sabato 24 luglio 2010

Irene Tinagli sull’età pensionabile dei docenti universitari

Commento di Irene Tinagli pubblicato su La Stampa
“Come periodicamente accade nel nostro Paese, si riaccende il tormentone vecchi contro giovani, con l’eterno tema del ringiovanimento dell’università italiana. L’occasione stavolta è la proposta del Pd di mandare in pensione tutti i professori sopra i 65 anni, un’idea lanciata già qualche mese fa ma tornata d’attualità dopo l’apertura del ministro Gelmini. Chiaramente numerosi professori vicini o già sopra la soglia si sono indignati, sentendosi rottamati come vecchie auto, rivendicando l’enorme patrimonio culturale e scientifico che in questo modo andrebbe buttato al vento. Altrettanto prevedibilmente i sostenitori della proposta hanno accusato chiunque fosse contro di voler difendere i baroni, di essere i peggiori nemici dei giovani e così via. C’è tuttavia qualcosa che non torna in questo dibattito un po’ scontato.
Dal lato dei «giovani», per quanto sia facile simpatizzare per i ricercatori che lavorano nel sistema universitario italiano con contratti precari e stipendi da fame, non torna affatto il ragionamento per cui chiunque abbia più di 65 anni rubi lo stipendio mentre i giovani che verrebbero immessi nel sistema sarebbero tutti grandi talenti iperproduttivi.
E non torna che persone che per anni hanno usato la retorica del merito e della qualità propongano una misura così indiscriminata che non entra in nessun modo nel merito e nella qualità delle cose. Dall’altro lato, però, stona anche sentire illustri professori difendere la propria categoria autoproclamandosi indispensabili al prestigio e al futuro della ricerca italiana, quando da decenni non sono sottoposti ad alcun tipo di verifica o valutazione.
È sicuramente una situazione complessa, e anche alcuni dei correttivi ipotizzati potrebbero non funzionare, come l’idea espressa mercoledì sul Corriere da Francesco Giavazzi di togliere agli ultrasessantacinquenni il potere di voto nei concorsi. Soluzione interessante, ma che potrebbe non sortire gli effetti sperati, visto che il groviglio di relazioni, favori e amicizie tra professori è talmente fitto che chi voglia manovrare i concorsi può tranquillamente farlo tramite le «seconde file» di suoi fedelissimi. Senza considerare che anche in questo caso si torna a dar per scontato che tutti i sessantacinquenni stiano lì solo per manovrare i concorsi. La questione si potrebbe risolvere in altro modo. Cercando di vedere la parte di ragione di entrambi anziché accanirsi sui rispettivi torti. È vero che l’Università italiana ha raggiunto un livello di vecchiaia ormai patologico ed è vero che ci sono dei professori ordinari che assorbono tantissime risorse economiche senza produrre ricerca scientifica di qualità. Ma è altrettanto vero che ci sono anche professori sopra i 65 anni ancora produttivi, di prestigio internazionale, che possono continuare a dare un contributo importante alla ricerca e alle nuove leve di studenti e ricercatori. Dunque una possibile soluzione: istituire una valutazione rigorosa sulla qualità della produzione scientifica di tutti i professori associati e ordinari, a prescindere dall’età (non solo esistono validi indicatori, ma adesso esiste anche un’Agenzia in Italia, l’Anvur, che avrà le carte in regola per condurre tali valutazioni). I professori che non rientrano negli standard qualitativi previsti potranno scegliere: se hanno un’età pensionabile possono andare in pensione, altrimenti dovranno optare per un contratto differenziato che preveda solo docenza, non ricerca, e che abbia quindi un salario ridotto della metà.
In questo modo i professori che reclamano la propria indispensabilità al sistema universitario italiano avranno finalmente l’opportunità di dimostrarlo. E di farlo non attraverso i criteri del «merito eccezionale» non ben definito che prevede la proposta del Pd, ma dimostrarlo attraverso una regolare valutazione delle loro attività secondo standard scientifici internazionali (così come avrebbe voluto fare il senatore Ignazio Marino, purtroppo inascoltato dal suo stesso partito). Dopotutto il mantenimento in servizio di un professore bravo non deve essere visto come un favore al professore, ma un servizio alla società. Non solo, si risolverebbe anche la questione delle risorse economiche, perché mandare in pensione tutti gli ordinari sopra i 65 significa comunque un onere per le casse dello Stato, a fronte di nessun servizio reso. Invece, riducendo lo stipendio per chi faccia solo attività didattica, si avrebbe una spesa complessiva molto minore, per un servizio importante che comunque viene reso. Infine, si risolverebbe anche la questione dell’intra moenia per i professori sollevata sempre dal Pd. È vero che molti professori hanno attività professionali a latere di quella accademica, ma questo non necessariamente incide sulla qualità della ricerca e dell’insegnamento. Se un docente riesce comunque a produrre ricerca di qualità potrà fare quello che vuole nel tempo libero, se invece le attività extra vanno a detrimento della qualità accademica sarà lui il primo a tagliare sulle consulenze se ha intenzione di restare professore full time”.
Irene Tinagli

I dipendenti del settore pubblico e privato quando vanno in pensione portano a casa conoscenze e competenze importanti, danneggiando in molti casi l’impresa dove operano. Quindi occorre affrontare la sfida della perdita di conoscenze e competenze che in una impresa privata può essere affrontata con più flessibilità ed efficienza.
Tale problematica può essere affrontata utilizzando diversi strumenti:
- Diagnosi e valutazione del rischio del pensionamento;
- Pianificazione della successione attraverso programmi di sviluppo delle risorse umane e delle competenze;
- Nuovi rapporti di collaborazione per i dipendenti in pensione con conoscenze e competenze rilevanti e preziose.
La regola del pensionamento dei docenti universitari al compimento del 65° anno di età deve essere accompagnata dalla possibilità di riassumere con  modalità nuove, magari in part-time, coloro che possiedono competenze preziose per l’università attraverso “una regolare valutazione delle loro attività secondo standard scientifici internazionali”. La dispersione ed il depauperamento delle conoscenze e delle competenze è un rischio da affrontare con mezzi adeguati al fine di elevare il patrimonio intangibile delle Università.
Le università sotto esame di Francesco Giavazzi
Mandatemi in pensione ma tutelate la qualità di Michele Salvati
Un'idea su pensioni e ricerca di Angelo Panebianco
Marco Meloni risponde a Irene Tinagli
Un errore punire gli anziani di Piero Ostellino
il cannocchiale

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mercoledì 21 luglio 2010

Richiesta del PD ad Antonio Martone

Comunicato dei senatori Pd della Commissione Lavoro del Senato, 20 luglio 2010
La funzione di Presidente dell’Autorità indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche (Civit) richiede non soltanto assoluta integrità personale e indipendenza totale nei confronti di qualsiasi altro potere pubblico o privato, ma anche assenza di qualsiasi ombra su tali qualità. Nel momento in cui sulla persona del dott. Antonio Martone si appuntano notizie di comportamenti gravemente incompatibili con questi requisiti, ancorché fondate su conversazioni telefoniche di terzi, egli ha il dovere di prendere pubblicamente, in qualità di Presidente della Civit, una posizione dalla quale risulti in modo molto preciso e netto

- l’inesistenza dei comportamenti che gli vengono attribuiti;

- la sua estraneità a qualsiasi rapporto associativo, formale o informale, con soggetti interessati a influire sul funzionamento di organi istituzionali, giurisdizionali o amministrativi;

- l’assenza di qualsiasi fatto o circostanza, presente o passata, che lo renda suscettibile di ricatto o pressioni da parte di chicchessia.

