sabato 10 gennaio 2015

Renzinomics: consumi, investimenti, lavoro e spesa

Articolo di Michele Salvati pubblicato sul Corriere della Sera il 9 gennaio 2015
È invalso l’uso di aggiungere il suffisso «nomics» al nome del capo dell’esecutivo per indicare la politica economica adottata da un Paese, e così, ad esempio, si parla di Obanomics e Abenomics per gli Stati Uniti e il Giappone. Possiamo parlare di Renzinomics per l’Italia? Possiamo farlo senz’altro: siamo all’inizio del 2015, è passato quasi un anno dalla nomina di Renzi a presidente del Consiglio e i tratti di fondo della sua politica economica dovrebbero essere evidenti. Per valutarli, però, è necessaria un’avvertenza. In tutti i Paesi democratici il rispetto degli equilibri politici e la necessità di un continuo consenso elettorale pongono forti limiti a quanto è possibile fare al fine di perseguire un disegno efficace di politica economica, e in questo non c’è differenza di principio con l’Italia, ma solo di intensità e di contingenza storica. Ma gli Stati Uniti e il Giappone, per limitarci agli esempi di più sopra, sono Stati pienamente sovrani, in grado di adottare le politiche monetarie e fiscali che ritengono opportune. Non è così per l’Italia. I trattati e gli accordi della moneta unica, nonché le decisioni prese dalle istituzioni europee preposte alla loro attuazione, creano per gli Stati membri vincoli che uno Stato sovrano non conosce: c’è una pallina in più che il giocoliere nazionale deve tenere sospesa in aria, non solo il disegno di politica economica e il consenso politico interno, ma anche il rispetto degli accordi presi e una strategia per interpretarli in modo favorevole ai suoi interessi. E purtroppo le traiettorie si intersecano, le palline rischiano di urtarsi e cadere a terra.
In questo contesto difficile, il governo non è riuscito a dare agli italiani una spiegazione convincente di quanto andava facendo, in parte per fretta e improvvisazione, ma soprattutto perché una narrativa seria avrebbe dato del nostro Paese un’immagine assai più cupa di quanto Renzi riteneva conveniente dare ai cittadini. Tuttavia, se si valutano i provvedimenti presi e quelli abbozzati — la Renzinomics, appunto — la narrativa emerge e con essa una consapevolezza adeguata della gravità dei problemi in cui siamo immersi. Emerge la critica dell’analisi ordo-liberale tedesca e delle sue prescrizioni di austerità, e un orientamento assai più vicino ai suggerimenti d’oltreatlantico: il tutto nella fedeltà al progetto europeo e nel rigetto di suggerimenti demagogici di uscita dalla moneta unica. Ma emerge anche la consapevolezza dei guasti che affliggono la nostra economia e dunque della necessità di un programma ambizioso e di lunga lena di riforme strutturali, sia perché lo richiede comunque una ripresa dello sviluppo su basi solide, sia, nell’immediato, come strumento di negoziazione in Europa. Al di là dello stile di leadership , c’è una evidente continuità tra ciò che fa Renzi e ciò che Monti e Letta hanno fatto o dichiarato di voler fare: la «piccola» differenza è che l’attuale governo può investire nel suo disegno una forza politica assai maggiore (…al momento) dei governi precedenti.
Quattro, mi sembra, sono i pilastri della Renzinomics.
1. Interventi a sostegno di domanda e consumi (i tanto criticati 80 euro ne sono un esempio) cui far seguire politiche a sostegno degli investimenti (riduzione Irap e politiche fiscali nella stessa direzione).
2. Riforma della Pubblica amministrazione e cambiamento della composizione della spesa pubblica, sia per aumentare l’efficacia e l’efficienza della prima, sia per liberare risorse da utilizzare a sostegno della ripresa economica e a difesa dei ceti più deboli.
3. Una revisione profonda del mercato del lavoro (Jobs act), per renderlo più efficiente e adatto alla competizione internazionale, ma anche più equo se si troveranno risorse adeguate.
4. Riforme elettorali, istituzionali e costituzionali. Per materia queste non fan parte dell’economia e dunque della Renzinomics. Ma lo scopo è ottenere un governo più durevole ed efficace, in grado di affrontare un compito di ricostruzione economica del Paese che dovrà estendersi ben oltre questa legislatura.
Ognuno dei pilastri, e delle singole misure che contengono, sono stati criticati, non di rado a ragione. Ma si è trattato quasi sempre di critiche a singoli alberi, non alla foresta, non al disegno complessivo e all’interazione tra le sue parti, alle tre esigenze che il governo deve soddisfare congiuntamente: una politica economica improntata alla riparazione dei guasti strutturali del Paese, un continuo consenso politico, condizioni di forza per ottenere un indirizzo orientato allo sviluppo in Europa, il tutto con le deboli risorse economiche e organizzative di cui il governo ora dispone. Soddisfarle tutte e tre insieme implica che nessuna delle tre, presa singolarmente, è soddisfatta al massimo grado: è questo che talora dimenticano i critici a singole misure.
Il presidente del Consiglio, archiviato l’incidente (?) del decreto fiscale, dovrà affrontare la difficile prova dell’elezione del capo dello Stato e poi un lungo periodo di attesa per ultimare la prima tappa del disegno riformistico che ha impostato, un periodo in cui il consenso che gli arride è quasi sicuramente destinato a calare, a meno di una improbabile ripresa dell’occupazione.
Se la ricostruzione della Renzinomics che ho abbozzato è corretta, a me sembra condivisibile quanto basta per augurargli di poterla continuare… senza troppi incidenti.

