mercoledì 18 luglio 2012

Gianni Dal Moro: sviluppo di Verona

Intervista all’on. Gianni Dal Moro a cura di A. S. pubblicata su Corriere di Verona il 18 luglio 2012
L'on.le Gianni Dal Moro, imprenditore, capo della segreteria politica dell'on.le Enrico Letta, da anni insiste per una Verona meno veneta e più europea, partendo dall'idea di città Metropolitana interregionale da lui presentata in una tavola rotonda organizzata dal Corriere Veneto nel 2010.
On.le Dal Moro, l'ex Ministro Galan parla di una Verona pigliatutto ma con il Veneto che rischia di restare al palo?
Il Presidente Galan,  e' un "simpatico guascone liberale di destra" dal quale mi distanziano diverse cose, ma gli riconosco una sua indipendenza sia culturale che di linguaggio, che con i tempi che corrono e' merce rara.
Da veronese mi piacerebbe che la sua analisi su "Verona pigliatutto" fosse vera, ma non e' cosi. E' successo solo una cosa: dopo un trentennio di dominio assoluto dell'asse Padova-Venezia-Treviso, Verona  e i veronesi si sono stufati e si sono mossi con maggiore autonomia rispetto al vecchio baricentro est del Veneto. Anzi io penso che Verona abbia fatto ancora poco in termini di alleanze e di autonomismo, dovrebbe avere più coraggio e di chiedere di più.
Da oltre 20 anni nel Veneto i Presidenti di Regione e i Ministri sono arrivati tutti dall'asse Padova-Venezia-Treviso.
Galan dice che la crescita di Verona e' merito di Tosi...
E' indubbio che la popolarità e l'ascesa di Tosi nazionale, il  suo controllo totale sulla sanità veneta da oltre un decennio, abbiano favorito in termini di rappresentanza Verona; sarebbe sciocco non riconoscerlo. Ma non e' solo Tosi, ricordo che con  Alberto Giorgetti in passato potente sottosegretario all'economia con Tremonti, Verona ha ottenuto alcuni importanti finanziamenti. Inoltre tre veronesi guidano colossi finanziari ed assicurativi come la Fondazione Cariverona, Banco Popolare e Cattolica Assicurazioni tutti e tre con sedi centrali nella nostra città e potrei continuare.
Galan propone una visione del Veneto da città metropolitana.
Concordo con Galan che va superata assolutamente l'idea di campanilismo che ha segnato la storia del nostro Veneto per molti anni, ma dissento da lui sull'idea di un Veneto città metropolitana. Io penso a due grandi città metropolitane: la prima attorno all'asse Venezia, Padova, Treviso, Belluno la seconda Verona, Vicenza, Rovigo, Mantova, Brescia, Trento un'area tra le più dinamiche d'Europa, che potrebbe competere con le grande aree di sviluppo europeo.
On.le Dal Moro, ma in fondo Galan dice delle cose simili, parla di due baricentri uno Venezia che guarda ad est e Verona che guarda ad ovest...
Su i due baricentri concordo, ma con una importantissima distinzione, il futuro di Verona e' e sara' al nord non ad ovest, Verona guarda a nord verso Monaco, Berlino non verso Milano o Torino, la nostra storia culturale ed e economica e' li. Venezia guardi ad est, e' giusto.
Galan parlando dell'aeroporto di Verona sembra contestare questa sua tesi, quando afferma che l'errore di Verona e' stato nel cercare l'alleanza con Brescia, invece di investire nel sistema aeroportuale veneto: cioè su Venezia.
Capisco che il cuore di Galan batta per Venezia e per il suo amico Marchi, presidente che ha dimostrato di saper fare bene con l'aeroporto di Venezia.
Ma se lo scalo di Verona e' oggi messo così e per responsabilità del PDL e della Lega. Sono anni che Lega da una parte e Pdl dall'altra tirano il Catullo o verso Venezia o verso Milano.  Da anni noi del partito democratico, proponiamo inascoltati, un'alleanza solida con Trento e Brescia e poi l'aggancio con un partner industriale aeroportuale del nord Europa, magari di Monaco. Se anni fa ci avessero ascoltato, oggi l'aeroporto di Verona sarebbe un gioiello.
On.le Dal Moro, sembra preoccupato per il futuro di Verona?
Verona in generale, e non dico solo pensando alla politica, e' da alcuni anni ferma,  puo' tentare ancora di crescere  da sola,  ma da soli non e' facile; abbiamo sprecato troppi anni, gongolandoci sulle nostre potenzialità e oggi le risorse sono scarse. Di questa scarsa lungimiranza, della mancanza di una "politica estera"di Verona, stiamo ora pagando il conto, e ahimè non vorrei che fosse diventato troppo salato.
Cosa propone?
Propongo di guardare fuori dai nostri confini, di fare alleanze industriali senza rincorrere sempre alla finanza che di danni in questi anni ne ha fatti già abbastanza. Una gestione pubblico e privata delle nostre principali società di sviluppo economico delle nostra città. Controllo pubblico e gestione privata. Poi un patto nei prossimi anni per tutti, partiti e società civile, affinché nella gestione della cosa pubblica prevalgano nelle scelte, competenze e merito.