Una siffatta presa di posizione chiara, netta e convincente, appare particolarmente necessaria in questo momento, nel quale la Civit è oggetto di attentati ripetuti non solo alla sua indipendenza, ma alla sua stessa esistenza, anche ad opera di esponenti del Governo e componenti della maggioranza. Il grado di autorevolezza di un’istituzione come la Civit dipende, certo, dalla competenza tecnica e professionale dei suoi componenti, ma è anche correlato alla loro riconosciuta e indiscussa integrità morale: qualsiasi ombra che li sfiori finirebbe per riflettersi sull’istituzione e conseguentemente indebolirla, contribuendo al disegno di chi vuole impedirne il funzionamento e ostacolare l’emancipazione delle amministrazioni pubbliche italiane dal circolo vizioso di arretratezza, inefficienza, opacità e malaffare in cui troppo sovente sono imprigionate.
Pietro Ichino, Luigi Zanda, Tiziano Treu, Giorgio Roilo, Rita Ghedini, Tamara Blazina, Paolo Nerozzi, Achille Passoni

La risposta di Antonio Martone
Il “comunicato dei senatori PD della Commissione Lavoro del Senato” diramato oggi, mi impone di uscire, sia pure con sintetiche dichiarazioni, dal riserbo che, per il rispetto che devo all’operato dei magistrati, mi ero imposto subito dopo aver inviato ai mezzi di informazione, il 12 luglio, la lettera aperta al Presidente dell’ANM che allego.
Con riferimento ai fatti che i mezzi di informazione hanno tratto dall’ordinanza del GIP di Roma e alle intercettazioni pubblicate oggi su il Fatto Quotidiano, ribadisco che non ho mai fatto o tentato di fare interventi sui giudici della Corte Costituzionale, sui componenti del CSM e sui magistrati della Cassazione che hanno adottato i provvedimenti ivi richiamati e sono del tutto estraneo agli episodi relativi alla candidatura alla presidenza della Regione Campania, agli impianti eolici, alle nomine di dirigenti degli uffici giudiziari e alla decisione sulla esclusione della “Lista per la Lombardia” in occasione delle ultime elezioni regionali.
Non ho mai fatto parte di associazioni segrete e non ho tenuto alcun comportamento che mi possa esporre a ricatti o illegittime pressioni, come credo possano dimostrare i quasi 45 anni di appartenenza all’ordine giudiziario e, in generale, tutta la mia vita.
Ciò nonostante, in questo delicato frangente, rappresentare all’esterno la CIVIT mi pone in una situazione di imbarazzo che non voglio si rifletta sui lavori di un’Istituzione nella quale credo. Pertanto, d’accordo con i componenti della Commissione, fin dalla settimana passata ho pregato il componente decano di sostituirmi in attesa del periodo feriale.

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martedì 20 luglio 2010

Meritocrazia. Letture consigliate

Articolo di Franca Porciani pubblicato su Corriere della Sera del 4 luglio 2010
Ognuno di noi è quello che riesce a diventare. È così da quando la rivoluzione francese e quella americana posero le basi di una cultura che «cambiò» un futuro fino allora preordinato dalla nascita. Il diritto al merito sembra una certezza acquisita nelle società occidentali mature; eppure, all' interno di questo percorso storico, c' è anche un Paese come l' Italia, che vive in cronica «asfissia» di merito. Cosa denunciata da molti e oggetto di lamentele ricorrenti: la fuga dei cervelli (ora si chiama, più modernamente, brain drain, ma è la stessa storia), l' innovazione che non viene premiata, l' università vecchia e governata da baroni, le scarse opportunità di lavoro, la mediocrità dilagante. Come sintetizza Roger Abravanel in Meritocrazia (Garzanti editore):«La società italiana è profondamente disuguale e statica. Il destino dei figli è legato a quello dei genitori; molto di più di quanto avvenga in altri Paesi. La disuguaglianza fra ricchi e poveri continua ineluttabile». Ma se il merito inteso come risultato di un' alchimia riuscita fra talento e impegno (così lo definì alla fine degli anni Cinquanta il sociologo inglese Michael Young, inventore del termine meritocrazia) si è affermato nelle società anglosassoni, nei Paesi del Nord Europa, in Francia e in Germania, resta un sogno nel cassetto (di pochi) nel nostro Paese.   Nonostante che la sua negazione, nelle grandi scelte sociali come nella vita quotidiana, sembri a molti (quasi a tutti) la causa della decadenza italiana. Ovvero della sua scarsa capacità di ideazione, delle misere opportunità di formazione e di lavoro; alla fine, della infelicità stessa degli italiani, visto che la strada sbarrata al merito genera povertà, incertezza del futuro, pessimismo, bassa fecondità, poca voglia di vivere. Una così ostinata assenza della cultura del merito, impenetrabile ad ogni stimolo venga da un altrove, regge alla crisi e alle critiche. Perché? Probabilmente quell' assenza è riempita da riferimenti culturali differenti, altrettanto strutturati e a loro modo vincenti, una vera e propria «cultura del demerito». Basata in primo luogo sull' enorme forza della famiglia in Italia e sulla sua capacità di far prevalere la logica dell' appartenenza che detta regole spesso in contrasto con quelle della comunità, di cui cerca di limitare riconoscimenti, sia economici sia di prestigio. E il talento senza riconoscimento non vale. Come sottolinea Cristina Palumbo Crocco in Meritocrazia (Rubbettino editore):«Un talento che si esplica senza esercizio e applicazione sembra perdere il suo reale valore. Ad esempio, si può cantare sotto la doccia per diletto. Tuttavia, si merita di essere definito un cantante se si corrisponde a determinati criteri di valutazione sociale. Il talento di per sé è la possibilità che un individuo ha per caratterizzarsi, per esprimersi. Ma per avere merito occorre competere nell' agone sociale, misurarsi con le sfide del proprio tempo». Sfide bloccate dal familismo che diventa «amorale», per Abravanel, quando «gli individui tentano di massimizzare solamente i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo famigliare». Nucleo famigliare che è anche cordata, appartenenza ad un' isola di potere, come denuncia Nicola Gardini, approdato ad una cattedra di Letteratura italiana all' Università di Oxford dopo un percorso ad ostacoli frustrante nell' università italiana, in Baroni (Serie bianca Feltrinelli):«Preoccupati di promuovere solo le loro cause personali, incuranti dello sviluppo del sapere e delle coscienze, i baroni provocano ogni giorno, nella più arrogante certezza dell' impunità, danni incalcolabili al patrimonio umano e intellettuale dell' intero Paese». Ma il familismo prospera e regge nel tempo anche perché rappresenta una rete di protezione, un paracadute, contro una «sana» competizione che nessuno vuole perché viene considerata utopistica, irrealizzabile. Così come sembra impossibile ridurre le rendite di posizione e il potere delle caste, anche se pare giusto denunciarle (il successo della Casta di Gian Antonio Stella e di Sergio Rizzo è una buona cartina di tornasole di questo comune sentire). «Non dimentichiamo che a questo immobilismo contribuisce la nostra tradizione accademica che conserva ancora oggi un concetto di cultura elitario: non crede nel confronto con il grande pubblico, e di conseguenza non lo vuole, a differenza di quanto avviene nel mondo anglosassone» aggiunge Luca Formenton, presidente del gruppo editoriale il Saggiatore, e vicepresidente della fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. «Difficilmente - prosegue - un editore riesce in Italia a semplificare, a tradurre in un linguaggio comprensibile a tutti, i volumi prodotti da storici o letterati. Il "sapere" deve restare un privilegio». Sta di fatto che in Italia regna la sfiducia del merito. E nessuno sembra riuscire ad essere diverso. Perché? C' è senz'altro la paura di restare fuori, di perdere anche quel minimo di garantito che la nostra società, grande alfiere della mediocrità come unico punto di arrivo, sembra distribuire, alla fine, a tutti, o per lo meno, a molti. Basta accontentarsi e non aspirare al meglio. Una paura che ha origini complesse e antiche: qualcuno è convinto che affondi le radici addirittura nelle corporazioni medievali con i loro monopoli di arti e mestieri; altri sostengono che la cultura cattolica abbia tradizionalmente enfatizzato i valori di solidarietà a scapito dell' individualità e del merito, più vicini al mondo anglosassone. Giovanni Floris, in Mal di merito (Rizzoli editore) mette in evidenza un altro elemento: «La tradizione culturale di matrice socialista e comunista, fortemente egualitaria, tende a leggere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale, sottolineando come chi gode di una situazione economica di privilegio sia fatalmente favorito rispetto a chi proviene da situazioni di svantaggio». Non a caso i vari sondaggi condotti, anche da enti internazionali, confermano che per gli italiani il valore più importante per arrivare ad una certa posizione è ancora oggi la rete di conoscenze e non il talento, l' impegno, la capacità professionale. D' altro canto qualche «seme» di merito, come lo chiama Abravanel, c' è anche in Italia. Un esempio per tutti la scuola Normale di Pisa, che dalla sua nascita, voluta nel 1810 da Napoleone, ad oggi mantiene «miracolosamente» la capacità di premiare i migliori. Con quale formula? Spiega il direttore, Salvatore Settis, archeologo, che di merito ha parlato in Quale eccellenza? (Laterza editore):«Se dovessi rispondere con una parola, direi selezione. L' accesso alla Normale è condizionato da esami scritti e orali approfonditi. E può succedere che gli ammessi non coprano tutta la disponibilità di posti. È accaduto anche alla penultima selezione: sono rimasti vacanti 4 posti su 60, nonostante avessero partecipato più di mille studenti». E i docenti? Come è possibile sceglierli senza essere condizionati dai vizi del sistema universitario italiano? «Li prendiamo "dal mercato", evitando i concorsi, perché si tratta di cattedre per trasferimento - risponde Settis -. Quando vogliamo coprire un posto, il docente viene scelto in base a lettere di referenze di colleghi di tutto il mondo, pubblicazioni, ricerche». Un altro pianeta? No, avviene in Italia.


