venerdì 3 febbraio 2012

Lavoro e tutele per i giovani

articolo di Irene Tinagli pubblicato su La Stampa il 3 febbraio 2012

La realtà è questa: in Italia ci sono oltre 10 milioni di persone, tra cui moltissimi giovani, che vivono situazioni di lavoro inesistenti oppure estremamente precarie. E per precarie, sia ben inteso, non si intende semplicemente un contratto a tempo determinato, ma si intende una posizione di lavoro in cui non si ha alcuna forma di tutela, dove non ci si può permettere di ammalarsi né tantomeno una gravidanza, dove non ci sono ferie pagate né indennità di fine rapporto e dove, come nel caso delle migliaia di persone costrette ad aprirsi una partita Iva pur non essendo professionisti, bisogna anche pagarsi da soli i contributi che normalmente paga il datore di lavoro. Per queste persone il miraggio non è tanto il posto fisso, ma condizioni di lavoro degne di questo nome, e un qualche supporto che le aiuti quando un contratto finisce e hanno bisogno di tempo o di nuova formazione per trovarne un altro. Milioni di giovani di fatto chiedono questo. Quello che già hanno gran parte dei loro coetanei nel resto d’Europa.
Di fronte a questa realtà possiamo fare due cose. Possiamo dire a questi giovani che non devono stare a guardare questi «dettagli», ma che devono aspettare e puntare al posto fisso, come i loro nonni e i loro padri, perché quando ce lo avranno vivranno felici e protetti per il resto dei loro giorni. Poco importa se la competizione internazionale ha reso i mercati talmente instabili che le aziende non assumono più con contratti fissi. Poco importa se quel posto arriverà tra venti anni o forse mai. L’importante è tenere vivo l’obiettivo. Nel frattempo alle aziende che non riescono a sopravvivere offrendo contratti vecchio stampo si concede una serie di possibilità contrattualistiche ad altissima «deregolamentazione». In questo modo le aziende sono più o meno contente, i sindacati pure. I giovani un po’ meno, ma pazienza. Gli resta comunque il sogno di entrare prima o poi a far parte dei lavoratori «veri».
Oppure possiamo dire a questi giovani che, viste le turbolenze economiche attuali e con aziende che aprono e chiudono nel giro di pochi mesi, sarà sempre più difficile avere un posto che duri tutta la vita. Che se continua così si ritroveranno in milioni a scannarsi per poche migliaia di posti che arriveranno quando saranno impoveriti e stremati. E possiamo quindi provare a rendere questo percorso meno logorante. Da un lato, cercando di stimolare le imprese ad assumere, allentando le incertezze più gravose (come quelle delle cause di lavoro per reintegro che durano anni), alleggerendo la burocrazia e provando a rilanciare un po’ di investimenti. Dall’altro lato creando per questi giovani lavoratori, col coinvolgimento di Stato e aziende, nuove reti di sicurezza che in caso di malattia, gravidanza o ricerca di nuovo lavoro, non li lascino soli con la promessa che «quando avranno il posto fisso sarà tutto diverso».
La prima strada è quella che abbiamo perseguito sino ad oggi. La seconda è quella che il governo Monti dice di voler intraprendere. Si può certamente discutere sui bei tempi che furono, e, più seriamente, sugli strumenti che verranno adottati e sul come implementarli. Ma non si può dire che cercare di riformare un mercato del lavoro e del welfare squilibrato come il nostro sia sbagliato. Perché l’obiettivo, almeno per come è stato presentato fino ad oggi da Monti e da Fornero, non è smantellare un sistema di tutele, ma ridisegnarle per fare in modo che milioni di persone che oggi hanno poco lavoro e zero protezioni, possano finalmente ritrovare un po’ di speranza. Non ci dimentichiamo che oggi, al di là dei due milioni e duecentoquarantamila disoccupati, più della metà dei lavoratori italiani non è protetta né dall’articolo 18 né, molto spesso, da forme di tutela assai più basilari: quattro milioni e centomila dipendenti di imprese con meno di 15 addetti, un milione e mezzo di collaboratori autonomi tipo co.co.pro., un milione e mezzo di interinali o con contratti a termine, mezzo milione di stagisti, un milione di collaboratori domestici, e due milioni e mezzo di irregolari. Per non contare la marea di partite Iva che di fatto operano come lavoratori dipendenti. E’ chiaro che ridisegnare un sistema in questo senso chiama in causa tutti: le aziende - che non potranno più avere l’alibi di regole troppo rigide per andare a questuare sussidi allo Stato; i sindacati - che dovranno trovare un modo di fare lotta sindacale incentrato sulla persona, la sua formazione e crescita più che sul posto di lavoro; e infine lo Stato - che dovrà garantire formazione e servizi efficienti e vigilare sul funzionamento del mercato. Certamente questo ridisegno richiede estrema cura, per evitare gli errori e le distorsioni delle riforme passate. Ma proprio questa cura e questo concorso di forze sono necessarie per ridare a tante persone una serenità che un tempo veniva trovata da molti nel lavoro fisso ma che oggi ha bisogno di nuovi strumenti per essere raggiunta da tutti.