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lunedì 16 luglio 2012

Appello di Pietro Ichino per l’Agenda Monti

Lettera del senatore Pietro Ichino a tutti gli iscritti alla Newsletter, 15 luglio 2012.
Cari amici,
come forse avrete già letto su qualche quotidiano nei giorni scorsi, venerdì prossimo si svolgerà a Roma un’assemblea di elettori del Pd (attuali o potenziali) che condividono il documento firmato da 15 parlamentari democratici pubblicato sul Corriere della Sera del 10 luglio. Questo documento e l’iniziativa pubblica del 20 luglio appaiono tanto più importanti, quanto più incerta e contrastata è stata la risposta dell’Assemblea nazionale del Pd svoltasi sabato a Roma a questi interrogativi:
- consideriamo, o no, di importanza vitale per il nostro Paese il successo dell’ardito e complesso disegno che Mario Monti sta perseguendo sul piano internazionale?
- consideriamo, o no, di vitale importanza per il futuro del Paese e dei nostri figli (oltre che per il successo di quel disegno di politica estera) gli obiettivi di riforma strutturale che il Governo Monti sta perseguendo sul piano interno, in materia di welfare, di mercato del lavoro, di struttura delle amministrazioni pubbliche?
- intendiamo risolvere i problemi transitori nascenti da queste riforme (riguardino essi i sessantenni senza lavoro e pensione, oppure le eccedenze di organico nelle strutture statali o regionali, o altro) ritornando indietro, o sperimentando soluzioni coerenti con gli obiettivi di fondo perseguiti?
- siamo consapevoli del rischio gravissimo che il nostro Paese sta correndo? se sì, abbiamo una strategia migliore rispetto all’Agenda Monti per evitarlo? se non abbiamo una strategia migliore, che cosa aspettiamo a esplicitare il nostro impegno a perseguire fino in fondo quella che Mario Monti sta perseguendo?
La non chiarezza della risposta a questi interrogativi da parte di chi si candida a governare nella XVII legislatura riduce la credibilità del Paese sul piano internazionale e in qualche misura compromette l’esito stesso delle riforme che il Governo sta attuando. Il documento L’Agenda Monti e l’assemblea con esso convocata per il 20 luglio mirano a sollecitare il Pd alla chiarezza su questo punto cruciale, che finora nelle sue prese di posizione ufficiali ha fatto difetto.
All’assemblea hanno già annunciato la propria partecipazione numerosi esponenti di aree politiche interne o vicine al Pd, da Luigi Covatta direttore di Mondoperaio ad Antonio Funiciello di LibertaEguale, ai repubblicani Luciana Sbarbati e Antonio Del Pennino, a Mariapia Garavaglia e altri parlamentari e dirigenti democratici, Benedetto Della Vedova (FLI), Linda Lanzillotta e Bruno Tabacci (API), e numerosi altri.
Probabilmente verrà anche Emma Bonino.
L’assemblea si svolgerà il 20 luglio, con inizio alle 16.30, alle Scuderie di Palazzo Ruspoli, in via della Fontanella Borghese 56/b.
Questa lettera è indirizzata agli oltre 10.000 iscritti alla mailinglist della Newsletter di questo sito. A tutti coloro, fra questi, che vi siano interessati chiedo di dare una mano a me e agli altri firmatari del documento, per il successo di questa iniziativa, in uno o più dei modi che seguono:
- partecipando all’assemblea del 20 luglio a Roma: in tal caso vi prego di informarcene subito (per esigenze logistiche) con un messaggio indirizzato esclusivamente a questo indirizzo: ichino_p@posta.senato.it;
- anche non potendo partecipare all’assemblea, comunicando l’adesione all’iniziativa con un messaggio indirizzato esclusivamente allo stesso indirizzo:
last but not least, inoltrando questo invito a tutti gli amici e conoscenti che possano essere interessati a fare altrettanto.
Vi ringrazio vivamente per quello che vorrete e potrete fare per darci una mano, anche soltanto comunicando la vostra adesione all’iniziativa, e vi saluto tutti molto cordialmente
Pietro Ichino
documento firmato da 15 parlamentari democratici