Altre pubblicazioni
Irene Tinagli, Talento da svendere, Einaudi, 2008;
Nicola Gardini, Baroni, Serie Bianca Feltrinelli 2009;
Christopher Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli 2001;
Walter Kirn, Tra le nuvole, Rizzoli 2010.

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venerdì 16 luglio 2010

Tassazione delle transazioni finanziarie

La crisi economica e finanziaria globale non è superata e si ripresenta nella sua gravità. Il FMI propone il blocco della spesa pubblica ed un livello dell’indebitamento pubblico pari al 60% del Pil. Gli Stati nazionali, particolarmente, l’Italia, sono più impegnati a ridurre il debito pubblico anziché promuovere strumenti e condizioni di sviluppo dell’economia. Si rischia di far pagare il costo della crisi ai cittadini (stato sociale, aumento delle imposte, pensioni, sanità, livelli di occupazione).
Vincenzo Visco propone nuovi strumenti: - La tassazione delle transazioni finanziarie; - La creazione di un fondo globale o almeno europeo che gestisca il debito degli Stati e lo riconduca al periodo pre-crisi. Dagli Stati Uniti interviene Pierluigi Bersani che rilancia la proposta a livello internazionale.
Il problema da risolvere è quello di non far pagare la crisi ai cittadini che non hanno alcuna responsabilità e già pagano gli effetti della crisi.
Articolo di Vincenzo Visco pubblicato su Il Corriere della Sera del 13 luglio 2010
“Nel futuro prossimo, per tutti i Paesi si prospetta un difficile trade-off tra risanamento dei bilanci pubblici e recupero della crescita economica. Secondo il Fmi l' obiettivo delle politiche economiche dei governi per i prossimi anni dovrebbe essere quello di riportare al più presto il livello del debito pubblico al 60% del Pil. Date le dinamiche già verificatesi e quelle previste, ciò comporta una correzione media dei bilanci pubblici di poco meno di 9 punti di Pil per raggiungere l' obiettivo nel 2030. A ciò si deve aggiungere un ulteriore aggiustamento di 4 o 5 punti necessario in molti Paesi per fronteggiare la crescita della spesa per pensioni e sanità. Come realizzare questi obiettivi? Il fondo propone il blocco per 10 anni della spesa pubblica pro capite in termini reali; riforme previdenziali e della sanità per ridurne i costi (aumento dell' età pensionabile, e della compartecipazione alla spesa sanitaria dei privati), e un robusto aumento delle imposte, dall' Iva (aumentando le aliquote ridotte, o introducendola là dove non esiste), alle accise, all' imposizione patrimoniale (immobili), all'introduzione di imposte ecologiche, oltre a misure di contrasto all'evasione, per un ammontare medio complessivo che potrebbe raggiungere il limite massimo di oltre 5 punti di Pil. Non è sorprendente che queste prospettive terrorizzino i governi e i Parlamenti di tutto il mondo, e siano rifiutati dai cittadini di tutti i Paesi che non comprendono perché dovrebbero essere loro a farsi carico degli eccessi finanziari degli anni passati. Esistono strade alternative? Probabilmente sì, ma si tratta di soluzioni che dovrebbero essere assunte in modo concordato e coordinato: una crisi globale richiede inevitabilmente soluzioni globali. Il problema di fondo è quello di liberare i bilanci degli Stati dal peso contabile e finanziario dell' eccesso di debito che si è creato a causa della crisi riportando la finanza pubblica alle condizioni esistenti a fine 2007: si tratta finora di circa 20 punti di Pil per le economie avanzate. Una soluzione possibile sarebbe quella di conferire in un apposito fondo quote di debito sovrano dei diversi Paesi variabili in relazione all'impatto della crisi su ciascun Paese, scorporandole dai bilanci nazionali, e riconoscendo così la loro natura di debiti collettivi. Inizialmente l'attivo del Fondo sarebbe rappresentato da titoli di Stato di diversi Paesi e quindi beneficerebbe delle stesse garanzie implicite. Il Fondo tuttavia dovrebbe poi funzionare secondo regole di mercato, come un normale operatore. Tuttavia il pagamento degli interessi e il rimborso del debito sovrano che rappresenta l'attivo del fondo dovrebbe essere assicurato dall'introduzione, decisa collettivamente dagli Stati, di una imposta dedicata sulle transazioni finanziarie il cui gettito - com' è noto - sarebbe ampiamente sufficiente. Si darebbe così un senso preciso al dibattito confuso e non coordinato sulla opportunità di introdurre misure di tassazione di banche e banchieri: nell' ipotesi prevista, infatti, i mercati, gli operatori e gli investitori finanziari pagherebbero quanto necessario (e per il tempo necessario) a liberare i bilanci pubblici dalla zavorra della crisi, i cittadini da aumenti fiscali e tagli tanto pesanti quanto incomprensibili, e le economie dal pericolo di una prolungata stagnazione. A ciò si aggiungono gli evidenti vantaggi politici per i governi. L' imposta sulle transazioni, decisa a livello internazionale, potrebbe comportare una limitata cross-subsidiation tra i diversi Stati, dal momento che non esiste una corrispondenza esatta tra debiti conferiti nel fondo e ammontare delle transazioni sui mercati domestici. Ciò tuttavia non avrebbe effetti sostanzialmente diversi da quanto già implicito nei meccanismi di sostegno decisi recentemente nella Ue. I risultati che sarebbe lecito attendersi da un tale intervento sarebbero: a) di rassicurare i mercati circa la solvibilità dei debiti extra creatisi a causa della crisi nei diversi Paesi; b) di riportare i bilanci pubblici nella situazione pre-crisi, ciascuno con i suoi problemi, ma senza il sovraccarico degli effetti di una crisi devastante e non gestibile a livello nazionale; c) di garantire il rimborso e il servizio del debito. Gli aspetti più strettamente tecnici della proposta andrebbero approfonditi e concordati. Andrebbe per esempio evitato il rischio che il mercato possa spostarsi dai Paesi che applicano l' imposta a quelli che non la applicano, il che richiede una cooperazione internazionale; inoltre andrebbe previsto che tutte le transazioni (comprese quelle Otc) fossero liquidate nelle clearing houses, in modo da facilitare la riscossione delle imposte. Tutti comunque trarrebbero un beneficio dall'attuazione delle proposte: Stati, mercati, cittadini, sistemi economici, se la proposta non fosse praticabile a livello globale, potrebbe funzionare anche se limitata a livello di Ue. Un eventuale accordo dovrebbe comunque comportare anche un impegno dei Paesi partecipanti a uno stringente controllo della finanza pubblica nazionale, e a non aumentare il debito pubblico, anzi a ridurlo progressivamente se (come nel caso dell'Italia) esso fosse elevato”.
Vincenzo Visco

