincie hanno scelto tale via per attuare la gestione del ciclo della performance e per rendere intellegibili e comprensibili agli stakeholder esterni ed interni i contenuti programmatori della Provincia.
Vi sono enti locali, maggiormente di grandi dimensioni, che hanno attuato sistemi di controllo di gestione in epoca anteriore al D. Lgs. n. 150/2009 e qualche ente pubblico negli anni ’80 aveva iniziato ad applicare la misurazione e la valutazione del lavoro e dei risultati, la predisposizione di piani e l’introduzione del salario accessorio legato ai risultati. Tali esperienze vanno a vantaggio del sistema delle pubbliche amministrazioni e facilitano l’attuazione del D. Lgs. n. 150/2009. Questo non vuol dire che il Decreto sia rivolto esclusivamente alle amministrazioni centrali dello stato perché gli enti locali sono chiamati direttamente ed in modo diverso, considerata la loro autonomia, ad applicare i cambiamenti previsti dal Decreto. Quindi nessuna sotto valutazione al ruolo che gli enti locali dovranno svolgere per innovarsi ed adattarsi alla nuova normativa.
Per quanto riguarda la Provincia di Verona si ritiene che il “sistema guida” introdotto da diverso tempo nella Provincia debba essere rivisitato ed adattato alle nuove disposizioni del D. Lgs. n. 150/2009. L’affermazione che il sistema è conforme al Decreto è semplicistica in quanto ogni strumento organizzativo per mantenere il medesimo posizionamento strategico deve essere migliorato continuamente e nel caso specifico deve essere adattato agli strumenti manageriali previsti dal D. Lgs n. 150 del 2009 e non dalla normativa precedente.
Occorre trasformare il “sistema guida” della Provincia attraverso l’implementazione operativa in un sistema di misurazione e valutazione della performance così come delineato dal Decreto e dalle delibere della CiVIT (n. 89/2010, n. 104/2010 e n. 114/2010).
I premi di incentivazione della produttività possono essere attivati nelle amministrazioni che hanno realizzato la gestione del ciclo della performance ed è vietata la corresponsione del trattamento accessorio collegato alla performance in assenza delle verifiche e attestazioni sui sistemi di misurazione e valutazione adottati ai sensi del presente decreto (art. 18, comma 2). Pertanto, la Provincia di Verona dovrà sottoporre il ciclo di gestione della performance ed il sistema di misurazione e valutazione al parere obbligatorio dell’UPI.
Inoltre, bisogna tenere presente gli elementi del performance management tra i quali si indicano:
- Dati ed informazioni a supporto del potere decisionale (grado di conseguimento degli obiettivi programmati e dei risultati conseguiti) durante l’evoluzione dei processi. Questo permette al management di intervenire durante lo svolgimento dei processi con azioni correttive nel caso in cui si verifichino scostamenti per adeguare l’andamento della produzione dei servizi agli obiettivi strategici;
- Cruscotto aziendale visibile in tempo reale che guidi gli operatori al conseguimento degli obiettivi strategici;
- Canale di comunicazione con gli stakeholder esterni, rendendo visibili le fasi di ciclo della performance, gli obiettivi programmati ed i risultati conseguiti;
- Verifica degli outcome degli obiettivi programmati e la congruenza degli stessi outcome con i bisogni provenienti dall’ambiente esterno.
- La valutazione del valore prodotto dagli interventi effettuati dal punto di vista dei cittadini.
Si ritiene che gli obiettivi strategici della Provincia previsti dagli strumenti di pianificazione vadano stabiliti dopo aver conosciuto i bisogni dei cittadini, i quali rappresentano il primo anello della catena del performance management. A tal fine la Provincia avrebbe dovuto utilizzare le informazioni analitiche e svolgere un’indagine di customer satisfaction affinché gli obiettivi strategici rappresentino i problemi dei cittadini. La sola intuizione non è sufficiente a dare risposte soddisfacenti alle aspettative dei cittadini.
La Provincia di Verona ha scelto di confermare il Nucleo di Valutazione e di non istituire l’Organismo indipendente di valutazione ed il piano della performance, il quale è essenziale per realizzare il ciclo della performance.
Per quanto riguarda la scelta del Nucleo di valutazione si ritiene che le motivazioni addotte non giustificano tale opzione in quanto le stesse, ad eccezione della presenza nell’organismo del Segretario/Direttore Generale, possono essere utilizzate a favore dell’Organismo indipendente di valutazione (OIV). Il patrimonio di conoscenze e di competenze della Provincia non si disperde con la creazione dell’OIV anzi viene incentivato dalla cultura della valutazione indipendente.
Bisogna cogliere l’opportunità del cambiamento promosso dal D. Lgs n. 150/2009 per ripensare la Provincia e trasformarla in una organizzazione piatta (meno livelli gerarchici e burocrazia) e snella (processi veloci) nella quale i lavoratori della conoscenza, presenti in modo ampio nell’ente, possano esprimere tutte le loro capacità nell’interesse dei cittadini e dell’ente. Un ambiente che poggia sui seguenti fattori: processi veloci di qualità, condivisione della conoscenza, trasparenza, valutazione indipendente ed autonomia professionale dei lavoratori nel conseguire gli obiettivi del piano.
Nel disciplinare l’OIV la CiVIT (circolari n. 4/2010 e n. 121/2010) stabilisce, ai sensi dell’art. 14 del D. Lgs. n. 150/2009, che non possono essere nominati componenti dell’OIV i soggetti legati all’organo di indirizzo politico amministrativo, come i segretari comunali e direttori generali. Questo provvedimento è coerente al fattore dell’imparzialità ed indipendenza che caratterizza l’OIV.
Si ritiene che è indispensabile costituire l’OIV per i suoi aspetti positivi tra i quali si indicano: - Indipendenza ed autonomia dall’organo politico amministrativo e, quindi, una valutazione indipendente sulle attività esercitate; - Requisiti di professionalità alti e processo di selezione trasparente; - Competenze attribuite che incidono positivamente sulla performance della Provincia. Tra le competenze assegnate (art. 14 del D. Lgs. 150/2009) si ricordano: funzione di misurazione e valutazione della performance, validazione della relazione sulla performance, proposta di valutazione annuale dei dirigenti di vertice e attribuzione dei premi di risultato, attività di controllo strategico e definizione del sistema di misurazione e valutazione della performance.
La conferma del Nucleo di valutazione è una scelta che ha come orizzonte il passato con tutti i suoi limiti e difetti. Al contrario occorre costruire il futuro degli enti locali attraverso nuove prospettive e tra queste vi è la istituzione dell’OIV.
Si indicano i motivi che inducono gli enti locali a scegliere il Nucleo di valutazione:
- eludere l’applicazione delle delibere della Civit in materia di requisiti e selezione dei membri dell’Oiv (delibera n. 4/2010 e n. 121/2010 della Civit), le quali richiedono alta professionalità e trasparenza nel processo di selezione e nomina;
- costituire un organismo dipendente dall’organo di indirizzo politico amministrativo e, quindi, al servizio di interessi localistici e di parte;