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giovedì 2 febbraio 2012

Lavoro: nuova visione e strumenti

Intervista a Pietro Ichino a cura di Oreste Pivetta pubblicata su L’Unità il 31 gennaio 2012
Professor Ichino, crisi economica, declino dell’impresa manifatturiera in Italia, calo pesante dell’occupazione, logoramento progressivo del potere d’acquisto. Hanno ragione i sindacati quando chiedono insieme alle riforme interventi e investimenti per la ripresa?
Sì. Ma gli investimenti oggi possono venire solo in minima parte dallo Stato, mentre possono venire in massima parte dall’aprire il Paese agli investimenti stranieri. Se riuscissimo ad allinearci alla media europea, questo significherebbe un maggior flusso di investimenti in entrata di molte decine di miliardi l’anno. Certo, per questo occorre correggere molte storture nel sistema-Italia.
Quali?
Smettere di trattar male chi si propone di investire in casa nostra, come abbiamo fatto sistematicamente nell’ultimo quarto di secolo. Ridurre il costo dell’energia e dei servizi alle imprese, che in Italia è molto superiore agli altri Paesi: per questo aumentare la concorrenza è essenziale. Far funzionare meglio le amministrazioni e ridurre la burocrazia. Semplificare una legislazione del lavoro farraginosa e non traducibile in inglese, allinearla ai migliori standard del centro e nord-Europa. Far funzionare meglio il nostro mercato del lavoro.
Da anni si assiste a una discussione, talvolta in toni quasi drammatica, attorno all’articolo 18. Ma è l’articolo 18 il punto?
Articolo 18 significa molte cose. Significa, innanzitutto, protezione della libertà e dignità delle persone nei luoghi di lavoro, con l’inibizione dei licenziamenti discriminatori e di rappresaglia; per questo aspetto la norma non va soltanto conservata, ma estesa ai milioni di lavoratori dipendenti che oggi ne sono privi. Questo prevedono sia il mio disegno di riforma della materia, sia il disegno di legge Nerozzi, ispirato al progetto Boeri-Garibaldi. In materia di licenziamento per motivi economici od organizzativi, invece, l’articolo 18 non costituisce la forma di protezione migliore, perché genera una rigidità che rende le imprese riluttanti ad assumere a tempo indeterminato. Questo è il motivo principale per cui quattro quinti delle assunzioni avvengono con contratti precari.
Altro tema: la Cassa integrazione. É il momento giusto per mettersi a discutere di cassa integrazione?
La Cassa integrazione è uno strumento prezioso per tenere legati i lavoratori all’impresa nei momenti di difficoltà, nelle crisi temporanee. Ma è sbagliato usare questo strumento, come facciamo diffusamente, nei casi in cui è certo che il lavoratore non riprenderà più l’attività nella vecchia azienda. Per questi casi occorre uno strumento di natura diversa, strutturato per attivare la ricerca della nuova occupazione; dobbiamo pensare a un sostegno del reddito più robusto di quello offerto dalla Cig, e anche suscettibile di durare più a lungo, ma condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore per la ricerca della nuova occupazione e per tutto quanto è necessario fare per trovarla.
Hai, con altri parlamentari, presentato un disegno di legge che si ispira al modello della flexsecurity danese. Non c’è il rischio dell’astrazione riferendosi a paesi di altra storia, d’altra cultura, d’altra tradizione anche in materia di welfare?
Il modo in cui attualmente usiamo affrontare le crisi occupazionali, in ritardo e con lo strumento sbagliato, comporta costi molto alti per tutti, lavoratori compresi. Con quel che si risparmia affrontando le crisi in modo più appropriato c’è di che finanziare abbondantemente un trattamento di entità e di durata massima pari a quelle danesi, compresi i buoni servizi di outplacement, che sono disponibili anche in Italia. Il modo migliore per verificare se questo è vero è aprire la possibilità di sperimentazione: dove una Regione sia disponibile a coprire i costi standard dei servizi al lavoratore e l’impresa sia disponibile a farsi carico del trattamento complementare di disoccupazione, perché non consentire che tutti i nuovi rapporti di lavoro si costituiscano secondo questo modello? Forse che oggi il nostro mercato del lavoro offre ai nuovi assunti qualche cosa di meglio?
Certo, lasciare tutto come prima sarebbe criminale. La precarietà attuale nelle forme di lavoro è intollerabile. Come la superiamo?
Lo schema che potrebbe essere oggetto della sperimentazione, dove ce ne siano le condizioni che dicevo prima, è questo: tutti i nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato, tranne i casi classici di lavoro a termine, come quello stagionale o le sostituzioni temporanee; a tutti le protezioni essenziali secondo i migliori standard europei, compreso l’articolo 18 contro discriminazioni e rappresaglie; ma nessuno inamovibile: a chi perde il posto una sicurezza economica e professionale maggiore rispetto a quella attuale, cui contribuisce in parte l’assicurazione generale, in parte l’impresa che ha scelto la nuova forma sperimentale per le proprie nuove assunzioni, con il rimborso del costo standard dei servizi di outplacement a carico della Regione.
Credo che a qualsiasi lavoratore importerebbe poco dell’articolo 18, se tutto andasse bene e, rimanendo senza lavoro, potesse trovare una occupazione dietro l’angolo…
Nella sola città di Milano nel corso del 2011 sono stati stipulati 108.000 contratti di lavoro; e si calcola che ci sia qualche migliaio di posti di lavoro scoperti per mancanza di persone con qualificazione idonea. Il volume delle crisi occupazionali nella stessa città è espresso da numeri con due zeri in meno. Perché rinunciamo sistematicamente a un rapido assorbimento dei lavoratori licenziati, attivando le iniziative di assistenza intensiva e di riqualificazione mirata di cui si servono tutti i Paesi più civili del nostro? Perché mai non dovremmo provare a far funzionare meglio questo mercato del lavoro, sfruttandone a fondo tutte le potenzialità, che non sono disprezzabili neppure in questo momento di grave crisi?
Con il tuo progetto non si creerebbe un nuovo dualismo tra lavoratori vecchi e nuovi?
Sì, ma non sarebbe più il dualismo attuale fra protetti e non protetti, bensì l’affiancamento di due tra le forme di protezione più forti che siano state sperimentate in Europa nell’ultimo secolo.

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mercoledì 1 febbraio 2012

Cambiamento: dal posto di lavoro al lavoratore

Articolo di Irene Tinagli pubblicato su La Stampa l’1 gennaio 2012
Ormai non fa più nemmeno notizia: la disoccupazione giovanile in Italia non accenna a scendere. Anzi, su base annua, continua a salire. Secondo i dati resi noti ieri dall’Istat è al 31%. Fin dove dovrà arrivare perché questo Paese si decida a far qualcosa e a farlo subito?
Forse qualcuno dovrebbe ricordare a politici, sindacalisti e amministratori di vario livello e colore che continuare ad ignorare il problema, ricordandosene solo per qualche slogan nei comizi, non farà cambiare direzione a questo trend. Ma soprattutto qualcuno dovrebbe ricordare loro che questo andamento ci porterà dritti dritti verso una situazione di gravissima insostenibilità sociale ed economica. Non si tratta solo dei giovani, ma di tutti noi. Per capirsi: dire che stiamo mangiando il futuro dei giovani è una sciocchezza. Perché in realtà stiamo mangiando quello di tutta la nazione, incluso quello di tante signore e signori che oggi guardano con compassione e commiserazione questi «poveri ragazzi». Perché tra dieci-quindici anni avremo qualche milione di adulti con scarsi stipendi, poca e probabilmente cattiva esperienza lavorativa, e quasi zero contributi cumulati. E avremo, di conseguenza, un Paese che non riuscirà a sostenere né crescita né spese sociali, perché avrà una forza lavoro che non sarà in grado, suo malgrado, di contribuire sufficientemente alla produttività, alle entrate e alla crescita. E che, anzi, avrà probabilmente bisogno di assistenza sociale. Continuare a dire che stiamo danneggiando il loro futuro, quindi, è miope e fuorviante. È come guardare un orto che avvizzisce e pensare «povere piantine», scordandoci che senza quelle piantine resteremo presto tutti senza mangiare.
È stupefacente come nessuno sembri rendersi conto della bomba che stiamo confezionando e su cui siamo seduti. E come molti ancora pensino che semplicemente mantenendo le tutele dei padri possiamo tutelare sia i padri che i figli, senza rendersi conto che così facendo rimandiamo solo il momento in cui entrambi salteranno con le gambe all’aria. E i primi assaggi li avremo presto, quando migliaia di lavoratori da anni in cassa integrazione resteranno scoperti. Perché la cassa integrazione straordinaria, lo sappiamo bene, non ha fatto che finanziare una lenta agonia, ma non ha reso né le aziende né i lavoratori più forti e competitivi sul mercato. E anche quella bomba, presto, esploderà.
Domani inizia il tavolo tra ministro del Welfare e parti sociali. I segnali «preparatori» di questi giorni non sono molto incoraggianti, con le parti sociali che hanno già lanciato veti e allarmi preventivi. I sindacati hanno messo le mani avanti su cassa integrazione e articolo 18, intoccabile perché questione di «civiltà» (qualcuno dovrà prima o poi dire a Francia, Danimarca, Spagna, Inghilterra e a molti altri Paesi europei quanto siano incivili). E anche Confindustria pare molto allarmata per l’ipotesi di riformare la cassa integrazione straordinaria - un costo di miliardi di euro che lo Stato si sta sobbarcando da anni per dare tempo alle imprese di «ristrutturarsi» (un tempo che però sembra non arrivare mai). La convergenza di interessi tra sindacati e industria su alcuni dei temi chiave della riforma che da domani sarà in discussione dà un’idea abbastanza chiara delle cause dell’ingessamento della nostra economia, e dell’incapacità di una buona parte del nostro sistema produttivo di aprirsi ai giovani così come alle nuove tecnologie e all’innovazione.
È in parte comprensibile che una parte sociale che ha impostato tanta parte della sua ragion d’essere sul tema della difesa del posto di lavoro prima ancora che del lavoratore in sé (perché prima si difende il posto, l’«inamovibilità», poi si parla di formazione, crescita, competenze etc.) sia pronta a dar battaglia sul comma di un articolo. Così come può essere comprensibile che un’associazione di industriali che tanto hanno beneficiato (e spesso approfittato) degli aiuti dello Stato siano adesso spaventati da riforme che potrebbero rendergli la strada più difficoltosa. E c’è da riconoscere che la crisi non ha aiutato: con essa sono aumentate paure e insicurezze, ed è più facile per rappresentanti politici e di categoria cavalcare certe paure che assumersi la responsabilità di un’azione coraggiosa che le sfidi.
Ma quando domani si troveranno tutti allo stesso tavolo per discutere una riforma che, pur non essendo l’unica soluzione al problema dei giovani, rappresenta un tassello fondamentale dell’insieme di misure che il governo sta attuando, c’è da sperare che le varie parti ritrovino questo coraggio. E che preferiscano sfidare le paure e gli interessi di parte per il bene comune, piuttosto che restare schiavi di un copione che l’Italia legge ormai da troppi anni.