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venerdì 13 luglio 2012

Ferruccio Pinotti, La Sanità di Dio

E’ il titolo dell’ultimo libro di Ferruccio Pinotti pubblicato con l’editore BUR.
Una formidabile occasione di business: è questa la sanità in Italia. Un piatto che vale più di 115 miliardi di euro l’anno, attorno al quale si sono polarizzati i principali centri di potere, legati alla gestione dei grandi poli ospedalieri, che si annidano dietro il volto ufficiale della Chiesa, portando alla luce le diverse fazioni e le lotte intestine che stanno facendo tremare le gerarchie del Vaticano, e ora mettono in crisi il governo di Roberto Formigoni alla Regione Lombardia. Al centro di questa rete, per anni, è stato il San Raffaele di Milano, la creatura di don Luigi Verzé. Accanto ad esso, una miriade di altre realtà: dai nosocomi gestiti dagli ordini religiosi alle strutture come il Policlinico Gemelli e il Bambin Gesù di Roma, il Gaslini di Genova e il Padre Pio di San Giovanni Rotondo. Una ghiotta occasione di lucro per lobby di ogni tipo. Per le aziende farmaceutiche, le cooperative e le mafie, per imprenditori, costruttori e produttori di biotecnologie. Sono questi i protagonisti, gli scenari e i meccanismi descritti, per la prima volta in modo esaustivo e sistematico, nell’inchiesta condotta da Ferruccio Pinotti, da tempo impegnato a gettare luce sopra i coni d’ombra della nostra democrazia.
Ferruccio Pinotti, giornalista e scrittore, ha pubblicato per BUR Poteri forti (2005), Opus Dei segreta (2006), Fratelli d’Italia (2007), Olocausto bianco (2008) e, con Luca Tescaroli, Colletti sporchi (2008). Con Udo Gümpel è autore di Berlusconi Zampanò (Random House, 2006). Il suo sito è: www.grandinchieste.it.

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Formez: le azioni proposte al Comune di Verona

In diverse occasioni ho scritto sull’attuazione del D. Lgs. n. 150/2009 da parte del Comune di Verona, rilevando le carenze e le insufficienze riscontrate nel sistema in materia del ciclo di gestione della performance, del sistema informatico non adeguato a realizzare il sistema di misurazione e valutazione della performance organizzativa, dell’organismo di valutazione rappresentato dal Nucleo di valutazione, il quale non possiede l’indipendenza necessaria per svolgere le funzioni assegnate, e di indicatori non adeguati alle proposte dell’Anci. Si ricorda che il Comune di Verona non ha introdotto il piano e la relazione della performance affermando che tali strumenti si identificano con gli strumenti già adottati dal Comune.  Inoltre, la trasparenza totale, disciplinata dall’art. 11 del decreto, non è stata attuata ed i cittadini non sono nelle condizioni di conoscere e partecipare alla gestione dell’attività amministrativa e gli enti collegati non hanno introdotto alcun cambiamento in attuazione del decreto.
Gli attuali strumenti di pianificazione del Comune (Peg, Pdo e altri), molto complessi e descritti in migliaia di pagine, non permettono ai cittadini veronesi di conoscere gli obiettivi programmati, gli scostamenti, i risultati conseguiti dal Comune e l’uso delle risorse.
Tali valutazioni, espresse in modo professionale, sono state rilevate in un rapporto del Formez, il quale ha effettuato un’analisi su 8 amministrazioni locali (Bergamo, Novara, Verona, Reggio Emilia, Unione Bassa Romagna, Arezzo, Nola e Casarano) proponendo azioni di miglioramento in materia di performance. Il lettore può prendere conoscenza della ricerca ed effettuare le comparazioni tra gli enti locali.
Si riportano le azioni di miglioramento proposte al Comune di Verona.
“Progetto pilota “Indicatori”
La questione degli indicatori è in parte affrontata nel documento in bozza, denominato “Piano della performance”, che riprende in buona parte le raccomandazioni della CIVIT riguardanti il Piano della performance. Tuttavia, i problemi della selezione degli indicatori, della loro classificazione e descrizione anagrafica, nonché della definizione delle procedure di imputazione, convalida e gestione dei dati che li riguardano sono tutti irrisolti e rinviano ad una attività futura ancora da iniziare. In quest’ambito specialistico un supporto del progetto potrebbe rivelarsi utile. Le fasi del progetto potrebbero essere così articolate, svolgendole non necessariamente in sequenza:
- ricognizione degli indicatori attualmente in uso;
- valutazione della disponibilità di indicatori standard e classificati di fonte ANCI o di altra fonte;
- selezione degli indicatori di efficienza, efficacia e impatto adatti alle esigenze del Comune;
- definizione e attuazione delle procedure (anche informatiche) di imputazione, convalida e gestione dei dati.
Progetto pilota “Performance organizzativa”
La valutazione della performance organizzativa è attualmente una lacuna nel progetto di Piano della performance che è in corso di svolgimento. Il progetto richiede lo svolgimento delle seguenti attività:
- un modello di qualità dei servizi di front-office e back-office;
- la definizione di appropriati indicatori per la valutazione del modello;
- l’elaborazione e il calcolo di un indicatore sintetico di performance organizzativa per ciascun servizio dell’Amministrazione (almeno nell’ambito prescelto per il progetto);
- elaborazione e calcolo della performance organizzativa di ciascuna Unità organizzativa per i servizi di cui ha la responsabilità diretta;
- criteri di definizione della performance dell’Amministrazione nel suo complesso (bisogna però notare che il compito della valutazione della performance complessiva spetta al Nucleo di Valutazione – v. Art. 7, comma 2 lettera a e Art. 14, comma 4 lettera e del D.Lgs. N. 150 del 2009).
Realizzazione del “Sistema di Misurazione e Valutazione della Performance”
Nel corso del progetto, l’attività dei consulenti si è concentrata sullo sviluppo del Sistema di Misurazione e Valutazione della Performance, fino ad oggi incompleto, integrandolo con gli apporti derivanti dalle due azioni di miglioramento e fornendo supporto continuo al gruppo di lavoro interno incaricato della sua realizzazione”.
Intervista a Antonino Leone 