- la discrezionalità degli enti locali nella costituzione dell’OIV;
- la sottovalutazione dell’art. 7 del D. Lgs (richiamato dall’art. 16, comma 2 che stabilisce i principi ai quali le regioni e gli enti locali devono adeguare il proprio ordinamento) che affida agli OIV la funzione di misurazione e valutazione della performance.
Si fa presente che l’OIV può essere costituito in forma collegiale con membri esterni e con una presenza tratta dall’interno della Provincia (diversa dal segretario/direttore generale). Il membro interno assicura una buona conoscenza degli assetti organizzativi, delle risorse e delle competenze dell’ente e gli esterni in possesso di alta professionalità ed esperienza manageriale garantiscono l’innovazione dei processi ed un sistema di misurazione e valutazione imparziale, indipendente ed efficace.
Sembra che la scelta della Giunta sia stata orientata a garantire nell’organismo la presenza del segretario/direttore generale tramite la conferma del Nucleo di valutazione non potendo conseguire lo stesso obiettivo con l’OIV per incompatibilità.
La letteratura manageriale sulle Pubbliche Amministrazioni non pone a favore del Nucleo di valutazione per l’autoreferenzialità espressa e per i risultati insufficienti conseguiti. Si afferma che tali organismi non hanno sviluppato canali di comunicazione con l’esterno, non hanno inciso sullo sviluppo e miglioramento dei servizi e dell’organizzazione del lavoro, non hanno introdotto indicatori di performance nelle Amministrazioni pubbliche al fine di realizzare la verifica dei risultati ed un benchmarking tra le Pubbliche Amministrazioni. Tali organismi operano in un’ottica prettamente amministrativa e formalistica, si limitano a poche riunioni l’anno, per la maggior parte dedicate agli aspetti formali della erogazione dei premi legati al risultato.
Per i motivi indicati si invita la Giunta Provinciale a rivedere la propria posizione ed istituire l’OIV per i benefici che la Provincia può trarre in termini di organizzazione del lavoro e di valutazione indipendente nelle materie di competenza del nuovo organismo.
L’introduzione del piano della performance è una scelta discrezionale da parte degli enti locali che favorisce il rapporto tra gli strumenti di pianificazione e l’introduzione della gestione del ciclo della performance. Si condivide la posizione della CiVIT di seguito riportata:
-Delibera n. 121/2010:  “L’introduzione del ciclo di gestione della performance ha importanti implicazioni per gli enti locali, implicazioni che devono essere pienamente evidenziate anche mediante l’adattamento del PEG a Piano della performance (per approfondimenti, si veda la delibera CiVIT n.112/2010). In particolare, esso dovrà: ………" (per approfondimenti, si veda la delibera CiVIT n. 112/2010).
Il PEG, in quest’ottica, diventa lo strumento che dà avvio al ciclo di gestione della performance.
Il processo di adattamento a Piano della performance dovrà trasformare il PEG in un documento programmatico triennale in cui, in coerenza con le risorse assegnate, vengono esplicitati obiettivi, indicatori e relativi target. Attraverso questo strumento devono essere definiti gli elementi fondamentali su cui si baserà la misurazione, la valutazione e la rendicontazione della performance.
Il PEG, inoltre, deve assicurare la qualità della rappresentazione della performance, dal momento che in esso devono essere esplicitati il processo e le modalità di formulazione degli obiettivi dell’ente, nonché l’articolazione complessiva degli stessi” (circ. n. 121/2010).
L’Anci ribadisce tali concetti ed afferma che il piano della performance è uno degli elementi fondamenti per l’attuazione del ciclo di gestione della performance e lo indica come lo strumento che dà avvio al ciclo di gestione della performance (Linee guida bis dell’ANCI in materia di ciclo della performance).
Pertanto, si invita la Giunta ad introdurre il piano della performance per dare completa attuazione al D. Lgs. n. 150/2009.
La Giunta Provinciale ha preferito la certezza delle scelte effettuate nel passato (PEG non innovativo nel senso indicato prima, assenza di un piano di performance) e non l’impegno a guidare il cambiamento cogliendo le opportunità offerte dal D. Lgs. n. 150/2009.
La posizione di difesa dello status quo con la conseguente scelta di non costruire un futuro ricco di cambiamenti, di impegno e di capacità pone oggi il posizionamento strategico della Provincia di Verona più in basso in quanto le altre Provincie non rimangono ferme ed acquisiscono posizioni più alte rispetto al passato.
La riforma delle PA poggia su alcuni elementi essenziali: la valutazione indipendente, la trasparenza e il benchmarking.
La valutazione indipendente è saltata nel momento in cui la Giunta ha deciso di confermare il Nucleo di Valutazione.
La trasparenza è in crisi per l’esclusione del piano della performance in quanto gli stakeholder non leggeranno circa 1000 pagine (PEG pag. 306 e PDO pag. 682) per capire i programmi della Provincia e, quindi, l’interazione tra l’Amministrazione ed i cittadini e la partecipazione esterna non viene facilitata. L’adozione e la pubblicazione del piano della performance per i requisiti richiesti (art. 10, comma 1) avrebbe elevato il livello della trasparenza. Inoltre, occorre che la Provincia attui l’art. 11, commi 1 e 3, del Decreto, il quale non si può ritenere applicato con la sola pubblicazione del Bilancio, del PEG e del PDO. I dati e le informazioni pubblicate nel sito istituzionale per essere trasparenti devono corrispondere a determinati requisiti: intelligibilità, verificabilità, chiarezza, attendibilità e qualità.
Il benchmarking è uno strumento manageriale molto utile che permette di attuare la strategia replicativa rispetto ai servizi posizionati nelle prime posizioni. Tale strumento può essere più facilmente applicato se la Provincia di Verona decide di istituire il piano della performance e confrontarlo con quello delle altre Provincie che presentano più o meno le medesime caratteristiche (dimensione territoriale, popolazione e altro).
Per continuare il dialogo nell’esclusivo interesse dell’attuazione del D. Lgs n. 150/2009 occorre stabilire: modalità, sedi istituzionali e tempi. Inoltre, si pongono i seguenti presupposti per avviare un confronto costruttivo:
- Approvazione del piano della performance in modo coerente agli strumenti di programmazione già approvati senza sconvolgimenti. Non è difficoltoso preparare il piano poiché le scelte sono state compiute;
- Istituzione dell’Organismo indipendente di valutazione con la conferma dei membri esterni (altre amministrazioni provinciali hanno effettuato tale scelta con un buon esito) al fine di garantire la continuità del lavoro fino a questo momento e promuovere l’innovazione tramite le competenze attribuite al nuovo organismo.
Tali condizioni non sono pesanti e penalizzanti per l’Amministrazione e non sovvertono quanto fatto fino a questo momento dalla Giunta ma consentono di introdurre nella Provincia di Verona istituti fondamentali previsti dal D. Lgs. n. 150/2009 ed adottati da tante provincie.