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Spesa pubblica: dai tagli lineari alla spending review

Intervista a Enrico Morando, senatore PD e membro della commissione Bilancio, a cura di Antonino Leone pubblicata su Sistemi e Impresa n. 1 – gennaio 2012
Il Governo Monti si trova ad affrontare problemi strutturali che permettano all’Italia di uscire dalla crisi ed iniziare a crescere. Numerosi sono i problemi da affrontare con una visione prospettica e tra questi si citano: il debito pubblico che rappresenta il 120% del Pil, l’evasione fiscale, l’ammontare della spesa pubblica che supera il 50% del Pil, la creazione della ricchezza per superare i problemi sociali del paese ed alimentare le risorse dello Stato da destinare al miglioramento del rapporto deficit/Pil ed agli investimenti.
In un momento in cui le risorse dello Stato sono scarse a causa della crisi economica assume rilevanza la qualità, oltre che la quantità, della spesa pubblica in quanto le inefficienze e gli sprechi della macchina statale non favoriscono la crescita del paese ed il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. In passato l’ex Ministro Padoa Schioppa, facente parte del Governo Prodi, aveva introdotto il metodo della spending review per porre sotto controllo e qualificare la spesa pubblica. Con il Governo Berlusconi tale metodo è stato abbandonato per sostituirlo con i tagli lineari.
Nel mese di maggio 2011 l’allora Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, aveva dichiarato che per conseguire l’obiettivo del pareggio del bilancio nel 2014 occorreva riattivare  la spending review nel contesto della manovra di finanza pubblica per il periodo 2012-14.
Della spesa pubblica ne parliamo con il senatore Enrico Morando, il quale  ha proposto nella seconda manovra del Governo Berlusconi del 2011 lo strumento della spending review al fine di avviare un circolo virtuoso di efficienza della spesa pubblica.    

Con il Governo Berlusconi il problema del controllo della spesa pubblica è stato affrontato con i tagli lineari ed indiscriminati, lasciando inalterati gli sprechi e la spesa improduttiva. Quali sono stati gli effetti economici e sociali di tali interventi?
Nell'immediato, si è ottenuto che la spesa pubblica totale, nel 2010 e nel 2011, crescesse ad un ritmo decisamente meno intenso rispetto a quello del passato. Soprattutto, rispetto agli anni 2002-2005, quando la spesa corrente primaria (cioè, al netto di quella per interessi) è stata fatta crescere ad un ritmo insostenibile, vanificando i risultati ottenuti nella seconda metà degli anni '90. Ma anche questo risultato è effimero: nel taglio orizzontale non c'è, per definizione, scelta selettiva. Quindi, non rimuove i fattori di eccesso di spesa e di dequalificazione e inefficienza della stessa. Ma noi, se vogliamo evitare il fallimento del debito pubblico, tornare a crescere e combattere la disuguaglianza, dobbiamo spendere meno e spendere meglio. Nessuno dei due risultati si è ottenuto coi tagli lineari.

Lei è stato il proponente di un emendamento alla manovra economica bis del 2011, approvato dal Parlamento, che introduce la spending review. Vuole spiegare l’efficacia di tale strumento, gli effetti sul controllo della spesa pubblica in generale ed in particolare sull’eliminazione di quella improduttiva? Quali sono i percorsi ed i metodi delineati per l’attuazione della spending rewiew? 
 In estrema sintesi, si tratta di questo:
1- Si definisce un Programma di ristrutturazione dell'intera Pubblica Amministrazione. Questo Programma definisce i contorni e le strutture dello Stato così come le vogliamo tra dieci anni. Esempio: un solo Ufficio Territoriale del Governo (oggi sono sei); una solo Agenzia fiscale (oggi sono tre); un solo istituto previdenziale (fino a ieri erano tre; il Governo Monti ha già provveduto a fonderli in uno)....
2- Sulla base di questo Programma, si allunga il tempo di programmazione. Ciò che l'anno prossimo è immodificabile, non lo è più tra cinque o dieci.
3- Il Bilancio è a base zero. Non un euro si deve spendere nel futuro, perché "lo abbiamo sempre speso nel passato". Rigiustificare tutto all'inizio.
4- Ogni Ufficio, ogni più piccolo segmento, della Pubblica Amministrazione deve essere sottoposto ad un operazione di comparazione, avendo a riferimento l'Europa e l'Italia. Perché qui si spende 10 per ottenere 8, se l'ufficio di fianco, in condizioni identiche, spende 9 per ottenere 9, facendo esattamente la stessa cosa? Perché, per la Giustizia, spendiamo più della media dei grandi dell'Eurozona, ottenendo di meno?
5- Sulla base di questa comparazione, si definiscono per ogni singolo segmento della Pubblica Amministrazione obiettivi di costi e risultati, da affidare ai dirigenti.
6- In rapporto al conseguimento di obiettivi, premi e penalizzazioni.

Si incontreranno resistenze in fase di attuazione della spending review? 
Certamente sì, e saranno enormi. Perché la spesa pubblica è al 50% del PIL, e quindi ad essa sono avvinghiati, dentro e fuori dalla macchina pubblica, interessi grandi e piccoli, che cercano di difendersi. Ma se consentiremo loro di prevalere, la loro sarà una vittoria di Pirro: non c'è salvezza per nessuno, se crolla il debito pubblico.

Il Governo Monti sembra che si stia preparando a passare dai tagli lineari di Tremonti ad interventi di riduzione chirurgica della spesa: da Palazzo Chigi ai Ministeri ed al sistema delle autonomie locali. La riduzione selettiva della spesa pubblica improduttiva può aiutare l’economia italiana a crescere? 
Sì, perché una revisione seria della spesa consente di spendere meglio, e quindi di migliorare le performances della Pubblica Amministrazione, che contribuiscano in modo determinante alla Produttività Totale dei Fattori. Inoltre, consente di spendere meno, così potendo destinare una quota delle risorse "liberate" a riduzione della pressione fiscale sui produttori (lavoro e impresa) e a investimenti in infrastrutture materiali (mobilità) e immateriali (ricerca, formazione del capitale umano).

