venerdì 5 febbraio 2010

Politica e AGSM di Verona

Il gruppo consiliare del Partito Democratico ha richiesto un consiglio comunale straordinario e la costituzione di una commissione di inchiesta per esaminare i problemi di AGSM.
Il sindaco Flavio Tosi non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito ad AGSM e si è incontrato con Massimo Giorgetti, coordinatore del PDL.
Il sindaco è favorevole alla convocazione del consiglio comunale in seduta straordinaria e contrario alla commissione di indagine.
Tale posizione non facilita un esame oggettivo dei problemi che affliggono AGSM poiché il consiglio comunale da solo non è in grado di valutare e fornire indirizzi all’azienda in quanto non si conoscono i parametri finanziari ed economici e la performance dell’azienda stessa. Pertanto ritengo che sia necessaria una commissione d’indagine che analizzi e valuti l’azienda in modo completo ed efficace sulla base di un report completo fornito da AGSM.
Il sindaco dovrebbe capire che la valutazione di una azienda non è una cosa semplice e superficiale o un problema di maggioranza e di opposizione che si risolve alla fine con la votazione. Al contrario è un problema molto delicato che va affrontato con responsabilità, trasparenza e capacità al fine di mettere nelle condizione AGSM di operare bene nell’interesse dei cittadini veronesi.
Si riporta in modo completo l’intervento del consigliere comunale del PD Giancarlo Montagnoli.
“Adesso siamo tutti più sereni: ci hanno informato che il Sindaco Tosi e l'assessore Giorgetti nell'incontro annunciato come risolutore della situazione in cui è precipitata AGSM dopo le esternazioni di Gamba hanno, in realtà, parlato di come ridistribuire le deleghe tra gli assessori Sboarina e Di Dio. Meno male: sono affari loro e quelli li sanno fare molto bene.
Restano così pienamente confermate le motivazioni che ci hanno portato a richiedere un consiglio straordinario e una commissione d'indagine sull'azienda partecipata più importante per le casse del Comune e per i servizi ai cittadini veronesi.
Perché la nostra richiesta di un consiglio straordinario? Innanzitutto perché, se fosse dipeso da Tosi, tutto sarebbe passato sotto silenzio. Prova ne sia che il Sindaco, sempre prodigo a rilasciare interviste anche su argomenti non strettamente legati al suo mandato, non ci ha ancora detto cosa pensa di AGSM, della sua gestione, dei rapporti dentro il consiglio di amministrazione, della sostanziale sfiducia nei confronti del Presidente e del Direttore generale che le dichiarazioni di Gamba (proposto in cda dal Pdl-ex An) hanno manifestato.
Il consiglio comunale può esprimere orientamenti e esercitare il controllo, come da leggi e statuto, solo se e in quanto è messo in condizione di farlo. E, allo stato, il consiglio comunale non ha le informazioni necessarie per esercitare il suo dovere. Per questo, nella mozione che chiediamo venga votata, proponiamo un metodo: costituzione di una commissione di indagine finalizzata a raccogliere in AGSM le informazioni sulla gestione e sulle alleanze, fissazione di un termine temporale (sei mesi) entro cui il Sindaco dica quale è il piano delle alleanze supportato dal piano industriale, riduzione a tre dei componenti del consiglio di amministrazione nel rinnovo ormai prossimo.
A cosa serve la commissione d'indagine? E' uno strumento a disposizione del consiglio comunale prevista dal regolamento. Nella composizione rispecchia i rapporti di forza esistenti in consiglio tra maggioranza e opposizione e risponde al consiglio comunale in base agli obiettivi che il consiglio stesso le assegna. Normale attività, dunque, ogni volta che se ne ravvisi la necessità. Tosi ha già fatto sapere che non la vuole: per forza, lui conosce già quello che sta succedendo in AGSM. Sono i consiglieri comunali ad essere all'oscuro, quelli di maggioranza come quelli di opposizione. Sì, anche quelli di maggioranza perché anche loro sono stati zitti sia prima che dopo le dichiarazioni esplosive di Gamba, che pure è dei loro.
C'è da ben sperare, dunque, che al momento del voto anche la maggioranza consiliare, o almeno la parte che tanto autorevolmente ha dichiarato ai giornali che la gestione di AGSM non va, voti a favore della istituzione della commissione d'inchiesta.
Se così non sarà, vuol dire che Tosi e Giorgetti non hanno parlato solo di Sboarina e Di Dio, ma anche del rinnovo delle cariche in AGSM. E vorrebbe dire, anche, che qualche posto in più è più importante della figuraccia rimediata dall'azienda sui giornali”.
Condivido le preoccupazioni e la posizione politica di Giancarlo che ha maturato competenze essendo stato assessore con delega alle aziende partecipate dal Comune nella Giunta Zanotto.
L’unica cosa che non condivido e ch si può approfondire è il numero dei membri del consiglio di amministrazione: troppo pochi tre per una azienda complessa come AGSM. Anziché diminuire il loro numero ritengo che si possa intervenite riducendo gli attuali compensi degli amministratori. Inoltre si può risparmiare nominando le medesime persone nei consigli di amministrazione delle controllate di AGSM senza ulteriori compensi cosi come era stato stabilito dalla giunta Zanotto.

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PD: No al decreto legislativo in materia di energia nucleare