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lunedì 9 maggio 2011

Sacconi su 1131 interrogazioni risponde solo a 321

Interrogazione al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali presentata alla Presidenza del Senato il 5 maggio 2011 dai senatori del Partito Democratico Giorgio Roilo, Benedetto Adragna, Tamara Blazina, Rita Ghedini, Pietro Ichino, Paolo Nerozzi, Achille Passoni, Tiziano Treu.
Al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali
Premesso che:
nell’ambito della crisi economica e produttiva che colpisce l’Italia da più di due anni, il “Rapporto Italia 2011” dell’Eurispes ci conferma come “L’Italia sta vivendo, insieme, una grave crisi politica istituzionale, economica e sociale. Tre percorsi di crisi che si intrecciano, si alimentano e si avviluppano l’uno con l’altro fino a formare un tutt’uno solido, resistente, refrattario ad ogni tentativo di districarlo, di venirne a capo”;
lo stesso rapporto conferma che “Dilaga il precariato con i contratti di lavoro a tempo determinato che sono aumentati del 47,3 per cento, le conseguenze della crisi economica” – sottolinea l’Eurispes – “stanno infatti assumendo carattere di ineluttabilità per quanto concerne i lavoratori flessibili, in particolare per i giovani. Il mercato del lavoro ha espulso prioritariamente i lavoratori a termine, portati a ingrossare le fila dei disoccupati. Ancora peggio va l’occupazione femminile ferma al 46,4%.”;
sono stati 176.000 gli occupati in meno nel terzo trimestre del 2010 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In percentuale il calo è dello 0,8%. Il tasso di occupazione tra 15 e 64 anni è pari al 56,7%;
8,7% è il tasso di disoccupazione registrato dall’Istat a ottobre 2010, il più alto da quando, nel gennaio 2004, sono iniziate le serie storiche mensili. Tuttavia nel terzo trimestre del 2010 il dato, dopo sette trimestri di crescita, ha fatto registrare una diminuzione, seppure solamente di un decimale, rispetto al trimestre precedente;
2.167.000 erano i disoccupati in Italia a ottobre 2010, più del doppio rispetto ad aprile 2007. Secondo il Centro studi di Confindustria, il biennio di crisi economica è costato all’Italia 540 mila posti di lavoro e la contrazione proseguirà per tutto il 2011, per invertire la rotta soltanto nel 2012;
oltre 2.000.000 sono i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che per l’Istat rientrano nella categoria “Neet” (No education, employment, training). E cioè che non lavorano e non studiano. Un dato confermato dagli esperti dell’Ocse, che vedono l’Italia al terzo posto tra i paesi industrializzati, dopo Messico e Turchia, per numero di giovani “lasciati indietro”;
24,7% è il valore del tasso di disoccupazione per i giovani tra i 15 e i 24 anni, una cifra che sale al 36% per le donne nel Mezzogiorno. L’aumento, dall’inizio della crisi, è di otto punti percentuali. Peggio dell’Italia fa la sola Ungheria, in Europa. Quanto all’occupazione, nel 2009 ha riguardato il 21,7% dei giovani, contro una media tra i paesi dell’Unione europea del 35,8% e tra quelli Ocse del 40,2%.;
1.200.000.000 sono le ore di cassa integrazione chieste dalle imprese italiane secondo l’Inps, l’Istituto nazionale per la previdenza sociale, il 31,7% in più rispetto al 2009, quando erano state 914 milioni; a dicembre 2010 le ore autorizzate sono diminuite del 16,4% rispetto allo stesso mese del 2009;
6.185 sono le aziende che hanno fatto ricorso alla cassa integrazione straordinaria nel 2010 secondo la Cgil. Nel corso dell’anno l’utilizzo della cassa in deroga è aumentato del 250%. I due istituti insieme hanno riguardato 400 mila lavoratori;
1,5% è il tasso d’inflazione medio registrato in Italia, secondo l’Istat, nel 2010. Rispetto al 2009, il dato è quasi raddoppiato (nei dodici mesi precedenti si era attestato allo 0,8%). A dicembre 2010 l’indice dei prezzi ha raggiunto l’1,9%, in crescita dei due decimali rispetto al mese precedente. È il dato più elevato dal dicembre 2008 e tuttavia inferiore alla media dell’Unione europea, attestatasi al 2,2%;
0,2% è il calo della produzione industriale nel quarto trimestre del 2010 secondo l’Istituto di analisi e studi economici (Isae) rispetto al trimestre precedente. Tuttavia, rispetto ai primi dieci mesi del 2009, il dato tendenziale segna un aumento del 5,4%;
1.016 sono gli euro che le famiglie italiane dovranno pagare in più nel corso del 2011 per acquistare gli stessi prodotti e servizi acquistati nel 2010. Secondo Federconsumatori e Adusbef, 267 euro in più dovranno essere spesi per i generi alimentari, 131 per i carburanti, 120 per il trasporto ferroviario. I rincari saranno del 7-8% per il gas, del 4-5% per la luce, del 7% per i rifiuti;
33,3% è la percentuale di famiglie che non sono stati in grado di far fronte a una spesa imprevista di 750 euro nel 2009 secondo i dati comunicati dall’Istat il 29 dicembre 2010. Nel 2008 era il 32%. Il 15,2% delle famiglie, poi, ha presentato tre o più sintomi di disagio economico tra quelli dell’indicatore sintetico previsto dall’Eurostat;
considerato altresì che:
su tali temi ed, in particolare, sulle prospettive di lavoro di migliaia di lavoratori coinvolti nelle crisi industriali che colpiscono tutto il territorio nazionale, sull’utilizzo delle risorse destinate agli ammortizzatori sociali, sull’utilizzo delle risorse destinate all’assistenza dei cittadini in condizione di bisogno materiale e di non autosufficienza, sulle risorse destinate alle misure di conciliazione tra lavoro ed impegni di cura per le donne, sulle misure per sostenere promuovere l’occupazione femminile e quella dei giovani, così come su molti altri temi di competenza sono state rivolte al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sia in via esclusiva che congiunta verso i Ministri titolari di altri dicasteri, ad oggi, ben 1131 interrogazioni di cui: 335 a risposta orale e 796 a risposta scritta;
di tali interrogazioni, ad oggi, hanno concluso l’iter solo 321, di cui 137 a risposta orale e 184 a risposta scritta;
10 interrogazioni, complessivamente, sono state ritirate;
risultano, pertanto, pendenti complessivamente 810 interrogazioni;
è quindi inevitabile e doveroso chiedere al Ministro del lavoro e delle politiche sociali:
come si giustifichi tale inerzia nei confronti di problematiche così rilevanti e cogenti per il nostro Paese;
quando il Ministro in indirizzo ritenga di dare risposta alle interrogazioni ad oggi ancora inevase.
Tra le interrogazioni inevase vi sono quelle che interessano i pensionati: Conguagli ai pensionati INPS; Pensioni di invalidità civile.