I servizi ai cittadini ed il sostegno all’impresa, i quali hanno subito un duro colpo con i tagli lineari, possono essere riconsiderati e sostenuti con i risparmi strutturali della spending review della spesa pubblica al fine di sopportare la crescita del paese ed aumentare l’efficienza dei servizi pubblici delle PA?  
Esatto. Vorrei però che fosse chiaro che la revisione della spesa non è cosa che riguardi solo lo Stato centrale. Dal più piccolo Comune al più grande Ministero, tutta la Pubblica Amministrazione deve essere coinvolta. E non solo la Pubblica Amministrazione in senso proprio, ma anche gli Enti e le Società partecipate. Un lavoro curato dalla Sen. Pignedoli, sul Ministero dell'agricoltura, dimostra che in questo settore sono soprattutto le numerosissime Società ed Enti a dover subire una drastica cura volta ad ottenere più efficienza, via dimagrimento.

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martedì 31 gennaio 2012

Eugenio Scalfari controreplica a Susanna Camusso

Articolo di Eugenio Scalfari pubblicato su La Repubblica il 31 gennaio 2012
Mi aspettavo una risposta di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, al mio articolo di domenica che si apriva con una lunga citazione da un'intervista che Luciano Lama ci dette nel gennaio del 1978. Me l'aspettavo e la ringrazio vivamente di avercela inviata. Avevo anche deciso che non l'avrei commentata poiché speravo che - pure ribadendo i punti di vista del sindacato da far valere al tavolo del negoziato con il governo - avrebbe dimostrato d'aver capito quale sia la situazione attuale nella quale si trova l'economia dell'Italia, dell'Europa e di tutto l'Occidente
L'intervista con Lama da me citata poteva essere di grande insegnamento: un dirigente sindacale metteva l'interesse generale al di sopra del pur legittimo "particulare" e faceva diventare il sindacato un protagonista attraverso una politica di sacrifici che andavano dalla licenziabilità alla moderazione sindacale, alla riduzione della cassa integrazione, con la principale finalità di far diminuire la disoccupazione e aprire l'occupazione alle nuove leve giovanili.
Purtroppo non ho trovato, nella risposta della Camusso, l'intelligenza politica che in altre recenti circostanze aveva dimostrato.
È possibile che la sua rigidità su tutti i piani della discussione sia una tattica negoziale, ma temo di no. La Camusso sa che il governo tenterà di arrivare a un accordo, ma se la controparte sindacale dicesse no su tutti i punti, andrà avanti comunque perché la riforma del mercato del lavoro è un tassello essenziale del mosaico che il governo sta componendo.
Ogni tattica negoziale è quindi inutile, il tempo a disposizione è limitato, la crisi e la recessione sono ancora tutt'altro che domate. Non di tattica sindacalese c'è bisogno, ma di strategia politica e realistica. Perciò risponderò alla lettera del segretario della Cgil; servirà almeno a chiarire alcuni aspetti del problema che mi sembra siano sfuggiti alla sua attenzione. La Camusso sostiene che l'elemento dominante della crisi sta nell'occupazione precaria e nella disoccupazione.
Che il precariato sia un fenomeno deprecabile che va affrontato con energia e priorità è una verità ammessa da tutti. Il governo Prodi del 2007 lo poneva al primo posto del suo programma, anche se non riuscì a ottenere alcun risultato: era un governo con due voti di maggioranza e poteva far ben poco. Ma il governo Prodi del 1996, che aveva ben altra forza politica, fu quello che introdusse la flessibilità del lavoro con i provvedimenti caldeggiati dal ministro Treu.
Dunque il precariato è un male, la flessibilità un bene in un'economia aperta e globalizzata. Il Lama del '78 già lo diceva a chiare lettere, era uno dei punti essenziali dell'intervista da me citata.
Il precariato non si sconfigge abolendo la flessibilità perché la flessibilità, se è ben strutturata attraverso una riforma dei contratti, rappresenta l'alternativa al precariato. La Camusso dovrebbe saperlo e aprirsi a questo discorso, non arroccarsi.
Ma se è vero che il precariato è un male (ed è certamente vero) non è invece vero che il precariato sia la causa della crisi. Qui la Camusso sbaglia radicalmente. Il precariato e la disoccupazione sono gli effetti della crisi insieme alla recessione e alla "stagflation", ma le cause sono del tutto diverse.
Le cause sono l'esplosione del debito, la finanziarizzazione dell'economia. L'emergere di nuovi attori nell'economia mondiale e la legge dei vasi comunicanti che la globalizzazione ha reso effettiva.
Dice la Camusso che il mondo attuale è molto cambiato rispetto a quello di Lama. L'ho detto anch'io domenica scorsa e del resto è ovvio che sia cambiato, ma in che modo è cambiato? Nella divisione internazionale del lavoro, nell'inesistenza dei diritti sindacali nei Paesi nostri concorrenti, nell'inesistenza dei diritti di cittadinanza in quegli stessi Paesi, nella povertà di milioni e milioni di persone nell'Africa centrale e settentrionale, decisi ad affrontare la morte pur di sbarcare sulle sponde mediterranee dell'Europa opulenta.
I lavoratori e le imprese europee (e italiane) debbono fronteggiare le esportazioni cinesi, coreane, indonesiane, prodotte a costi molto più bassi dei nostri e non si tratta più di pigiamini di seta o di chincaglieria di varia amenità, ma di alte tecnologie dove l'invenzione si accoppia con bassissimi costi della manodopera. Come si impedisce in un'economia aperta una concorrenza di questa natura? Con i dazi? La Camusso pensa di blindare l'Europa (e l'Italia) con una impenetrabile cinta di protezionismo? E come pensa che quei Paesi reagirebbero se non rispondendo in egual modo alle nostre esportazioni? Come pensa di fermare la de-localizzazione delle imprese italiane che hanno convenienza a portare all'estero interi settori delle loro lavorazioni? L'esempio di Marchionne non insegna nulla? Vuole la Camusso generalizzare al sistema Italia la politica ideologico-sindacale della Fiom?
Difendere i diritti sindacali è sacrosanto, dare battaglia per i diritti di rappresentanza anche ai sindacati che non hanno firmato i contratti è più che giusto, ma chiudere gli occhi di fronte alla realtà è una sciagura.
Quanto al debito, è un dato di fatto che i suoi nodi vengano inevitabilmente al pettine dopo una o due generazioni ed è quanto sta accadendo. La recessione - come il precariato - non è causa della crisi ma effetto. Se la fiducia scompare non è colpa della speculazione. La speculazione, gentile Susanna, gioca indifferentemente al rialzo come al ribasso. Se scompare la fiducia gioca al ribasso e finché la fiducia non torna il ribasso ha la meglio.
Il ribasso ha come effetto un costo del debito insostenibile. Lei, cara Camusso, sostiene che i lavoratori hanno già dato. E le famiglie che hanno investito in titoli del debito pubblico italiano come pensa che stiano? Il 17 per cento di quel debito pubblico è posseduto da privati cittadini italiani, il 40 per cento da banche italiane. Lei pensa che con queste cifre si possa scherzare?
Nel 1978, quando Lama proponeva ai lavoratori una politica di austerità e sacrifici, la situazione era certamente diversa; allora la Cina e le "tigri asiatiche" erano ancora addormentate. L'economia italiana non aveva problemi di questa portata. Eppure Lama riteneva che solo con una politica di sacrifici la classe operaia poteva aspirare alla guida morale e politica della società italiana.
Oggi si tratta di salvare il salvabile e di far valere il principio dei vasi comunicanti anche all'interno della nostra società.
Concordo pienamente con Lei, cara Camusso, sulla necessità di combattere le disuguaglianze. Questo nostro giornale ha fatto di questo tema uno dei punti essenziali del nostro discorso con la pubblica opinione. Libertà ed eguaglianza.
Con cautela. La libertà ha bisogno di regole, l'eguaglianza significa aprire al merito a pari condizioni di partenza.
Questa è la società aperta, con un fisco che redistribuisca il benessere con equità. Ma produrre benessere oggi è più difficile di prima e la libertà è l'altro principio fondamentale affinché il benessere sia prodotto.
Personalmente non mi sono mai commosso quando sentivo cantare Bandiera rossa, ma quando ascoltavo la Marsigliese, allora sì, sentivo qualcosa che si agitava nel mio animo.
Fu l'inno che celebrava i tre grandi principi dell'Europa moderna: libertà, eguaglianza, fraternità. Se il sindacato dei lavoratori li facesse propri, potrebbe ancora ridiventare (lo fu per molti anni) il protagonista della nuova modernità sapendo però che non si tratta d'un protagonismo indolore.
Lei parla d'una dose massiccia di intervento pubblico in economia. Ci vuole sicuramente l'intervento pubblico ma non è mai a costo zero. Bisogna che ci siano risorse. Bisogna che ci siano anche per una nuova ed efficiente architettura degli ammortizzatori sociali. La lotta all'evasione può dare risorse e può far diminuire la pressione fiscale. Le altre risorse possono derivare dalla lotta agli sprechi e ai privilegi.
Questo governo è impegnato al raggiungimento di questi obiettivi. La riforma del mercato del lavoro fa parte di questa strategia e non può esser fatta se non col vostro aiuto che, a mio modo di vedere, può esser dato con l'intento di farvi carico dell'interesse generale entro il quale la coesione sociale e il rispetto dei diritti dei lavoratori sono legittimi obiettivi.
"No taxation without representation" ma "no representation without taxation". Non è una metafora ma la realtà e scacciare dalla porta la realtà è impossibile perché rientrerà inevitabilmente dalla finestra. Luciano Lama questo l'aveva capito.