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Unione politica dell’Europa sempre più urgente

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 12 luglio 2012
La Spagna come la Grecia? 
Quasi sicuramente no, ma i disordini scoppiati ieri a Madrid per il nuovo piano di austerità annunciato da Rajoy la dicono lunga sulla perdurante instabilità dell'eurozona, che non è solo finanziaria ma ormai anche sociale. Il cuore della crisi Ue sta nella tensione fra due principi ordinatori della politica moderna in Europa: sovranità e solidarietà. L'Unione non riesce a comporre la tensione perché la sua missione storica è stata proprio quella di sfidare entrambi i principi, costringendo i Paesi membri (sovrani e solidali verso i cittadini, ma solo i loro) a rimuovere quasi tutte le barriere a propria difesa. Il mercato unico e l'euro hanno creato una gigantesca economia aperta su scala continentale. Bruxelles non è però diventata un vero centro politico: è rimasta un grande foro negoziale dove si confrontano 27 governi che si credono ancora sovrani, che non si fidano l'uno dell'altro e soprattutto che non sono disposti a fare cassa comune.
Le due principali potenze Ue, Germania e Francia, sembrano essersi convinte che è necessario un salto di qualità. Ma Berlino subordina la solidarietà alla cessione di sovranità, che la Merkel chiama Unione politica, mentre Parigi vuole l'opposto. È un tiro alla fune improduttivo, che incoraggia i mercati a scommettere contro l'euro, anche a costo di strangolare economie importanti come quella spagnola e italiana.
Il disaccordo franco-tedesco è in parte frutto di fraintendimenti che sarebbe meglio chiarire. Per Unione politica, la Merkel intende soprattutto una Policy Union, una fusione delle politiche nazionali, soprattutto in campo bancario, fiscale e finanziario. Nel sistema tedesco tali politiche sono peraltro già in parte riparate dalla «politica» grazie al disegno costituzionale originario della Repubblica federale. Alle orecchie francesi, la richiesta tedesca evoca invece la limitazione della politique politicienne, la violazione della volontà della nation e del suo popolo. Ai francesi fa paura unaPolitical Union a misura tedesca, con procedure decisionali che possano aggirare il veto delle istituzioni repubblicane e mettere a repentaglio il particolare modello di società e di Stato edificato nel secolo scorso.
L'incomprensione abbonda anche sul tema della solidarietà. La Merkel si preoccupa soprattutto che i soldi dei contribuenti tedeschi non vengano usati per sussidiare chi non fa i «compiti a casa» e vuole evitare che l'Europa diventi una Transfer Union fra formiche nordiche e cicale mediterranee. Hollande non contesta questa posizione, ma in linea con tutti i suoi predecessori chiede un'Europa più sociale: se non una Social Union , almeno un sistema di regole che impediscano alla concorrenza di aggredire il welfare laddove non sia necessario.
Il binomio sovranità-solidarietà può essere ricomposto a livello europeo solo districando la matassa di problemi oggettivi e preoccupazioni soggettive. Una più stretta Policy Union è già in agenda. Si tratta «solo» di dare appropriate garanzie alla Germania, con un mix di decisioni centralizzate (la «fusione») e di condizionalità leggera. I Paesi che beneficiano di aiuti (domani anche da parte di una Bce simile alla Fed) devono rispettare i criteri concordati a Bruxelles. Questa è la solaTransfer Union che può funzionare, e su questo concordano non solo Hollande ma anche Rajoy e Monti.
L'Unione politica e l'Europa sociale sono questioni più delicate e di lungo periodo, la progettazione deve però iniziare subito. Non solo per tranquillizzare la Francia, ma soprattutto per trasformare Bruxelles in un vero centro di governo legittimo ed effettivo. Qualche segnale si può anche dare subito. La Fondazione Ebert (uno dei maggiori pensatoi tedeschi) ha recentemente proposto di aggiungere al Fiscal Compact un Protocollo sulla crescita, l'occupazione e la coesione sociale, con la creazione di un Comitato Economico e Finanziario sovranazionale, formato da rappresentanti dei parlamenti nazionali, con potere di co-decisione.
L'Europa non diverrà mai un super-Stato chiuso e standardizzato al proprio interno. Ma non può neppure restare un sistema economicamente integrato, socialmente segmentato e politicamente acefalo. Mantenere lo status quo non è oggi un'opzione praticabile. Per chi ha un minimo di ragionevolezza e senso di responsabilità, l'unica scelta è andare avanti, costruendo e incastrando fra loro le varie possibili «unioni» e recuperando al più presto il sostegno di opinioni pubbliche sempre più disorientate.