Proposta alternativa di parere del gruppo del partito democratico
L’on.le Federico Testa, membro della commissione attività produttive e responsabile dei servizi pubblici locali e di energia del PD, è stato impegnato in questi ultimi giorni, con i settori ambiente ed energia del PD, nella predisposizione del parere alternativo al decreto legislativo del governo che si riporta di seguito.
Le Commissioni VIII e X,
esaminato lo schema di decreto legislativo recante la disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell'esercizio di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio, nonché delle misure compensative e delle campagne informative, n. 174;
premesso che:
già in sede di discussione della legge 23 luglio 2009 n. 99, attraverso specifici interventi di merito, erano stati posti alcuni temi generali che, anche alla luce del provvedimento oggi all’esame, mantengono tutta la loro attualità:
Qui il resto del postmeglio sarebbe stato se la discussione sul merito fosse avvenuta a valle di un approccio complessivo e articolato alle problematiche energetiche del nostro Paese, anche alla luce dell'articolo 7 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, che prevedeva la definizione da parte del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, di una «Strategia energetica nazionale» che indicasse le priorità di breve e di lungo periodo: a oltre un anno dalla scadenza del termine il suddetto documento non è stato ancora emanato;
invece, il decreto (in particolare, l’articolo 3 relativo alla “Strategia del Governo in materia nucleare”) attribuisce al Governo il compito di definire programmaticamente gli obiettivi di capacità di potenza elettrica che si intende installare, il sistema di alleanze e cooperazioni internazionali, gli orientamenti sulle modalità realizzative, gli obiettivi in materia di approvvigionamento, trattamento e arricchimento del combustibile nucleare. Un simile approccio pone problemi di metodo (si veda il parere espresso dalle Regioni che contestano - in maniera bipartisan - il venir meno del rispetto del dettato costituzionale in tema di prerogative delle regioni stesse in tema di energia) ma anche di merito;
sarebbe, infatti, necessario costruire un quadro prospettico d’insieme sul tema energetico, anche per fornire gli elementi necessari a tutti i soggetti coinvolti, operatori, comunità interessate, cittadini. Il Governo ha deciso di fare del nucleare una bandiera, ma non si deve dimenticare che alla fine dell’anno scadranno gli attuali incentivi alle fonti rinnovabili, mentre proseguono le procedure per l’autorizzazione e la costruzione di nuovi cicli combinati che già oggi non funzionano a pieno regime;
sarebbe stato, al contrario, più utile affrontare anche i temi dell’efficienza, del risparmio energetico, dell’innovazione tecnologica, delle fonti rinnovabili per potersi confrontare con le sfide che abbiamo davanti, a cominciare dalla necessità, ribadita nel summit mondiale sul clima di Copenhagen, di ridurre drasticamente le emissioni di CO2, rispetto al quale la scelta in esame ben difficilmente sarà in grado di produrre effetti tangibili al 2020. E questo al fine di accompagnare, aiutare, sostenere le scelte di imprese, istituzioni, cittadini che consentono di migliorare la qualità della nostra vita e la competitività della nostra economia, cogliendo le opportunità offerte dalla green economy. Tutto ciò conferma l’impressione di una posizione - da parte del Governo- più ideologica e “di bandiera” che di reale sostanza;
il mercato che, a fatica, si è costruito in questi anni nel settore dell’energia elettrica corre il rischio di essere pesantemente messo in discussione da un nucleare realizzato in questo modo. Oltre a quanto previsto al già richiamato articolo 3, non si può non sottolineare come naturalmente non sia assurdo pensare a un programma nucleare realizzato sotto la guida dello Stato, ma allora bisogna essere consapevoli delle sue conseguenze (da analizzare) e dichiararlo apertamente. Dire che “la costruzione e l’esercizio degli impianti nucleari sono considerate attività di preminente interesse statale” (articolo 4) è solo il primo passo: il rischio è che il nucleare faccia eccezione allo schema secondo cui funziona oggi il mercato elettrico, ponendo in atto scelte incompatibili con le direttive europee.
In questo senso, protocolli come quello stipulato con la Francia con cui si assegnano all'ex monopolista italiano ENEL tre siti in cui costruire le centrali, insieme con l'EDF, prefigurano scenari competitivi preoccupanti. La stessa scelta di una tecnologia, quella delle EPR, rispetto alla quale noi italiani siamo sostanzialmente esclusi dal punto di vista della produzione «intelligente», lascia presagire un rischio elevato di colonizzazione tecnologica e di scarso coinvolgimento della nostra capacità di ricerca;
all’articolo 25, comma 2, lettera f), della legge 23 luglio 2009, n. 99, il Governo ha ostinatamente voluto inserire la previsione dell’esercizio sostitutivo. Come sottolineato allora, si trattava di una previsione normativa errata, tanto che nel decreto si prevede un percorso diverso, certamente più rispettoso delle autonomie locali, anche se alla fine punta ad arrivare allo stesso risultato. La sostanza comunque rimane invariata: sia l’ubicazione dei siti che del deposito possono essere decisi contro la volontà delle regioni , con modifica forzata dei Piani energetici e quindi in palese conflitto istituzionale. Tra l’altro definendo i siti di interesse strategico nazionale questi possono essere gestiti dalla costituenda Agenzia della difesa spa e quindi al di fuori di qualsiasi controllo parlamentare; Ma così procedendo, con un atteggiamento che non si può che definire di “protervia istituzionale”, il Governo ha ottenuto il risultato del ricorso alla Corte costituzionale, legittimo e condivisibile, della maggioranza delle Regioni, su un tema procedurale, che darà peraltro modo di confondere i piani di discussione di merito e di metodo; l’esperienza internazionale dei paesi democratici dimostra come progetti di questo genere non si possano fare contro i cittadini e le comunità locali, ma solo costruendo il consenso e la condivisione, mentre questo approccio ideologico corre il rischio di creare una reazione di rigetto che non era scontata, risultando così di ostacolo ad una discussione di merito dei problemi;
l’Agenzia per la sicurezza nucleare (peraltro neanche prevista nel testo originario del disegno di legge e inserita solo successivamente dopo un increscioso balletto tra Ministeri sulla attribuzione dei posti e le cui delicate funzioni meglio sarebbero state svolte da un’Autorità indipendente) risulta finanziata nei prossimi tre anni con l’importo assolutamente insufficiente di 500.000 euro per l’anno 2009 e in 1.500.000 euro per ciascuno degli anni 2010 e 2011, che ne compromettono la reale operatività. Il personale assegnato è assolutamente inadeguato e il rapporto fra Agenzia della sicurezza nazionale e le Agenzie regionali per l’ambiente che gestiscono alcune delle reti di sorveglianza non è definito e non comprende le risorse necessarie
A tal proposito, sono necessari il rafforzamento e la terzietà dell'Agenzia perché questa possa essere vissuta come soggetto realmente super partes che ha a cuore prima di tutto i cittadini;
tutte gli attuali enti (ISPRA, SOGIN, ENEA) sono commissariati e non hanno indirizzi strategici certi; i commissariamenti danno più l'idea di una lotta per ritagliarsi ambiti di potere che non della percezione effettiva degli obiettivi che si vogliono raggiungere;
considerato che:
non sono stati fatti passi in avanti per quanto riguarda l'individuazione del deposito di superficie: nel 2012 torneranno dall'Inghilterra e nel 2020 dalla Francia le scorie relative alle centrali chiuse a seguito del referendum del 1987, mentre siamo ancora al dieci per cento circa di decommissioning effettuato.
per quanto riguarda il problema del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, il decreto presenta una contraddizione tra quanto stabilito agli articoli 13 e 18. Se l’articolo 13, infatti, prefigura che lo stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti avvenga in strutture ubicate nello stesso sito e direttamente connesse con l’impianto nucleare, l’articolo 18 prevede che il titolare dell’autorizzazione unica provveda al trattamento, al condizionamento e allo smaltimento dei rifiuti nonché al riprocessamento e/o immagazzinamento del combustibile irraggiato presso il Deposito nazionale. Non appare chiaro, pertanto, dove effettivamente andranno i rifiuti e il combustibile irraggiato. Se, come sembra (è impensabile ipotizzare il riprocessamento del deposito nello stesso sito), dovessero andare nel Deposito nazionale, bisognerebbe allora che questo fosse in costruzione o almeno localizzato (anche come deposito di rifiuti ad alta attività) prima di avviare la costruzione dei nuovi impianti. È necessaria una assoluta chiarezza sulla destinazione del combustibile irraggiato e sui rifiuti, per dimostrare di aver pensato alla chiusura del ciclo e non lasciare eredità pesanti o almeno non valutate alle generazioni future;
la realizzazione del Deposito nazionale definitivo dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività, che sia adibito anche a deposito temporaneo per quelli di alta attività, è un’esigenza imprescindibile, anche se non vi fosse alcuna ripresa del nucleare in Italia. Se invece si realizzassero nuovi impianti, il deposito diventa una condicio sine qua non per l’accettabilità sociale del nucleare futuro. Lo sforzo fatto nel decreto di arrivare alla sua localizzazione e realizzazione è, dunque, condivisibile. Vi è però un importante cambiamento rispetto alle proposte della Commissione tecnica nominata dal Ministro Bersani nel 2007: anziché affidare il compito di localizzare e realizzare il deposito a una Agenzia pubblica (come avviene ovunque) si è pensato di far svolgere queste attività alla Sogin s.p.a.. Si può perciò parlare di “privatizzazione delle attività concernenti il trattamento e la custodia dei rifiuti nucleari” perché Sogin s.p.a. è una società “di diritto privato” anche se interamente partecipata Ministero dell’economia (e nei mesi scorsi si è più volte parlato della possibilitá di fare entrare nel suo capitale anche società quotate). Questo cambiamento di impostazione, anche se può essere dettato dalla volontà di non creare nuovi soggetti pubblici, non è accettabile e rischia di far naufragare tutta l’operazione. Infatti è fondamentale dare alla popolazione la massima garanzia che chi si occupa dei rifiuti sia preoccupato unicamente della sicurezza e della protezione della popolazione stessa. Un soggetto che produce rifiuti nucleari, che abbia obiettivi di profitto e che non sia in grado di garantire di occuparsi dei rifiuti per qualche secolo desta preoccupazioni. Il fatto che a Sogin s.p.a. venga affidato in esclusiva anche in futuro il compito di smantellare gli impianti rende ancora meno accettabile la soluzione prevista. Vi sarebbe infatti un potenziale conflitto di interesse tra un soggetto che deve cercare di smaltire rifiuti al minimo costo e con utili e un soggetto che li deve ricevere e custodire con la massima sicurezza;
per quanto riguarda lo smantellamento degli impianti, l’articolo 19 prevede che, a fine vita degli impianti, la Sogin s.p.a. prenda in carico la gestione in sicurezza e lo svolgimento di tutte le attività relative alla disattivazione dell’impianto. Vi è il rischio che i costi di queste attività vengano “socializzati”. Infatti è vero che l’articolo 20 prevede un fondo per il decommissioning ma, se il fondo non fosse sufficiente, la soluzione prevista non garantisce contro rischi come quelli paventati (e già oggi in atto per lo smantellamento delle centrali nucleari Enel chiuse nel 1987). Infatti si prevede una integrazione da parte dell’operatore sulla base della valutazione dei costi da parte di Sogin s.p.a., ma queste valutazioni potrebbero dar luogo a sottostime o a contestazioni ed è facile prevederne l’esito finale;
una ulteriore contraddizione del decreto riguarda l’individuazione del soggetto che dovrà determinare le tariffe di conferimento dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare irraggiato: mentre l’articolo 25, comma 1, lettera d), attribuisce tale compito a un decreto del Ministero dello sviluppo economico di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, all’articolo 28 si prevede che le tariffe siano determinate annualmente dall’AEEG secondo criteri aggiornati ogni quattro anni, sulla base della stima dei costi effettuata dalla Sogin SpA che tengano conto tra l’altro degli eventuali servizi aggiuntivi richiesti e delle misure compensative;
la questione delle garanzie finanziarie è trattata in più articoli ma in maniera confusa e persino contraddittoria. Da un lato sembrerebbero scaricarsi sull’operatore molti costi - che contribuirebbero, peraltro, a rendere meno appetibili le centrali nucleari - come nel caso dell’articolo 13, comma 1, dove si dice che agli oneri derivanti dall’istanza di autorizzazione e dalla certificazione del proponente si provvede nell’ambito del quadro economico-finanziario dell’opera, del medesimo articolo (comma 2, lettera l) in cui si obbliga il proponente a dimostrare la sussistenza di strumenti di copertura finanziaria e assicurativa contro il rischio di prolungamento dei tempi di costruzione per motivi indipendenti dalla sua volontà, nonché dell’articolo 22 che attribuisce all’operatore il compito di garantire le “compensazioni” a persone ed enti locali con divieto di trasferirne gli oneri sugli utenti finali. Dall’altro lato, però, l’articolo 16 prevede che con decreto del Ministro dello sviluppo economico siano individuati strumenti di copertura finanziaria ed assicurativa contro il rischio di ritardi nei tempi di costruzione e messa in esercizio degli impianti per motivi indipendenti dal titolare dell’autorizzazione unica, con esclusione per i rischi derivanti dai rapporti contrattuali con i fornitori;
non si tratta, in conclusione, di avere un atteggiamento pregiudiziale o ideologico, quanto piuttosto la legittima pretesa, nell’interesse del paese, che scelte come quella in esame siano fatte con la dovuta serietà e ponderatezza, a garanzia che temi di tale rilevanza, rispetto ai quali i cittadini sono stati in passato chiamati ad esprimersi attraverso forme di consultazione popolare, non vengano trasformate in facili slogan elettorali ma invece doverosamente considerate come scelte fondamentali per il nostro futuro, rispetto alle quali siano chiamate ad esprimere il loro consenso le popolazioni interessate
esprimono PARERE CONTRARIO
Schema del decreto