Risposta di Susanna Camusso a Eugenio Scalfari

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lunedì 30 gennaio 2012

Tiziano Treu e Paolo Nerozzi a Verona

Il Partito Democratico di Verona ha organizzato un incontro sul seguente tema:
Il Partito Democratico e la riforma del mercato del lavoro
L’incontro si svolgerà il giorno 3 febbraio 2012, alle ore 21,00, presso il Teatro San Giovanni Evangelista – Piazza del Quadrato, 2 - Verona

L’incontro è cosi articolato:
Saluti di Vincenzo D’Arienzo, segretario PD di Verona

Interventi di
Tiziano Treu, senatore e Vicepresidente della Commissione Lavoro e Previdenza Sociale
Paolo Nerozzi, senatore e membro della Commissione Lavoro e Previdenza Sociale
Nicola Baldo, Vice Presidente Confcommercio Verona
Michele Bertucco, Candidato Sindaco per la coalizione di centrosinistra

L’incontro è moderato da Diego De Carlo, Responsabile Lavoro – PD Verona

Il Partito Democratico pone al primo posto il problema dell’occupazione, considerando i parametri negativi della disoccupazione e di quella giovanile in particolare, del lavoro precario, della disoccupazione femminile e di coloro che non studiano e non lavorano.
Per i temi che verranno trattati e per la qualità dei relatori si ritiene l’incontro molto interessante ed utile per capire alcuni fenomeni negativi che esistono nel nostro paese che bisogna superare per realizzare un paese equo e solidale.

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domenica 29 gennaio 2012

Eugenio Scalfari scrive a Susanna Camusso

Articolo di Eugenio Scalfari pubblicato su La Repubblica il 29 gennaio 2012
Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l'obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.
La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento. Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d'una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.
I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione,hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti.  Sono sciocchezze perché in un'economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall'altra.
Qui il resto del postSe il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell'occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l'assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.
Alla base di tutto però c'è il problema dello sviluppo. Se l'economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio "particulare" in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un'alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell'avviare un'intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.
Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.
Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l'ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d'una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse.
Lama parlava in quell'intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti con la Cgil anche la Cisl, allora guidata da Carniti, e la Uil presieduta da Benvenuto. Il segretario generale aggiunto della Cgil era il socialista Ottaviano del Turco, tutto il ventaglio sindacale era dunque rappresentato dalle parole di Lama.
Quella stessa Federazione fu poi l'elemento fondamentale della lotta al terrorismo che trovò nelle fabbriche e nella classe operaia il più fermo baluardo contro le Br da un lato e contro lo stragismo di destra e dei "servizi deviati" che facevano capo a Gladio e alla P2.
Le contropartite che Lama e tutto il sindacalismo operaio chiedevano erano due, una economica e l'altra politica.
Chiedevano, e nell'intervista è detto con estrema chiarezza, una politica di sviluppo e di piena occupazione e chiedevano anche che il sindacato potesse dire la sua sui temi della politica economica, la politica degli investimenti e quella della distribuzione del reddito, cioè della politica fiscale.
Le linee di questo programma erano chiare fin da allora e furono perseguite negli anni successivi come risultò anche dalle interviste che ebbi con Lama nel 1980, nell'82 e nell'84. Eravamo diventati amici e con me si apriva con grande sincerità, ma ne parlava anche in interventi pubblici e nelle sedi confederali. Nell'84 la Federazione si ruppe. D'altra parte la mitica classe operaia si stava rapidamente sfaldando sotto l'urto delle nuove tecnologie produttive e dell'economia globalizzata e finanziarizzata.
Tanto più è apprezzabile oggi il tentativo che Susanna Camusso sta perseguendo - già iniziato a suo tempo da Guglielmo Epifani - di fare del sindacato un interlocutore essenziale del governo. Il governo Monti persegue una linea riformista e innovatrice, che trae dall'emergenza la sua investitura ma se ne vale per cambiare i connotati della società italiana, ingessata da molti anni dalle corporazioni, dai conflitti d'interesse a tutti i livelli, dalla partitocrazia prima e dal berlusconismo poi. L'emergenza economica impone al governo gravissimi compiti che producono una diffusa impopolarità e crescenti resistenze. In questa situazione un sindacato forte è l'interlocutore indispensabile a condizione che sia capace di darsi un programma nazionale (come Lama aveva detto nell'intervista sopracitata) che anteponga l'interesse generale del Paese al "particulare" delle singole categorie.
Perciò l'intervista di Lama dovrebbe essere riletta nel suo testo integrale dalla Camusso, da Bonanni e da Angeletti, perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito d'interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati ma anche del bene comune.
Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978. Sono cambiati gli elementi strutturali dell'economia e della politica; è cambiata la divisione internazionale del lavoro; è cambiato il capitalismo, si sono decomposte le classi, è affondato il comunismo reale. Quello che dovrebbe essere recuperato nella sua integrità è lo spirito della democrazia formale e sostanziale che si basa soprattutto su un principio: la sovranità del popolo è proporzionale ai sacrifici che gli interessi particolari sono chiamati a compiere in favore del bene comune. "No taxation without representation", questo fu il motto della nascente democrazia liberale inglese del diciottesimo secolo e questo dovrebbe essere anche il criterio d'una società come la nostra dove l'85 per cento delle imposte personali gravano sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, dove il salario reale è eroso dal costo della vita in costante aumento e dove la ricchezza sfugge in gran parte al fisco. Sono 280 i miliardi che evadono secondo le stime dell'Agenzia delle entrate, e 120 i tributi non pagati.
I principali interessati al rinnovamento del Paese - ma meglio sarebbe dire alla rifondazione dello Stato - sono dunque i lavoratori dipendenti e i pensionati. Se saranno lungimiranti; se anteporranno l'interesse nazionale a quello particolare e quello dei figli a quello dei padri. Naturalmente ottenendo le dovute garanzie tra le quali quella che una volta tanto alle parole corrispondano i fatti e che l'equità impedisca la macelleria sociale.
La Cgil, ma anche la Cisl e la Uil, vogliono che l'agenda non sia scritta dal governo ma dai sindacati. Questa richiesta presuppone una forza che in questa situazione il sindacato non ha. Forse l'avrebbe se la crisi riguardasse soltanto l'Italia, ma riguarda il mondo intero, riguarda l'Europa e in generale i paesi di antica opulenza che sono costretti a confrontare i loro costi di produzione con quelli infinitamente più bassi dei Paesi di nuova ricchezza, i diritti sindacali con quelli di fatto inesistenti dei Paesi poveri, i diritti di cittadinanza con quelli anch'essi inesistenti dell'immensa platea dei migranti. Ecco perché l'agenda dei problemi, delle domande, delle richieste, non può essere scritta né dai sindacati né dai governi: è scritta dall'emergenza e dalla necessità di farvi fronte.
Noi siamo uno spicchio della crisi. Abbiamo fatto il dover nostro e il nostro interesse con la manovra sul rigore dei conti appesantiti da una mole di debito. Adesso è il momento della crescita e dello sviluppo. Non dipende solo da noi, lo sviluppo dell'economia italiana. Dipende dall'Europa ed ha del miracoloso il prestigio che il governo Monti ha recuperato dopo la decennale dissipazione berlusconiana. La crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale. Il sindacato può e deve favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo.
La riforma della cassa integrazione è uno dei tasselli. Non piace alla Camusso e neppure alla Marcegaglia ed è evidente il perché. Infatti non potrà essere adottata se simultaneamente non sarà rinnovato e potenziato il sistema degli ammortizzatori sociali. In mancanza di questo il sindacato ha ragione di dire no per evitare quella macelleria che farebbe esplodere una crisi sociale estremamente pericolosa. Ma in presenza d'un meccanismo di protezione efficiente e robusto il sindacato dovrebbe farlo proprio e accettare la riforma della cassa integrazione.
Questi sono i termini del problema se il sindacato vorrà riassumere il ruolo di protagonista. Altrimenti decadrà al rango di lobby come l'avrebbe voluto e ancora lo vorrebbe l'ex ministro del Lavoro Sacconi. A Camusso, Bonanni e Angeletti la scelta.

