martedì 20 novembre 2012

Alessandra Moretti e le primarie del centro sinistra

Alessandra Moretti, vice sindaco di Vicenza e portavoce del team di Bersani, è impegnata a sostenere Pierluigi Bersani nelle primarie del centro sinistra e, quindi, si sposta da una località all’altra per incontrare i militanti e gli elettori del PD ed i cittadini interessati a questa nuova esperienza democratica. Alessandra in questo tour non risparmia energie e non si concede riposi tranne quelli necessari.
Le primarie del centrosinistra coinvolgono sempre di più le persone (volontari ed elettori) e rappresentano un bagno di democrazia. Quelle del centro destra sono confuse e dipendenti dagli obiettivi di Berlusconi. Vuole tracciare le diversità di questo strumento nel centro sinistra e nel centro destra?
Le primarie del centro sinistra sono il frutto di un confronto vero sui temi e i programmi per l'Italia tra candidati non solo del Pd, ma anche di Sel e Api (Vendola e Tabacci). La carta di intenti Italia Bene Comune mette al centro della nostra agenda politica questioni importanti quali: lavoro, equità, giustizia, uguaglianza, sapere, diritti, ambiente, responsabilità. Principi che si ispirano alla Carta Costituzionale e che purtroppo in questi anni sono stati trascurati a discapito di uno Stato Sociale che via via é stato indebolito dai governi di centro destra.
Vuole descrivere un elemento positivo dei candidati alle primarie del centro sinistra e quali valori o patrimonio rappresentano insieme?
Rappresentano i valori di un centro sinistra che ha ritrovato unità, spirito di collaborazione e rispetto reciproco.
Perché ha scelto Bersani, il quale non ha completato le tre legislature ma si trova al limite della sua carriera politica?
Pierluigi Bersani sa ben coniugare la capacità di governo con l'attitudine al cambiamento e all'innovazione. Lo dimostra la sua storia di Ministro e prima quella di Presidente della Regione Emilia Romagna. Credo che la sfida che abbiamo di fronte é molto impegnativa e difficile e richiede le migliori competenze ed esperienze di cui questo paese dispone. Bersani é la persona giusta che avrà il coraggio e l'autorevolezza di guidare l'Italia fuori dalla crisi.
Questa ondata di entusiasmo nei confronti delle primarie del centro sinistra è vera e per quali motivi si è imposta?
Il paese aveva bisogno di ritrovare fiducia nella politica e queste primarie sono una grande occasione per riavvicinare i cittadini alla buona politica, quella che sa stare tra le persone, capire i problemi, ascoltare le istanze dei territori e trovare le soluzioni più adeguate.
Un vero leader é quello che sa rimettersi in gioco e in discussione non tanto per una propria ambizione personale, quanto per il bene del partito e del paese.
Lei in questa esperienza unica delle primarie cosa ha colto di importante in relazione al cambiamento sostenuto dagli elettori?
Girando l'Italia ho trovato entusiasmo e voglia di ritornare a fare politica. i nostri militanti sono la parte migliore del Pd e del paese. Sono persone che si mettono a disposizione del partito e della propria comunità con grande senso civico e spirito di appartenenza. Il cambiamento di cui ha bisogno l'Italia richiederà lo sforzo di tutti: niente uomini soli al comando ma una squadra di persone perbene e capaci che si mettono al servizio del Paese.