Si riportano le dichiarazioni di Pierluigi Bersani pubblicate su Il Sole 24 Ore del 15 luglio 2010
Una tassazione sulle transazioni finanziarie a livello internazionale: é la proposta che il Pd ha portato all'attenzione del Fmi. Il segretario Pier Luigi Bersani, in una conversazione con Radiocor, spiega che l'idea di un intervento sui profitti di banche e soggetti finanziari a livello nazionale rischierebbe di ricadere sui consumatori, mentre una tassa sulle transazioni finanziarie «é un altro discorso».
La ricetta per evitare che il rientro degli Stati sovrani dal debito causato dalla crisi finanziaria a partire dal crack della Lehman Brothers «ricada sulle politiche sociali e per l'innovazione» é stata al centro dell'incontro a Washington col vicedirettore generale del Fmi e con il direttore esecutivo per l'Italia, John Lipsky e Arrigo Sadun.
La proposta avanzata dal Pd prevede la costituzione di un fondo ad hoc, una sorta di bad company, dove far confluire i debiti direttamente causati dagli interventi anticrisi. «Il Fondo monetario internazionale riconosce che la finanza deve dare un contributo, ma sui meccanismi é cominciata una discussione che non ha ancora portato ad una soluzione», sottolinea Bersani. «Loro propendono per una griglia di possibili interventi affidati alla dimensione nazionale; mentre la nostra proposta é su scala globale; almeno europea, ma anche maggiore. Secondo il Fmi, però, é difficile coinvolgere alcuni Paesi, come quelli emergenti».
Il dibattito, rileva ancora Bersani, riguarda anche la natura dei segnali di recupero dell'economia che si registrano in questo periodo e che per il Fmi mostrano «una ripresa seppur lenta» mentre «noi siamo più pessimisti e se si tratta di un rimbalzo» ci sarà la necessità di «intervenire più drasticamente per la riduzione dei debiti e per consentire politiche maggiormente espansive».
Bersani, che é accompagnato tra gli altri dal responsabile economia del partito, Stefano Fassina, ha avuto una serie di incontri a Washington in questi giorni e dice che «c'é interesse su cosa sta succedendo in Italia e sulla sua stabilità».
Articolo di Vincenzo Visco pubblicato su L'Unità del 24 luglio 2010

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giovedì 15 luglio 2010

Immigrazione e solidarietà

Ieri sera, 13 luglio, presso la Festa Democratica di San Michele, si è svolto un interessante incontro coi tre consiglieri regionali Laura Puppato, Franco Bonfante e Roberto Fasoli, sui temi dell'immigrazione e dello sviluppo economico della regione. Un'ampia parte del dibattito si è poi incentrato sull'inceneritore di Cà del Bue.
Finalmente si è parlato diffusamente dell'accoglienza degli stranieri sul nostro territorio, con una prospettiva completamente diversa da quella cavalcata dalla lega, che da anni demonizza il fenomeno.
Per il Partito Democratico i nuovi cittadini vanno accolti positivamente, perchè contribuiscono col loro lavoro allo sviluppo della nostra terra ed al benessere delle nostre famiglie. La maggior parte di loro si sono ben integrati nelle strutture del territorio ed hanno buoni rapporti con gli “indigeni”, per cui bisogna in tutti i modi facilitare la loro integrazione nel tessuto sociale.
Parole chiare contro tutte le manifestazioni di ostilità verso gli stranieri a cui ci hanno abituati molti degli attuali governanti: a partire dai respingimenti in alto mare, con esiti a volte mortali per molti di loro, alle iniziative locali come quella dell'inverno scorso, denominata “White Christmas”, (a mio avviso in spregio anche dello spirito cattolico che tanto viene osannato in altre occasioni); fino al pasto negato a tanti bambini colpevoli di essere anche poveri, oltre che stranieri. Per non dimenticare il discusso obbligo da parte dei medici di denunciare i clandestini.
Il Partito Democratico indica la strada dell'accoglienza, dell'apertura, confermando finalmente valori morali che si credevano perduti, visto che altri ci spingevano ad “essere cattivi per legge”!!!
Senza sconti, naturalmente, per chi dimostra di non seguire le nostre leggi. Ma questo, vale anche per gli italiani?
Di conseguenza, il PD si dichiara contrario ai CIE in generale, ed all'apertura di nuovi Cie di conseguenza, anche sul territorio veronese, in quanto queste strutture, fortemente lesive della dignità umana, si sono dimostrate anche inutili, talvolta causa di gravi problemi.
Voglio perciò ringraziare i nostri consiglieri per le forti prese di posizione assunte, e per l'impegno che sicuramente metteranno in campo.
E un ringraziamento particolare alla moderatrice, la giornalista Anna Zegarelli, che ha saputo condurre l'incontro in modo vivace e spiritoso, molto efficace.