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Pietro Ichino sul progetto flexsecurity

Intervista al senatore Pietro Ichino a cura di Gaia Fiertler in corso di pubblicazione su Il Mondo, maggio 2011
Che previsioni ha fatto di maggiore occupazione stabile (non soggetta al precariato selvaggio) se passasse la sua proposta?
Se si riferisce al d.d.l. n. 1873, cioè alla riforma generale a regime, tutte le nuove assunzioni in posizione di dipendenza, da quel momento in poi, dovrebbero necessariamente avvenire in forma di lavoro dipendente regolare: i requisiti del lavoro dipendente, infatti, sarebbero immediatamente rilevabili dai tabulati dell’Inps e da quelli dell’Erario. Non occorrerebbe, dunque, inviare gli ispettori, oppure aspettare che il lavoratore faccia causa all’azienda, per stanare l’elusione o l’evasione.

Quali sono questi requisiti del lavoro dipendente, secondo la sua riforma?
La definizione che propongo è questa: è lavoratore dipendente chi lavora continuativamente per un’azienda, traendo dal rapporto più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo, quando la retribuzione non superi l’equivalente di 40.000 euro annui. La stessa definizione è stata adottata nel disegno di legge Nerozzi, che recepisce il progetto Boeri-Garibaldi, e in quello presentato da Benedetto Della Vedova ed Enzo Raisi alla Camera il 7 aprile scorso, che è esplicitamente ispirato al mio.

Quali forme di flessibilità eliminerebbe e quali lascerebbe e a che condizioni?
Resterebbero i contratti a termine e il lavoro temporaneo tramite agenzia, nei casi classici nei quali essi sono da sempre consentiti, il contratto di apprendistato, il part-time, il job sharing, e anche le stesse collaborazioni autonome coordinate e continuative. La novità sarebbe che, se il rapporto di collaborazione ha i requisiti della continuità e della monocommittenza di cui abbiamo parlato prima, si applica in tutti i casi la nuova disciplina della stabilità.

Quale sarebbe questa nuova disciplina? Che cosa resterebbe dell’art. 18?
L’articolo 18 continuerebbe ad applicarsi nei casi in cui il giudice accerta la discriminazione. Si applicherebbe anche nel caso del licenziamento disciplinare, tranne che qui sarebbe data al giudice la facoltà discrezionale di condannare l’impresa al solo risarcimento e non alla reintegrazione. Cambierebbe invece radicalmente la disciplina del licenziamento per motivi economici od organizzativi.