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lunedì 19 novembre 2012

Confusione al Centro

Articolo di Luca Ricolfi pubblicato su La Stampa il 19 novembre 2012
Sì, pare proprio che il centro stia tornando ad essere di moda, come lo era stato per quasi mezzo secolo, ai tempi in cui governava la Dc. Allora votare centro significava soprattutto una cosa: tenere i fascisti e i comunisti lontani dalle stanze del potere. Ma bastarono 5 anni per disfarne quasi 50. Fra il 1989 e il 1994 tutto cambiò, nel mondo e in Italia. Nel 1989 cadde il muro di Berlino, e la paura del comunismo si sciolse come neve al sole. Il resto, in Italia, lo fecero Mario Segni con i referendum sulla legge elettorale e Di Pietro con l’inchiesta Mani pulite. In un pugno di anni, fra il 1991 e il 1994, democristiani e socialisti furono affondati per sempre. Al loro posto si fecero avanti i reietti di ieri, fascisti e comunisti, che per rendersi accettabili provvidero lestamente a riverniciare le loro insegne, cambiando nome, modernizzando programmi, stabilendo alleanze con il nuovo o presunto nuovo che stava avanzando, dalla Lega alla Rete, da Forza Italia al Patto Segni.
È così che è nato il bipolarismo all’italiana, e il centro è stato emarginato dalla scena politica.
Oggi che quel bipolarismo appare fallito, si ritorna a parlare di centro. Della necessità di ricostituire qualcosa che non sia né di destra né di sinistra. Lo fanno un po’ tutti. I centristi di sempre, alla Casini. I centristi dell’ultima ora, tipo Fini e Rutelli. I sostenitori di un Monti-bis, che ultimamente spuntano come funghi. I riformisti duri e puri, delusi dal riformismo zoppo di destra e sinistra.
Ma che cosa è il centro oggi?
E’ questa, a mio parere, la domanda che non ha ancora ricevuto una risposta completa e chiara. Non dico che non abbia ricevuto nessuna risposta, perché alcuni valori dei centristi sono nitidamente riconoscibili: competenza, serietà, rispetto per le istituzioni, coesione sociale, volontà di ricostruire. Non è poco, ma solo perché ne abbiamo davvero tanto bisogno dopo esserne stati così tanto privati negli ultimi vent’anni, da tutti i governi della seconda Repubblica. Ma un minimo comun denominatore non fa ancora un programma politico. E anzi, il fatto che sia questo il nucleo, il nocciolo condiviso che unisce i centristi, è un segno di debolezza politica, una conferma – e non un superamento – dello stato di eccezione dell’Italia: solo in un paese in cui manca una vera offerta politica si può pensare che quel minimo comune denominatore di nobili principi sia già un programma, o che basti parlare di «agenda Monti» e di Monti-bis per persuadere gli elettori di possederne uno.
Perché quello del centro riuscisse a diventare un vero programma politico occorrerebbe che i suoi leader completassero la risposta. Va bene il minimo comune denominatore, ma il cuore di un programma politico sono le scelte difficili, le scelte tragiche, come già trent’anni fa ebbero a chiamarle Guido Calabresi e Philip Bobbitt in un celebre libro – Tragic choices – dedicato a «i conflitti che la società deve affrontare nella allocazione di risorse tragicamente scarse». In un’era di risorse decrescenti il punto non è chi vogliamo sostenere, ma è a spese di chi vogliamo farlo. Qui quasi tutti i protagonisti della competizione al centro sono reticenti, evasivi, o dimentichi della propria storia.
Il centro che già c’è, quello dell’Udc di Casini, è stato – almeno in passato – una colonna portante del «partito della spesa pubblica», ha le sue radici elettorali soprattutto in Sicilia e nel resto del Mezzogiorno, possiede una lunga storia di clientele e guai giudiziari. Con il suo leader Pier Ferdinando Casini ha difeso fino all’ultimo un politico come Totò Cuffaro, ora in carcere con una condanna definitiva per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Prima di ascoltare ogni sorta di lodevoli intenzioni per il futuro, ci piacerebbe ascoltare dall’Udc due parole chiare sul proprio passato, e magari sentir pronunciare – oltre al consueto omaggio a Monti – quelle scuse agli elettori che Casini aveva preannunciato in caso di condanna di Cuffaro (Annozero, 31 marzo 2008).
Il centro che ancora non c’è, quello che sta prendendo forma in questi mesi sotto le insegne più varie (cattolici di Todi, Italia Futura, Fermare il declino) è una creatura strana. Per alcuni dei suoi protagonisti la stella polare è il sostegno alle famiglie, per altri sono gli sgravi ai produttori. Due obiettivi che è facile conciliare in un bel discorso, ma che si mettono immediatamente a stridere appena si tratta di decidere la destinazione di qualche miliardo di euro. Ridurre l’Irpef o ridurre l’Irap? Alleggerire le tasse alle famiglie in cui la madre non lavora (il cosiddetto quoziente familiare), o aiutare quella medesima madre a trovar lavoro, riducendo il cuneo fiscale sul lavoro femminile? Usare i soldi di tutti i contribuenti per salvare le amministrazioni in default (ormai diffuse anche al centro-nord), o costringerle a salvarsi da sé, vendendo patrimonio pubblico e tassando i propri cittadini?
Sono solo esempi, ma si potrebbero moltiplicare. Su tutte queste cose il centro tace. E quando prova a rispondere non risponde alla domanda giusta, perché è affetto da «ma-anchismo», il tic per cui prendevamo in giro Veltroni qualche anno fa, ogni volta che proclamava di volere una cosa «ma anche» un’altra, diversa e spesso contraria. Il problema è che, arrivati al punto in cui siamo, le risorse sono così scarse, e lo resteranno così a lungo, che non è più assolutamente possibile sottrarsi alle domande fondamentali. Non possono sottrarsi il Pd di Bersani e il Pdl di Alfano, ma ancor meno possono farlo i leader del centro. E questo per una ragione molto semplice: quello che destra e sinistra potrebbero fare è prevedibile sulla base del passato, e spesso è stato la medesima cosa, ovvero più deficit e più spesa pubblica politicamente redditizia. Mentre quel che potrebbero fare le forze politiche di centro non solo è meno facilmente prevedibile, ma è diversissimo a seconda di chi stiamo parlando. Se per centro intendiamo quelle formazioni che rifiutano sia il (presunto) populismo anti-politico di Grillo, sia le politiche della destra e della sinistra, non possiamo non notare che – dentro quello che oggi è il calderone del centro – convivono visioni opposte, molto più polarizzate di quanto lo siano quelle della destra e della sinistra. A un estremo il moderatismo cattolico, tradizionalmente attratto dalle politiche di sostegno del reddito delle famiglie, all’altro estremo il radicalismo riformista e liberale, che ritiene di poter far dimagrire lo Stato di molti chili (punti di Pil) e in pochi anni. Provate, per credere, a organizzare un dibattito pubblico serio, con domande scomode, fra Pier Ferdinando Casini e un qualsiasi rappresentante dell’Istituto Bruno Leoni, la cittadella dei liberali oscillante fra Italia Futura (Montezemolo) e Fermare il declino (Oscar Giannino). E vedrete che è più facile mettere d’accordo un Pier Luigi Bersani e un Angelino Alfano che un vero cattolico e un vero liberale.