Paola Lorenzetti coord. Forum Immigrazione PD Verona

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domenica 11 luglio 2010

Continua l’impegno per il congresso PD

Nonostante il pomeriggio caldo e l’orario infelice l’incontro del gruppo “Ripartendo da noi” di Verona è riuscito grazie ad una ampia partecipazione ed al desiderio di confrontarsi sulle prospettive politiche del PD, del Paese e della provincia di Verona.
In un momento di crisi economica e sociale e di distacco della società dal sistema politico non è facile trovare persone disponibili ad affrontare i temi più attuali che interessano il paese.
L’incontro è stato aperto da Davide Mantovanelli, Francesco Magagnino, Federica Foglia e Marco Taietta. Subito dopo sono stati organizzati due gruppi di lavoro coordinati da Davide Mantovanelli e Stefano Ceschi.
La crisi del sistema politico ribadita puntualmente dai giornali con i fatti di cronaca (cricca, comitati di affari e associazione segreta) ci pone il problema di ripristinare gli elementi essenziali del modo di fare politica: probità, costruire il futuro per gli altri (ceti più deboli), trasparenza, comprensiva dell'informazione e della comunicazione, per ristabilire un rapporto di fiducia con i cittadini (partito delle astensioni), valori condivisi e regole conseguenti, competenze da mettere al servizio del paese.
Ritengo che dalla messa in opera di tali fattori può essere ristabilito un rapporto di fiducia con i cittadini e realizzata una efficace azione politica.
Qui il resto del post Davide Mantovanelli nel suo gruppo ha posto tre provocazioni sulle quali discutere: 1) “Il collante del partito è l'antiberlusconismo o sono più forti i valori condivisi”; 2)“Il presidente del CENSIS, De Rita, ha recentemente sostenuto che il PdL è in crisi ma che il PD non tocca palla. Quali potrebbero essere dunque i requisiti per riacquistare credibilità presso l'elettorato?”; 3)“ E' necessario riattivare i canali classici di collaborazione con le Organizzazioni del lavoro, dell'associazionismo, della tutela dell'ambiente, con cui ci si è storicamente rapportati a sinistra, o la società ci richiede forma diverse per rivolgerci ad essa?.
“Gli interventi sviluppatisi, ha affermato Mantovanelli, hanno evidenziato la vocazione del PD come forza protesa alla valorizzazione del Lavoro, della Cultura, della Sanità e della Scuola pubblica. É stato inoltre evidenziato che la necessaria riforma dello Stato Sociale deve passare da una seria politica dei redditi (quelli italiani sono agli ultimi posti in Europa) per far si che la meritocrazia non sia solo appannaggio dei ceti superiori (che hanno maggiore accesso alla formazione) ma coinvolga ogni fascia sociale. Anche il rigore fiscale è stato giudicato fondamentale per garantire un sistema genuinamente democratico”.
“E' stato inoltre messo in luce, ha conti9nuato Mantovanelli, che il ruolo delle donne, nonostante l'introduzione delle quote, resta ancora troppo marginale a causa, soprattutto, dei tempi e delle modalità di fare politica imposte dagli uomini che rendono complicata la conciliazione con i tempi di vita e di lavoro femminili.
E' stato ribadito che la trasparenza decisionale, accompagnata da una forte campagna di moralizzazione nella gestione della cosa pubblica, deve essere elemento imprescindibile del PD”.
“Le primarie dovranno essere organizzate a Verona, ha concluso Davide Mantovanelli, in modo da permettere una reale espressione della volontà degli iscritti e degli elettori del Pd. Si sono raccolte inoltre le varie sollecitazioni provenute dai partecipanti ed a breve si provvederà a stilare un documento riassuntivo. Finalità del gruppo di lavoro sarà l'individuazione di alcune priorità tra le tante prese in considerazione e l'organizzazione di eventi per portare all'esterno questi messaggi. Dato l'approssimarsi delle scadenze congressuali sarebbe importante che da questi incontri nascessero proposte che contribuissero all'arricchimento dell'Assise del prossimo autunno. Vorremmo infatti che quest'ultima non si sviluppasse essenzialmente da stimoli del Partito a livello nazionale ma che si articolasse anche dalle proposte nate dagli iscritti del territorio”.
Stefano Ceschi ha riassunto cosi il lavoro del suo gruppo: “Un incontro di persone che vogliono bene al PD, che ci credono ancora, che si rendono conto che ci sono alcuni correttivi da mettere in pratica per presentarsi come reale alternativa di governo anche a Verona. Il dibattito ha evidenziato la necessità di chiarire in maniera definitiva la nostra identità, le parole chiave che ci contraddistinguono in modo da poterci presentare ai cittadini in maniera chiara, essendo identificabili con i temi che ci stanno più a cuore e non semplicemente rincorrendo i temi proposti da Lega Nord e PDL.
Le parole ambiente, solidarietà, lavoro risultano essere gli argomenti più avvertiti dai partecipanti. Pertanto, occorre impostare un lavoro programmatico e declinare le stesse in proposte concrete da presentare ai cittadini.
Solo una volta individuata chiaramente la nostra “identità” e definite in un programma le proposte concrete si potrà confrontarsi con le altre forze politiche per cercare eventuali alleanze anche diverse dalle attuali in campo. Prima identità e programmi chiari poi alleanze.
L’organizzazione del partito, secondo i partecipanti all’incontro, deve essere migliorata in alcuni aspetti come il funzionamento dei Circoli ai quali devono essere garantite un minimo di risorse e si deve fare in modo che i Circoli si organizzino per aree territoriali omogenee in modo da non limitarsi ad affrontare solamente i problemi legati al singolo Comune ma confrontarsi con il territorio di appartenenza e successivamente con il provinciale. Alcuni esempi positivi esistono già, come il coordinamento dei circoli dell’Est o dell’area villafranchese, buone prassi da incentivare e replicare anche con l’aiuto di un segretario organizzativo che si occupi di questo. Fare politica non sono con passione e buona volontà ma anche con competenza.
Il PD deve instaurare un rapporto più saldo con le associazione ed i comitati, questa deve essere una scelta strategica portata avanti con metodo rispettando ovviamente le diversità tra un partito e un comitato, una forma di collaborazione che in anni passati ha portato a buoni frutti e che bisogna riscoprire.
L’incontro si è svolto in un clima estremamente positivo e propositivo, senza barriere e limitazioni legate a partiti di appartenenza precedente con una gran voglia di mettersi a disposizione per “prendere possesso” ed identificarsi pienamente nel Partito Democratico”.
L’incontro è stato molto interessante ed utile per il dibattito congressuale.
Il prossimo appuntamento è per il mese di settembre per continuare il percorso intrapreso e stabilire una piattaforma programmatica per il congresso.

