sabato 24 gennaio 2009

Pietro Ichino: Perché mi sono costituito parte civile al processo contro le nuove BR

Esprimo la mia solidarietà umana e politica al senatore Pietro Ichino per il suo impegno continuo a favore del cambiamento in un’area pericolosa soggetta a rischi imprevedibili, a minacce ed intimidazioni terroristiche che si riflettono sulla vita democratica del nostro paese. Ammiro la prosecuzione del suo impegno e ritengo che la democrazia italiana ha sempre più bisogno di questi uomini per rafforzarsi e crescere sempre di più.
Invito tutti gli amici e compagni ad inviare una e-mail di solidarietà a Pietro Ichino all’indirizzo ichino@pietroichino.it ed un sostegno al suo impegno iscrivendosi alla newsletter del suo sito http://www.pietroichino.it/. Questi sono piccoli segni di una comunità democratica che sostiene l’impegno democratico ed emargina qualunque tentativo di matrice terroristica.
Dal sito di Pietro Ichino http://www.pietroichino.it/?p=1387 riporto il suo scritto
“Non e’ in gioco soltanto la mia libertà di pensiero, ma anche la libertà di pensiero e di dibattito di tutta la comunità giuslavoristica italiana.
Sintesi della mia deposizione testimoniale resa davanti alla Corte d’Assise di Milano il 23 gennaio 2003, nel procedimento contro i 17 membri delle “nuove Brigate Rosse”
L’allarme è incominciato con l’assassinio di Massimo D’Antona, nel maggio 1999: fino a quel momento tutti pensavamo che il terrorismo fosse finito. All’inizio di quell’estate la Digos mi contattò per darmi alcuni consigli per la mia sicurezza.
Alla fine di quell’anno il ministro dei Trasporti Bersani mi chiese di continuare il lavoro di D’Antona all’Enav, per cercare di ricondurre entro limiti di correttezza e ragionevolezza un sistema di relazioni sindacali che sembrava impazzito. Accettai quell’incarico con qualche preoccupazione per la mia sicurezza. Nei tre anni successivi confesso che ero un po’ preoccupato: al mattino, quando uscivo di casa, pensavo che quello poteva essere il luogo dove sarebbe avvenuta l’aggressione e mi pareva di vedere in anticipo la scena della mia morte. D’altra parte, rinunciare a dire e scrivere quel che penso avrebbe significato subire l’intimidazione. Erano gli anni in cui collaboravo strettamente con Marco Biagi, che avevo chiamato a insegnare diritto comunitario del lavoro nel Master di cui ero Direttore e collaborava con me anche per la Rivista italiana di diritto del lavoro. Lui era ancora sotto scorta, prima che gliela togliessero. Mi ricordo che, parlando di questo pericolo, ci dicevamo che i nostri genitori e i nostri nonni erano stati chiamati a rischiare la vita su frontiere che meritavano assai di meno quel sacrificio: a noi toccava rischiarla su di una frontiera che lo meritava molto di più, quella del progresso civile, della difesa della Costituzione repubblicana, della libertà di pensiero e di parola.
Poi a lui la scorta venne tolta; e pochi mesi dopo venne ucciso sulla porta di casa. Il giorno dopo quell’assassinio, il 20 marzo 2002, venne immediatamente attivata la protezione per me. E da allora vivo sotto scorta.