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venerdì 16 novembre 2012

Pietro Ichino: ripensare la sinistra



Per approfondire l’argomento si consiglia di leggere:
- P. Reichlin – A. Rustichini, Pensare la sinistra, Laterza, 2012
“Troppe volte si sente dire, a sinistra, che bisogna difendere i diritti acquisiti e le istituzioni che abbiamo ereditato dal passato. Vorremmo che si dicesse invece come dobbiamo cambiarle, anche a costo di scontentare qualcuno”;
- L’intervento scritto di Pietro Ichino 

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giovedì 15 novembre 2012

Franco Bonfante, perché ho scelto Bersani

Articolo di Franco Bonfante pubblicato su http://www.francobonfante.it/ 
I leaders veri si giudicano dai fatti, dalle loro idee, dalla coerenza nel portarle avanti, dal coraggio di fare delle scelte che all’inizio possono apparire velleitarie, ma che con il tempo si dimostrano lungimiranti.
Renzi e Bersani sono due leader veri: il primo ha avuto l’intuizione di dire certe cose sul rinnovamento (con lo sgradevole, ma efficace termine di “rottamazione”) quando poteva essere per lui molto rischioso politicamente: ha avuto coraggio, ha insistito, ha recuperato una linea che si potrebbe definire, con qualche semplificazione, liberaldemocratica: non è la giovane età, la pronta battuta toscana o la buona, anche se un po’ retorica oratoria, a farne un leader: è la sua capacità di entrare in sintonia con un sentimento comune in una larga fascia di opinione pubblica che chiedeva il rinnovamento e questo ben prima del crollo del governo Berlusconi, dei casi Lazio e Lombardia, dello spread sopra i 500 punti.
Si può dire che oggi Renzi ha già vinto la sua battaglia: in soli due anni ha spazzato via (in senso politico) i capi dell’ala “liberal” del PD, divenendone lui il capo incontrastato, si è creato una fortissima rete nazionale, ha costretto all’uscita di scena o comunque alla ritirata personalità di rilievo, ha posto il rinnovamento come tema centrale della politica nazionale, ha ravvivato le primarie, rendendole vere e credibili, ha portato il PD all’attenzione anche di elettori che ne erano pregiudizialmente lontani o disinteressati.
I punti deboli di Renzi sono un’eccessiva inclinazione a ricette neoliberiste, che invece sono la prima causa della crisi internazionale che stiamo attraversando ed una mai chiarita fino in fondo politica delle alleanze, pur necessarie se si vuole governare l’Italia.
Bersani: da tutti considerato bravo, onesto, corretto, viene a volte erroneamente sottovalutato dai suoi critici.. Anche qui occorre guardare ai fatti: ha preso per mano il PD, nel suo momento più difficile, nel 2009, quando la popolarità di Berlusconi e del suo governo erano ai massimi storici, e lo ha tenuto unito (cosa non del tutto scontata, poichè la gran parte dei commentatori davano finito il nostro partito), incominciando inoltre a tessere i rapporti sia a sinistra, con SEL e IDV, sia con il mondo moderato rappresentato sopratutto dall’UDC. Ha seguito questa linea con determinazione e coerenza ed oggi vediamo che l’accordo fra progressisti e moderati è l’unica strada seriamente praticabile per governare l’Italia nei prossimi 5 anni. Ha avuto il coraggio di appoggiare il governo Monti, quando le elezioni anticipate avrebbero decretato una vittoria quasi certa: ma avremmo governato sulle macerie, non avremmo fatto il bene dell’Italia e nemmeno del PD, poichè oggi ci troveremmo nelle condizioni dei socialisti greci (travolti dalla crisi creata per colpa principale della Destra) o del centrosinistra argentino (andato al potere dopo i disastri economici dei peronisti, ma anch’esso travolto poi dall’impossibilità di risolvere la crisi in tempi brevi, tanto che dopo un anno i peronisti sono tornati al potere).
Ha avuto il coraggio di abbandonare Di Pietro al suo destino di inaffidabilità, stringendo invece l’accordo con SEL di Vendola ( e all’epoca non si sapeva che Vendola sarebbe stato assolto e Di Pietro sarebbe affogato nell’inchiesta di Report). Ha avuto il coraggio di appoggiare Monti, certo, ma anche di contrastarne alcune scelte con forza, facendo modificare le norme sul lavoro, quelle sugli esodati, sulla scuola, sulla tassazione.
Ha avuto il coraggio di fare le primarie con più candidati del PD, modificando lo Statuto affinché anche Renzi potesse parteciparvi, ancora una volta dimostrando nei fatti quello che ama ripetere spesso: prima arriva l’Italia, poi il partito, poi le ambizioni personali. Lì c’è tutto: il senso della misura, la sua storia, l’integrità morale e politica.
Ora si guardi all’essenziale: Bersani deve avere il maggior numero di voti possibile per presentarsi con credibilità a candidato primo ministro e far vincere il PD.
Il mio commento:
Condivido pienamente le riflessioni fatte da Franco. Ho qualche perplessità nel definire neoliberiste politiche che sono state adottate con successo nei paesi del Nord Europa (per esempio la riforma del lavoro). Spesso la sinistra ha adottato nel passato strumenti che non risolvono i problemi e non creano uguaglianza. E’ vero anche che le politiche neoliberiste quelle vere associate ad una gestione disinvolta della finanza ci hanno portato alla crisi internazionale. Le cause della crisi finanziaria non si sono verificate in Italia anche se hanno inciso in modo enorme in quanto il nostro paese, senza riforme ed adeguamento ai cambiamenti planetari, non ha saputo reagire. Credo che Bersani avvierà un profondo rinnovamento nella compagine governativa. Sostengo Bersani e condivido quanto da lui dichiarato che le prime cose da affrontare sono il lavoro e la moralità.