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giovedì 8 luglio 2010

Congresso PD. Una nuova generazione propone

In vista del congresso del Partito Democratico di Verona un gruppo di giovani ha iniziato a lavorare su un progetto ambizioso di cambiamento del partito veronese. Si inizia cosi a parlare di:
- identità del PD;
- trasparenza, competenze e sobrietà;
- superamento del correntismo esasperato e del cumulo degli incarichi;
- riorganizzazione del PD;
- altri argomenti. Comunicato stampa
E’ stato costituito un gruppo in Facebook ed organizzato il sito http://www.pdnoi.it/ dove ciascuno può aderire liberamente.
I temi trattati dal gruppo sono molto interessanti e condivisibili ma occorre tenere presente che la giovane età senza idee è arida e non produce nulla di nuovo tranne la eventuale sostituzione del gruppo dirigente. Le buone idee non hanno età e si possono trovare nei giovani e nei meno giovani. Quindi, occorre un programma più ampio e complesso che sia in grado di realizzare la massima convergenza possibile al fine di avviare una nuova stagione di rinnovamento e cambiamento nel PD di Verona.
Per approfondire l’avvenimento ho posto alcune domande a Federica Foglia, docente di musica e coordinatrice del circolo PD di Valeggio sul Mincio.

Cosa rappresenta il gruppo “Ripartendo da noi” nel panorama del PD?
Ripartendo da noi è un laboratorio politico di lavoro che nasce da un gruppo di giovani under 40 che ha voglia di agire nell’ottica di costruire un progetto da presentare al congresso avvalendosi del le molte competenze presenti all’interno del Partito.
Parlo di competenze perché il progetto è ambizioso e vuole crescere partendo da programmi realizzabili in termini di sostenibilità e indicando modalità operative.
Non abbiamo espresso alcuna candidatura, poiché il nome uscirà dal percorso che faremo insieme, dovrà essere colui o colei che riterremo maggiormente in grado di far crescere il Partito Veronese nell’ottica della chiarezza e della competenza.

Cosa avete in programma nell’immediato?
Inizieremo a lavorare sabato 10 dalle 14,30 presso gli Impianti Sportivi di Sommacampagna cercando di creare un contesto di apertura e condivisione con il contributo di tutti coloro che vorranno partecipare con le loro idee e le loro competenze.
Ci siamo proposti di potenziare l’identità del nostro partito partendo da temi forti quali lavoro, difesa dei più deboli, legalità, salvaguardia dell’ambiente, lotta alle discriminazioni. Crediamo nella necessità di un reale rinnovamento della classe dirigente, che ponga in primo piano, come criteri per la selezione, la questione della trasparenza e delle competenze.

Come vi ponete rispetto ai circoli del PD?
È importante valorizzare il lavoro dei circoli curando in modo più efficiente la rete di comunicazione fra di noi, cercando di utilizzare in maniera più adeguata il prezioso contributo proveniente dai molti circoli presenti sul territorio.
Vogliamo dimostrare credibilità attraverso la passione che ognuno di noi mette in quello che fa cercando di lavorare fra di noi in primo luogo come una vera squadra, perché è necessario ridare entusiasmo, prima di tutto fra di noi.
Il progetto è stato lanciato ufficialmente lunedì 5 luglio e ci auguriamo possa continuare a crescere avvalendosi dei contributi di tutti coloro che vorranno esserci.
“Sabato 10 luglio ci sarà la prima iniziativa del gruppo under 40, dichiara il consigliere provinciale Diego Zardini. Sarà una giornata di discussione politica a 360 gradi, aperta a tutto il partito. Puntiamo a costruire un percorso di partecipazione e condivisione che possa costituire un occasione ed un'opportunità di rilancio della politica e dell'iniziativa del PD. I temi forti saranno il lavoro, scuola e ricerca, ambiente e territorio ma non mancheremo di parlare del modello di buona politica che vogliamo interpretare e di efficienza delle istituzioni pubbliche”.
Più esplicita è Susanna Beltrame che dichiara "in un momento di incertezza, sia esterna ma soprattutto interna al partito, sentiamo il bisogno di una presa di coscienza forte e sicura che, impegnandoci in prima persona, ci permetta di riportare l'attenzione su temi importanti e sentiti, temi che non sono solo retaggio di una politica vecchia e oramai scontata, ma che sia di stimolo a quella nuova politica che la gente ci chiede per poter tornare a guardare con ottimismo e, soprattutto, altruismo alla società. Come iscritti, ma soprattutto come giovani, vogliamo dare un segnale forte, un segnale che porti chiaro il disegno di quale sia il PD che vogliamo: un PD non piegato ad ottiche puramente correntizie, un PD che torni ad impegnarsi nel sociale, un PD che non ricordi la sua vocazione maggioritaria solo in fase elettorale ma in ogni momento della sua esistenza. Il nostro è un progetto a lungo termine, il nostro obiettivo non è il congresso di Ottobre ma tutto il percorso che, vincendo, con il congresso potremo intraprendere."
Se il gruppo riuscirà ad ampliare i consensi ed a presentare un programma innovativo si potrà sperare di creare nuovi equilibri attraverso il superamento delle vecchie correnti, le quali sono impegnate dall’occupazione del potere ed dalla gestione dell’esistente, e di recuperare il rapporto di fiducia con i cittadini veronesi. Un programma ambizioso che vale la pena promuovere per il bene di Verona e dei suoi cittadini.
In definitiva devono saltare i vecchi equilibri che si pongono il solo problema di gestire e spostare i consensi interni al PD e non di crearne di nuovi.

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mercoledì 7 luglio 2010

Trasparenza. Intervista a Maria Guercio

La trasparenza è tra gli argomenti che hanno assunto nel mondo globale più attenzione grazie alle nuove tecnologie, le quali consentono una comunicazione facile e continua ed un flusso di informazioni libero per coloro che si collegano a Internet.
Oggi le bugie, le mezze verità o le reticenze vengono presto scoperte grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione attraverso blog, motori di ricerca, quotidiani on line che raggiungono migliaia di lettori. I consumatori ed i cittadini utilizzano tali strumenti per denunciare comportamenti, condividere avvenimenti e proporre soluzioni alle organizzazioni pubbliche e private.
Le bugie prima o poi vengono smascherate con effetti disastrosi sulla fiducia e sui profitti (esempio: lo scandalo Enron e la chiusura della più grande società di consulenza internazionale Arthur Anderson). Quindi, conviene ispirarsi al principio della trasparenza e realizzare rapporti chiari all’interno di una organizzazione con i dipendenti ed all’esterno con i cittadini ed i consumatori.
Daniel Goleman, Warren Bennis e James O’Toole, autori del libro Trasparenza - Rizzoli 2009, affermano che è stata “la politica della falsità a causare il recente crollo dei colossi finanziari catapultandoci in una disastrosa crisi economica”.
Il livello di trasparenza degli Stati viene misurato indirettamente dall’indice di opacità, realizzato da Joel Kurtzman di PriceWaterhiuseCoopers. La classifica della trasparenza vede ai primi posti Gran Bretagna, Finlandia, Hong Kong, Stati Uniti, Danimarca, e tra gli ultimi posti la Cina e la Russia. L’Italia si colloca con un indice di opacità abbastanza alto.
L’indice di opacità ostacola il commercio, fa aumentare i costi delle attività economiche, limita la crescita economica e scoraggia gli investimenti esteri. Su tale indice incide la corruzione ed i favoritismi.
Per approfondire l’argomento della trasparenza ho intervistato Maria Guercio, docente della Scuola della Pubblica Amministrazione e professore di archivistica informatica presso l’Università degli studi di Urbino.