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Ripensare gli ammortizzatori sociali

Per rimuovere gli ostacoli ed i problemi del mondo del lavoro ed in particolare dei lavoratori che si trovano in specifiche condizioni occorre che il sistema degli ammortizzatori sociali sia trasparente ed equo rispetto alla valutazione aziendale ed allo status dei lavoratori.

Le aziende durante la propria vita effettuano interventi di riorganizzazione, ristrutturazione e riconversione aziendale ed adeguano la pianta organica alla domanda dei consumatori al fine di adattarsi alle nuove esigenze e cambiamenti del mercato e riprendere il cammino della crescita e della prosperità. Più grave è la condizione dei lavoratori dipendenti da imprese che decidono di concludere l’attività imprenditoriale. Spesso le imprese che intraprendono tali interventi riducono la pianta organica risultando una base occupazionale nell’impresa inferiore a quella preesistente e, di conseguenza, una parte dei lavoratori rimane senza lavoro ed ha bisogno di tutele e sostegno.
Lo status dei lavoratori che si trova nelle condizioni descritte può essere classificato nel modo seguente:
1) Lavoratori che non lavorano per sospensione o riduzione dell’attività lavorativa per eventi aziendali temporanei (contrazione del mercato, intemperie stagionali). Superati tali eventi i lavoratori vengono integrati nel posto di lavoro. Tali lavoratori hanno diritto alla Cassa integrazione guadagni ordinaria;
2) Lavoratori che dal punto di vista formale mantengono il rapporto di lavoro con l’azienda ma non hanno alcuna sicurezza di rientrare nel posto di lavoro da cui sono stati esclusi. La sospensione dal lavoro avviene per ristrutturazione, riorganizzazione, riconversione aziendale, crisi aziendale e procedure concorsuali. Tali lavoratori sono posti in Cassa integrazione guadagni straordinaria;
3) Lavoratori licenziati che sono costretti a trovare una nuova occupazione. Tali lavoratori hanno diritto all’indennità di disoccupazione o di mobilità ordinaria o lunga.
I casi indicati presentano degli elementi diversi e comuni rispetto alla status dei lavoratori (licenziati, sospesi) ed alle prestazioni a sostegno del reddito (requisiti, durata, importo della prestazione) di cui hanno diritto.
Il primo caso è interessato solo alle politiche del sostegno del reddito, in quanto superata la fase di temporanea crisi aziendale i lavoratori dovrebbero rientrare in azienda.
Il secondo caso è complicato in quanto i lavoratori pur rimanendo legati all’azienda dal rapporto di lavoro non hanno possibilità di rioccuparsi nella medesima azienda e spesso sono parcheggiati per diversi anni ed in alcuni casi oltre i limiti previsti dalle disposizioni vigenti al fine di assicurare una forma di sostegno del reddito. Il tempo di permanenza in tale situazione è definito inizialmente e può essere soggetto a proroghe spesso molto lunghe. I lavoratori che rientrano in questo caso hanno diritto ad una prestazione a sostegno del reddito.
Il terzo caso interessa i lavoratori licenziati, i quali ricevono soltanto un intervento a sostegno del reddito.
I lavoratori del secondo e terzo caso hanno bisogno di servizi di outplacement per riqualificarsi professionalmente e rioccuparsi. Tali servizi al momento non rientrano nelle tutele a favore dei lavoratori sospesi o licenziati.
Il primo ed il terzo caso sono trasparenti rispetto allo status dei lavoratori e, pertanto, si può intervenire con efficacia.
In tutti e tre i casi l’importo delle prestazioni a sostegno del reddito è troppo basso per garantire ai lavoratori una vita dignitosa.
Un moderno Welfare del lavoro, cosi come avviene in molti paesi europei, deve essere organizzato su tre fattori essenziali: - il sostegno del reddito in misura adeguata alle necessità del lavoratore e della sua famiglia (1°, 2° e 3° caso); - la riqualificazione professionale in base alle esigenze del mercato del lavoro al fine di trovare nuovi sbocchi occupazionali (2° e 3° caso); - la rioccupazione dei lavoratori licenziati (2° e 3° caso).
In Italia il sistema attuale degli ammortizzatori sociali è formato da numerose prestazioni, è diversificato per requisiti, importo e durata delle prestazioni ed incompleto perché non comprende tutti i servizi previsti da una politica attiva del lavoro efficace.
L’ammortizzatore sociale su cui maggiormente poggia la tutela dei lavoratori è la Cig, la quale permette ai lavoratori delle grandi imprese in crisi di ricevere una prestazione economica per un certo periodo di tempo.
I lavoratori delle piccole imprese non possono accedere alla Cig ed hanno diritto, possedendo i requisiti, all’indennità di disoccupazione di importo più basso e di durata più breve. Inoltre, occorre tenere presente che i lavoratori atipici non hanno diritto ad alcuna prestazione.
Tra i problemi da risolvere si menzionano: - l’allargamento della platea delle imprese tenute a versare i contributi per finanziare il Welfare del lavoro; - l’eliminazione dei falsi lavoratori autonomi (contratti atipici) e la loro inclusione tra i lavoratori dipendenti.
Il sistema di ammortizzatori sociali, il quale risale agli anni ’70, non rappresenta un quadro di interventi equo e omogeneo. Le modifiche e gli adeguamenti successivi non si sono posti la visione d’insieme del sistema ma l’adattamento ai singoli problemi che emergevano nel tempo.
La crisi economica è stata affrontata in Italia ricorrendo, dal 2009, alla Cig in deroga, estendendo l’ammortizzatore sociale alle imprese che non contribuiscono alla Cig e ad alcune fasce di lavoratori atipici.
La contraddizione del sistema si evince dall’esistenza di imprese che, cessando l’attività o delocalizzando all’estero la produzione, collocano i propri lavoratori in Cig.
Il sistema attuale produce inefficienza ed illegalità da parte di coloro che percepiscono le prestazioni a sostegno del reddito e svolgono lavoro in nero.
La recente riforma delle pensioni con l’innalzamento dell’età pensionabile non facilita il precedente rapporto di continuità tra gli ammortizzatori sociali e la pensione (mobilità lunga, prepensionamenti ecc.) e, quindi, occorre trovare altre soluzioni innovative che risolvano lo stato di sofferenza dei lavoratori e rendano produttive le risorse impiegate dallo stato.
Per ricondurre ad unità il sistema occorre tenere presente che lo status che accomuna i lavoratori è il non espletamento dell’attività lavorativa con tutte le conseguenze che ne derivano dal punto di vista delle tutele. Questa posizione a sua volta può essere classificata tra lavoratori sospesi e licenziati. Tale classificazione è utile per unificare gli ammortizzatori sociali in due categorie:
- Cassa integrazione guadagni per i lavoratori sospesi;
- Indennità universale di disoccupazione per i lavoratori licenziati.
Si potrebbe pensare di unificare gli ammortizzatori sociali in un’unica indennità universale di disoccupazione di importo adeguato, superando sperequazioni e lacune che l’attuale sistema presenta.
Occorre, inoltre, unificare gli ammortizzatori sociali nella parte che riguarda i requisiti, gli importi e la durata delle prestazioni. Gli importi delle prestazioni vanno aumentate ed adattate alle esigenze di vita dei lavoratori e la durata delle prestazioni va adeguata ai tempi degli altri paesi europei.
Il sostegno ai lavoratori effettuato in modo diversificato e con una pluralità di prestazioni per il medesimo evento (perdita del lavoro in modo temporaneo o definitivo) non sembra rispondere all’esigenza di equità sociale tanto avvertita nella società e di efficienza della spesa pubblica.
Ovviamente l’unificazione delle prestazioni a sostegno del reddito va accompagnata da servizi efficaci di riqualificazione professionale e di rioccupazione. I lavoratori che rifiutano i corsi di formazione professionale e le proposte di rioccupazione sono esclusi dall’erogazione delle prestazioni.
Mantenere in vita un sistema che eroga soltanto prestazioni economiche differenziate significa sostenere i lavoratori non in modo completo, rinunziando ad interventi che qualificano la spesa pubblica e rispondono alle esigenze dei lavoratori che vogliono continuare ad offrire il proprio contributo per aumentare la ricchezza del paese.
Per i motivi esposti condivido la proposta del Ministro del Lavoro, Elsa Fornero, sugli ammortizzatori sociali (Cig ordinaria e disoccupazione) e quella del senatore Pietro Ichino di unificazione delle prestazioni di disoccupazione (90% del salario per il primo anno, 80% nel secondo e 70% nel terzo). Inoltre, la proposta del senatore Ichino prevede che la prestazione a sostegno del reddito venga integrata da servizi efficaci di riqualificazione professionale e di rioccupazione dei lavoratori licenziati.     
Occorre un cambio di paradigma per passare dalla tutela dei posti lavoro alla tutela dei lavoratori.