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martedì 13 novembre 2012

Mafie: adeguare strumenti di lotta

Articolo di Raffele Cantone pubblicato sul Corriere della Sera il 12 novembre 2012
Le mafie sono decisamente cambiate negli ultimi anni. L'ala militare appare oggi meno forte, anche se vi sono segnali di recrudescenza da non sottovalutare (vedi nuova faida di Scampia); il livello, invece, di inquinamento dell'economia e delle istituzioni è elevatissimo e non riguarda più piccoli centri della Locride, delle Madonie o dei Mazzoni, ma arriva ai principali mercati, enti e comuni non solo più del Mezzogiorno d'Italia.
Le indagini della magistratura e la coraggiosa attività di un ministro dell'Interno poco sensibile alle «logiche» politiche lo dimostrano in modo inconfutabile. Se per la repressione della mafia militare la normativa appare abbastanza all'altezza delle necessità, non allo stesso modo si può dire per quella che deve bloccare le scorribande dei clan nell'economia e nella politica. E' qui che servono certamente nuovi strumenti che sarebbe auspicabile trovassero spazio nelle «agende» di chi governerà in futuro. In primo luogo occorre impedire che le mafie condizionino la vita politica a tutti i livelli, ma soprattutto a quello locale, dove si giocano le partite che a loro più interessano. Sarebbe utile, in tal senso, che tutti i movimenti politici si dotassero di codici di autoregolamentazione a maglie molto strette, che prevedano l'incandidabilità per ogni tipo di elezione non solo dei condannati in primo grado per alcuni specifici reati ma anche dei semplici rinviati a giudizio per reati connessi alle mafie e di quegli amministratori citati nei provvedimenti di scioglimento dei consigli comunali come contigui ai clan. Si dirà che a poco varranno questi codici, non cogenti; e invece la loro violazione potrebbe almeno rappresentare un argomento «politicamente» spendibile.
Sul piano normativo, a maggior ragione nel caso di ripristino delle preferenze, bisognerebbe rendere effettivo il reato di voto di scambio politico mafioso (416 ter) prevedendo la punibilità non solo quando ci sia l'erogazione di denaro, ma di qualsivoglia altra utilità. In questa stessa ottica andrebbe modificato il delitto di voto di scambio «ordinario», previsto dalle leggi elettorali, che è accompagnato da una norma in materia di prescrizione che lo rende inefficace: bastano appena due anni, infatti, e il reato si estingue.
È ineludibile, poi, completare la troppo frettolosa riforma della legge sullo scioglimento dei consigli comunali, inserita nel 2009 in uno dei tanti pacchetti sicurezza. In particolare, occorrerebbe rafforzare ed estendere le cause di ineleggibilità per gli amministratori collusi, modificare i criteri di scelta dei commissari (da individuarsi fra soggetti esperti di gestione), consentire loro di operare anche in deroga alle regole del patto di stabilità per rilanciare l'attività di governo degli enti sciolti, includere nel procedimento le società private o partecipate che svolgono servizi in house. Infine andrebbe introdotto lo scioglimento anche per i consigli regionali inquinati dalle mafie: le indagini (non solo sulla Lombardia) dimostrano quanto le cosche siano interessate a quelli che sono i più importanti centri di spesa oggi esistenti. Non è un ostacolo su questa strada la Costituzione, che anzi prevede già all'articolo 126 un'ipotesi di scioglimento (per motivi di sicurezza nazionale o per atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di legge), da rendere cogente anche per questa specifica tipologia.
Con riferimento alle infiltrazioni nel mondo dell'economia, è urgente la regolamentazione dell'auto-riciclaggio. Oggi si assiste alla situazione paradossale per cui un mafioso che ripulisca, anche reinvestendolo, il suo stesso denaro illecito non può essere per questo punito. Anche in questa prospettiva sarebbe utile rivedere l'attuale inutile delitto di falso in bilancio, rendendolo effettivo e idoneo anche a verificare preventive «strane» iniezioni di denaro nelle società. E sarebbe necessario emendare la parte del codice antimafia - strumento varato con un gran battage ma nei fatti apparso molto meno utile - per rafforzare la disciplina delle certificazioni antimafia (che ancora oggi sono un mero controllo formale) e prevedere la stazione unica appaltante, da utilizzarsi obbligatoriamente da parte degli enti locali infiltrati, con la presenza di esperti delle forze dell'ordine (finanza e Dia) che monitorino gli appalti anche nella fase esecutiva.
Per finire, il capitolo sui beni confiscati. Non basta più l'idea di una destinazione meramente simbolica a fini sociali, devono trasformarsi in occasioni vere di lavoro. Meno ludoteche e centri per gli anziani, quindi, e più cooperative di giovani di produzione e lavoro. Non deve essere un tabù neanche la vendita (con le necessarie garanzie per evitare riacquisti indebiti) di beni non utili allo scopo; per far ciò bisogna rivitalizzare l'Agenzia, che funziona poco e male, dando a essa disponibilità economiche e materiali e creando altre sedi sui territori; e bisogna garantire provvidenze temporanee a favore di imprese avviate su beni confiscati alla mafia o per imprese tolte alle mafie; il fallimento di queste è una sconfitta pericolosissima anche sul piano dell'immagine e della credibilità delle istituzioni, perché dà l'impressione che dove la mafia porta lavoro, lo Stato lo toglie.
Al di là delle modeste proposte fatte, l'augurio vero è che il contrasto alle mafie possa essere una priorità vera; è inutile girarci intorno, se non ci liberiamo di questa zavorra sarà davvero difficile sperare di svoltare e metterci al pari con gli altri stati occidentali.