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lunedì 5 gennaio 2015

Gli effetti positivi del Jobs Act

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 3 gennaio 2014
La riforma del mercato del lavoro ha suscitato incertezze e timori: ma il contratto a tutele crescenti e la protezione universale contro la disoccupazione sono un passo avanti necessario per poter superare la risi.
In meno di un anno, il Jobs act è passato dal libro dei desideri alla Gazzetta Ufficiale. Lo scarno sommario di punti «formulato insieme ai ragazzi della segreteria» ( eNews di Matteo Renzi, 8 gennaio 2014) ha dato luogo ad un’ampia riforma, approvata con la legge delega dello scorso 10 dicembre. Il cammino è stato difficile e turbolento: aver tagliato il traguardo è un indubbio segnale positivo. Verso l’Europa, i mercati finanziari e gli investitori stranieri. Ma soprattutto verso l’interno. Il nostro mercato del lavoro può ora diventare più efficiente e più equo.
Come tutti i grandi cambiamenti, il Jobs act ha suscitato incertezza e qualche timore nell’opinione pubblica e dure critiche da parte sindacale. È perciò utile richiamare alcuni elementi di fatto di questa riforma e interrogarsi sui suoi probabili effetti.
Iniziamo col ripetere che per chi oggi ha un posto a tempo indeterminato non cambierà nulla. Il cosiddetto contratto a tutele crescenti (uno dei piatti forti della riforma) si applicherà solo ai nuovi rapporti di lavoro e offrirà a moltissimi precari, soprattutto giovani, la possibilità di assunzione in forma stabile. Non un posto fisso garantito, a prova di licenziamento. Ma un impiego senza scadenza pre-fissata, questo sì.
Rispetto alla situazione attuale, sarà un grande miglioramento. Con una prospettiva temporale lunga i giovani possono impostare piani di carriera e di vita che non sono neppure immaginabili quando si è costretti a ragionare di mese in mese.
La revisione degli ammortizzatori sociali (altro pilastro fondamentale della riforma) offrirà dal canto suo quella protezione universale contro la disoccupazione che l’Italia non ha mai avuto. È davvero strano che le dispute sul Jobs act in seno al Pd e ai sindacati abbiano trascurato questo aspetto, che dagli inizi del Novecento è stato al centro dei programmi e delle lotte politiche di tutte le sinistre europee. La Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego) corrisponderà a chi perde il lavoro una indennità pari a circa il 75 per cento dello stipendio per un massimo di 24 mesi. Verranno inoltre sperimentati due sussidi aggiuntivi: l’assegno di disoccupazione (Asdi) per quei lavoratori con carichi di famiglia e senza altre fonti di reddito che non sono ancora riusciti a ricollocarsi alla scadenza della Naspi; e un assegno (chiamato Dis-Coll) per i collaboratori a progetto che restano senza lavoro.
Quando saranno a regime, gli ammortizzatori sociali italiani diventeranno i più inclusivi e per molti aspetti i più avanzati d’Europa. Certo, serviranno risorse adeguate. Ma nel bilancio pubblico i margini ci sono, soprattutto se si riuscirà a riportare la Cassa integrazione alle sue funzioni «fisiologiche».
Per una valutazione completa del Jobs act bisogna ovviamente aspettare i decreti delegati mancanti. Occorre varare un codice semplificato del lavoro, che sfrondi l’attuale pletora di forme contrattuali (in particolare le «co-co-pro» fasulle). E serve al più presto un’Agenzia nazionale che coordini i servizi per l’impiego e la formazione professionale.
Ma veniamo ai possibili effetti del Jobs act. Crescerà l’occupazione? Questo è ciò che importa agli italiani. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha azzardato una stima: 800 mila posti di lavoro in tre anni. Se così accadesse, sarebbe un bel successo. Tutto dipenderà però dal comportamento delle imprese e, più in generale, dall’andamento dell’economia.
Superato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, le piccole aziende salteranno il fatidico «fossato» dei 15 dipendenti e ne assumeranno altri utilizzando il contratto a tutele crescenti? Con maggiore flessibilità e forti incentivi fiscali, le imprese medie e grandi smetteranno di delocalizzare e torneranno a creare posti di lavoro stabili in Italia? Arriveranno gli investitori stranieri? E, soprattutto, ripartiranno gli ordini e i consumi? Le risposte a queste cruciali domande non dipendono solo dall’azione di governo: si tratta in ultima analisi di scelte e comportamenti dei vari soggetti economici. Il Jobs act va perciò visto come una condizione necessaria, ma non sufficiente per superare la crisi e far crescere il lavoro.
Agli inizi di un nuovo anno, è giusto mostrare un po’ di ottimismo. Grazie al Jobs act, possiamo dire che il bicchiere delle riforme ha cominciato a riempirsi. Non aspettiamoci miracoli; piuttosto, come ha giustamente detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «ciascuno faccia la sua parte al meglio». Se la legge delega verrà attuata in tutti i suoi tasselli, è lecito però sperare che nel 2015 l’assillo della disoccupazione allenti la sua morsa, soprattutto sui giovani e le fasce più fragili della nostra società. Con l’aria che tira, sarebbe una realizzazione non da poco.

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venerdì 19 dicembre 2014

Marianna Madia, conferenza programmatica di Roma



 