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Confronto sullo stabilimento Fiat di Pomegliano

lettera del senatore Pietro Ichino pubblicata il 24 gennaio 2012 su Corriere della Sera
Caro Direttore
venerdì mattina ho visitato in ogni reparto il nuovo stabilimento della Fiat di Pomigliano. Il pomeriggio dello stesso giorno, all'Università di Napoli, ho assistito all'intervento urlato di un gruppo di contestatori; uno dei loro slogan era «contro Marchionne e contro il precariato». Ho provato una stretta al cuore per l'inganno di cui quei ragazzi sono vittime. E per la responsabilità grave che tanta parte della sinistra italiana si assume demonizzando un insediamento industriale come questo.
Ho visto moltissime fabbriche metalmeccaniche; ma una come questa di Pomigliano non l'ho vista mai. Non mi riferisco all'esercito dei robot del reparto lastratura, che compiono interamente da soli il lavoro più pesante e pericoloso: il montaggio e la saldatura della scocca, la struttura della Panda. Mi ha impressionato molto di più il resto della fabbrica, dove a operare direttamente sono le persone. La prima cosa che mi ha colpito è stata l'assenza di rumore, l'ampiezza degli spazi, la distribuzione della luce, l'azzurro della rete dei vialetti, con strisce spartitraffico e passaggi pedonali, che attraversano le zone di lavoro; gli uffici con le pareti di cristallo collocati in mezzo al percorso del montaggio, quasi a sottolineare il superamento di ogni distinzione tra operai e impiegati. Poi il serpentone giallo: la nuova «catena» che catena non è più, collocata su di un largo nastro di parquet tirato a lucido, che si sposta lentamente, dove anche a me estraneo viene consentito di muovermi liberamente nei larghi spazi tra una postazione e l'altra.
Tutto è strutturato in funzione della persona che lavora: è la scocca ad abbassarsi o rovesciarsi, non le braccia ad alzarsi. I lavoratori, per lo più giovani, ragazzi e ragazze, tutti con una tuta bianca pulitissima, suddivisi in gruppi di cinque o sei e tra loro intercambiabili. Scelgo a caso quelli o quelle con cui parlare a tu per tu. Tutti mi dicono che la nuova organizzazione è meno pesante della precedente. La paga base mensile lorda di un quinto livello, qui, è sopra i 1.700 euro, quasi 1.550 per un terzo livello; poi ci sono il premio e gli scatti; quando entrerà in funzione il terzo turno, a questi si aggiungerà il compenso per l'ora e mezza media settimanale di straordinario e la maggiorazione per il lavoro notturno.
Uscito di lì, attraversando le vie sdrucite della periferia di Napoli, mi frulla per la testa la frase più benevola che ho sentito dalle mie parti politiche riguardo a questo stabilimento due anni fa, quando si discuteva del progetto «Fabbrica Italia»: «Sì, purché sia un'eccezione». Ma perché questa diffidenza? Solo per le due deroghe marginali che il progetto comportava rispetto al contratto collettivo nazionale, delle quali la più rilevante riguardava appunto la possibilità di un'ora e mezza di straordinario alla settimana? A me sembra che dovremmo, semmai, auspicare altri cento stabilimenti come questo per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno, per rimettere in moto la crescita del nostro Paese. Altro che «un'eccezione»!
Oggi l'obiezione è che a Pomigliano si viola la democrazia sindacale, perché non viene riconosciuto il diritto della Fiom-Cgil a una rappresentanza in fabbrica. Questo è il risultato - conforme, peraltro, alla legge vigente - del rifiuto opposto dalla stessa Fiom alla firma di qualsiasi contratto collettivo applicato dalla Fiat. Cambiamo questa norma. Però l'attacco violentissimo contro il piano «Fabbrica Italia» è venuto molto prima che sorgesse il problema della rappresentanza sindacale. E la guerriglia giudiziaria contro il progetto, l'opposizione a che qualche cosa di simile a Pomigliano si faccia anche altrove, prescinde da questo particolare problema.
Si dice, ancora: «La Fiat non ha chiarito il suo piano industriale». Sarà; ma qui c'è un investimento colossale che sta dando lavoro per almeno quattro anni a migliaia di persone; e lavoro di alta produttività e qualità, relativamente ben retribuito. Chiediamo pure chiarimenti ulteriori sul futuro, ma qui c'è già qualcosa di chiarissimo per il presente, che stiamo disprezzando senza neppure degnarlo di uno sguardo (il sindaco di Napoli de Magistris ha rifiutato di visitare lo stabilimento!). Oltretutto, disprezzandolo, presentiamo a tutte le multinazionali che potrebbero essere interessate a investire da noi, un'immagine repellente del nostro Paese.
Ai ragazzi del centro sociale «contro Marchionne e contro il precariato» ho chiesto: non vi accorgete che, tolto Marchionne, vi resta solo il lavoro nei sottoscala controllati dalla camorra? Chi incita al rifiuto di un investimento come quello della Fiat-Chrysler su Pomigliano, da dove pensa che possa venire lo sviluppo del Mezzogiorno e la crescita di questo Paese?