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Primarie: confronto tra i candidati

Il confronto tra i candidati alle primarie del centrosinistra è stato interessante e personalmente mi ha soddisfatto. Finalmente un confronto serio e responsabile senza polemiche sterile che esprime la ricchezza del centrosinistra. Ritengo che vi siano buone prospettive per migliorare il paese se vince il centrosinistra guidato da Bersani.
Bersani ha dimostrato con i suoi interventi di poter rappresentare unitariamente l’alleanza di centrosinistra nell’interesse del paese. Vi sono alcune cose che dividono ma che sicuramente non rappresenteranno un ostacolo insormontabile per la maturità delle forse politiche del centrosinistra. Le competenze e la visione democratica di Bersani aiuta il centrosinistra a governare con rigore morale e per il lavoro e la crescita.
"Il confronto tra i candidati del centrosinistra è stato franco, serio e rispettoso”. Lo afferma la portavoce del Comitato Bersani Alessandra Moretti, commentando a caldo il dibattito tra i cinque candidati alle primarie di centrosinistra andato in onda su Sky.
"Sono stati affrontati, afferma Alessandra Moretti, tutti i temi più stringenti dell'agenda Italia e Pier Luigi Bersani ha saputo interpretare al meglio quella leadership affidabile e competente di cui il Paese ha bisogno", conclude Moretti.
"Credo, continua Moretti, che chiudersi a Casini e ai moderati sia chiudersi alla governabilità del paese". La prossima legislatura sarà di ricostruzione costituente, con le politiche del 2013 noi arriveremo ad un buon risultato, ma non a quel livello previsto per una governabilità piena. Per questo rivolgiamo lo sguardo verso le forze responsabili e moderate del Paese, che vorranno siglare insieme a noi un patto di legislatura con il quale fare determinate riforme strutturali”.
"I lusinghieri risultati di ascolto del confronto televisivo, dichiara Alessandra Moretti, dimostrano che c’è voglia di buona politica. E’ stata un’occasione preziosa per dire all'Italia che c’è un centrosinistra che ha idee concrete per il futuro del paese". Lo dichiara Alessandra Moretti, portavoce nazionale del Comitato Bersani 2013”. Ma è stata anche premiata la scelta coraggiosa di Bersani, conclude Moretti, per primarie aperte e per un confronto televisivo che contribuirà a dare una spinta decisiva alla partecipazione dell’appuntamento del 25 novembre".
Bersani, dichiara Roberto Speranza coordinatore del team di Bersani, è il candidato che unisce il centrosinistra, parla al paese, ne conosce i problemi e ha la forza di una proposta che può risollevarlo. Dopo il confronto di questa sera il segretario del Pd esce rafforzato dalla scelta delle primarie. Ora pancia a terra per farne una grande festa della democrazia.

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Big data: dai dati all’informazioni