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giovedì 4 febbraio 2010

Massimo Castellani sulla partecipazione dei lavoratori

Franca Porto, segretaria generale della Cisl Veneta, ha sottolineato che la partecipazione dei lavoratori “debba essere perseguita nelle libere e autonome relazioni tra le parti” e che è “il risultato di una maturazione culturale che non può essere forzata da interventi legislativi” (pubblicata ieri su Il Sole 24 Ore NordEst).
Ritengo che l’approvazione della legge sulla partecipazione dei lavoratori pone problemi seri alla Confindustria ed al Sindacato, i quali, tranne pochi esempi, trovano molta difficoltà nel realizzare la democrazia industriale in Italia cosi come avviene negli altri paesi. In questo momento di crisi comprendo che i primi problemi siano la sopravvivenza delle imprese e la conservazione dei posti di lavoro ma è anche vero che l’uscita dalla crisi può essere anticipata con il cambiamento e l’innovazione. Da molto tempo la democrazia industriale è diventata oggetto solo di dibattito culturale e per tale motivo valuto positivamente la legge, proposta da Franco Bonfante, che muta gli equilibri esistenti e pone nuove condizioni per la crescita culturale del paese ed in particolar modo dei lavoratori. 
I contenuti espressi da Massimo Castellani, segretario generale Cisl della Provincia di Verona, guardano in modo positivo le relazioni che si potranno sviluppare con la nuova legge della Regione Veneto sulla partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa.
Si riporta la dichiarazione di Massimo Castellani.
“Da alcuni anni se ne parla, i pareri sono contrastanti, e anche chi ne condivide le motivazioni solleva dubbi di praticità. Come sempre i cambiamenti generano paure e ansie ma solo attraverso i cambiamenti si riesce a fare dei passi in avanti.
Sto parlando della partecipazione dei lavoratori ai destini dell’impresa, di partecipazione economica.
Su questo tema da tempo è aperto un dibattito e vede alleati, tra i contrari, soggetti che su altri temi sono su posizioni contrapposte. Non pare siano favorevoli alla partecipazione di lavoratori alla vita economica dell’impresa la sinistra massimalista che ha una visione di società divisa in classi e una parte conservatrice di confindustria che non vuole nessuna interferenza nella guida e nelle scelte dell’impresa.
Viceversa ci sono numerosi disegni di legge presentati anche da parlamentari veronesi di destra e di sinistra per regolamentare la partecipazione di lavoratori alla vita dell’impresa. I disegni di legge presentati sono stati unificati per un unico dibattito parlamentare.
La legge che sarà emanata dovrà consentire, attraverso un ventaglio di possibilità, la partecipazioni dei lavoratori. Dovrà essere una Legge flessibile alle esigenze delle imprese e di chi ci lavora ma soprattutto dovrà essere elemento di contrattazione di secondo livello prevista dalla recente riforma contrattuale.
In questo modo, nel confronto tra le parti, si deciderà e si accorderà la migliore applicazione della futura legge. I lavoratori saranno rappresentati nel CDA ? con diritto di voto o solo di parola? Sarà loro riconosciuto una partecipazione a gli utili di impresa ? Sarà la contrattazione aziendale a deciderlo e definirlo nell’ambito delle ipotesi che la legge offrirà.
A Verona ci sono parecchie imprese pubbliche importanti che svolgono servizi di pubblica utilità come l’AGSM, AMIA, ATV e altre.
La partecipazione dei lavoratori alla vita di queste imprese avrebbe più di un significato positivo:
le imprese pubbliche darebbero un segnale di coerenza tra quanto si stabilisce in parlamento e quanto si attua in concreto in periferia e aprirebbero la strada per ulteriori esperienze nel privato;
I rappresentanti dei lavoratori all’interno dei consigli di amministrazione porterebbero un contributo oltre che di organizzazione del lavoro e di controllo anche di rappresentanza di chi poi fruisce il servizio reso dall’impresa alla collettività
In tutti i cambiamenti serve un po’ di coraggio, senza il coraggio non avremo progresso sociale e il benessere che conosciamo”.
Per quanto riguarda le osservazioni poste da Claudio Miotto, presidente regionale della Confartigianato, si fa presente che per le piccole e micro imprese per le quali non è previsto un consiglio di amministrazione la legge prevede delle forme alternative che consentono alla piccola imprenditoria regionale di usufruire delle agevolazioni.
Il disegno di legge nazionale sulla partecipazione dei lavoratori, dichiara Pietro Ichino, “è stato bloccato per un anno fino al prossimo ottobre. Se si tratti soltanto di rinvio o di insabbiamento definitivo, lo sapremo soltanto il prossimo autunno”.


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mercoledì 3 febbraio 2010

Intervista sul lavoro a Marianna Madia

Marianna Madia, parlamentare del Partito Democratico dal maggio 2008 e membro della XI Commissione lavoro pubblico e privato, ha conseguito la laurea in scienze politiche, il dottorato di ricerca in economia del lavoro ed è ricercatrice.
Marianna svolge un ruolo attivo in Parlamento ed in particolare nella commissione lavoro e con questa intervista esprime il suo impegno e le sue capacità a favore del lavoro e della crescita del paese. La sua giovane età e l'essere donna rappresentano una ricchezza per il Partito Democratico e per il paese.