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giovedì 12 luglio 2012

Pietro Ichino e Stefano Fassina sulla concertazione

Intervista a Pietro Ichino e Stefano Fassina a cura di Giovanna Casadio, pubblicata su la Repubblica il 12 luglio 2012
Il presidente del consiglio Mario Monti ha dichiarato ieri all’assemblea dell’Abi che l’origine di tutti i mali è la concertazione. Numerose sono state le reazioni negative da parte delle forze sindacali, tra cui quella di Susanna Camusso, segretaria della Cgil, che scopre per incanto la positività della concertazione dopo tante posizioni di diffidenza verso tale metodo, sostenuto con vigore da Cisl e Uil.
Per dare il giusto peso alla dichiarazione di Monti occorre tenere presente la gravità della situazione economica del paese, l’urgenza di provvedimenti economici e finanziari, la diversità di posizione tra il Governo e le organizzazioni sociali  ed all’interno delle medesime organizzazioni, la non rappresentatività delle categorie che maggiormente vivono la crisi (disoccupazione giovanile e precariato). Inoltre, è necessario  rilevare le condizioni di oggi che sono diverse rispetto ad altri periodi di crisi. Non bisogna dimenticare, come fa Fassina, che molte volte la Cgil ha espresso il diritto di veto (modifica dell'art. 18). 
Intervista a Pietro Ichino
Lei condivide l’affermazione di Monti, che la concertazione è causa dei mali italiani, senatore Ichino?
La concertazione è un metodo che può dare una marcia in più al paese e al governo, ma a una condizione: che tra governo e parti sociali ci sia una piena concordanza sugli obiettivi da raggiungere e i vincoli da rispettare. Questa condizioni sussisteva nei primi anni Novanta ed è stata quella che ha consentito a Ciampi il miracolo di soddisfare i requisiti per l’ingresso nell’euro. E’ evidente che lì la concertazione ha costituito uno strumento di eccezionale valore
Quindi Monti sbaglia?