Articolo di Enrico Grazzini pubblicato sul Corriere Economia il 12 novembre 2012
Per molti contribuenti è stata una (brutta) sorpresa vedersi recapitare nelle ultime settimane dall'Agenzia delle Entrate, una letterina non proprio piacevole: la comunicazione indica, infatti, che le spese effettuate non sono apparentemente giustificate dal livello di reddito dichiarato.
L'onda
Questa è solo una delle innumerevoli applicazioni del Big Data, la nuova tecnologia che riesce a elaborare anche centinaia di miliardi di dati provenienti da diverse fonti e che è diventata la nuova frontiera dell'informatica. La mole di informazioni a disposizione è immensa: un recente studio di McKinsey riporta che le imprese con oltre 1.000 dipendenti in 15 settori su 17 hanno nei loro archivi più informazioni della colossale libreria del Congresso degli Stati Uniti. Anche se i dati interni ed esterni alle aziende possono diventare la nuova miniera d'oro del business, non sono ancora molte le imprese in grado di gestirli. «Il 90% dei dati attualmente disponibile non esisteva due anni fa ? afferma Marco Icardi, amministratore delegato di Sas Institute, gigante americano della business intelligence ?. I dati stanno esplodendo ma hanno valore solo se vengono interpretati bene. Con il Big Data è possibile scoprire correlazioni nascoste e comprendere fenomeni che altrimenti sarebbe impossibile interpretare». Idc stima che i dati cresceranno del 50% all'anno e che il 95% dei nuovi dati non saranno strutturati ma passeranno dalla rete.«La tecnologia Big Data sta conoscendo un salto di qualità ? continua Icardi -. Ormai il Big Data è capace di analizzare le chiacchiere dei social network e dei blog, ed è in grado non solo di fare statistiche ma di capire anche il significato delle informazioni». Secondo Morgan Stanley nei prossimi tre anni gli enti pubblici e le imprese spenderanno 150 miliardi di dollari per la gestione dei dati.
Privacy
Spesso l'uso dei Big Data non è pubblicizzato per non risvegliare timori sulla privacy, ma queste tecniche sono sempre più utilizzate dalle grandi aziende in tutti i settori: nel marketing, nella finanza per il risk management, nel comparto della sicurezza e dell'intelligence, nella sanità e nella ricerca scientifica, nella logistica, nell'ottimizzazione dei processi aziendali, nelle previsioni di vendita e dei consumi, nell'individuazione delle frodi in tempo reale. Sogei non è, quindi, certamente l'unica: Istat, Inps, Enel, le grandi banche e le catene della grande distribuzione, stanno utilizzando le tecnologie più avanzate per elaborare miliardi di dati di diversa provenienza. CartaSi, il gestore delle carte di credito, rileva per esempio automaticamente comportamenti anomali di spesa e invia immediatamente ai titolari degli avvisi via sms per verificare se le carte sono state smarrite o rubate. Telepass in tre anni ha ridotto del 90% i mancati pagamenti. BTicino monitora in Rete il sentiment dei clienti.
Reti
Enel utilizza il Big Data nel trading. «Operiamo in diversi mercati: emissioni di CO2, energia e gas internazionale, derivati da petrolio, carbone e servizi di nolo ? - spiega Filippo Casertano di Enel Trade -. Prima dell'utilizzo dei Big Data ogni mercato era analizzato separatamente e non erano possibili elaborazioni avanzate sul rischio di trading. Attualmente gestiamo invece i diversi portafogli in maniera integrata e forniamo al top management gli indicatori con i risultati economici e i rischi correnti per guidare le scelte strategiche». Tutti i giganti dell'informatica, come Apple, eBay, Facebook, Google, rilevano in tempo reale quello che accade in Rete. Amazon è in grado di offrire immediatamente dei suggerimenti di acquisto ai suoi visitatori analizzando i comportamenti di milioni di persone online. I gestori mobili, come Tim, Vodafone e Poste mobile analizzano milioni di informazioni sui comportamenti dei loro clienti per mirare le campagne di marketing. Il Comune di Torino usa i Big Data per fornire ai responsabili della sicurezza e ai vertici politici il monitoraggio dinamico dei territori e la percezione che i cittadini hanno sulla sicurezza nelle diverse zone urbane. «L'integrazione dei dati isolati nelle diverse funzioni amministrative con i dati esterni al Comune provenienti da Prefettura, Questura, Guardia di Finanza e da altre istituzioni, fornisce una visione immediata del territorio consentendo analisi prima impossibili ? spiega Mario Sechi, responsabile del progetto ?. È possibile estrarre informazioni da oltre tremila microzone della città con i dati storici e quelli aggiornati all'ultimo giorno».