L’Italia, secondo i dati dell’ultimo bollettino della Banca d’Italia, sta uscendo dalla recessione molto lentamente, i consumi dei cittadini non subiscono una accelerazione a causa della flessione dei redditi reali ed il tasso di disoccupazione è pari al 10,2% con 2,6 milioni di disoccupati, compresi i cassintegrati e gli scoraggiati. Il ministro Sacconi contesta la scelta di conteggiare tra i disoccupati i cassintegrati. Lei cosa pensa della posizione della Banca d’Italia e del giudizio del ministro Sacconi? All’estero i cassaintegrati sono computati tra i disoccupati?
La polemica con la Banca d’Italia è stata, da parte del governo, assolutamente strumentale. Una difesa d’ufficio abbastanza debole. In ogni caso il dato di via Nazionale affermava letteralmente come: “nel secondo trimestre del 2009 la quota di forza lavoro inutilizzata sia risultata superiore al 10 per cento, quasi 3 punti percentuali in più del tasso di disoccupazione”. Non si conteggiano quindi più disoccupati di quelli che ci sono, ma li si unisce a cassintegrati e scoraggiati. Il Bollettino dice esplicitamente che si tratta di un “concetto ampio”. Ciò che conta poi è che quel 10,2%, risultato di vari indicatori, descrive un’economia in difficoltà e certamente non uno scenario di ripresa. I cassintegrati all’estero, come ha giustamente sottolineato il collega Ichino, sono classificati come lay-off e quindi computati tra i disoccupati.

Al rischio povertà per i molti cittadini che non riescono a gestire i problemi quotidiani della sopravivenza si aggiunge il problema dei bassi salari che sono posizionati, secondo la ricerca Eurispes, alla ventitreesima posizione tra i paesi dell’Ocse. Alcuni studi prevedono che la crescita dell’Italia si attesterà al livello pre-crisi nel 2017. Aspettare cosi tanto tempo non è pericoloso per l’Italia? Per risolvere questi problemi occorre aspettare che la congiuntura internazionale sostenga la crescita dell’Italia o intervenire con dei provvedimenti legislativi che favoriscano ed incoraggino la crescita?
La tutela del reddito è centrale per ogni politica di ripresa. Proprio la Banca d’Italia non si stanca di ripetere da tempo come la questione salariale sia fondamentale per la ripresa della domanda interna, a partire dai consumi. Certo il sostegno al reddito non basta, va coniugata con una nuova politica fiscale e di sostegno alle imprese, ma è un pezzo fondamentale di una strategia anticrisi. In ogni caso il governo ha totalmente disatteso la questione salariale su cui, sin dall’inizio legislatura, il PD proponeva interventi rilevanti; come le detrazioni per i redditi da lavoro dipendente. Ci sono aziende in crisi i cui lavoratori non godono ancora di ammortizzatori e che al tempo stesso non ricevono lo stipendio da mesi. Avevamo presentato un emendamento per anticipare gli stipendi da parte dello Stato (che poi si rifarà sulle aziende debitrici). Niente da fare.
L’approccio del governo è star fermi e aspettare che passi la tempesta. Anche perché l’esecutivo si sente l’espressione dei più “forti” che potranno passare la crisi indenni: stabili contro precari, nord contro sud, privato contro pubblico. Nella gestione della crisi il governo ha teso a dividere, anziché unire il Paese in uno sforzo collettivo per la ripresa. Tremonti ha detto che le tasse non possono essere diminuite perché la priorità è la coesione sociale. Non sembra che questa sia la priorità nell’azione di governo.

La situazione del lavoro è cosi grave in Italia che il Papa, dopo l’intervento della CEI, ha lanciato un appello affermando che occorre senso di responsabilità di tutti (imprenditori, lavoratori, governanti) per tutelare e far crescere l’occupazione. Il ministro Sacconi richiama la responsabilità delle imprese. Secondo lei il Governo in materia di lavoro e di sostegno alle imprese ha riformato e innovato abbastanza al fine di garantire l’occupazione o si è limitato ad affermare: la crisi è alle spalle, la crisi è psicologica, occorre ottimismo?
Le parole del Pontefice sono state molto importanti. Al di là delle divisioni politiche, dobbiamo solo farne tesoro.
L’ottimismo è importante ma non basta per superare la crisi. Occorrono riforme. Non vedo, in quasi due anni di legislature, significative riforme o innovazioni. La pressione fiscale è rimasta inalterata. Gli ammortizzatori sociali non sono stati riformati. La scuola, la ricerca e l’università hanno subito drammatici tagli. Ci sono addirittura dei processi di involuzione: le garanzie del diritto del lavoro sono in via di smantellamento. Importanti denari sono stati buttati o male impiegati in operazioni sbagliate: dall’Alitalia al Ponte sullo Stretto di Messina.

Lei è stata molto sensibile al problema del lavoro presentando il disegno di legge su “Disposizioni per l'istituzione di un contratto unico di inserimento formativo e per il superamento del dualismo nel mercato del lavoro”. Vuole spiegare i contenuti più importanti e gli obiettivi della proposta di legge? Come pensa di risolvere il problema del dualismo tra lavoratori protetti e precari?
Il Cuif è una proposta, presentata con i colleghi Miglioli e Gatti e firmata da oltre settanta parlamentari dei gruppi di opposizione alla Camera, che vuole fornire uno strumento semplice ed efficace per il superamento del dualismo nel mercato del lavoro. Interviene sulla questione dell’ingresso, che è il vero “buco nero” del dualismo all’italiana. Sette lavoratori su dieci cominciano a lavorare con contratti atipici. Molti rimangono precari a lungo o per sempre. In pratica proponiamo una forma incentivante di ingresso al lavoro che unifica e assorbe tutte le forme di lavoro precario attualmente esistenti, rendendo conveniente per le aziende l’assunzione a tempo indeterminato. Dopo un primo periodo a tempo determinato (per un massimo di tre anni) chiamato abilitazione scatta l’assunzione a tempo indeterminato. Durante i primi tre anni il lavoratore ha compiuto un percorso di conoscenza con il datore di lavoro, e di formazione. Con l’assunzione a tempo indeterminato si ha un secondo periodo (altrettanto lungo) durante il quale l’azienda riceverà incentivi crescenti. In pratica, invertendo quanto sinora fatto in altri campi come l’apprendistato, gli incentivi di cui gode l’azienda crescono con l’assunzione a tempo indeterminato.

Secondo lei l’art. 18 dello statuto di lavoratori garantisce i lavoratori dal licenziamento nel momento in cui l’azienda entra in crisi? La sua proposta prevede dei servizi efficaci, al momento inesistenti, di riqualificazione professionale e di rioccupazione per i lavoratori licenziati?
Credo che in questo momento il problema non sia l’art. 18 ma incentivare le assunzioni e la stabilità del lavoro.
Si, la proposta del Cuif estende i percorsi esistenti di politiche attive ai neo-assunti con questo contratto. Serve, però, una riforma complessiva dei percorsi di riqualificazione che valorizzi le migliori esperienze esistenti nei territori. Viviamo in un’epoca che vede la necessità di una formazione continua nel mondo del lavoro .

Da parte del Partito Democratico sono stati presentati diversi disegni di legge (Ichino, Madia, Nerozzi) per riformare il mercato del lavoro. Questa pluralità di proposte rappresentano un rischio o vi è la possibilità di proseguire in modo unitario attraverso il confronto ed il dialogo per addivenire ad una proposta unitaria del Partito Democratico.
No non rappresentano un rischio ma una ricchezza. Ad esempio proprio Pietro Ichino, in un documento diffuso nel suo sito, ha messo in evidenza come ci siano alcuni elementi che ci uniscono. Ci muoviamo su dei principi politici comuni e, mi permetto di dire, anche su principi umani comuni; principi che sono patrimonio della cultura del lavoro del partito democratico. Sono sicura che il partito troverà una posizione unitaria. Il fatto che ci siano questi disegni di legge, redatti da colleghi preparati e autorevoli, è un elemento positivo non solo per il PD ma per tutta la politica italiana. Rappresentano un’innovazione culturale rispetto alla totale assenza di risposte da parte del governo.
Tabella sinottica proposte

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La partecipazione dei dipendenti alla gestione dell’impresa