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domenica 23 novembre 2014

Tra i sostenitori di Alessandra Moretti

Il mio viaggio tra i sostenitori di Alessandra Moretti continua. Registro altre opinioni a sostegno della candidatura di Alessandra alle primarie del PD per la scelta del candidato alla presidenza della regione Veneto. Valutazioni ed apprezzamenti convinti e attendibili che si integrano fra di loro. Le opinioni espresse secondo me vanno nella direzione giusta e rappresentano l’unica alternativa seria e credibile alla Giunta Zaia.
Si riportano le dichiarazioni delle persone che ho incontrato:
Clara Scapin, Sindaco di Legnago
"Io sostengo con convinzione Alessandra Moretti perché' dopo oltre 20 anni di governo di questo centrodestra il Veneto ha diritto di ritrovare la sua vera strada. Alessandra Moretti ha l'esperienza maturata come Amministratore di un Comune, di parlamentare, di eurodeputato, perciò' sa come si governa un territorio, cosa si può' chiedere al Governo, come ci si può' presentare in Europa!
Con Alessandra faremo ripartire il Veneto, recuperando le energie, l'orgoglio, la creatività' la laboriosità', la cultura dell'accoglienza e della solidarietà pilastri che hanno fatto grande la nostra terra . Con Alessandra e la sua squadra faremo tornare il Veneto uno dei motori per la ripresa di tutto il Paese e nello stesso tempo recupereremo credibilità in Europa come una Regione che può contribuire alla rinascita di un'Europa dei Popoli".
Sara Annechini, consigliere comunale di Castel d'Azzano
"Tenere i giovani in Veneto, far crescere i trasporti pubblici, garantire presidi medici territoriali e pari opportunità nell'accesso al mondo del lavoro. Quattro idee chiare per il nostro Veneto . Un programma semplice, compatto, lineare: con Alessandra Moretti è questo il futuro che reclamiamo e che possiamo costruire".
Vera Scola, Direzione PD Verona
"Ho deciso di sostenere Alessandra Moretti perché è una donna forte e decisa, che ho avuto modo di apprezzare soprattutto per le battaglie e l'impegno politico sul tema dei diritti civili e dell'uguaglianza di genere. Sono certa che metterà lo stesso slancio e la stessa determinazione nel governare il Veneto, in modo onesto e trasparente, ascoltando le persone e mettendole al centro del proprio operato, con un'attenzione particolare al lavoro e ai giovani.
Ritengo inoltre che Alessandra Moretti possa rappresentare, finalmente, quel fondamentale anello di congiunzione tra il nostro Veneto e l'Europa, rispetto allo sterile e controproducente euroscetticismo di chi ci ha governato negli ultimi anni".
Daniele Giacomazzi, Circolo PD di Sona
"Perché sostenere Alessandra Moretti? Perché solo con la sua chiarezza e semplicità possiamo convincere i Veneti che il nostro territorio e la nostra economia possono risollevarsi dalla pessima gestione Zaia. Le potenzialità del nostro territorio sono infinite: bellezze naturali e città d'arte, cultura enogastronomia ed eccellenza manifatturiera sono alcuni dei nostri punti di forza. Queste ricchezze però le abbiamo perse di vista annebbiando la vista dei veneti con promesse di indipendentismo che ci hanno chiuso molti orizzonti ed hanno lasciato la Regione ingovernata sui veri problemi: sanità, infrastrutture, formazione, turismo e tutela del territorio".
Con la forze e l'entusiasmo di Alessandra,il Veneto potrà trovare nuova fiducia per rilanciarsi in Italia ed in Europa a partire dalla grande occasione dell'Expo 2015 ".
Sostenere Alessandra Moretti è l’unica scelta semplice e chiara per tutti coloro che vogliono vedere il Veneto decollare e compiere delle scelte a vantaggio della comunità veneta. Rinnovamento, efficacia e trasparenza rappresentano i contenuti dell’impegno politico di Alessandra Moretti per il Veneto. Pertanto, partecipiamo alle primarie ed esprimiamo la preferenza a favore di Alessandra Moretti.

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venerdì 14 novembre 2014

Verona per Alessandra Moretti

Incontro con ampia partecipazione ieri sera a Verona presso il Centro Marani con Alessandra Moretti.
Ha introdotto i lavori Enzo Righetti e sono intervenuti tante persone: donne, uomini, giovani impegnati nel partito e nelle istituzioni ed amministratori. Alessandra Moretti ha richiamato un’ampia partecipazione grazie all’interesse che la sua presenza produce anche nel panorama politico veronese. Bisogna ricordare che Alessandra ha realizzato un ottimo rapporto con Verona fin dai tempi in cui era Vice-sindaco di Vicenza con i suoi interventi negli eventi organizzati soprattutto dai giovani del Partito Democratico di Verona.