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domenica 11 novembre 2012

Crescita e disuguaglianza

Articolo di Roger Abravanel pubblicato sul Corriere della Sera il 10 novembre 2012
Nel mondo inizia il sesto anno di crisi economica e si accende il dibattito sulla disuguaglianza. In realtà è da 20 anni che la disuguaglianza cresce, ma la crisi ha innescato la protesta sociale: un conto è arricchirsi meno degli altri quando l'economia va bene, un altro è diventare più poveri mentre i ricchi accrescono il loro benessere. Oggi il grande dilemma della maggioranza dei leader politici nel mondo è come ridurre la disuguaglianza senza penalizzare la crescita.
In Italia, invece, quasi nessuno si lamenta ancora del nostro elevatissimo livello di disuguaglianza, anch'esso di lunga data. Da sempre l'indice Gini in Italia (misura il divario tra i più ricchi e i più poveri) è tra i maggiori d'Europa: è al livello della iperliberista Inghilterra e vicino a quello degli Usa, molto più alto di quello di altri Paesi europei, come la Germania o i Paesi scandinavi.
Anche la mobilità sociale, ovvero la possibilità per i figli di genitori poveri di raggiungere un reddito alto, in Italia è bassa. Siamo a livello degli Usa, ma con caratteristiche diverse: in America il gruppo dei super-ricchi (il top 1% dei redditi) è sempre più costituito da manager e professionisti, e sempre meno da imprenditori. Il reddito in queste carriere dipende dalle scuole che si frequentano, i professionisti più ricchi spesso si sposano tra di loro e possono mandare a loro volta i figli nelle scuole più care. Questa è la causa principale della riduzione della mobilità sociale in Usa negli ultimi vent'anni.
La mobilità sociale italiana è bassa da sempre, ma per un'altra ragione: perché i figli dei ricchi ereditano l'azienda e le proprietà del padre. Nel nostro Paese non solo i poveri sono sempre stati molto più poveri, ma non hanno mai avuto molte possibilità di diventare ricchi, come invece avviene negli Usa grazie alle borse di studio per le migliori Università.
Peraltro il nostro welfare non è certo costato poco: oggi, in rapporto al Pil, è a livelli scandinavi, ovvero delle società che hanno la più bassa disuguaglianza e la maggiore mobilità sociale. Questi Paesi hanno trasformato negli anni il loro stato assistenziale in un welfare in grado di creare opportunità per ogni cittadino senza falsare le regole di mercato per sostenere la crescita dell'economia. Per esempio il sussidio di disoccupazione termina se il lavoratore non si attiva seriamente per rioccuparsi, mentre lo Stato lo aiuta a imparare un altro mestiere e a trovare un lavoro diverso. La disuguaglianza sociale in Italia è quindi un problema enorme. Tuttavia se ne parla poco: sorprende soprattutto il disinteresse delle sinistre. Prendiamo uno degli slogan lanciati proprio dalla sinistra in questi mesi di crisi: «tassare i ricchi». Aumentare le tasse per pagare il welfare dei poveri? No, farle salire per far «pagare il costo della crisi ai ricchi». Di dare soldi ai poveri, se ne parla poco. Del resto il nostro welfare non protegge i più poveri, i giovani e le donne: difende piuttosto i capofamiglia maschi, ai quali garantisce il posto di lavoro e una pensione prima di tutti gli altri Paesi.
Quando la sinistra parla di «politiche per la crisi», parla sempre e solo di «difesa»: difesa del posto di lavoro, difesa delle pensioni, difesa dei diritti. Non di creazione di opportunità, se non in termini generici e vaghi. Questo linguaggio è figlio di un'impostazione conservatrice e anti-capitalista, che pone la sinistra italiana (e buona parte del Paese) su un pianeta ideologico arretrato rispetto alle altre nazioni occidentali. Nel «pianeta Italia» la disuguaglianza viene oggi affrontata basandosi su principi quasi feudali. Non è l'impresa che crea benessere, ma il lavoro (art. 1 della Costituzione). Il lavoro esiste indipendentemente dal capitale, dall'impresa, dal consumo. Interessa poco il fatto che senza imprese e consumatori che comprano i loro prodotti non ci sono lavoratori. Il lavoro, inteso come posto di lavoro, è un diritto inalienabile dell'uomo, come la vita. Corollario: tutti i posti di lavoro vanno difesi. Dunque se sei fortunato e vai in pensione quando sei ancora molto giovane, è un tuo diritto. Lavori in miniera nel Sulcis? Un altro diritto che va difeso, anche se difenderlo costa dieci volte il tuo stipendio. Inoltre, come la vita, il lavoro di chi oggi ha un impiego è un bene molto più importante dell'occupazione potenziale di chi un lavoro non ce l'ha. In un ospedale, i vivi hanno la precedenza sui morti. È lo stesso atteggiamento del sindacato, di fronte a occupati e disoccupati. È così che si crea l'«apartheid» di cui parla Pietro Ichino tra i dodici milioni di intoccabili (assunti a tempo indeterminato) e i nove milioni di «precari» e dipendenti delle piccole imprese.
La sinistra italiana non ha capito che è il mercato a creare il lavoro e che il compito dello Stato non è dichiarare che lo status quo è un diritto e congelarlo, ma diminuire la disuguaglianza di opportunità favorendo meritocrazia, concorrenza, scuola di qualità. Se il centrodestra è sempre stato il protettore dei grandi privilegi, la sinistra si è trasformata in protettrice di quelli piccoli. La soluzione per ridurre la disuguaglianza da noi è quella che serve anche a fare ripartire la crescita: rule of law (ovvero quel rispetto delle regole senza il quale non nascono regole giuste necessarie al libero mercato); e una «vera» meritocrazia, intesa come ricerca della competizione, non come semplice riduzione delle raccomandazioni.
La sinistra si pone come alternativa a una destra incapace di fare nascere questi valori negli ultimi 25-30 anni. Ma riuscirà a superare quei tabù che l'hanno resa un alleato della destra per creare il Paese più disuguale del mondo occidentale?