Nel febbraio 2003 ci fu un’improvvisa intensificazione dell’allarme: un giorno per l’altro venni avvertito che avrei dovuto viaggiare sempre con un’auto blindata e un’altra auto al seguito, con cinque agenti; viaggiavamo sempre a sirene spiegate, mi accompagnavano anche in Università con le armi imbracciate. Poche settimane dopo capii meglio il perché, quando ci fu la sparatoria sul treno, nella quale venne ucciso Galesi e venne catturata Nadia Lioce: la polizia aveva notizia della preparazione di un attentato contro un giuslavorista particolarmente impegnato sul terreno delle riforme e aveva ragione di ritenere che potessi essere io il bersaglio.
Qualche tempo dopo quell’episodio la scorta è stata di nuovo ridotta a due soli agenti con una macchina. Fra il 2004 e il 2005 ho chiesto un paio di volte al Prefetto di Milano se non fosse il caso di revocare il dispositivo di protezione; e tutte le volte mi rispose che non era ancora il momento per farlo.
Nel giugno 2006, quando il Governo Prodi si era insediato da pochi giorni, il neo-ministro Tommaso Padoa Schioppa annunciò che sarebbero stati necessari alcuni tagli nella spesa pubblica. Poiché mi pareva che ormai il pericolo fosse cessato, colsi l’occasione per scrivergli una lettera, proponendogli di incominciare dal taglio della mia scorta. Nel settembre successivo, invece, il Prefetto mi convocò per dirmi che erano sopravvenuti motivi gravi, riguardanti specificamente me, per non abbassare la guardia. E nel febbraio 2007 capii quali erano quei motivi: fin dall’estate dell’anno prima era in corso un’indagine della Digos, dalla quale emergeva che un nuovo gruppo di terroristi aveva proprio me nel mirino: avevano fatto degli appostamenti e stavano preparando un’aggressione.
Così mi è toccato continuare a girare con la scorta, ad avere i due agenti alle costole anche in Università, davanti alla porta del mio studio, nell’aula in cui facevo lezione. Anche questa è una mortificazione, perché in qualche misura incide sul rapporto educativo tra me e i miei studenti; quei due agenti significano che, per le cose che insegno, che sostengo, che scrivo, c’è qualcuno che mi vorrebbe morto; qualcuno che considera quelle cose delittuose, addirittura mostruose: altrimenti perché le si considererebbero meritevoli della pena di morte? In qualche misura questa minaccia è rivolta, indirettamente, anche a loro, agli studenti: è come dire loro che stiano attenti, che non mi credano, che le mie idee sono pericolose come la peste.
Ma, soprattutto, quella minaccia è rivolta all’intera comunità dei giuslavoristi: è il loro dibattito che viene falsato, inquinato dall’intimidazione. Ne è leso nella sua libertà anche chi dissente dalle mie idee, perché non può esprimere il suo dissenso con la stessa serenità con cui lo farebbe in qualsiasi altro Paese civile, dove il dibattito è veramente libero.”
Pietro Ichino, senatore
Corriere della Sera
Solidarietà di Gianfranco Fini