Alessandra ha analizzato con puntualità le condizioni negative in cui si trova la Regione Veneto per l’incapacità di programmare il futuro e la mancanza di coraggio nelle scelte politiche ed amministrative della Giunta Zaia: dalla sanità ai trasporti, dai servizi sociali alla organizzazione dell’istituzione regionale.
Moretti non si è limitata solo a questo. Sarebbe stato troppo facile criticare e criticare. E’ andata oltre ha rappresentato le prospettive di sviluppo sociale ed economico del Veneto, le capacità potenziali non sfruttate e la bellezza del territorio che con una politica appropriata possono fare decollare la regione verso una migliore posizione competitiva nel Nord Est e nel contesto nazionale.
Ho raccolto le impressioni e le opinioni di alcuni sostenitori presenti all’incontro per approfondire le ragioni del loro impegno a sostegno di Alessandra Moretti. Ecco le opinioni:
Diego Zardini, deputato del PD
“Negli ultimi anni, abbiamo visto la Regione Veneto resistere a molte fatiche, come la crisi economica e amministrazioni miopi che hanno pesantemente segnato il tessuto socio economico di una delle regioni strategiche per l'economia italiana ed europea; anni in cui il benessere civico e del territorio è stato sacrificato al guadagno economico di pochi. Io credo che è urgente una svolta, penso che il cambiamento ora più che mai sia necessario e ritengo che sia fondamentale per questo cambiamento la candidatura alla presidenza della Regione Veneto di Alessandra Moretti, una donna, una madre, una persona con grandi capacità e una passione che la lega al nostro territorio ed all’esigenza di miglioramento dei veneti. Ha dimostrato di possedere una capacità politica e una sensibilità unica, soprattutto nelle tematiche dei diritti umani e della crescita sostenibile. Per questo ribadisco che per rilanciare il Veneto l'unica strada percorribile è quella di un cambio di rotta rispetto alle Amministrazioni precedenti, e un Presidente come Alessandra Moretti che ha la forza e le capacità per amministrare in modo efficace una regione fondamentale come il Veneto. Cambiamento e discontinuità sono i fattori che guideranno l’impegno di Alessandra Moretti.
Anna Maria Bigon, Sindaco di Povegliano Veronese
“Sostengo Alessandra Moretti perché rappresenta l'opportunità che una donna forte, competente e onesta riporti la buona politica al centro del Veneto. Alessandra ha dimostrato in questi anni di saper affrontare anche le sfide più difficili, mettendosi in gioco. Credo che questo coraggio, unito alla capacità di interpretare il bisogno di cambiamento, facciano di lei la persona ideale per guidare la nostra regione e per questo a lei va tutto il mio sostegno”.
Luca Granzarolo, consigliere di circoscrizione
“Ho deciso di sostenere Alessandra Moretti perché ho avuto modo di conoscerla qualche anno fa. So quanto è disponibile, preparata, competente ed entusiasta e queste sono doti fondamentali per una persona che si impegna in politica. Inoltre credo che queste elezioni regionali siano un'occasione unica. Possiamo davvero vincere, togliere il Veneto dalle sabbie mobili in cui è intrappolato e rilanciarlo. Per fare questo dobbiamo avere il migliore candidato, Alessandra risponde perfettamente a questo requisito".
Nell’incontro sono state espresse da parte dei partecipanti speranza e entusiasmo nei confronti di Alessandra Moretti che sicuramente guideranno il loro impegno per realizzare il tanto atteso e bistrattato cambiamento così come è avvenuto in altri territori del paese.
Molti politici scelgono nel loro impegno la prospettiva di sopravvivenza e la sicurezza del posto che occupano e non del cambiamento. Al contrario Alessandra Moretti si è messa in gioco ogni qual volta il Partito Democratico si è rivolta a lei per sostenere alcuni obiettivi ed ha dimostrato di avere un alto senso di appartenenza al PD. I miopi e gli interessati possono scambiare tale disponibilità in una forma di ricerca del potere. Se fosse vera tale affermazione Alessandra avrebbe scelto sicuramente di rimanere al suo posto in Parlamento e di non contribuire con la sua persona a far conseguire risultati migliori al Partito Democratico.
“Con le prossime elezioni regionali abbiamo l'opportunità di scrivere una nuova storia per il Veneto”, afferma Alessandra Moretti. “Sono convinta, conclude Alessandra Moretti, che la sfida la vinceremo solo se sapremo essere uniti, mettendo a disposizione le migliori competenze per un progetto che vuole ridare speranza e fiducia al nostro territorio. Scegliere il candidato Presidente della Regione Veneto attraverso le primarie segnerà, il prossimo 30 novembre, il primo passo verso un futuro di rinascita, lavoro, territorio, impresa. Un futuro che preferisce la comunità alla solitudine, il progresso alla conservazione, l'inclusione alle barriere”.