Ritiene che la trasparenza possa aiutare il sistema di un paese a migliorarsi ed a ristabilire un eccellente rapporto con i cittadini ed i consumatori?
La trasparenza è uno degli strumenti di maggior peso in una democrazia matura proprio nel gestire un corretto rapporto tra chi governa e i cittadini. La possibilità di disporre con facilità e in base a un principio generale di informazioni sul modo in cui la pubblica amministrazione gestisce la propria attività e le risorse finanziarie costituisce un importante strumento di garanzia in grado di ricondurre l’azione pubblica a un principio di responsabilità.

Quali sono gli effetti della trasparenza sulle organizzazioni private e pubbliche?
L’obbligo di rendere pubblici i dati e i documenti relativi al proprio operato costringe l’amministrazione a gestire con maggiore correttezza, qualità ed efficienza il proprio processo decisionale. Naturalmente, non è sufficiente che la normativa sia adeguata, e’ necessaria la presenza di strumenti concreti ed efficaci che promuovano e consentano l’applicazione delle disposizioni. I cittadini devono essere informati e devono essere messi in grado di esercitare con facilità i loro diritti. Allo stesso modo, è indispensabile che i procedimenti amministrativi più complessi, che attraversano più enti, siano gestiti in modo responsabile evitando la frammentazione dei processi medesimi e dei controlli. Gli effetti, insomma, sono significativi se si accompagnano a misure organizzative adeguate. Tra queste non bisogna dimenticare la gestione dei documenti e la presenza di archivi ordinati e di strumenti di reperimento in modo da consentire il rapido recupero dei documenti necessari a sostenere le richieste di informazione da parte dei cittadini.

In Italia viene contrapposta la tutela della privacy alla trasparenza. Qual'è il confine ed il rapporto tra questi fattori in Italia ed all’estero?
I due problemi sono strettamente legati, come è noto. In alcuni casi, peraltro alquanto limitati, ci può essere un conflitto che tuttavia può essere risolto contemperando le esigenze. In alcuni paesi (ad esempio in UK) una stessa struttura pubblica gestisce entrambi i compiti, consentendo di trovare più facilmente la sintesi di eventuali bisogni contrapposti. Merita comunque sottolineare che in entrambi i casi archivi ordinati e una corretta documentazione dei processi consente di trovare soluzioni ottimali, riducendo i rischi senza tuttavia eliminare la possibilità di essere informati.

L’integrazione e la condivisione di dati e informazioni presenti nel sistema pubblico ed il loro ampliamento (esempio: una banca dati degli appalti pubblici, la trasparenza di tutti i redditi) può favorire la lotta ad alcuni fenomeni incontrollabili come la lotta alla mafia ed all’evasione fiscale?
Non c’è dubbio che la pubblicità delle informazioni e strumenti di diffusione di alcune informazioni sarebbero di grande aiuto nella lotta a fenomeni gravissimi come la mafia e l’evasione fiscale, che trovano il loro brodo di coltura soprattutto nella mancanza di trasparenza, nell’assenza di informazioni chiare e di strumenti per interrogare facilmente le istituzioni sul loro operato, nella discrezionalità con cui si rendono disponibili le informazioni sulle scelte pubbliche a tutti livelli.

Il fenomeno del partito delle astensioni avvenuto in Italia è causato dalla scarsa trasparenza nei confronti dei cittadini e dalla conseguente sfiducia nelle istituzioni e nei partiti o da altri motivi?
La percezione di una diffusa opacità delle amministrazioni pubbliche non aiuta i cittadini a superare la radicata diffidenza che i cittadini hanno maturato verso l’azione pubblica. E’ bene peraltro sottolineare che l’opinione pubblica italiana è abituata alla scarsità di informazioni significative in questo ambito, tanto che anche la stampa nazionale – con l’eccezione di alcune testate – non ha saputo in questi anni svolgere il ruolo di controllo cui è invece chiamata. Solo recentemente gli organi di stampa hanno cominciato ad avvertire i ritardi accumulati in questo ambito anche rispetto agli altri paesi europei (ad esempio in relazione a una normativa che ancora oggi apre gli archivi correnti solo a coloro che hanno un interesse legittimo e non a chiunque chieda conto dell’operato pubblico). Solo raramente i giornalisti sembrano essere consapevoli dei ritardi in questo ambito e delle potenzialità che una piena applicazione del principio di accesso ai documenti offre a chi voglia garantire una informazione documentata e corretta.

I cittadini ed i consumatori desiderano conoscere, essere coinvolti, controllare e partecipare alle scelte delle organizzazioni pubbliche e private altrimenti si realizza un distacco non facilmente recuperabile. Per tale motivo occorre che tutte le organizzazioni pratichino la trasparenza dagli organi e enti pubblici, alle organizzazioni private ed ai partiti.