Come renderebbe più sicura la risoluzione del rapporto nei casi economici e organizzativi, senza il rischio di reintegra da parte del giudice?
In questo caso l’impresa è esentata dal controllo giudiziale sul licenziamento, ma è automaticamente tenuta a corrispondere al lavoratore un’indennità di licenziamento pari a un mese per ogni anno di anzianità di servizio, che il lavoratore può parzialmente convertire in preavviso lungo. Il lavoratore che abbia maturato due anni di anzianità ha inoltre diritto a un “contratto di ricollocazione”, che gli dà diritto, a carico dell’impresa, a un trattamento complementare di disoccupazione pari per il primo anno al 90 per cento dell’ultima retribuzione, entro il limite di 36.000 euro annui. Nei due anni successivi l’entità si riduce rispettivamente del 10 e del 20 per cento. Questo trattamento costerà all’azienda pochissimo il primo anno, molto di più nei due successivi. Ma già oggi l’80 per cento dei lavoratori che perdono il posto lo ritrovano entro il primo anno. L’alto costo nel secondo e nel terzo anno serve a incentivare l’impresa ad attivare i migliori servizi di outplacement e di riqualificazione professionale mirata, in modo da ridurre al minimo i casi di non rioccupazione entro il primo anno.

E’ comunque tutto un caso aggiuntivo per l’impresa rispetto alla situazione attuale.
Ma è largamente compensato dalla soppressione del controllo giudiziale sul giustificato motivo oggettivo. L’aggiustamento industriale, che oggi è sempre fortemente ritardato, potrà essere immediato e comporterà costi predeterminabili in un minimo e un massimo.

Un dubbio è che resti ancora molta discrezionalità nei giudici del lavoro che tendono a reintegrare.
Nel 95 per cento dei casi di licenziamento per motivi oggettivi dei quali i giudici del lavoro oggi si occupano, la discriminazione non viene neppure ipotizzata dal lavoratore ricorrente, perché effettivamente non è ragionevolmente prospettabile. In tutti questi casi, il giudice non avrebbe alcuna discrezionalità. D’altra parte, la discriminazione è una cosa molto concreta: non la si può inventare.

Ha calcolato i costi dell’indennizzo di licenziamento e del trattamento complementare di disoccupazione?
Sì. Secondo le simulazioni che abbiamo fatto, con un turnover molto alto, pari al 5 per cento annuo, che sia per metà imputabile a licenziamenti, e con un tempo medio di ricollocazione dei licenziati di 6 mesi, il costo per le aziende sarebbe mediamente pari allo 0,5 per cento del monte salari. Si tratterebbe soltanto di utilizzare una frazione di quello che oggi le aziende spendono per tenere a libro paga i lavoratori che non servono più, destinandola ad accompagnarli in modo civile a una nuova occupazione.

Questo costo aggiuntivo non scoraggerebbe gli imprenditori dall’assumere?
Le ripeto: il maggior costo del licenziamento sarebbe largamente compensato dalla cessazione del regime di sostanziale job property fondato sull’articolo 18.

Viene obiettato che non abbiamo un sistema efficiente di formazione, riqualificazione e sostegno al reddito che accompagni le persone durante la ricerca di un nuovo lavoro. In pratica quel modello di flexicurity che ha funzionato in un paese piccolo e molto diverso dal nostro, come la Danimarca, da noi non funzionerebbe (e tra l’altro con la crisi è saltato anche lì).
In Danimarca non è saltato affatto questo modello: ha solo incontrato recentemente qualche difficoltà, che sta essendo superata. Quanto a noi, la riforma avrebbe l’effetto di stimolare fortemente l’impresa interessata ad attivare i migliori servizi di outplacement e di riqualificazione mirata disponibili nel mercato. E’ vero che costano; ma le Regioni potrebbero – anzi, dovrebbero – intervenire con i contributi del Fondo Sociale Europeo a sollevare le imprese di gran parte se non la totalità del costo di questi servizi. Sarebbe, oltretutto, un buon modo per spendere finalmente questi fondi, che oggi per lo più sperperiamo, o non riusciamo neppure a spendere. E poi, la Danimarca è grande esattamente come il Piemonte; la Svezia esattamente come la Lombardia; e ha esattamente lo stesso reddito pro capite. Perché mai queste Regioni non potrebbero fare quello che si fa normalmente da decenni in quei Paesi?

Non si rischia paradossalmente di precarizzare ancora di più? Perché in fondo le sue assunzioni a tempo indeterminato non sarebbero più tali.
Mi scusi, ma questa è proprio una sciocchezza. Se fosse così, questo significherebbe che, tolta l’Italia, in nessun altro Paese d’Europa oggi ci sarebbero rapporti a tempo indeterminato, perché in nessun altro Paese è applicabile una norma simile all’articolo 18. Questo equivarrebbe a dire che al di fuori dell’articolo 18 non ci sarebbe altro che precarietà e bad jobs. Ovviamente non è così. Il problema è che in Italia siamo ormai assuefatti a confondere la sicurezza del lavoratore con il regime di inamovibilità, di job property. In realtà, la sicurezza che viene offerta al lavoratore da un regime di flexsecurity è molto maggiore e migliore rispetto a quella offerta da un regime di ingessatura del rapporto di lavoro: perché quando viene l’acquazzone anche il gesso si scioglie, e il lavoratore si trova con un pugno di mosche in mano.

Quali altre proposte ci sono reali, alternative alla sua?
Sono quelle che ho menzionato prima: il disegno di legge Nerozzi, ispirato al progetto Boeri-Garibaldi, e quello di Benedetto Della Vedova, ispirato al mio. Al di fuori di questi, a sinistra come a destra, regna la conservazione dell’esistente.

Il primo maggio il segretario cgil Camusso ha detto: «Abbiamo ascoltato il presidente della Repubblica, credo abbia assolutamente ragione: i sindacati divisi sono sindacati più deboli». Giusto? Sbagliato?
In un regime di pluralismo sindacale i dissensi tra le confederazioni maggiori dovrebbero considerarsi fisiologici. Occorrerebbe però una cornice essenziale di regole condivise, che consentisse di evitare che il dissenso produca paralisi, come accade oggi. Occorrerebbe che tutte le confederazioni maggiori fossero almeno accomunate da una cultura di democrazia sindacale: quella per cui in ogni luogo di lavoro la maggioranza rispetta i diritti della minoranza e la minoranza rispetta quelli della maggioranza.