Il Veneto apre ai soci lavoratori di Giambattista Marchetto pubblicato su Il Sole 24 Ore NordEst, mercoledì 3 febbraio 2010
Via libera alla partecipazione di tute blu, camici e colletti bianchi, tailleur e blazer grigi al capitale e agli utili delle imprese venete. Come alla Dalmine (dove l’operazione è stata realizzata nel “lontano” 2000) o come avviene da anni in altri Paesi europei, fra cui Francia, Inghilterra e Germania, anche le Pmi del Veneto potranno adottare un modello d’impresa che porti all’apertura del capitale ai lavoratori.
La svolta è arrivata con l’inizio del 2010. Il Consiglio regionale ha infatti approvato all’unanimità il testo di una proposta di legge che porta il Veneto in avanscoperta (è la prima regione in Italia) verso la nuova frontiera dell’imprenditorialità diffusa. La nuova Lr 5/10, pubblicata sul Bur del Veneto numero 8 del 26 gennaio scorso, stabilisce che il processo di partecipazione dovrà raggiungere almeno un decimo del capitale d’impresa e che possano intraprendere questa strada non solo i dipendenti stabilizzati, ma anche quelli con contratto a tempo determinato, gli interinali e gli atipici, oltre che i lavoratori a riposo e quelli delle società collegate. 
“Ci è sembrato che i tempi fossero maturi per portare anche in Italia un modello che la Ue approva e favorisce – spiega il consigliere del Pd, Franco Bonfante, primo firmatario della proposta di legge-. La mentalità sta cambiando anche da noi. Poi per le imprese sono previste agevolazioni creditizie, esenzioni e vantaggi fiscali. I vantaggi per i lavoratori sono l’accesso a prestiti agevolati, esenzioni, e riduzioni tributarie, ma è prevista anche una garanzia assicurativa o bancaria per proteggerli dal possibile rischio d’insolvenza o fallimento dell’impresa”. E aggiunge: “ Se il lavoratore come singolo dovesse avere delle remore a mettersi in gioco, potrebbero essere attivati fondi mirati (ad esempio gestiti dalle banche locali) e in questo Veneto Sviluppo potrebbe avere un ruolo fondamentale”.
Il sostegno finanziario previsto per avviare una prima sperimentazione è di 700mila euro per il 2010 e di 1 milione per il 2011.
Le reazioni delle imprese sono però tiepide. “La legge interpreta un modello partecipativo tipico della storia delle relazioni industriali della nostra regione – commenta il presidente di Confindustria Veneto, Andrea Tomat . Se è stata pensata come possibile risposta alla crisi, il contesto la rende poso applicabile proprio per il momento pieno di rischi e di incertezze. Può essere comunque un terreno nuovo di confronto tra le parti sociali, che in Veneto non sempre è stato conflittuale. L’idea che i lavoratori, oltre che partecipare ai profili negativi del rischio d’impresa, possano partecipare anche a quelli positivi, potrà aiutare in futuro a mitigare con positive ricadute il confronto tra le parti sociali. Nella legge, però, non appaiono ancora con la necessaria chiarezza gli incentivi di natura fiscale, sia di natura economica previsti per le imprese”.
Pur ricordando l’esperienza positiva avviata con gli enti bilaterali, anche il presidente regionale della Confartigianato, Claudio Miotto, , appare perplesso. “Il meccanismo è raffinato – aggiunge – ma è tarato sul modello della grande impresa. L’istituzione di un organo di gestione con rappresentanza dei lavoratori, che di fatto affianca il consiglio di amministrazione, nell’artigianato spesso non è plausibile e questo preclude a una grande fetta di imprenditorialità regionale l’accesso alle agevolazioni. Vanno studiati meccanismi tali da non mettere in discussione la natura di lavoratore dipendente e di titolare di impresa artigiana”.
Anche dal mondo sindacale non si alzano entusiasmi eccessivi. “La partecipazione dei lavoratori all’impresa è uno degli obiettivi che perseguiamo dalla nostra costituzione –rileva Franca Porto, segretaria generale della Cisl veneta-. Riteniamo però che questo obiettivo, che cambia profondamente i rapporti tra lavoro ed impresa e che rappresenta un fattore determinante della democrazia economica, possa essere perseguito nelle libere e autonome relazioni tra le parti. La partecipazione è il risultato di una maturazioni culturale che non può essere forzata da interventi legislativi.

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Soave: Istituto Alberghiero

L’Istituto Alberghiero Angelo Berti che si trova a Chievo (VR) è presente a Soave con una sede associate da circa 8 anni a Soave. La sede di Soave ha iniziato ad operare con 54 studenti ed oggi conta 378 studenti. L’ambiente favorevole e la vocazione territoriale influiscono positivamente sullo sviluppo dell’Istituto. Da 8 anni persiste un grande problema non ancora risolto nonostante gli impegni dei vari enti: l’Istituto di Soave non ha una sede e gli studenti sono frazionati e divisi in alloggi vari con conseguenze negative sul piano didattico ed organizzativo.
Questa situazione che si è protratta nel tempo ha indotto il consigliere regionale Franco Bonfante ha presentare una nuova interrogazione il 1° dicembre 2009 alla Giunta Regionale ed all’assessore competente. Si fa presente che Bonfante aveva già presentato una prima interrogazione n. 662 in data 10 dicembre 2008. 
“Dopo le ripetute promesse fatte dall’assessore regionale all’edilizia scolastica, dopo i 25 milioni di euro messi a bilancio dalla Regione per gli istituti superiori del Veneto e dopo l’apertura di un apposito tavolo di discussione, per il nuovo istituto alberghiero di Soave siamo ancora all’anno zero e a finanziamenti zero. Perché?” A chiederlo con un’interrogazione rivolta alla Giunta Galan è il consigliere regionale del Partito Democratico, Franco Bonfante.
L’esponente veronese ricorda di aver “già chiesto nel dicembre 2008 un intervento urgente per realizzare una nuova struttura in grado di ospitare l’istituto alberghiero e dotata di aule, laboratori e palestra, mentre attualmente la scuola è polverizzata in diversi edifici e Comuni. Inoltre, in sede di Finanziaria 2009 avevo ritirato un mio specifico emendamento dopo la dichiarazione in aula dell’assessore regionale all’edilizia pubblica che poneva l’istituto alberghiero di Soave fra gli interventi prioritari”.
“Eppure nell’elenco dei finanziamenti - denuncia ancora Bonfante - non risulta esserci l’alberghiero di Soave. Un istituto, questo, che vede aumentare ogni anno il numero delle iscrizioni anche per merito della qualità dell’insegnamento, nonostante la totale inadeguatezza delle strutture”.
“E come se non bastasse - aggiunge il consigliere democratico - la Giunta nel marzo scorso aveva comunicato, in risposta alla mia interrogazione di un anno fa, di aver attivato un apposito tavolo di discussione con Regione, Provincia, Comune di Soave, Ulss 20 e Ater di Verona con l’ipotesi di ricorso alle risorse approvate con la Finanziaria 2009”.
“Perché non sono stati erogati i finanziamenti promessi? Qual è lo stato della procedura per arrivare in tempi ragionevolmente rapidi all’approvazione del progetto e al conseguente avvio dei lavori di realizzazione della nuova sede? Il tavolo di discussione - chiede infine Bonfante - ha deciso qualcosa oppure no in merito al crono programma e alla ripartizione dei costi fra gli enti interessati?”.
Alla interrogazione di Franco Bonfante non seguiti risposte e fatti concreti.
Intanto è stato costituito un Comitato di genitori che organizzato una assemblea pubblica sabato 6 febbraio presso il Palazzetto dello Sport di Soave alle ore 20,30 con in programma l’esame della situazione ed una manifestazione pubblica per 21 febbraio.
Il Comitato genitori di Soave, presieduto da Sabina Castegna, ha costituito un gruppo in Facebook per sensibilizzare l’opinione pubblica su tale problematica.
“I nostri figli, dichiara Attilio Bertuzzo, ogni giorno devono spostarsi in stabili diversi: scuole medie, aule parrocchiali, e cambiando ulteriormente paese, aule presso un altro istituto, che gentilmente li ospita. Una soluzione a questo problema potrebbe esserci, ma ne il comune ne la Provincia e quanto meno la Regione e ASL20 intendono risolvere, o meglio si accusano l'un l'altro rimbalzandosi la patata bollente”.