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martedì 6 luglio 2010

Verona: la gestione Tosi delle antichità

Articolo di Gian Antonio Stella pubblicato su Il Corriere della Sera del 6 luglio 2010
Reperti preistorici coperti di muffa. I rischi del federalismo demaniale
Risolto il caso delle mozzarelle blu, un altro giallo dilania gli studiosi: quello delle selci blu. Gli antichissimi reperti preistorici veronesi che, ammassati in un ex deposito militare, hanno misteriosamente cambiato colore. Come mai? Le opinioni sono diverse. Dietro lo scontro, tuttavia, emerge un problema se possibile più grave: la vendita (svendita?) di palazzi storici che erano stati donati alla città per ospitare musei.
Un tradimento dei benefattori deciso per costruire nuove rotatorie. Sarebbe questa la famosa «valorizzazione » del patrimonio pubblico? Il Museo civico di storia naturale di Verona, aperto nel 1861 nella scia di collezioni ancora più antiche, come il museo Calzolari del 1550 o il Moscardo del 1611, è organizzato sul modello viennese in quattro sezioni: Geologia e Paleontologia, Zoologia, Botanica e Preistoria. Sezione che, grazie ai ricchissimi ritrovamenti sui monti Lessini e negli insediamenti di palafitte sul lago di Garda e nella Bassa veronese, è una delle più celebri del pianeta.
Meglio: sarebbe. Se le quattro stanze un tempo dedicate alla preistoria non fossero state ridotte (con l’aggiunta di una aula per la didattica) a una sola di una cinquantina di metri quadrati. Se il sito Internet del museo non fosse stato sostituito da un link nel portale del Comune dove accanto a due fotine non solo non si fa cenno ai tesori esposti (l’incisione del leone e dello stambecco trovati al Riparo Tagliente, le ceramiche e i bronzi delle palafitte del Garda o della necropoli di Franzine Nuove) ma neppure all’esistenza stessa della sezione nella sede centrale di palazzo Pompei ma solo alla direzione e al magazzino ( non aperti al pubblico) all’Arsenale.
Se infine lo spazio ridicolo rispetto all’importanza della raccolta (un esempio: gli studi sul Dna di un neandertaliano trovato a Riparo Mezzena e la scoperta che aveva la pelle chiara, gli occhi azzurri e i capelli rossi sono finiti in copertina su «Science ») non costringesse a tenere nei depositi migliaia di oggetti tra cui tutti quelli trovati negli ultimi 20 anni. Compresi pezzi straordinari quali quelli recuperati dallo scavo subacqueo di Lazise. Come un panino bruciacchiato conservatosi miracolosamente intatto o uno spillone da cerimonia di 50 centimetri.
Un panorama indecoroso. Che insulta la ricchezza del nostro patrimonio e ci espone al sarcasmo di tutti quei musei del mondo che farebbero pazzie per avere una fetta di questa nostra torta lasciata andare a male. Basti ricordare, come fa Laura Longo, conservatore di Preistoria, «che l’anno scorso una collezione raccogliticcia di 6231 pezzi è stata battuta all’asta a Monaco a 107 milioni di euro ». Un panorama che spingerebbe un direttore alle dimissioni se, sottolineano a Verona, il direttore titolare del museo (non un funzionario nominato dal Comunemagari bravissimo ma non specializzato: un vincitore di concorso, come dicono la legge e il buon senso) non mancasse dal 1997. Un dettaglio che la dice lunga.
Il «giallo delle selci blu» si inserisce in questo contesto. E ha il punto di partenza nella decisione presa anni fa dal Comune di indire un concorso internazionale per sistemare il grande e bello ma ammaccato Arsenale militare, così da trasferire il Museo di storia naturale lì. Ma, ahinoi, il progetto messo a punto dal vincitore, l’architetto inglese David Chipperfield, prevedeva una spesa enorme. E si sa quanto le casse comunali si sian fatte di anno in anno sempre più povere.
Come tirar su i soldi per pagare questo e altri progetti? Idea: mettendo in vendita un po’ di palazzi donati nei secoli al municipio. Prima il Castel San Pietro, comprato dalla fondazione Cariverona, poi via via il Palazzo Forti, il palazzo Gobetti, il palazzo Pompei, l’ex convento francescano di San Domenico. Tutta roba di grandissimo valore. Lo dice il sito Internet municipale. Il convento? «Rappresenta una preziosa testimonianza artistica dell’architettura del XVI—XVII secolo». Palazzo Gobetti? «È uno dei palazzi più caratteristici della rinascenza veronese, con armoniosa facciata quattrocentesca, balconi traforati e portale dagli stipiti finemente scolpiti». Insomma, non vecchie caserme o capannoni: gioielli. Tanto che Palazzo Pompei e Palazzo Gobetti sono (erano) sedi del Museo di storia naturale. E Palazzo Forti, dono «all’amata Verona » d’un ricco ebreo morto un anno prima delle leggi razziali, ospita la Galleria d’arte moderna. A proposito: cosa avrebbe detto, sapendo che quella sua donazione «per farci un museo» sarebbe stata stravolta anni dopo da sindaco e assessori? Amen, ha risposto il Comune. Dichiarando di voler ricavare dalla vendita di questi ultimi edifici la bellezza di 115 milioni per ripianare i debiti, avviare il recupero dell’Arsenale, finanziare il Polo finanziario e altre nuove opere.
«Non sarà che poi, dato il valore dei palazzi, non ci si potrà manco piantare un chiodo?» s’interrogavano i possibili compratori. Tranquilli, ha risposto ufficialmente il Comune on line: «Per detti immobili è stato adottato un apposito provvedimento urbanistico che ha assegnato le diverse destinazioni urbanistiche (residenziale, direzionale e commerciale) consentendo la più ampia possibilità di utilizzo». Rileggiamo: «la più ampia ». Più chiaro di così! Al massimo, com’è accaduto per il «Forti» inutilmente difeso da migliaia e migliaia di cittadini, la Cariverona ha dovuto impegnarsi a lasciarci il museo per venti anni. Un periodo che per i tempi lunghi di una grande banca è un battere di ciglia. In compenso, invece di pagare i 65 milioni pretesi dal Comune ne ha pagati 33.
Chi si contenta gode? Sarà... Certo è che anche Palazzo Gobetti, messo in vendita per 10 milioni è stato venduto a 6 e mezzo scarsi. Per non dire del centralissimo palazzetto del Bar Borsa: in vendita per 6 milioni e mezzo, era stato ceduto per 4,8 alla «Valpadana Costruzioni » ma due settimane fa è saltato fuori che di quei soldi, al Comune, non è arrivato un centesimo: nessun versamento, nessun rogito, nessun contatto ulteriore.
Nel frattempo, tutto il materiale preistorico che non potendo essere esposto per mancanza di spazio era in deposito parte a Castel San Pietro e parte da palazzo Gobetti, è stato sgomberato dagli edifici venduti e accatastato in due stanzoni al piano terra e al primo piano dell’Arsenale che magari domani, ristrutturati, saranno stupendi. Ma oggi sono né più né meno che due magazzini semi-diroccati. Cosa sia successo non si sa. C’è chi ipotizza, come Gilberto Artioli del dipartimento di Geoscienze di Padova, che il magazzino al piano terra fosse impregnato di qualche sostanza non ancora ben definita. Chi ritiene occorrono nuove analisi per capirci qualcosa. Chi ancora si avventura nell’immaginare un sabotaggio. Vero? Falso? Si vedrà.
Fatto è che mentre i pezzi al piano superiore, per quanto messi a rischio da umidità e sbalzi di temperatura, si sono conservati decentemente, quelli al piano inferiore hanno subito una sorprendente metamorfosi. Molti sono diventati, come dicevamo, blu. Subendo un danno così grave che per il conservatore Laura Longo, impegnata in una battaglia che le ha tirato addosso le ire del Comune, «in tanti casi non valgono più nulla: massicciata per le strade». Troppo pessimista? C’è da sperarlo. Un punto, tuttavia, pare chiaro: la storia esemplare dei palazzi di Verona, dei clamorosi ribassi d’asta rispetto alle illusioni finanziarie, dello sfasamento tra la vendita (subito) dei musei di oggi in attesa (chissà...) dei nuovi musei domani, è la prova che il federalismo demaniale è come il tritolo: può essere utilissimo, ma va maneggiato con cura. O sarà accompagnato da regole rigidissime (non complicatissime, ma rigidissime sì) o rischiamo che i Comuni, con l’acqua alla gola, ne facciano di tutti i colori.
Per carità, forse non vale la pena di calcare troppo sulla battuta con cui Flavio Tosi, il sindaco leghista, ha sbuffato contro il blocco dei lavori per un parcheggio sotterraneo dovuta alla scoperta di resti archeologici: «Meglio il parcheggio che la conservazione di quattro sassi». Testuale. Fa però effetto leggere un titolo dell’Arena dedicato al tema: «Palazzo Gobetti regala rotatorie a San Michele». Vi si legge che grazie alla vendita del palazzo che ospitava parte del museo di storia naturale, il Comune «ha stanziato 900mila euro per la costruzione di due rotatorie a San Michele » e «un milione e 100mila per il campo sportivo Audace». Opere indispensabili, forse. Però...

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