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venerdì 23 gennaio 2009

Invalidi civili: tempi troppo lunghi

Di fronte al progressivo aumento della fascia della terza età ed ai crescenti bisogni che essa rappresenta è urgente rendere più efficace il sistema di tutela sociale della disabilità.
L’area dell’invalidità civile è caratterizzata da forti criticità nel territorio nazionale dovute principalmente a:
- Produzione legislativa frammentaria;
- Diversità degli assetti organizzativi nel territorio regionale originate da scelte politiche e amministrative differenti da parte delle Regioni;
- Insufficienza della pluralità di Enti, coinvolti nel procedimento di concessione e di erogazione dei benefici, di realizzare rapporti di aggregazione e di integrazione.
Si rammenta che le prestazioni agli invalidi civili, ai ciechi civili ed ai sordomuti sono erogate dall’INPS dal 1998 e la funzione relativa alla concessione delle provvidenze economiche è stata trasferita alle Regioni dal 2001. Fino al 2000 tale funzione veniva svolta dal Ministero degli Interni per il tramite delle Prefetture.
Le Regioni hanno operato in modo autonomo e diversificato, attribuendo le competenze per il riconoscimento delle prestazioni economiche ai Comuni delle città capoluogo di provincia (Lazio), a tutti i comuni (Campania, Puglia, Calabria), alle ASL, alle ASL delle città capoluogo di provincia (Veneto).
Nel mese di ottobre abbiamo letto le dichiarazioni dell’assessore regionale del Veneto alle Politiche Sociali, Stefano Valdegamberi, che si compiaceva del miglioramento complessivo dei tempi di attesa per il riconoscimento delle prestazioni di invalidità civile rispetto al periodo in cui l’assegnazione di tali benefici dipendeva dal Ministero degli Interni tramite le Prefetture.
Ritengo che tale miglioramento sia dovuto al fatto che le competenze e le conseguenti azioni siano state assegnate al territorio dove nasce la domanda delle prestazioni e dove emergono i bisogni dei cittadini e, pertanto, il risultato è dovuto unicamente a tale strategia. Comunque i tempi di riconoscimento delle prestazioni rimangono alti rispetto ai bisogni dei disabili ed a quelli che si possono conseguire con una gestione efficiente ed efficace dei servizi.
I limiti delle dichiarazioni dell’assessore regionale sono i seguenti:
- Analisi e valutazioni che fanno riferimento alla performance antecedente al 2001, quando le funzioni erano esercitate dal Ministero degli Interni tramite le Prefetture ;
- Assenza di valutazione dei tempi medi di liquidazione delle prestazioni che decorrono dalla presentazione della domanda fino alla erogazione dei benefici;
- Mancanza di una strategia rivolta al futuro per migliorare ulteriormente la performance;
- Assenza di un impegno a ridisegnare il processo di riconoscimento e liquidazione delle prestazioni agli invalidi civili.
L’esperienza sviluppatasi dal 2001 in avanti avrebbe dovuto far riflettere l’assessore regionale sul fatto che il processo disegnato a suo tempo dalla Giunta Regionale in materia di invalidità civile presenta contraddizioni, doppioni, attività inutili e sprechi di risorse.
Inoltre le ASL nell’area invalidità civile lavorano per adempimenti e non per attività o per processo con la conseguenza che una pratica di invalidità civile prima che venga definita deve passare da molte persone a causa della divisione del lavoro.
Occorre ridisegnare il processo tenendo presente la pluralità di enti (ASL e INPS) che partecipano alla definizione del prodotto invalidità civile e che un processo efficiente ed efficace presenta le seguenti caratteristiche:
- Flusso continuo;
- Semplificazione;
- Organizzazione snella.
Queste caratteristiche al momento non riesco ad individuarle. I fascicoli sanitari cartacei viaggiano tra ASL, Commissione di Verifica, INPS e Unità Operativa Invalidi Civili, diverse volte accumulando tempo e ritardi nel riconoscimento e liquidazione delle prestazioni.
Questo problema si potrebbe risolvere istituendo un fascicolo elettronico con firma digitale che viaggia in via telematica e può essere consultato ed implementato in ogni momento dagli uffici competenti.
Una pratica presentata a Legnago compie questo viaggio: ASL di Legnago, Commissione di Verifica presso l’INPS di Verona, ASL di Legnago, Unità operativa invalidi civili dell’ASL di Verona, Processo invalidi civili dell’INPS di Verona. Questi passaggi del fascicolo cartaceo, che al momento vengono effettuati a causa delle competenze a suo tempo stabilite dalla Regione Veneto per ciascun Ente o Ufficio, devono essere ridisegnati al fine di realizzare un flusso continuo di attività, un processo snello ed un rapporto di integrazione tra gli enti che abbia una visione completa del processo e non delle singole attività di cui si ha la competenza.
Enti e descrizione di massima delle competenze
- ASL di competenza territoriale: valutazione medico legale;