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giovedì 13 novembre 2014

Diego Zardini, politica e ambiente

Intervista a Diego Zardini a cura di Valentina Gallo e Tommaso Giacchetti pubblicata su Cultura Democratica l’8 novembre 2014
L’On. Diego Zardini è membro dell’VIII Commissione (ambiente, territorio, e lavori pubblici) e fa parte dell’Intergruppo Parlamentare Mobilità Nuova e Mobilità Ciclistica.
Come nasce l’Intergruppo Parlamentare Mobilità Nuova e Mobilità Ciclistica e quali obiettivi si pone?
Nel terzo millennio vi sono delle problematiche urgenti ed essenziali non più procrastinabili che comprendono a loro volta altri argomenti. E’ il caso della mobilità sostenibile che è correlata ai piani territoriali, alla qualità della vita, alla vivibilità dei centri urbani, alla tutela dell’ambiente, alla salute dei cittadini. Su tale argomento vi è una vasto consenso ed una particolare sensibilità che interessa i cittadini, le associazioni ed i partiti politici ed una coscienza ed un impegno unitario a prescindere dagli schieramenti politici. I parlamentari dell’Intergruppo sono quelli che per primi hanno preso coscienza di tale aspetto ed hanno costituito il gruppo Mobilità Nuova per affrontare unitariamente le problematiche correlate alla mobilità sostenibile.
Da tempo è possibile rilevare un interesse crescente da parte dei media e dei cittadini nei confronti della mobilità ciclistica e, complice anche la crisi economica, un numero crescente di persone si avvicinano all’uso della bicicletta per i propri spostamenti. Quali iniziative a supporto della mobilità ciclistica sono state attivate o sono in programma da parte dell’Intergruppo Parlamentare e dal governo per lo sviluppo della mobilità ciclistica in Italia?
I parlamentari dell’Intergruppo sono impegnati a sostenere la mobilità ciclistica con emendamenti e proposte di legge. Le principali iniziative intraprese sono: la proposta di legge De Caro ed altri per la creazione della rete ciclabile nazionale, la proposta di legge De Lorenzis per iniziative di contrasto al furto. È stato inoltre approvato il provvedimento per la riforma del codice della strada, cercando di porre al centro la mobilità ciclistica.
Personalmente ho presentato una proposta di legge, sottoscritta da altri 30 deputati appartenenti ai gruppi parlamentari di PD, di Sel e di Scelta Civica, finalizzata a rimuovere gli ostacoli ed i condizionamenti normativi che rendono impossibile l’uso della bicicletta per recarsi al lavoro. Infatti, il riconoscimento dell’infortunio e la corresponsione dell’indennità viene effettuata solo nei seguenti casi: assenza o insufficienza dei mezzi pubblici di trasporto; non percorribilità a piedi del tragitto casa e lavoro e viceversa; incidente avvenuto solo all’interno di piste ciclabili o di zone interdette al traffico.
Tali condizioni rendono impossibile il riconoscimento dell’infortunio in itinere e la conseguente corresponsione da parte dell’INAIL del risarcimento per i lavoratori che utilizzano la bicicletta per recarsi al lavoro. Occorre liberare con urgenza l’uso necessitato della bicicletta da parte dei lavoratori che la usano nel tragitto casa e lavoro e viceversa per i benefici prodotti da tale mezzo di trasporto inerenti: l’impatto ambientale (inquinamento acustico, atmosferico ed emissione del gas serra); i costi legati alla mobilità urbana (benzina, ticket parcheggio); la tutela della salute dei cittadini (aspettativa di vita più lunga, riduzione dello stress); la riduzione del traffico sulle strade (decongestione del traffico, riduzione degli incidenti in itinere).
Come Think Tank riteniamo che il mobility management sia uno strumento molto interessante per coinvolgere imprese e cittadini nel cambiamento delle abitudini di mobilità e nello sviluppo di forme innovative di mobilità sostenibile. Il Ministero dell’Ambiente ed Euromobility hanno ribadito in diverse occasioni l’intenzione di rilanciare e potenziare la figura del Mobility manager. In che modo potrà essere potenziata questa figura.
La figura del Mobility manager è una figura essenziale che viene utilizzata dagli enti locali e dalle imprese al fine di affrontare i problemi relativi alle politiche della mobilità sostenibile del territorio. Inizialmente la figura del Mobility Manager si focalizzava sugli spostamenti casa-lavoro, coordinando le iniziative delle aziende in tale direzione.
Oggi invece la figura si è evoluta ed è impegnata anche nelle politiche territoriali della mobilità insieme agli enti locali. Inoltre, interviene anche nelle strutture scolastiche tra gli studenti per cambiare la cultura della mobilità. Per svolgere un lavoro proficuo è necessario dotarsi di un piano territoriale di mobilità ed intervenire nel rispetto di tale strumento, introdurre sistemi di misurazione e reporting dei benefici prodotti e costruire dei sistemi premianti ed incentivanti per i soggetti impegnati in azioni di mobility management.
Nel corso della European Mobility Week a Roma si è discusso del successo dei servizi di car sharing. Quale ruolo possono assumere questi servizi entro una visione complessiva della mobilità urbana? I servizi più noti sono gestiti da operatori privati. Ritiene che l’iniziativa privata nel settore e l’uso di questi servizi da parte degli abitanti debbano essere incentivati?
E’ necessario sostenere la mobilità sostenibile con una pluralità di interventi pubblici e privati, tra i quali il servizio di car sharing. Tale servizio deve essere correlato ai piani territoriali della mobilità sostenibile e, quindi, va valutato nel quadro programmatico di interventi a sostegno della mobilità urbana e non come un servizio a se stante.
A livello europeo sono in corso numerose iniziative per promuovere e sviluppare la mobilità elettrica. In Italia cresce l’interesse degli operatori privati ma sono più limitate le iniziative in corso. Qual è la posizione dell’Intergruppo Parlamentare e quali sono gli obiettivi e le iniziative del governo?
Le forme alternative di alimentazione dei mezzi di locomozione sono assolutamente da incentivare. L’intergruppo vede con assoluto favore le iniziative private che mirino all’innovazione del settore. È evidente che il nostro paese debba superare un gap significativo con altri paesi avanzati. Il Governo ed il Parlamento stanno portando avanti il cosiddetto collegato ambientale che ha il compito precipuo di introdurre misure che favoriscano l’innovazione tecnologica ed, in particolare, la green economy. A breve la discussione dovrebbe approdare in aula alla Camera dei Deputati e sarà un banco di prova per fare un salto di qualità.