Sempre la Camusso ha definito il precariato «il male insopportabile del nostro secolo». D’accordo?
Sì. Ma la Cgil dovrebbe fare molto di più per superarlo. Cioè indicare il modo in cui si può superare il dualismo del mercato del lavoro. Oggi i casi di false collaborazioni autonome che vengono contestati dagli ispettori o che vengono denunciati dai lavoratori interessati sono solo tre o quattro ogni diecimila. Il mio progetto consente di stanarli tutti immediatamente, sulla base dei soli tabulati dell’Inps o dell’Erario; ma al tempo stesso ridisegna il diritto del lavoro in modo da renderlo davvero applicabile a tutti. Ma per la Cgil ridisegnare il diritto del lavoro è tabù; così ci teniamo anche l’apartheid fra protetti e non protetti.

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mercoledì 4 maggio 2011

Katty Gerardo, il futuro di Castagnaro



Si è tenuto a Castagnaro un incontro organizzato dalla Lista n. 3 Liberi senza Interessi che sostiene la candidatura di Katty Gerardo a Sindaco di Castagnaro.
All'incontro sono intervenuti:
KATTY GERARDO, candidato sindaco della lista civica n. 3 CASTAGNARO-MENA' LIberi senza interessi;
FRANCO BONFANTE, vice presidente del Consiglio Regionale del Veneto;
GUSTAVO FRANCHETTO, consigliere regionale;
ANTONINO LEONE, responsabile PA del Partito Democratico di Verona;
CLARA SCAPIN, consigliere della Provincia di Verona.

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martedì 3 maggio 2011

Stefania Bozzi, perché votare donna

Sabato 30 aprile sono stata alla presentazione della Relazione di Genere del triennio 2007- 2009 da parte di un Ente Locale, il Comune di Verona. Essa è il primo passo di un percorso avviato, su sollecitazione dell'Unione Europea, per avere un quadro sistematico della popolazione veronese rispetto alle condizioni di salute, disagio sociale, caratteristiche economiche e del mercato del lavoro del territorio di riferimento, in una prospettiva di genere. Una documentazione molto ricca e preziosa. La pubblicazione è divisa in tre parti: Domanda di intervento; Risposte del Comune; Presenza femminile nella sfera pubblica.
L'ultimo capitolo della terza parte riguarda la presenza delle donne negli organi elettivi e di governo.
E qui casca l'asino. Se la situazione è negativa nel Comune di Verona, in Provincia è addirittura drammatica.
ATTENZIONE:e' EVIDENTE che non basta essere donne per fare bene in politica amministrativa, come altrettanto NON BASTA ESSERE UOMINI per essere all'altezza della responsabilità politica e amministrativa .
Ma quando la politica locale risponde con pasticci, inciuci, ambiguità, liti interne, fazioni allo scontro, non potrebbe essere che la carta di una donna competente, solida, presentabile, capace - da "ultima spiaggia" si rivelasse invece addirittura una CARTA VINCENTE o almeno una CARTA GIOCABILE?
Questi potrebbero essere gli "assi" per Isola della Scala e Castagnaro.
Chiara Chiappa per ISOLA DELLA SCALA: una alternativa a una situazione di stallo dove il granitico blocco di potere potrebbe almeno cominciare a incrinarsi.
Katty Gerardo per CASTAGNARO: a volte i feudi delle solite famiglie finiscono, rendendo possibile la rinascita di un comune e di una comunità.
Sosteniamo queste scelte coraggiose. La fortuna talvolta benedice gli/le audaci.
Stefania Bozzi
Portavoce Donne Democratiche Verona