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venerdì 9 novembre 2012

Federico Testa contro il caro bolletta

Stralcio dell’articolo "Caro-bolletta e (assenza di) strategia energetica nazionale: le implicazioni e qualche ipotesi di soluzione" di Federico Testa* pubblicato su Management delle Utilities, n. 2, 2012
Nella primo paragrafo dell’articolo Federico Testa specifica le cause che hanno portato al caro bolletta e nel secondo individua tra le cause l’assenza di una seria politica energetica.
All’origine del caro bolletta
“La bolletta energetica per le aziende e le famiglie italiane è sempre più cara, con gravi ripercussioni sulla competitività del sistema delle imprese e sui livelli di vita delle persone. ……….....
Nel terzo paragrafo che si riporta integralmente vengono indicati i possibili interventi da realizzare.
Cosa fare a questo punto?
Senza alcuna pretesa di esaustività e completezza, si vogliono di seguito elencare alcuni possibili “filoni di intervento” su cui stimolare la riflessione e le decisioni, in un quadro organico che il Paese aspetta da troppo tempo:
• è urgente aprire una discussione su cosa va in bolletta e cosa va in tassazione generale (evidentemente situazione economica permettendo): voci come i regimi tariffari speciali per le ferrovie od altre di natura più generica andrebbero infatti spostate a carico del bilancio dello Stato. Ma non diversamente bisognerebbe affrontare il nodo della “tassa sulla tassa”, che caratterizza ad esempio il gas metano, per il quale è prevista il calcolo dell’IVA sulle accise, che procura allo Stato un extra gettito di oltre il 6% (costituendo l’accisa circa il 30% del totale imponibile comprendendo anche l’addizionale regionale in favore delle regioni che la richiedono). La tassazione diventa ancor più odiosa per tutte le situazioni di morosità del cliente finale, in cui l’impresa di vendita pur non recuperando gli importi dovuti, è tenuta al versamento del tributo, senza possibilità di rivalsa;
• conseguentemente, decidere chi paga e chi no in bolletta. Si tratta di rimettere mano agli attuali schemi di incentivazione attivando un percorso logico corretto, che preveda innanzitutto l’individuazione delle priorità di politica industriale per il Paese (quali settori di base, energivori e non, rilevanti per la competitività di sistema, nonché settori particolarmente esposti a concorrenza internazionale), a cui concedere le agevolazioni, con una selezione di merito che abbia quindi alla base le scelte prospettiche strategiche, superando gli attuali criteri troppo spesso meramente quantitativi;
• chiedere ai produttori di energia rinnovabile di farsi carico degli oneri di bilanciamento del sistema, dotandosi (singolarmente, in forma associata o pagando terzi) delle necessarie strutture di accumulo, così da fornire l’energia con continuità e prevedibilità nell’arco delle 24h.
Accumuli che se invece predisposti da Terna o Enel Distribuzione finirebbero necessariamente in bolletta, e quindi pagati ancora una volta prevalentemente da famiglie e pmi;
• spingere sullo sviluppo della generazione distribuita ad alta efficienza (così da minimizzare i costi di produzione), individuando un nuovo paradigma di sistema elettrico che superi il modello di produzione accentrata ed i conseguenti costi in infrastrutture, consentendo progressivamente di ridurre i costi di trasporto, dispacciamento e bilanciamento. In questo senso, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (segnalazione AS898) ha, tra l’altro, rappresentato recentemente che “il mancato sviluppo di reti private – a servizio non solo di imprese industriali, ma anche commerciali e di servizi, come previsto dall’articolo 28 della Direttiva 2009/72/CE – si potrebbe tradurre da un lato in una riduzione delle opportunità di crescita per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile e in cogenerazione ad alto rendimento – che quindi sarebbero limitate ai sistemi di auto-approvvigionamento e agli impianti che immettono l’energia prodotta nella rete pubblica – e, dall’altro lato, in una minore concorrenza nei confronti dei gestori delle reti pubbliche di trasmissione e di distribuzione e, indirettamente, ai proprietari dei grandi impianti di generazione che immettono l’energia prodotta nella rete pubblica. Per quanto riguarda i gestori delle reti pubbliche di trasmissione e di distribuzione, infatti, essendo i loro ricavi proporzionali all’energia che transita su tali reti, la minaccia di una riduzione di domanda a causa dello sviluppo dei Sistemi di Distribuzione Chiusi costituisce un potente incentivo ad una efficiente gestione di tali reti pubbliche, al fine di ridurre gli oneri di trasmissione e dispacciamento e quindi la convenienza ad adottare soluzioni impiantistiche basate su reti private”. Tale posizione induce a ritenere che la mancata corresponsione delle tariffe di rete da parte degli utenti appartenenti ai sistemi di utenza non si debba tradurre per forza in un aumento delle tariffe di rete per gli utenti esterni ai sistemi di utenza in quanto tale mancato gettito potrebbe/dovrebbe rimanere in capo ai gestori delle reti e costituire un driver per i medesimi gestori di rete all’efficientamento delle proprie attività senza alcun costo aggiuntivo in bolletta e per il consumatore finale sia esso domestico o industriale;
• accelerare gli investimenti di interconnessione con gli altri Paesi europei, al fine di valorizzarne le peculiarità del mix produttivo e di conseguenza anche l’efficienza e la flessibilità del nostro parco di cicli combinati, che ben si presta a modulare le produzioni più rigide di altri Paesi. È davvero impossibile pensare di costruire una politica energetica che superi il livello nazionale, per integrare i sistemi energetici continentali e per realizzare l’interconnessione dell’intero spazio mediterraneo (anche Nord Africa per intercettare gli impianti del futuro progetto Desertec, se verrà effettivamente realizzato a costi competitivi)? Questo permetterebbe di effettuare una “divisione del lavoro” tra i vari Paesi, che valorizzi specificità, competenze, storie industriali, ad esempio concentrando l’eolico nel Nord Europa, dove i venti sono forti e costanti, ed i fondali bassi per l’off-shore, utilizzando il carbone tedesco, così come il nucleare francese, per fare la produzione di base (base load) per tutta l’Europa, ed i cicli combinati italiani per la modulazione dell’offerta. Quest’ipotesi, affascinante, ha però biso¬gno della costruzione di un siste¬ma europeo che superi gli egoismi nazionali e la logica per cui ogni Paese deve avere un suo campione nazionale, e di investimenti importantissimi nelle reti di trasmissione, nazionali e transnazionali, che superino i colli di bottiglia esistenti, che nascono dalla storia e dalle logiche nazionali, ma sono anche funzionali – dobbiamo saperlo – ad arbitraggi e rendite di posizione dei vari produttori (spesso proprio i “campioni nazionali”).
Si tratta quindi, in sostanza, di riprendere in mano assetti, equilibri, rendite di posizione, facendo lo sforzo di individuare un modello sostenibile per gli anni a venire, là dove la sostenibilità sia interpretata nella sua accezione ambientale ma anche economica, così da consentire il mantenimento e – se possibile lo sviluppo – di una presenza industriale qualificata nel nostro Paese, in coerenza con la sua storia. Il Governo Monti ha di recente dimostrato di voler “prendere per le corna” il tema della liberalizzazione dell’ap¬provvigionamento del gas (attraverso la separazione proprietaria di Snam da Eni), forse la “partita elettrica” potrebbe essere la prossima sfida. È l’auspicio di chi scrive.
* Federico Testa è Professore di Economia e gestione delle imprese all’Università degli Studi di Verona, componente della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati e responsabile Energia del PD

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