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venerdì 31 ottobre 2014

Quali fattori per il cambiamento?

Negli ultimi decenni si è registrata nel pianeta un’accelerazione straordinaria in direzione del cambiamento. Alcuni studiosi hanno elaborato e proposto i fattori di cambiamento che le organizzazioni (imprese, istituzioni, partiti) dovevano utilizzare per adattarsi all’ambiente. Purtroppo in molti casi tali studi non sono stati considerati dalle organizzazioni con gravi ripercussioni nell’economia e nella società.
L’organizzazione tayloristica continua a sopravvivere con effetti negativi sul cambiamento. Questo purtroppo avviene nell’organizzazione statale (crisi della pubblica amministrazione), nei partiti sempre più lontani dai cittadini, nelle imprese che escono dal mercato perché non più competitive con effetti devastanti sull’occupazione.
La resistenza al cambiamento è un fatto reale e viene utilizzata da coloro che hanno paura di perdere ruolo e funzioni garantite dal permanere dello status quo. I vecchi strumenti di intervento non vengono sostituiti e le nuove visioni fanno fatica ad affermarsi al fine di realizzare una società equa e solidale. Si tratta di far saltare i vecchi equilibri per crearne dei nuovi ed in questi nuovi equilibri non viene garantita la permanenza di obsolete e logore figure del passato. Infatti, la nuova stagione del cambiamento non può essere affidata a coloro che fanno resistenza e non credono nella costruzione di un futuro diverso e migliore.
Diversi sono gli insegnamenti di studiosi per realizzare il cambiamento. Se ne citano alcuni molto significativi anche se datati ma comunque attuali.
“La conoscenza è l'unica risorsa importante. I tradizionali fattori di produzione – terra, cioè le risorse naturali, manodopera e capitale – non sono scomparsi. Ma sono diventati secondari. La conoscenza, che, nel suo nuovo significato, è conoscenza come utilità, conoscenza come mezzo per ottenere risultati sociali ed economici”(Peter Drucker, 1993). Per tale motivo occorre intervenire efficacemente sul sistema educativo e sulla formazione professionale poiché dalla qualità e dal livello della conoscenza deriva la produttività del lavoro e l’innovazione dalle quali dipende la posizione competitiva di un paese nel mondo globale.
Vi sono altri autori che individuano alcuni elementi di trasformazione che guidano l’evoluzione impetuosa: - Velocità; - Interconnessione; - Aspetti immateriali (conoscenza, informazioni). Le regole del passato collegate al mondo industriale oggi sono meno applicabili - produzione di massa, segmentazione dei prezzi, standardizzazione delle mansioni - (Stan Davis e Christopher Meyer, 1999). Occorre tenere presente che l’interconnessione e la rete hanno sostituito le vecchie regole dell’economia: - l’abbondanza genera valore; - il pensiero a sciame di tipo bottom up (Kevin Kelly, 1999).
John P. Kotter, docente emerito e guru del cambiamento, indica otto stadi per realizzare il cambiamento e tra questi: - Creare il senso dell’urgenza del cambiamento. Per ottenere l’indispensabile cooperazione a favore del cambiamento è essenziale comunicare ed accrescere il senso dell’urgenza, ridurre l’acquiescenza e l’autocompiacimento, scegliere persone non coinvolte nelle gestioni passate. Inoltre, occorre mettere in cantiere misure audaci e rischiose che non sempre vengono capite immediatamente.
Gli elementi indicati sono essenziali per realizzare nel nostro paese il cambiamento dopo tanti anni di immobilismo. Tale cambiamento interessa i partiti e la macchina dello stato come organizzazione.
In una intervista Piero Fassino, sindaco di Torino,afferma: “Io sono lieto di essermi formato in un grande partito ….. Ma quel partito era figlio del ‘900 e del fordismo, che non era solo un modo di organizzare la produzione, ma di organizzare la società; era fordista anche il Pci. ….. Creare nuove forme di presenza nel territorio e di coinvolgimento attivo dei cittadini. Puntare su forme di democrazia diretta come le primarie. Trasformare la rete e il web da strumento di stalking politico a strumento di partecipazione”. Inoltre, Fassino pone attenzione alle due variabili spazio e tempo ed afferma che la decisione politica è troppo lenta e tardiva.
Condivido le riflessioni di Fassino e credo che per avviare il \cambiamento occorre uscire dall’organizzazione tayloristica che ha creato indiscutibili benefici durante la prima rivoluzione industriale ma che oggi rappresenta un grande impedimento per le organizzazioni che intendono innovarsi.
Qualche governante del passato difende le scelte del suo Governo in tema di lavoro e non considera che è stato fatto meno di quello che il paese richiedeva e di quello che dovrà essere costruito. Infatti le condizioni del nostro paese derivano dalla gestione negativa degli ultimi 20-30 anni che si è accontentata di piccoli mutamenti che non hanno inciso o scalfito il sistema. A questa condizione va aggiunta la crisi finanziaria del 2007 che ha colto l’Italia impreparata ad affrontare i conseguenti effetti devastanti.
I contestatori del cambiamento radicale proposto da Renzi sono impegnati a sostituire il senso dell’urgenza, comunicato giustamente da Renzi al paese, con l’annuncite e a definire di destra la velocità, la quale è un fattore di misurazione e valutazione della qualità dei processi decisionali e di produzione delle organizzazioni.Tali denigratori dimenticano che sono di destra e conservatori tutti coloro che non intendono uscire dal Taylorismo e che si contrappongono alla costruzione del futuro.
Quasi tutti affermano di condividere i valori dell’equità, della solidarietà e della giustizia sociale. La differenza nasce dalla scelta degli strumenti per concretizzare i valori indicati.Alcuni prediligono continuare ad applicare i vecchi strumenti del passato, camuffandoli come nuovi, per contrastare la povertà e la disoccupazione e garantire i diritti delle persone, dimenticando che l’utilizzo di tali strumenti non ha prodotto nel passato risultati efficaci. Altri esponenti intendono sperimentare nuove vie: - tutelare le persone e non l’ingessatura dei posti di lavoro; - costruire una macchina statale snella e veloce; - uscire dalle anacronistiche metodologie di lavoro, le quali sembrano cerimonie religiose immutabili (concertazione), che hanno prodotto scarsi risultati rispetto ai bisogni del paese.
Occorre abbandonare la deformazione della realtà per interessi di bottega e le posizioni strumentali che sono infinite per affrontare in un quadro serio ed efficace di cambiamento i problemi concreti del paese con strumenti nuovi ed adeguati.
Oltre ai fattori di cambiamento descritti occorre una politica che si richiami alla trasparenza ed alla franchezza perché le bugie e l’opacità portano inevitabilmente ai disastri economici e sociali.