No, questa è solo la prima parte della risposta. Il problema è che in Italia oggi quella concordanza su obiettivi e vincoli non c’è. Applicare il metodo della concertazione significa di fatto attribuire un potere di veto a organizzazioni che rappresentano soltanto un segmento minoritario anche nell’ambito delle categorie che intendono rappresentare. Oggi la concertazione in Italia non può costituire il metodo per compiere le riforme strutturali di cui abbiamo bisogno.
Lei è tra quelli che vorrebbero un Monti-bis nel 2013?
Alla persona di Monti mi lega un’antica amicizia personale e grande stima. Ma ovviamente non è questo il punto, anche perché dobbiamo mettere in conto che Monti venga chiamato a responsabilità più alta di quella attuale a livello nazionale o europeo, alla presidenza della Repubblica o della Ue. Da tante parti sento fare il suo nome come il presidente ideale dopo Barroso. Il problema è se la sua agenda resta al centro della prossima legislatura. Sono convinto che sia necessaria per i prossimi sei anni.
Non è la linea del Pd di Bersani?
La larga maggioranza degli elettori e degli iscritti al Pd è convinta e che questa scommessa sia necessaria
Intervista a Stefano Fassina
Fassina, Monti sbaglia sulla concertazione?
Monti sottovaluta la rilevanza del dialogo sociale per fare riforme strutturali. Persino al Fondo monetario internazionale parlavamo ownership, che significa il coinvolgimento attivo dei diretti interessati nella costruzione delle riforme.
In altre parole, la concertazione ci vuole, è indispensabile?
Concertazione è un termine ambiguo, si deve parlare di dialogo sociale. Non mi pare che le parti sociali in Italia abbiano rivendicato diritti di veto, semmai c’è stato un problema di debolezza della politica. Comunque la concertazione ha avuto una storia differenziata, il cui segno è largamente positivo, anche a partire da quanto i sindacati hanno fatto nel 92’-93’ con l’intelligente regia  di Ciampi che sapeva appunto svolgere il dialogo sociale.
Quello di Monti è lo stesso metodo del governo Berlusconi, lei ha detto più volte.
Il governo Berlusconi aveva l’obiettivo di dividere le forse sindacali, Monti no. Ma sottovaluta sistematicamente l’importanza del coinvolgimento delle parti sociali come ricordava De Rita qualche giorno fa.
Monti dopo Monti?
Per l’Italia ci vuole un programma progressista che rimetta al centro l’economia reale, le imprese e i lavoratori.
Ma molti nel suo partito, il Pd, pensano che l’agenda Monti debba valere anche dopo il 2013?
Molti, vedremo: il Pd è sulla linea di Bersani. Ricordo che l’agenda di Monti è solo in parte la nostra agenda abbiamo punti specifici di una forza progressista quali noi siamo: la riduzione del debito pubblico attraverso lo sviluppo, il primato dell’economia reale, impresa, lavoro, l’attenzione alla distribuzione del reddito e all’equità, le politiche industriali e ambientali. L’Italia ha bisogno di riforme incisive e condivise. 

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Spending Review per Enrico Morando