Replica di Francesco Percuoco e delle rsu Fiom pubblicata il 26 gennaio 2012 su Corriere della Sera
Caro professore Ichino,
abbiamo letto la sua lettera sul Corriere della Sera e abbiamo pensato di rivolgerci a lei, dalle stesse colonne, nella speranza di non spezzare il filo del dialogo tra chi esprime opinioni diverse.
Innanzitutto, e non è per spirito polemico, vorremmo dirle che noi operai di Pomigliano eravamo già puliti, prima della nascita della newco.
Le confessiamo che abbiamo provato anche un po’ di fastidio nel leggere la sua descrizione della fabbrica: una location da spot, proprio come quello della nuova Panda, in cui si esalta la creatività di chi vi lavora mentre scorrono le immagini di un’operaia che si sveglia con il sorriso, prepara la colazione e il caffè (che beve, a proposito di immagini stereotipate, affacciata ad un balcone che ricorda quello di Eduardo in “Questi fantasmi”), accompagna serenamente i figli a scuola e poi attraversa la città, senza traffico, per recarsi a lavorare.
Una pubblicità, per definizione, deve essere accattivante: del resto, serve a vendere un prodotto. Ma viene da chiedersi, vivendo nella realtà e non nella pubblicità: ma a che ora arriva la signora al lavoro, dopo tutte quelle “pause”?
Caro Professore, noi sappiamo che la realtà è ben diversa e pensiamo che lei abbia una frequentazione saltuaria delle fabbriche. Lei ha avuto la fortuna di entrare in quella fabbrica, la maggioranza di noi lavoratori no. Sappiamo che molti, per la natura industriale del progetto, probabilmente non vi rientreranno. E’ un problema politico enorme, non le pare?
Così come un problema politico è la discriminazione ai danni dei lavoratori iscritti alla Cgil perpetrata dopo una sentenza esecutiva del Tribunale di Torino che condanna la Fiat per condotta antisindacale a Pomigliano e riconosce alla Fiom la possibilità di esercitare il suo ruolo sindacale, pur non avendo firmato l’accordo. In forza di una distorta interpretazione dell’articolo 19 dello statuto dei lavoratori, così come modificato dal referendum del 1995, le spieghiamo le mosse di Fiat (altro che “due deroghe marginali”): contratto aziendale sostitutivo del contratto nazionale con l’aggiramento (legale?) dell’articolo 2012 del codice civile; uscita da Confindustria per non essere vincolata ad accordi interconfederali; utilizzo della crisi e del possibile ridimensionamento della forza lavoro occupata, per selezionare i lavoratori da “riassumere”. Si fa sapere loro che chi è iscritto alla Fiom non sarà richiamato ed il gioco è fatto.
Le chiediamo: cosa ha da temere la Fiat? Sul serio possiamo pensare che il “manager dei due mondi” possa temere il “saldatore di Castelnovo ne’ monti”?
E se tutto fosse come da lei descritto, così bello (si lavora meglio, si guadagna di più, nessun rumore o puzza), quanto pensa durerebbe un sindacato che si porrebbe contro questa “città del sole”? Qual è la necessità di terremotare il diritto del lavoro per come si è consolidato nel nostro paese.
Vuoi vedere che la realtà è diversa da come appare ai suoi occhi di visitatore occasionale?
Le rivolgiamo un invito: venga a trascorrere qualche settimana con noi, provando a “leggere” la vicenda da quest’altra parte, non ricorrendo a stereotipi e luoghi comuni sul sud. Scoprirà, forse, anche le ragioni dell’amarezza di chi, per tenere aperto lo stabilimento, si è beccato le randellate sulla testa dalla polizia; che qualche pregiudizio negativo nei nostri confronti, inconsapevolmente, lei lo ha maturato; che abbiamo una dignità di lavoratori cui non intendiamo rinunciare. E che c’è un mezzogiorno che vuole svilupparsi, con un’idea diversa da quella di Marchionne, o di chi la pensa come lui, che non teme di confrontarsi.

Controreplica del senatore Pietro Ichino del 27 gennaio 2012
Caro Direttore, rispondo alla lettera dei rappresentanti Fiom di Pomigliano pubblicata ieri sul Corriere. C’è anche la versione della direzione aziendale, che nega la discriminazione, sostenendo che, semplicemente, gli ex-iscritti alla Fiom assunti nel nuovo stabilimento non si iscrivono più al loro vecchio sindacato. La spiegazione è plausibile, perché se fosse per la Fiom, la nuova fabbrica non sarebbe mai nata. Però, certo, può essere che le cose non stiano così. C’è un modo per verificarlo: il procedimento d’urgenza previsto dalla legge n. 125/1991, che consente al lavoratore di denunciare la discriminazione limitandosi a mostrare l’indizio statistico (com’è che, con tutti i ricorsi promossi dalla Fiom, di questo non si è vista traccia?). Quanto al riconoscimento della rappresentanza Fiom, la norma oggi in vigore (articolo 19 dello Statuto) priva di quel diritto il sindacato che non abbia firmato alcun contratto applicato in azienda. Considero anch’io sbagliata questa norma: tre anni fa ho presentato un disegno di legge (n. S-1872) per stabilire il principio che la coalizione sindacale maggioritaria può contrattare, anche in deroga rispetto al contratto nazionale, con efficacia estesa a tutti, e il sindacato minoritario può non firmare senza perdere il diritto alla rappresentanza riconosciuta. Ma la Fiom si opponeva anche a quella soluzione, sostenendo che il contratto nazionale dovesse rimanere intangibile. Sta di fatto che ora, con l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, la possibilità di deroga rispetto al contratto nazionale è accettata anche dalla Cgil; dunque le ragioni originarie dell’opposizione al contratto aziendale di Pomigliano sono cadute. Perché dunque ora la Fiom non firma quel contratto, se non altro per ottenere il diritto alla rappresentanza in fabbrica? Davvero vogliamo mettere in discussione un gioiello della tecnologia e dell’organizzazione del lavoro come lo stabilimento di Pomigliano solo per un puntiglio sindacale? Propongo comunque una soluzione ragionevole: cambiamo la legge sulle rappresentanze sindacali e teniamoci lo stabilimento-gioiello. Almeno su questo la Fiom sarebbe d’accordo?

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