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martedì 2 febbraio 2010

Franco Bonfante: Lavoratori e impresa


La stampa nazionale pone attenzione alla legge regionale, proposta dal consigliere regionale Franco Bonfante, sulla partecipazione dei lavoratori.
Articolo pubblicato sul n. 5 del settimanale "L'Espresso" del 4 febbraio 2010
“I ministri Sacconi e Tremonti l’hanno sbandierata come una delle riforme più importanti, per poi lasciarla in un cassetto. Invece in Veneto il Consiglio Regionale ha approvato quasi all’unanimità la legge del PD per favorire la partecipazione dei lavoratori alla proprietà e agli utili d’impresa. Proposto dal consigliere Franco Bonfante, il testo di legge ha ricevuto il plauso della Lega e del Pdl. Il modello indicato è quello presente da molti anni in Francia, Inghilterra e Germania. I lavoratori potranno integrare con gli utili aziendali i normali aumenti di stipendio previsti dalla contrattazione e gli imprenditori potranno fruire di capitali freschi.. Nel Nord-est delle piccole e piccolissime imprese, per le aziende sono previste agevolazioni creditizie e fiscali; per i lavoratori prestiti agevolati, riduzioni tributarie e un’assicurazione che li garantisca in caso di fallimento dell’impresa”. P. T.

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sabato 30 gennaio 2010

AGSM: intervista a Federico Testa

Un anno fa il Partito Democratico di Verona ha organizzato un incontro sulle prospettive dei servizi pubblici locali alla luce delle modifiche legislative intervenute con la legge n. 133/2008. In quella sede Federico Testa, parlamentare ed attuale responsabile dei servizi pubblici locali e dell’energia del Partito Democratico, ha sottolineato i punti di debolezza delle nuove disposizioni e la necessità per AGSM di procedere ad accordi ed alleanze per rafforzare l’impresa in termini economici e finanziari e superare lo stato di isolamento. Su questa posizione ha concordato Alberto Giorgetti, sottosegretario all’Economia e Finanze.
A distanza di un anno il posizionamento dell’AGSM non è mutato e l’azienda si trova ad affrontare gli stessi problemi espressi nel convegno.
L’AGSM è l’azienda pubblica più rilevante della provincia di Verona per le dimensioni, il volume di affari e l’importanza che riveste il settore dell’energia nel contesto economico e per i cittadini veronesi.
In questi ultimi giorni abbiamo registrato le dichiarazioni del consigliere di amministrazione di AGSM, Fabio Gamba, il quale imputa ai vertici dell’azienda responsabilità di carattere gestionale e strategico:- “Ci sono carenze nella gestione: tanto fatturato, pochissimi utili”; - “Si lavora come se AGSM fosse ancora in una situazione di monopolio, quando invece il mercato è libero”; - “Non c’è una visione chiara degli obiettivi”.
In questo suo intervento Gamba non rileva parametri e dati della performance di AGSM che possano permettere ai politici, ai ricercatori ed agli studiosi di approfondire le condizioni reali dell’azienda ed indicare un percorso significativo per fare uscire dall’impasse l’azienda stessa.
Nel confronto è intervenuto il presidente Sardos Albertini che ha cercato di rispondere ai rilievi mossi. L’intervento del presidente di AGSM non è stato convincente in quanto si limita a segnalare gli interventi particolari effettuati, non chiarisce gli aspetti gestionali e non presuppone la esistenza di una strategia competitiva nell’azienda.
Dalle suddette dichiarazioni emerge chiaramente che i contenuti espressi sono prettamente politici e non manageriali. Si è soltanto fatto cenno alle problematiche dell’AGSM senza entrare nel merito.
Per valutare una azienda industriale occorre avvalersi di parametri ed indici significativi quali:
- Redditività, intesa come la capacità dell’azienda di remunerare tutti i fattori della produzione;
- Liquidità, intesa come la capacità dell’azienda di far fronte tempestivamente ed economicamente ai propri impegni;
- Solidità, intesa come la capacità dell’azienda di perdurare nel tempo, adattandosi alle mutevoli condizioni esterne ed interne;
- Rinnovamento, inteso come la capacità dell’azienda di svilupparsi per effetto della capacità di creare risorse finanziarie al suo interno, cioè di creare risorse grazie alla sua redditività, per effettuare investimenti senza dipendere da fonti esterne;
- Efficienza, intesa come premessa logica alla redditività, poiché tende al razionale utilizzo delle risorse;
- Margini dello stato patrimoniale (fabbisogno finanziario per le attività immobilizzate, liquidità, rapporto attivo corrente con il passivo corrente) e del conto economico (Cash flow operativo).
Per completare la valutazione è necessario dare una risposta alle seguenti problematiche:
- Il Presidente ed il Consiglio di Amministrazione hanno approvato la strategia dell’azienda?
- Se AGSM è in possesso di una strategia quali sono gli obiettivi strategici dell’azienda da perseguire?
- Qual’è il posizionamento dell’AGSM nel contesto competitivo del settore?
- Il Presidente ed i membri del Consiglio di Amministrazione possiedono le capacità, le conoscenze e l’esperienza per gestire in un contesto competitivo un’azienda industriale come AGSM?
- Il management di AGSM è impegnato ad adattare l’azienda in modo continuo e veloce ai cambiamenti che avvengono nell’economia e nel settore specifico?
- Esiste un piano di riorganizzazione dell’AGSM che consenta di migliorare la performance e la qualità dei servizi e di ridurre nello stesso tempo i costi?
- Gli amministratori sono coscienti di assumere delle responsabilità in proprio nella gestione dell’azienda a prescindere dal fatto che il comune di Verona abbia o meno adottato delle decisioni in merito ad AGSM?
- Quali sono stati i criteri adottati per nominare i membri del consiglio di amministrazione?
L’utilizzo dei parametri e la risposta alle problematiche in parte indicate consentono di valutare l’azienda AGSM e di assumere le decisioni più opportune per conseguire una posizione competitiva nel mercato e specificatamente nel settore.
Inoltre, è corretto che AGSM applichi la totale trasparenza dei parametri ed indici finanziari ed economici, della qualità dei servizi e del grado di soddisfazione dei clienti affinché i cittadini e coloro che ne hanno interesse possano partecipare alla vita dell’azienda. Nelle aziende dei servizi private e pubbliche la partecipazione dei clienti e dei dipendenti è fonte di innovazione e di cambiamento continuo per le aziende che la applicano.
Tra i problemi emergono:
- La ridotta marginalità degli utili a fronte di un elevato volume di affari. Non è vero che il rapporto dipende dalla congiuntura economica, la quale può influire solo sul fatturato. Gli utili di AGSM rispetto all’alto fatturato dichiarato dipendono esclusivamente dai costi di produzione ed è su questi che AGSM deve porre attenzione;
- Gli utili utilizzati dal comune. Questo comportamento del socio unico influisce negativamente sul volume degli investimenti, sul fabbisogno della liquidità e sulle tariffe pagate dagli utenti, i quali finanziano indirettamente per scopi diversi le attività del comune. AGSM per mantenersi competitiva ha bisogno di effettuare grandi investimenti, i quali possono essere realizzati in tutto o in parte con la propria liquidità, quindi a costi zero, o ricorrendo al mercato finanziario sostenendo i relativi costi;
- Rapporti Amministrazione comunale e organi dell’AGSM. AGSM non può farsi carico dei tempi troppo lunghi della politica che costano all’azienda in termini di adattamento alle mutevoli condizioni del mercato. Il tempo da utilizzare nelle aziende industriali è una risorsa che non può essere risparmiata e che, pertanto, se utilizzato in modo veloce e continuo accompagnato da capacità decisionale permette di cogliere delle opportunità vantaggiose. Il presidente ed il consiglio di amministrazione non possono bloccare le decisioni strategiche e di gestione di AGSM perché l’Amministrazione del comune di Verona non decide e non offre degli indirizzi. A parte le responsabilità personali dei membri degli organi di AGSM, l’Amministrazione Comunale dovrebbe avvalersi delle capacità e competenze di AGSM altrimenti su quali basi decide ed indirizza la politica dell’azienda.
Da più parti è stato proposto una verifica urgente di maggioranza sugli enti partecipati dal Comune di Verona ed una discussione seria in commissione ed in consiglio comunale su AGSM e sulle altre aziende partecipate (dichiarazione di Giancarlo Montagnoli, consigliere comunale).
Ritengo che qualunque discussione nella maggioranza, nell’opposizione ed in consiglio comunale sia utile solo nel caso in cui ci si confronta non in modo astratto ma sui dati reali di AGSM e si adottano le relative decisioni di indirizzo nell’unico interesse di AGSM e dei clienti.
“Non basta che si mettano d’accordo tra di loro, dichiara Giancarlo Montagnoli, in quanto le aziende di servizio pubblico sono un patrimonio di tutti”.
Occorre coinvolgere i cittadini clienti nel dibattito, i quali hanno diritto di conoscere di AGSM la performance, gli obiettivi stabiliti nei piani, il grado di conseguimento dei risultati e la situazione finanziaria e patrimoniale dell’azienda.
Sulla problematica che si è sviluppata in questi giorni sull’azienda pubblica AGSM ho pensato di rivolgermi all’on.le Federico Testa, responsabile del Partito Democratico dei servizi pubblici locali ed energia, per conoscere la sua posizione rispetto alle problematiche dell’azienda emerse in questi ultimi giorni.