Articolo di Enrico Morando, capogruppo Pd alla Commissione Bilancio del Senato, pubblicato su Europa il 7 luglio 2012
In Italia, le pubbliche amministrazioni spendono un pò più del 50% del Prodotto, e ricavano le risorse per finanziarsi attraverso una pressione fiscale che ha ormai raggiunto il 45% del PIL.
Cosa giustifica una spesa pubblica così elevata, che trascina inesorabilmente al rialzo un prelievo fiscale ormai al top tra i più grandi paesi europei? Noi democratici, per questa domanda, abbiamo una risposta precisa e convincente: lo Stato deve essere molto presente nell’economia e nella società, perchè senza il suo intervento l’ingiustizia sociale, cioè la disuguaglianza creata dal mercato, sarebbe troppo elevata; e lo stesso livello della crescita economica avrebbe a soffrirne, perchè una società dove aumentano emarginazione ed esclusione deprime le aspettative sul futuro. E un sistema di aspettative stabilmente depresso è precondizione certa di stagnazione e recessione economica.
È una buona risposta, per chi guarda alla società e ai suoi problemi dal punto di vista del nostro sistema di valori. Ma è una risposta che deve fare i conti con la realtà, se vuole risultare convincente per i più. Quella realtà che ci dice che la disuguaglianza – misurata dall’indice di Gini – si è venuta approfondendo, negli ultimi venti anni, assieme al crescere della spesa pubblica in rapporto al PIL.
Mentre, dai primi anni ’90, il PIL cresce meno della media dell’area Euro. Dunque, giustifichiamo alta spesa (e alta pressione fiscale) in nome della eguaglianza e della crescita, ma i risultati che otteniamo sono del tutto contraddittori.
Ecco a cosa serve la revisione integrale della spesa pubblica, cui il Governo Monti sta finalmente cominciando a lavorare: a capire dove spendiamo troppo e male, per far sì che venga realizzato quel cambiamento nella struttura stessa della pubblica amministrazione che ci consente di ottenere migliori prestazioni (più eguaglianza e più efficienza economica) con minori risorse (e, quindi, con meno tasse, specie sul lavoro).
Non è dunque per un esigenza che nasce fuori dai nostri valori e dagli interessi che vogliamo affermare che dobbiamo accingerci a questo lavoro, che sarà lungo (le rigidità si superano solo con la programmazione di lungo periodo), duro (l’enorme massa di spesa pubblica crea privilegi grandi e piccoli, che reagiranno), diffuso sul territorio (nessun segmento della Pubblica amministrazione può chiamarsi fuori, dal più piccolo comune al più grande ministero). Ma è l’unico lavoro riformista che può consegnarci un’altra Italia: più giusta, perchè l’intervento del pubblico va a concentrarsi sui rischi più gravi di esclusione (pochi sanno che alla scuola dedicavamo il 23,1% della spesa pubblica nel 1990 e che siamo scesi al 17,7% nel 2009, senza che nessuno l’abbiamo mai formalmente “deciso”); e più dinamica, perchè un elevato livello di efficienza della Pubblica Amministrazione – dalla giustizia alle infrastrutture a rete – è una componente essenziale della crescita della Produttività Totale dei Fattori.
Se la spending review è questo, non ha senso affrontarla col freno a mano tirato: “va bene facciamola. Ma in questo settore sì, nell’altro no”. Non stiamo addentrandoci in partibus infidelium. Se siamo riformisti, questo è il nostro terreno di azione.
Del resto, non è un caso che il sistema di regole essenziali per procedere sulla strada della revisione integrale della spesa sia stato introdotto nella legislazione italiana dal centro-sinistra: prima, grazie all’azione tanto efficace quanto poco compresa del ministro Tommaso Padoa Schioppa; e poi con un emendamento dei senatori PD alla legge di conversione del Decreto- manovra di Tremonti dell’agosto 2011. Altro che inviti alla cautela, quindi: se una critica se può fare al Governo Monti, è semmai quella di non essersi immediatamente impegnato per utilizzare da subito le potenzialità insite in quest’ultima norma. Un’esitazione che è stata immediatamente utilizzata da chi aveva ed ha interesse a dipingerlo come “governo delle tasse”.
Ciò che deve risultare chiaro, è che realizzare la spending review secondo le metodologie che veniamo da anni proponendo, e realizzare tagli lineari delle spese, possono avere in comune solo il risultato finale: una significativa riduzione della spesa totale. Quanto al resto, sono agli antipodi: l’una è fondata sul bilancio a base zero (ogni euro deve essere rigiustificato dall’inizio), gli altri sulla logica meramente incrementale della decisione di bilancio (l’anno prossimo si spende quello che si è speso l’anno scorso, ridotto di x). L’una usa la comparazione tra ogni singolo, piccolo segmento della Pubblica Amministrazione e gli altri simili – a livello nazionale ed europeo -, ne ricava degli obiettivi in termini di prestazioni e costi (sì, anche standard), e assegna premi e penalizzazioni conseguenti. Gli altri definiscono obiettivi di risparmio a prescindere dai risultati; così premiando i peggiori (quelli che hanno grasso da smaltire, perchè hanno sprecato molto nel passato) e penalizzando i migliori (quelli che lavorano già sull’osso, perchè hanno lavorato bene).
Né si deve pensare che una buona spendig review abbia bisogno di troppo tempo e sia troppo complessa. Poiché essa è un processo ininterrotto di valutazione, comparazione e miglioramento, è vero che non finisce mai. Ma è altrettanto vero che può dare risultati anche subito, crescenti nel tempo. Se l’opera di razionalizzazione ed efficientamento dell’acquisto di beni e servizi può assicurare risparmi (anche riducendo gli spazi in cui nuotano corrotti e corruttori) per qualche miliardo già nel 2012, così da consentirci di non far scattare l’aumento dell’IVA dal 1° ottobre, la realizzazione di un vero e proprio piano industriale della Pubblica Amministrazione può consegnarci, a metà 2013, il concreto avvio di vere e proprio riforme strutturali. Un esempio basterà per tutti: perchè organizzare la presenza dello stato sul territorio sulla dimensione delle province, quando è provato – al di là di ogni ragionevole dubbio – che le “fabbriche ” dello stato sarebbero ben più efficienti, e costerebbero meno, se fossero organizzate alla dimensione ottimale in rapporto alle prestazioni che devono fornire?