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lunedì 2 maggio 2011

Primo Maggio e botteghe aperte

Editoriale di Irene Tinagli pubblicato sulla Stampa, il 27 aprile 2011
La concentrazione di feste come il 25 Aprile e il Primo Maggio ha riaperto le polemiche sollevate dal segretario della Cgil, Susanna Camusso, contro il sindaco di Firenze Matteo Renzi che dava libertà ai negozi di restare aperti. La questione è stata trasformata, come ormai quasi ogni cosa in Italia, in una questione di principio ideologico, in una lotta di classe che vede contrapposti commessi da una parte e bottegai capitalisti e sfruttatori dall’altra.
Giustizia sociale contro consumismo sfrenato. E nonostante gli appelli del sindaco fiorentino, nessuno si è fermato a valutare la questione in una prospettiva più ampia, che vada oltre la questione del Primo Maggio, e a porsi una semplice domanda.
A che servono i negozi, le botteghe, i bar o i ristoranti nei centri delle città? No, non servono solo a far cassa. Per quello basta un centro commerciale, uno dei tanti che punteggiano le uscite autostradali. I negozi cittadini, o meglio «le botteghe», così come i bar, le osterie e i ristoranti sono più di un registratore di cassa, sono parti vitali di un essere vivo e pulsante: la città. Solo chi non ha capito cosa è una città, come e perché è nata e perché sopravvive, può pensare ai negozi come meri luoghi di commercio o avamposti del consumismo moderno. Le botteghe cittadine sono una delle realtà più antiche del nostro Paese, uno dei fenomeni attraverso i quali si è manifestata in maniera più evidente l’imprenditorialità diffusa della nostra gente, e attorno ai quali brulicava la vita di paese e quella socialità che tutto il mondo ci invidiava.
Le città sono equilibri delicati, sono luoghi di economia, ma anche di socialità e cultura, e queste tre anime, economica, culturale e sociale si sostengono reciprocamente. Non si va in un’osteria in centro solo per sfamarsi, ma perché prima si può fare un aperitivo nel corso e dopo una passeggiata in piazza. E raramente si va in centro solo per vedere un monumento o comprare un oggetto, ma perché sappiamo che mentre siamo lì possiamo incontrare persone che conosciamo, fare due chiacchiere, e allora sì, anche comprare il pane, il caffè, o giocare la schedina. E mentre passeggiamo in centro magari vediamo i cartelloni del teatro o del cinema e ci viene pure un’idea per la serata. Questo è il ruolo e l’essenza delle città. Luoghi vivi fatti per vivere. E in quest’ottica ogni piccolo elemento ha una sua funzione che non è meramente economica o sociale, ma un po’ tutto assieme. Nel suo capolavoro The Death and Life of Great American Cities l’urbanista Jane Jacobs fece un’accurata descrizione di come i marciapiedi, per esempio, siano uno strumento fondamentale per la struttura sociale della città, luoghi in cui le persone si fermano a parlare, e in cui i bambini possono giocare. E così come i marciapiedi è importante il ruolo delle finestre, dei portoni, delle vetrine. Perché porte, finestre e vetrine aperte danno aria, vita e luce alla città e sono il miglior antidoto contro l’abbandono, il degrado, la delinquenza. Chi vede la città come un mero agglomerato di funzioni distaccate e distaccabili o addirittura contrapposte – il lavoro da una parte, il consumo dall’altra, la socialità in un’altra ancora – non solo non ha capito cos’è una città, ma la condannerà alla morte certa. Così come è già accaduto a molte città straniere e purtroppo anche da noi. La città ha bisogno di essere viva, libera e spontanea, e per farlo ha bisogno di elementi diversi e complementari: arte, musica e commercio, tradizione e modernità, italiani e stranieri. E la politica dovrebbe aiutarla a trovare soluzioni innovative per far convivere spontaneità ed esigenze di tutti.
Dare la possibilità a un negozio di stare aperto se vuole non è tanto un favore che si fa al negoziante, ma anche un servizio a tutti quei lavoratori che durante la settimana sono chiusi in una fabbrica o un ufficio grigio e quando è festa non vedono l’ora di cambiarsi e andare fuori con i figli, andare al cinema, al parco giochi e anche a fare un po’ di spesa tutti insieme. Tutte cose che potrebbero essere fatte in città, senza essere costretti a rinchiudersi in un centro commerciale periferico. Le città aperte servono molto più a questi lavoratori che ai ricchi, perché questi ultimi possono sempre rifugiarsi in qualche villa al mare o in hotel di lusso a Londra o Parigi per sottrarsi alla noia di una città fantasma, ma i meno fortunati no. Certo, anche chi lavora nei negozi ha diritto al riposo, ci mancherebbe altro, ma viene da chiedersi se non sia possibile trovare delle soluzioni innovative che possano andare incontro alle esigenze di più persone senza imporre ulteriori divieti. La proposta del sindaco di Firenze di accordarsi con gli interinali per tenere aperti i negozi senza costringere commessi e commesse agli straordinari poteva essere una possibilità. Altri accordi potevano essere valutati, come è stato fatto in altre città senza troppi clamori.
Ma nell’Italia ormai barricadera del tutti contro tutti e dello scontro ideologico ad ogni costo, per alcune persone le piazze servono solo per mostrare striscioni o banchetti elettorali quando fa comodo. Per tutto il resto dell’anno possono chiudere e morire.

Le interviste a Sergio Cofferati e a Pietro Ichino pubblicate sul Corriere della Sera del 23 aprile 2011

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Riformare il sistema contro la precarietà

Sostenere una riforma forte del diritto del lavoro, che preveda un contratto unico di lavoro con protezione della stabilità crescente con il crescere dell’anzianità
Articolo di Eleonora Voltolina, pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 21 aprile 2011
Ho letto sul Fatto la lettera aperta firmata da Ilaria Lani, Salvo Barrano e Teresa Di Martino, tre dei promotori de «Il nostro tempo è adesso». Essendo anch’io fra i promotori di quell’evento, vorrei sottolineare che fin da subito uno dei problemi più scottanti è stato capire come sarebbe stato gestito il “post 9 aprile”. Nella fase preparatoria avevamo scelto di rimandare questa decisione, puntando ad unificare le forze sotto il cappello di un appello molto ampio, che sottolineasse le enormi difficoltà dei giovani italiani di oggi a trovare buona occupazione, salari dignitosi, ricambio generazionale.
Ora Lani, Barrano e Di Martino indicano una loro strada: sostengono che si debba puntare all’abolizione dei contratti temporanei, e che il dibattito tra flessibilità buona e flessibilità cattiva sia non pertinente. Penso sia importante a questo punto chiarire che tra coloro che hanno promosso la manifestazione, e tra le migliaia di giovani che hanno partecipato, vi è anche chi crede in una linea diversa. Una linea che vuole prendere esempio dall’estero, dove la flessibilità buona è una realtà consolidata, i contratti “a tempo” non si trasformano automaticamente in precarietà e i giovani sono molto più valorizzati che da noi. Partendo dal confronto con gli altri Paesi e dall’analisi della situazione italiana, bisognerebbe puntare a separare il bambino dall’acqua sporca: sì alla flessibilità, che serve alle imprese a competere e quindi a creare non solo utili ma anche posti di lavoro, e però no alla precarietà.
Che vuol dire in pratica? Vuol dire, come giustamente dicono anche Lani Barrano e Di Martino, spingere per introdurre al più presto retribuzioni e contributi più alti per i contratti “a tempo”, e contemporaneamente abbassare i costi per quelli stabili. Ma vuol dire anche chiedere che sia sostenuta l’imprenditoria giovanile, con poderosi sgravi nei primi anni, e pretendere che sia introdotto dai sistemi bancari il credito ai giovani: sia per formarsi senza prosciugare le tasche dei genitori, sia per provare a realizzare un’idea imprenditoriale. Vuol dire lottare per una revisione delle politiche di welfare che introduca sostegni economici per tutti coloro che perdono il lavoro, vincolando questi sostegni a un impegno attivo di ciascuno nella ricerca di una nuova occupazione; e allo stesso tempo vuol dire rivoluzionare i centri per l’impiego, monitorandone l’efficienza e l’efficacia affinché siano competitivi sul mercato domanda-offerta. Vuol dire proporre l’introduzione di un salario minimo, sul modello per esempio dello Smic francese – che è cosa molto diversa dal “reddito di cittadinanza” che metterebbe in ginocchio le casse dello Stato. Del resto anche la Costituzione all’articolo 36 dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».
E però vuol dire anche non avere paura a sostenere una riforma forte del diritto del lavoro, con l’introduzione di un contratto unico che preveda tutele progressive con il passare degli anni, sul modello di quelli elaborati da tanti esperti, da Pietro Ichino a Tito Boeri. Avere il coraggio di sostenere politiche che incentivino il merito, anche se questo significa perdere quei diritti di “inamovibilità” che specialmente nel settore pubblico si sono consolidati negli ultimi 40 anni. Vuol dire premere sull’Inps per risolvere l’enorme problema taciuto delle (inesistenti) pensioni che tra trent’anni (non) percepiranno i precari di oggi. Vuol dire lottare per i diritti ma non per i privilegi, che sono cosa ben diversa e bloccano ogni cambiamento.
A partire dalla protesta de «Il nostro tempo è adesso», la proposta per risolvere i problemi dei giovani italiani può essere declinata anche in un altro modo. Non per forza demonizzando il nuovo assetto del mercato del lavoro, bensì piuttosto cercando di migliorarlo e di impedire che al suo interno vi siano diseguaglianze tanto intollerabili tra chi ha un buon contratto e chi invece, da atipico, si ritrova cornuto e mazziato.
Il dibattito su come affrontare il post 9 aprile è prezioso: dobbiamo sforzarci di farlo guardando avanti anziché indietro, perché solo così potremo ambire a costruire un futuro diverso per i giovani italiani. Un futuro in cui ci possa essere una «flessibilità buona», e non precarietà.
Articolo di Gaia Fiertler su il Mondo di venerdì
Eleonora Voltolina, membro del comitato Il nostro tempo è adesso e fondatrice di Repubblica degli stagisti