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venerdì 26 settembre 2014

Replica a Angelo Rughetti

Al Sottosegretario alla semplificazione e pubblica amministrazione Angelo Rughetti ho replicato con la e-mail che viene di seguito riportata.
“La ringrazio per la disponibilità dimostrata rispondendo alla mia e-mail.
Ritengo che sia urgente in questo momento di grave crisi economica stabilire delle condizioni e degli strumenti affinché gli enti territoriali possano avviare un processo di cambiamento all’insegna della trasparenza, dell’efficienza e della efficacia dell’azione.
Alla luce dei risultati prodotti dal D. Lgs. n. 150/2009 si ritiene che occorre introdurre nelle autonomie locali, così come avviene in tutte le organizzazioni innovative, un sistema di misurazione e valutazione della performance e gli indicatori degli indicatori di efficienza e di efficacia. Inoltre, occorre superare gli anacronistici servizi di controllo interno e nuclei di valutazione e prevedere la costituzione degli Organismi indipendenti di valutazione. Per realizzare il benchmarking tra gli enti è necessario introdurre gli strumenti manageriali proposti.
Per quanto riguarda gli Organismi di valutazione le delibere della ex Civit, la quale ha dettato “criteri stringenti per l’adeguamento alla nuova normativa”, sono rivolte alle amministrazioni centrali dello Stato, agli enti pubblici non economici e solo alle autonomie locali che hanno costituito l’organismo indipendente di valutazione della performance. Pertanto, i comuni e le regioni continuano in gran parte ad utilizzare il vecchio organismo di valutazione e non sono soggette ai contenuti ed alle disposizioni emanate dalla ex Civit.
Ritengo che l’eliminazione della figura del Segretario comunale e le nuove norme rivolte alla dirigenza non sono sufficienti per le autonomie locali per avviare un percorso di cambiamento delle autonomie locali.
A mio modesto avviso ritengo che occorre nel disegno di legge delegare il Governo affinché possa dilegiferare nelle seguenti materie:
- Introduzione del sistema di misurazione e valutazione della performance;
- Adozione degli indicatori di performance;
- Costituzione dell’Organismo indipendente di valutazione della performance;
- Riorganizzazione della materia degli incentivi al personale, la cui erogazione deve essere condizionata alla introduzione del sistema di misurazione e valutazione della performance ed alla adozione degli indicatori della performance.
Inoltre, occorre che il disegno di legge delega modifichi e integri il D. Lgs. n. 150/2009 nel modo seguente:
- Abrogazione del c. 2 dell’art. 13 del Decreto al fine di far rientrare nell’area di controllo e di supporto della ex Civit (ora Dipartimento della Funzione Pubblica) le autonomie locali. Fino a questo momento la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e l’Anci non hanno prodotto i risultati sperati dal legislatore;
- L’estensione dei commi 1 e 2 dell’art. 14 del Decreto alle autonomie locali al fine di sostituire i servizi di controllo interno ed i nuclei di valutazione con l’Organismo indipendente di valutazione, disciplinato dal D. Lgs. n. 150/2009. I vecchi organismi di valutazione sono stati duramente criticati dalla letteratura manageriale per i risultati insufficienti conseguiti e per l’autoreferenzialità.
E’ necessario aprire un dialogo ed un confronto con l’Anci e la Conferenza delle regioni e delle province autonome e dopo sulla base dei risultati adottare gli appositi decreti legislativi.
Sono convinto che il disegno di legge delega è una occasione da non perdere a favore del cambiamento delle autonomie locali, superando i limiti del D. Lgs, n. 150/2009”.
Si fa presente che il management di una organizzazione privata o pubblica deve disporre di dati e informazioni sui processi produttivi per conseguire gli obiettivi programmati e guidare l’organizzazione stessa a realizzare il miglioramento continuo. In mancanza di tali informazioni l’organizzazione viene guidata a vista con i conseguenti errori di valutazione. Inoltre, per le organizzazioni viene disattesa la trasparenza totale nei confronti dei cittadini, i quali sono nell’impossibilità di partecipare e proporre i cambiamenti necessari.

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lunedì 22 settembre 2014

Angelo Rughetti risponde sulla riforma PA


Subito dopo la lettura del disegno di legge delega “Riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” ho inviato una e-mail ai deputati Alessia Rotta e Diego Zardini nella quale esprimevo le mie perplessità e preoccupazioni in quanto il D. L. n. 90/2014 ed il disegno di legge delega non prevedono, nonostante l’esperienza fallimentare, il superamento delle norme dettate dal D. Lgs. n. 150/2009 (decreto Brunetta) in materia di autonomie locali.
E-mail inviata ai deputati Alessia Rotta e Diego Zardini
“Sono molto preoccupato in quanto il D. L. n.90/2014 ed il disegno di legge delega sulla PA non prevedono cambiamenti nei confronti dei comuni e delle regioni. Pertanto rimangono in vigore le norme previste dalla legge Brunetta (D. Lgs. n. 150/2009) con tutti i loro limiti: Norme facoltative per le autonomie locali.
I Comuni potranno continuare a istituire il nucleo di valutazione anziché l’organismo indipendente di valutazione (OIV), obbligatorio solo per le amministrazioni dello Stato e per gli enti pubblici non economici. La letteratura manageriale ha espresso critiche fondate e pesanti nei confronti del nucleo di valutazione (autoreferenzialità, assenza di canali di comunicazione con l’esterno, assenza di indicatori di performance, risultati insufficienti ecc.).
Occorre nintrodurre nei comuni e nelle regioni il sistema di misurazione e valutazione della performance al fine di erogare servizi di qualità senza dispendio di risorse. Tale strumento non è obbligatorio per le autonomie locali.
Inoltre, non è previsto il benchmarking tra i comuni, classificati per popolazione, le Regioni e le strutture del Servizio sanitario nazionale. Per realizzare tale comparazione è necessario stabilire a livello centrale degli indicatori comuni di performance.
E’ necessario abrogare il c. 2 dell’art. 13 del D. Lgs n. 150/2009 perché svuota di poteri l’organo di controllo e valutazione (ex Civit ora Dipartimento della funzione pubblica) e realizzare con le associazioni (Anci e Conferenza delle Regioni) una consultazione prima di introdurre le norme obbligatorie per le autonomie locali (OIV, sistema di misurazione e valutazione della performance, indicatori di performance,benchmarking).
L’art. 19, c. 9, del D. L. n. 90/2014 conv. nella L. n. 114/2014 prevede il trasferimento delle competenze in materia di misurazione e valutazione della performance al Dipartimento della funzione pubblica. Questa decisione è uguale a quella di Brunetta che non ha voluto istituire un’Autorità ad hoc e si è limitato a creare l’ex Civit. In definitiva tali competenze verranno gestite da un organo che dipenderà dalla Presidenza del Consiglio e quindi non potrà operare in completa autonomia e indipendenza. Non bisogna dimenticare che accanto alla misurazione e valutazione occorre prevedere la trasparenza della performance affinché i cittadini possano prendere conoscenza dei risultati e delle risorse utilizzate.
Questi sono alcuni problemi della Riforma della PA.” …………
Alessia Rotta, ritenendo importante la mia comunicazione, ha girato l’e-mail al Sottosegretario Angelo Rughetti, il quale gentilmente mi ha inviato la seguente risposta.
“Ci riferiamo alla Sua email relativa al tema della valutazione negli enti locali. Siamo pienamente d’accordo sul fatto che la valutazione e la meritocrazia, intesa in senso ampio, delle persone e delle strutture, siano la chiave di volta per una Pubblica Amministrazione a servizio dei cittadini; crediamo tuttavia che per quanto riguarda il tema specifico della valutazione e della misurazione della performance negli Enti Locali, quanto accaduto negli ultimi anni ci imponga una riflessione particolare.