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martedì 10 luglio 2012

Partito Democratico e Spending Review

Per il Pd il decreto sulla Spending review e' caratterizzato da luci e ombre, nel senso che insieme all'aspetto positivo legato al quadro generale del riordino della spesa ci sono pero aspetti che ''preoccupano'' per le loro conseguenze sociali e per i quali il Partito Democratico annuncia delle proposte di modifica in forme di emendamenti in parlamento.
La segreteria nazionale del Partito Democratico si è riunita questa mattina con i responsabili del Pd della Sanità, della Pubblica Amministrazione e con i rappresentanti dei gruppi parlamentari per verificare l’impatto del decreto legge sulla spending review.
La segreteria del Pd considera positivo l’intervento di riordino istituzionale, di riorganizzazione della Pubblica Amministrazione centrale e locale, con risultati importanti di contenimento e di razionalizzazione dei costi. Il Pd si predispone anche a presentare proposte di rafforzamento di questi temi. Nello stesso tempo, il Partito Democratico riscontra nel decreto del governo elementi che destano notevole preoccupazione sul piano delle prestazioni sociali. Per tale ragione ritiene indispensabile presentare in sede parlamentare tutti gli emendamenti che, pur mantenendo la finalità dell’equilibrio finanziario,consentano di salvaguardare la qualità e l’universalità dei servizi pubblici nella sanità, negli enti locali, nella scuola, nella ricerca e nella cultura. Pier Luigi Bersani parlando con i giornalisti al termine della Segreteria del Pd,dedicata alla spending review, ha dichiarato che “Nel decreto c'è roba buona come la semplificazione istituzionale ma siamo seriamente preoccupati perché in alcuni ambiti sono colpite prestazioni sociali e noi non lo accettiamo. Ora si ragioni in Parlamento perché sulla sanità e i servizi sociali ci possono essere correzioni o soluzioni alternative”. “È una questione, conclude Bersani, che non può riguardare solo il PD ma deve coinvolgere tutti gli schieramenti politici: “il Pdl invece di occuparsi solo di Rai tv pensi anche alle questioni sociali”.

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Riorganizzazione degli Uffici Giudiziari a Verona

Il decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito in legge 14/9/2011 n. 148 delega al Governo la riorganizzazione nel territorio degli uffici giudiziari al fine di risparmiare risorse ed incrementare l’efficienza.
Il D. Lgs. varato dl Consiglio dei Ministri il 6 luglio crea dei problemi alla Provincia di Verona e precisamente a 25 comuni che passano dalla competenza del Tribunale di Verona e Legnago a quello di Rovigo.
I comuni interessati a tale provvedimento sono: Angiari, Bevilacqua, Bonavigo, Bo­schi Sant'Anna, Bovolone, Casaleone, Castagnaro, Cerea, Concamarise, Erbè, Gazzo Ve­ronese, Isola della Scala, Legnago, Minerbe, Nogara, Oppeano, Roverchiara, Salizzole, San Pietro di Morubio, Sanguinetto, Sorgà, Terrazzo, Trevenzuolo, Vigasio, Villa Bartolomea.
Tale problematica è stata affrontata da Vincenzo D’Arienzo, segretario provinciale del Pd, e Franco Bonfante, consigliere regionale Pd, in una apposita conferenza stampa.
Non solo la storia e la tradizione, ma si tratta di Comuni che gravitano culturalmente su Verona e che faranno fatica a spostarsi altrove. La scelta è sbagliata nei fondamentali.
Il frutto avvelenato del Governo Berlusconi è nei criteri con i quali PDL e Lega hanno impostato la  delega al Governo.
E’ la delega del centrodestra che obbligava a ridurre gli uffici giudiziari di primo grado, ferma la necessità di garantire la permanenza del tribunale ordinario nei circondari di comuni capoluogo di provincia alla data del 30 giugno 2011. Di conseguenza, Rovigo non si sostiene da sola e ha bisogno di altri Comuni per restare attiva.

Bene la riorganizzazione degli Uffici giudiziari, ma la scelta su Verona è da rivedere. Peraltro, poiché quei paesi gravitano su Verona ed è facile che i residenti se avranno bisogno sceglieranno avvocati veronesi per essere tutelati, si manifesterà il paradosso dell’aumento dei costi per loro in ragione della necessità per i legali di elevare domicilio presso un altro legale residente nel circondario del foro di Rovigo. 
Il Partito Democratico avvierà l’ampio coinvolgimento in merito degli Avvocati, dei Parlamentari e Consiglieri Regionali veronesi, dei Sindaci e Consigli Comunali dei paesi interessati nonché dell’Amministrazione Provinciale al fine di perseguire la revisione della scelta.
E’ il momento di unire tanti a supporto di una proposta che il Governo deve accettare.
Altresì, è urgente riflettere sul taglio del Tribunale di Legnago e dei Giudici di Pace (Caprino, Legnago, Soave, Isola della Scala).
Per i Giudici di Pace la legge dà la possibilità ai Comuni di farsi carico delle spese di funzionamento e di erogazione del servizio giustizia nelle relative sedi, ivi incluso il fabbisogno di personale amministrativo che sarà messo a disposizione dagli enti medesimi. In questo modo il servizio sarebbe garantito.
Se questo vale per i Giudici di Pace estendiamolo anche per il Tribunale di Legnago. Il Partito Democratico propone di unire i 25 Comuni interessati in consorzio tra loro per provvedere alle spese di funzionamento e del personale amministrativo della sede giudiziaria di Legnago e con questa proposta il territorio chiede al Governo di escludere quel Tribunale dai tagli.

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