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Katty Gerardo, Sindaco di Castagnaro

Domani sera, martedì 3 maggio, alle ore 21,00 presso la sala consiliare di Castagnaro si terrà un incontro organizzato dalla Lista n. 3 Liberi senza Interessi che sostiene la candidatura di Katty Gerardo a Sindaco di Castagnaro.
All’incontro interverranno:
KATTY GERARDO, candidato sindaco della lista civica n. 3 CASTAGNARO-MENA’ PER IL CAMBIAMENTO;
FRANCO BONFANTE, vice presidente del Consiglio Regionale del Veneto;
GUSTAVO FRANCHETTO, capogruppo del l’ Italia dei Valori in Consiglio Regionale;
ANTONINO LEONE, responsabile della pubblica amministrazione del Partito Democratico di Verona.
E’ un’occasione da non perdere per conoscere il programma della Lista N. 3 Liberi senza Interessi ed i candidati della lista stessa che sostengono Katty Gerardo, candidato sindaco di Castagnaro.
I cittadini di Castagnaro hanno l’opportunità di effettuare un grande cambiamento con la candidatura di Katty Gerardo e di realizzare una discontinuità rispetto all’Amministrazione Comunale uscente che non ha saputo costruire una gestione della macchina comunale trasparente e aperta alla partecipazione dei cittadini.
Il Sindaco e la Giunta di Castagnaro hanno avuto la possibilità di innovare la gestione del Comune tramite l’attuazione del D. Lgs n. 150/2009 e l’hanno sciupata irresponsabilmente per mantenere lo status quo.
I fattori fondamentali della riforma non sono stati introdotti nel Comune:
- La valutazione indipendente è saltata nel momento in cui la Giunta di Castagnaro ha deciso di costituire il vecchio Nucleo di Valutazione. La letteratura manageriale sulle PA si è espressa in modo negativo nei confronti del Nucleo di valutazione per l’autoreferenzialità espressa e per i risultati insufficienti conseguiti. Tali organismi non hanno realizzato canali di comunicazione con l’esterno, non sono intervenuti sullo sviluppo e miglioramento dei servizi e non hanno inciso sull’organizzazione del lavoro. La Giunta uscente ha dimostrato una scarsa propensione al dialogo ed al confronto,  deliberando in Giunta in assenza dei criteri generali approvati dal Consiglio Comunale.
La scelte dell’Organismo indipendente di valutazione avrebbe rappresentato un salto di qualità per i seguenti motivi: Indipendenza dall’organo politico amministrativo; Valutazione indipendente sulle attività esercitate; Competenze attribuite che incidono positivamente sulla performance del comune.
La Giunta uscente si è dimostrata refrattaria al cambiamento nella scelta dell'organismo di valutazione.
- La trasparenza, la quale consente ai cittadini di conoscere i fatti amministrativi e di partecipare ed intervenire con proposte e suggerimenti, non è stata realizzata poiché la Giunta non ha introdotto il sistema di misurazione e valutazione della performance, gestione del ciclo della performance, il piano della performance e gli indicatori di efficienza e di efficacia della performance. La mancata adozione di tali strumenti e la loro certificazione non consente di distribuire il salario accessorio ai dipendenti comunali.
Il fattore della trasparenza è fondamentale per abbassare il tasso di corruzione nelle PA e per coinvolgere la comunità locale nella gestione dei servizi.
Il Comune di Castagnaro non dotandosi degli strumenti manageriali previsti dal D. Lgs. n. 150/2009 non è in condizioni di realizzare un processo sistematico di comparazione - benchmarking - con gli altri comuni delle medesime dimensioni che consenta al comune di Castagnaro di importare le migliori performance in materia di servizi.
In breve l’eredità dell’Amministrazione uscente è pesante ed occorre una grande volontà e capacità per invertire la rotta e realizzare un comune dove i cittadini possano ritrovarsi come a casa propria.
“Occorre realizzare, dichiara Katty Gerardo, un modello di comune aperto al contributo dei cittadini ed agli altri comuni per migliorare la performance del comune di Castagnaro tramite la individuazione degli sprechi e delle inefficienze ed intervenire con velocità ed efficacia. “Occorre individuare, conclude Katty Gerardo, i bisogni dei cittadini, stabilire gli obiettivi strategici e scegliere le azioni per perseguirli”.

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