Già il CCNL del 31.03.1999 aveva introdotto negli enti locali l’obbligo di definire strumenti di valutazione ai fini della erogazione dei premi di produttività; questo precettoè stato ulteriormente rafforzato con il dlgs 150/2009, artt. 18 e 54, che, pur lasciando agli enti locali ed alle Regioni l’autonomia nelle modalità di adeguamento, ha posto un vincolo valevole per tutte le amministrazioni, ivi compresi gli enti locali, ai quali è vietata ogni forma di distribuzione delle risorse destinate alla produttività in assenza dell’adozione degli strumenti di valutazione della performance, la violazione di tale vincolo determina responsabilità erariale a carico dell’Amministrazione.
Allo stesso modo, per quanto riguarda il tema degli Organismi di Valutazione, la CIVIT (ora A.N.A.C) con proprie Delibere ha dettato criteri molto stringenti per l’adeguamento alla nuova normativa anche da parte degli enti locali, tenuti a rivedere i propri Nuclei di valutazione conformandosi ai precetti vincolanti contenuti nelle citate Delibere.
A fronte di tutto ciò, abbiamo assistito in questi anni alla produzione da parte di tantissimi Comuni di elaborati piani della performance, all’adozione di complessi regolamenti sui nuovi organismi di Valutazione, il cui risultato spesso però in termini complessivi di efficienza e premialità non è stato, purtroppo, quello atteso.
Non crediamo, quindi, sia un problema di introdurre nuovi obblighi ma di capire dove e in che termini questo modello va rivisto, anche alla luce del nuovo contesto socio economico nell’ambito del quale ci muoviamo; nella riforma della PA che abbiamo avviato con il DL n. 90/2014 e, soprattutto, con il Disegno di legge Delega AS n. 1577, abbiamo puntato allo sviluppo di una PA – statale, regionale e locale -, semplice e fluida nonché sulla responsabilizzazione degli attori coinvolti, in primis i dirigenti pubblici, assegnando alla valutazione del loro operato un peso fondamentale e concreto, anche ai fini del rinnovo degli incarichi.
Ovviamente, c’è tanto ancora da fare; la ringraziamo quindi per le sollecitazioni e per le considerazioni”.
Considerazioni a caldo
Dalla risposta del sottosegretario Angelo Rughetti si evince chiaramente la volontà di non affrontare nell’immediato le questioni relative alle autonomie locali nel disegno di legge delega sulla riforma delle PA.
Non è sufficiente aver superato la figura del Segretario comunale ed aver previsto nuove norme sulla dirigenza per realizzare un percorso di cambiamento delle autonomie locali.
Ritengo che le problematiche ancora aperte che riguardano le autonomie locali (Regioni, Città metropolitane e Comuni) devono essere affrontate con lo strumento del disegno di legge delega e non più rinviate. In un momento in cui occorre eliminare gli sprechi ed i doppioni e recuperare risorse e qualità dei servizi, è urgente porre le basi per la riorganizzazione delle autonomie locali, le quali, pur essendo formalmente in linea con i principi del D. Lgs. n. 150/2009 confermano lo status quo, sperperano risorse utilizzando strumenti inefficaci (servizi di controllo interno e nuclei di valutazione).
Si fa presente che le norme “stringenti” della Civit riguardano solamente gli enti territoriali che hanno adottato l’organismo indipendente di valutazione e non quelli che continuano ad utilizzare i vecchi organismi di valutazione.
Il sistema di incentivazione legato ai piani come può essere applicato negli enti territoriali dove manca completamente un sistema di misurazione e valutazione della performance? Tuttavia vi sono enti locali che hanno distribuito gli incentivi pur non avendo introdotto un sistema di misurazione e valutazione efficace e gli indicatori di efficacia e di efficienza.
A mio avviso occorre riordinare la materia degli incentivi al personale, la cui erogazione deve essere condizionata alla introduzione del sistema di misurazione e valutazione della performance e alla adozione degli indicatori della performance.
Si ritiene fondamentale per facilitare tale percorso modificare ed integrare il D. Lgs. n. 150/2009 nel modo seguente:
- Abrogazione del c. 2 dell’art. 13 del Decreto al fine di far rientrare nell’area di controllo e di supporto della ex Civit (ora Dipartimento della Funzione Pubblica) le autonomie locali. Fino a questo momento la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e l’Anci non hanno prodotto i risultati sperati dal legislatore;
- L’estensione dei commi 1 e 2 dell’art. 14 del Decreto alle autonomie locali al fine di sostituire i servizi di controllo interno ed i nuclei di valutazione con l’Organismo indipendente di valutazione, disciplinato dal D. Lgs. n. 150/2009. I vecchi organismi di valutazione sono stati duramente criticati dalla letteratura manageriale per i risultati insufficienti conseguiti e per l’autoreferenzialità.
Inoltre, occorre prevedere nel disegno di legge delega il conferimento del potere al Governo affinchè possa legiferare nelle seguenti materie:
- La introduzione del sistema di misurazione e valutazione della performance;
- L’adozione degli indicatori di performance;
- La costituzione dell’Organismo di valutazione della performance in sostituzione dei servizi di controllo interno ed i nuclei di valutazione;
- La rivisitazione del sistema premiale al personale ed ai dirigenti.
Ritengo che il Ministero della semplificazione e la pubblica amministrazione può avviare una fase di consultazione e di confronto con le associazioni degli enti territoriali al fine di concordare l’introduzione degli strumenti di performance management e avviare una stagione di cambiamento anche nelle autonomie locali.
Il primo passo che deve essere compiuto è quello di prevedere nel disegno di legge la delega al Governo di intervenire per migliorare lo stato delle autonomie locali con gli strumenti indicati. Dopo è necessario aprire un dialogo con l’Anci e la Conferenza delle regioni e delle province autonome e, quindi, adottare un apposito decreto legislativo.
Il disegno di legge delega “Riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” è una occasione da non perdere altrimenti si sceglie di non contrastare le inefficienze e gli sprechi nelle autonomie locali e di non migliorare la qualità dei servizi e il rapporto tra le istituzioni territoriali ed i cittadini.



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