Quale ritieni siano le priorità di AGSM?
AGSM, se vuole essere competitiva nel segmento business e dare un buon servizio ai cittadini veronesi, ha bisogno di individuare le forme attraverso cui riuscire ad avere un accesso meno intermediato possibile alle materie prime energetiche. Personalmente non credo che questo sia ottenibile attraverso consorzi di acquisto o joint venture occasionali: chi possiede questo fattore competitivo non ha interesse a condividerlo con partner occasionali. Quindi ritorna con forza il tema delle alleanze, delle aggregazioni: Tema rispetto al quale AGSM non ha fatto passi in avanti. Da questo punto di vista, credo che sarebbe essenziale procedere almeno per quanto riguarda le società di vendita/commerciali: aggregare imprese diverse è certamente difficile, specie se entrano in gioco i “gioielli di famiglia”, cioè gli asset patrimoniali, più difficili da valutare e che portano con sé aspetti problematici e non sempre quantificabili

Spiegati meglio
Credo sarebbe un passo importante, nei business energetici, procedere ad un’aggregazione tra la società di vendita di AGSM ed analoga società di un primario operatore europeo (eni, eon, edf) che, in cambio di una partecipazione anche di minoranza, potrebbe impegnarsi a garantire la fornitura di materia prima a condizioni vantaggiose, oltre a recuperare efficienza in alcune attività che godono particolarmente delle economie di scala. E per AGSM questo significherebbe poter garantire ai cittadini veronesi condizioni di acquisto migliori

Ma il loro interesse quale sarebbe?
Quello di allungare la loro catena del valore fino al cliente finale.

Ma se è così, perché negli ultimi due anni non è stato fatto nulla?
Credo che la responsabilità sia essenzialmente della politica. L’atteggiamento di questa amministrazione comunale è quello di chi è attentissimo specialmente agli aspetti di potere, alla “presa” sulle Aziende, anche se questo finisce per mortificarne le possibilità di sviluppo. Quindi non si è andati avanti sulle alleanze perché questo significherebbe perdere la possibilità di controllo sugli assetti gestionali: pensi ad esempio alla moltiplicazione di posti (e di costi a carico dei cittadini) ottenuta moltiplicando i Consigli di Amministrazione e capovolgendo la buona pratica introdotta dall’Amministrazione precedente che prevedeva che nei consigli delle controllate da AGSM sedessero i consiglieri di AGSM, senza compenso.

E quindi?
Quindi i cittadini pagano queste scelte due volte. Perché le aziende sostengono maggiori costi per spese di amministrazione e perché la priorità assegnata a questo interesse fa sì che non si facciano le scelte strategiche che potrebbero portare ad una maggiore economicità nella gestione dell’impresa.

Intanto il gruppo consiliare del Partito Democratico in una conferenza stampa chiede con forza una commissione d’indagine ed il capo gruppo consiliare del PD, Stefania Sartori, dichiara che “la città non si accontenta di una semplice verifica all’interno del centro-destra”.
Ritengo che questa soluzione sia la più appropriata affinché i cittadini possano conoscere lo stato reale di AGSM e la più corretta per valutare in modo completo i problemi e prospettare le soluzioni più idonee nell’interesse dei clienti e non certamente nell’interesse dei politici che gestiscono il potere per il potere.

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venerdì 29 gennaio 2010

Questa volta sto con Brunetta!

Una discussione sui giovani in Facebook
di Giacomo Galletti
E' difficile avere a che fare con persone come Brunetta. Soprattutto perché non si capisce mai dove finisca lo spot e dove inizi la riflessione politica o sociale.
Lo stile comunicativo del Ministro, inoltre, impone prese di posizione nette: o con me o contro di me. Il gioco paga, e il sondaggiato "gradimento" del ministro è alto laddove i risultati del suo operato rimangono ancora lontani da svolte epocali nel bene o nel male. Almeno per ora.
Non so quanto convenga per gli oppositori stare al gioco di Brunetta, e tuttavia mi chiedo in quale modo sia utile e costruttivo rapportarsi alle sue "provocazioni", presunte (in quanto a suo modo di vedere travisate dai media), o effettive.
Vorrei quindi affrontare il caso del "patto generazionale da 500 euro", secondo cui van tolti soldi alle pensioni per sostenere i giovani che, per legge, se ne devono andare di casa a 18 anni. Questa affermazione ha portato malumori all'interno del Governo, tra i sindacati , presumibilmente tra coloro che sognano un'emancipazione dal sostegno familiare, ma non hanno prospettive di lavoro o di reddito sufficienti per realizzarla (tra questi segnalerei anche i precari della PA).
Eppure questa volta sto con Brunetta, con i se e i ma del caso, ma sto con lui. Lo sostengo senza però prestarmi al suo gioco. Lo sostengo motivando l'opportunità della sua indicazione rovesciando però le argomentazioni sue e di altri. Lo sostengo perché ha sollevato un tema che altri hanno deciso da tempo di ignorare.
Ipotesi:
1. il mercato del lavoro offre ai giovani scarse garanzie di impiego o reddito stabile
2. la spesa pensionistica in Italia è superiore alla media europea, mentre la spesa per l'avviamento dei giovani al lavoro è pressoché nulla
3. un trentenne su due in Italia vive ancora con i genitori
4. i giovani, pur di fronte all'assenza di prospettive stabili di lavoro, di vita, non protestano, non cercano di cambiare le cose (si veda al proposito l'interessante libro di Elisabetta Ambrosi, Alessandro Rosina "Non è un paese per giovani". Marsilio, 2009).
Tesi:
Ci sono impedimenti di natura sia economica che culturale che, evidentemente, impediscono ai giovani volenti o nolenti di uscire di casa.
Concordo con Brunetta sulla necessità di incentivarli a farlo, ma non solo al fine di cercarsi un lavoro. Ma per un motivo completamente diverso.
Per avere occasioni di confronto e socializzazione:
- per percepire la realtà delle cose senza il filtro ovattato delle mura domestiche;
- per acquisire consapevolezza, attraverso la socializzazione, delle prospettive utili e di quelle negate;
- per condividere la rabbia e il disappunto, per organizzarsi e far sentire la propria voce, per manifestare e protestare, ed eventualmente sostenere;
- per assumersi delle responsabilità circa il proprio futuro.
Ebbene, sto con Brunetta, perché sta anche nel mio interesse esserlo, anche se, a questo modo, non so se rientri propriamente nel suo.
A questo punto però torno all'incipit: è difficile avere a che fare con persone come Brunetta. Perché è uno che divide.
Voglio però vedere fino a che punto.
E lo faccio pubblicando quello che ormai è diventato un "outing" sulle pagine di facebook: il post "stavolta sto con Brunetta"
Aspettando le reazioni.
La discussione
Alla faccia di chi considera Facebook poco più che una modalità di "cazzeggio", io sono fiero di poter vantare amici virtuali che riescono a portare avanti discussioni anche spinose con competenza, equilibrio, e acume.
Così le reazioni arrivano, puntuali, precise, argomentate e utili nel fare un quadro di una vicenda che risulta infine complessa e articolata.
La discussione che ne è scaturita, a mio parere, è interessante.
Proverò a fare una sintesi per temi, che, come era lecito pensare, filtrano il problema "bamboccioni" tra aspetti economico-finanziari e aspetti culturali.
Nel sintetizzare la discussione, opererò una selezione dei temi, ricostruendo e interpretando un dialogo in modo arbitrario, sperando di non travisare o equivocare qualcuno. Nell'eventualità spero che le imprecisioni mi vengano segnalate in modo da apportare le opportune correzioni.
Citerò solo i nomi di chi è intervenuto commentando l'iniziativa di Brunetta e la posizione adottata dal moderatore (cioè da me).
Inizio col notare il sentimento diffuso circa l'ispirazione propagandistica dell'intervento di Brunetta, dalla "uscita mediatica" di Filippo, allo "slogan pubblicitario" pro candidatura veneziana di PD Calenzano (comune dell'area metropolitana fiorentina), al "colpo di teatro" e "cabaret" di Grazia fino alla più generica "demagogia" di Andrea.
Nessuno, tuttavia, limita il commento esclusivamente a queste considerazioni.
Filippo introduce quindi il collegamento tra "spot" e sostenibilità :
"un politico serio non fa una proposta se non ci sono le risorse per attuarla.
(…) è anche solo immaginabile che i soldi per quella iniziativa siano presi dalle tasche dei pensionati?"
Sull'eccessiva spesa pensionistica interviene con precisione Stefano, che ribadisce le premesse di partenza:
"grosso modo il nostro paese spende rispetto ad altre economie avanzate il 2% in più del PIL per le pensioni ed il 2% in meno per l'avviamento al lavoro (praticamente non spende nulla per i giovani, salvo scuola e università)".
In realtà, sempre Stefano non sembra dissentire da Filippo sul tema etico del sottrarre i soldi ai pensionati, specie se dovuti, quando precisa l'opportunità di ridurre la spesa pensionistica "passando ad un sistema a capitalizzazione completo nei tempi più brevi possibili. Non esistono "diritti acquisiti" se non quelli commisurati al versato".
Ma la pensione commisurata al versato è, ancora una volta, un boomerang per i giovani, che come scrive l'economista Tito Boeri verrebbero doppiamente discriminati, sia sul welfare che propriamente sul lavoro, tendenzialmente precario. Ricorda infatti Cristiana "la difficoltà con cui questa nuova generazione di precari riesca a raggiungere la possibilità di una pensione accettabile domani".
In questo scenario, secondo PD Calenzano "con 500 euro non si risolve nulla... soprattutto se queste 500€ in realtà manco ci sono. Se effettivamente l'intento del ministro Brunetta fosse quello di aiutare coloro che non hanno i mezzi per abbandonare la casa-madre, allora farebbe in modo che l'occupazione fosse un po' più sicura... quindi si accerterebbe che l'apprendistato (ed altri contratti di inserimento, progetto, etc) serva a fare l'apprendistato e non per frodare l'INPS"
Secondo Antonino, la proposta per affrontare il tema dei "bamboccioni" quindi non può che disporsi in modo organico:
"il problema non si risolve con le battutacce di Brunetta alle quali siamo abituati, ma occorre intervenire con riforme: lavoro, fine del precariato, flexsecurity, sostegno alle famiglie in difficoltà, abbassamento delle tasse alle famiglie con bassi redditi e figli ed una politica economica non attendista ma diretta ad accelerare la crescita della ricchezza. L'argomento è troppo vasto per essere liquidato con le battute di Brunetta".
Il tema proposto da Antonino, dovrebbe essere uno dei primi punti dell'agenda di Governo, o quantomeno dell'opposizione. Di seguito Tommaso commenta:
"purtroppo l'altra priorità di questi ultimi giorni è il programma del PD che va perfezionato e condiviso da tutti gli esponenti, tra cui anche questo problema, in cui ruotano tema per tema: giovani-istruzione-ricerca-sviluppo imprese-risanamento economico-egemonia del mercato italo-europeo. Purtroppo da prima delle primarie troppo tempo è stato sprecato dedicandoci ai pronostici, ai sondaggi, agli incarichi elettorali, agli "inciuci", alla nomenklatura, e, mi dispiace proferire, alla senilità d'iniziativa di Bersani".
Purtroppo.
Esauriti in qualche modo le argomentazioni a carattere economico-finanziario, buttiamoci a capofitto negli aspetti più sociologici e culturali della questione "bamboccionismo".
È davvero un male? Costituisce un impedimento alla presa di consapevolezza di una realtà che offre ai giovani scarse possibilità di realizzarsi nel lavoro e nella vita?
Una prima risposta viene da Grazia, della quale invito a leggere per intero il quadretto che disegna nel suo "thread" e che qui non riporto:
"il bamboccione è sempre esistito. Le famiglie patriarcali che altro erano se non l'espressione del più puro bamboccionismo? (…) Ora si sta meglio? Non mi sembra una grande evoluzione sociale la famiglia monocellulare! Comunque le famiglie si modellano anche in base alle esigenze collettive. Perchè i ragazzi non devono restare a casa? Perchè non si devono condividere beni e servizi? Non si diventa adulti e maturi solo se si va via da casa".
In effetti, la famiglia è (ed è sempre stato) a tutti gli effetti un potente "motore virtuale" dell'economia italiana, e il consiglio di Antonino in merito è di leggere "L'Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani. Alesina Alberto, Ichino Andrea, 2009, Mondadori. Questo libro che descrive la situazione della famiglia italiana è molto interessante per capire il fenomeno dei bamboccioni".
In ogni caso, dentro o fuori di casa, Andrea distingue i casi secondo cui "uno decide di studiare senza andare fuori corso, o proviene da famiglia benestante e può permettersi il monolocale figo in centro, o DEVE restare in casa, con buona pace dei grandi bamboccioni Padoa Schioppa e Brunetta. Inoltre, da liberale, ritengo che la scelta di andare fuori casa debba essere assolutamente libera e priva di condizionamenti; mi parrebbe quanto meno una forzatura pagare un ragazzo per andarsene dalla famiglia! False illusioni e utopiche indipendenze economiche sono in grado di generare mostri".
Gli fa eco Cristiana, introducendo anche un confronto internazionale:
"mi piacerebbe ricordare anche il diverso atteggiamento e supporto che altri paesi offrono agli studenti che effettuano l'Erasmus ed anche questo è uscire di casa, guardarsi intorno e vedere altre opportunità. Ma per i nostri studenti se lo possono permettere solo quelli hanno i genitori che li foraggiano. (…) Sia la Francia che la Spagna danno supporto agli studenti stranieri in Erasmus di circa 200€ mensili per aiutarli con l'affitto degli alloggi, questo significa anche attrazione e le nostre Università ne avrebbero bisogno".
Alessandro, invece, affronta direttamente l'utilità dell'incentivo alla socializzazione:
"che siano venute meno ai cosiddetti giovani opportunità di confrontarsi con realtà diverse dalle proprie (anche a seguito di esperienze negative e inutili come il servizio di leva) è indiscutibile. Quello che mi chiedo è se in passato queste esperienze abbiano contribuito alla propria crescita e di conseguenza a quella di intere generazioni. Vedendo le condizioni in cui versa il nostro paese ho forti dubbi".
Le conclusioni
Ho premesso di voler appoggiare Brunetta senza prestarmi al suo gioco. E questo è il risultato.
Il concetto di "bamboccionismo" è stato, seppur brevemente, declinato e contestualizzato. Sono stati differenziati gli ordini dei problemi e sono state impostate proposte di azione. Sono state manifestate diversità di opinione che tuttavia si sono opposte tra loro in un rapporto di complementarietà piuttosto che di scontro.
I punti di vista dai quali affrontare il tema sono stati diversi, e nessuno di essi scontato. D'altronde, la complessità dell'argomento non è sfuggita a nessuno.
Nessuno, infine, si è prestato al gioco di Brunetta. E questo è il risultato più importante della seppur breve discussione.
Provo quindi a sintetizzare in una frase il risultato:
"la famiglia è una risorsa cui i giovani devono poter ricorrere per libera scelta. Lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscano alle nuove generazioni di poter scegliere responsabilmente in piena libertà il loro progetto di vita; di conseguenza, il sistema di Welfare deve farsi carico delle scelte di autonomia dei giovani per il presente e per il futuro, organizzando in modo organico, sostenibile e non sperequato le risorse da investire per questi progetti, risorse fatte di educazione, di conoscenza, di percorsi di inserimento lavorativo, di sostegno al reddito individuale o familiare se necessario.
Se tutto ciò non dovesse avvenire, è legittimo che i giovani, che vivano o meno con i genitori, si incazzino.
Il problema è: si incazzeranno?

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