- Commissione medica di verifica presso l’INPS: verifica medico legale del primo giudizio e trasmissione del fascicolo all’ASL competente;
- ASL di competenza territoriale: trasmissione del fascicolo all’ASL del Comune Capoluogo di Provincia;
- Unità operativa invalidi civili presso l’ASL del capoluogo di Provincia: emissione decreto e trasmissione dello stesso al Processo Invalidi civili dell’INPS;
- Unità di processo invalidi civili presso l’INPS: ricezione del decreto cartaceo e della pratica in via telematica, istruttoria e liquidazione della prestazione.
Occorre tenere presente che nel caso in cui il processo di un prodotto coinvolge più enti
la non qualità di un adempimento o di una attività di un Ente influisce in modo significativo sulla qualità del’intero processo.
Dall’esame delle attività del processo si propongono i seguenti interventi al fine di migliorare i tempi medi di riconoscimento ed erogazione delle prestazioni agli invalidi civili:
- Decentrare a tutte le ASL di ciascuna provincia le competenze che attualmente sono espletate dall’ASL delle città capoluogo di provincia al fine di eliminare il passaggio finale della pratica dalle ASL competenti per territorio a quella della città capoluogo;
- Permettere alla commissione di verifica di trasferire copia del fascicolo sanitario accolto sanitariamente al Processo Invalidi Civili dell’INPS al fine di anticipare l’istruttoria della pratica, evitando così di aspettare la ricezione del fascicolo e del decreto di accoglimento da parte dell’ASL per iniziare le attività di competenza. Inoltre, questa operazione consente alle prestazioni il cui pagamento è bloccato a causa della revisione sanitaria di essere poste in pagamento con anticipo;
-Istituire la Conferenza dei Servizi in ciascuna Provincia per realizzare l’integrazione degli Enti attraverso la valutazione e l’adattamento continuo del processo e del modello organizzativo finalizzato al miglioramento dei tempi del prodotto invalidità civile;
- Trasmissione delle pratiche all’INPS per la erogazione dei benefici non a lotti ma a flusso continuo. Attualmente il processo si interrompe in quanto le ASL competenti trasmettono le informazioni telematiche e cartacee all’INPS a lotti interrompendo il processo e non permettendo all’INPS una valutazione esatta delle giacenze e delle azioni da intraprendere per normalizzare il processo;
- Attuazione da parte della Regione di operazioni di bechmarking con le regioni che presentano dei parametri di qualità migliori rispetto a quelli della Regione Veneto al fine di trovare delle soluzioni appropriate.
La erogazione della prestazione dopo 120 giorni dalla data di presentazione della domanda comporta il pagamento degli interessi legali al richiedente. Nel Veneto l’accertamento sanitario viene disposto per l’84,50% delle pratiche oltre i 120 giorni e, quindi, con pagamento degli interessi. Questi sono costi che si potrebbero evitare con una gestione più attenta ai tempi di liquidazione delle provvidenze economiche.
L’obiettivo comune di Regione, ASL, INPS è quello di conseguire dei tempi di liquidazione delle prestazioni accettabili in rapporto alle risorse che oggi nel terzo millennio possono essere facilmente utilizzate per migliorare i tempi dell’iter di erogazione delle provvidenze economiche a favore degli invalidi civili. Mi riferisco principalmente alle risorse tecnologiche ed organizzative.
L’obiettivo ambizioso da conseguire è quello di due mesi di tempo medio per il riconoscimento e per l’erogazione delle prestazioni. Tale obiettivo può senz’altro essere raggiunto se vengono utilizzate le nuove tecnologie, un modello organizzativo efficiente ed efficace ed una cultura di integrazione e di collaborazione tra gli enti.
Al momento si assiste ad un polverizzazione degli adempimenti, ad una cultura organizzativa che separa anziché unire e ad una accettazione passiva della realtà organizzativa che non permette di realizzare il cambiamento continuo.
Qualunque modello organizzativo è migliorabile occorre soltanto cogliere le opportunità, competere contro il mantenimento dello status quo e ricercare un continuo adattamento delle realtà organizzative all’evoluzione ed ai cambiamenti che avvengono in ogni momento nelle organizzazioni.
"La proposta di Antonino Leone è semplice, chiara, efficace. Certamente, se fosse accolta, i tempi si ridurrebbero notevolmente, dichiara Franco Bonfante consigliere regionale del Partito Democratico, senza nulla togliere alla qualità del servizio ed al rispetto delle regole di trasparenza. Un sicuro vantaggio per gli utenti, ma anche una riduzione dei carichi di lavoro e quindi una maggiore disponibilità di tempo del personale che può dedicarsi ad altre pratiche."
Comunicato stampa Regione Veneto

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Mercato del lavoro: Donata Gottardi valuta la proposta di Pietro Ichino

Propongo alla valutazione degli amici del blog le osservazioni di Donata Gottardi, parlamentare europeo, alla proposta del senatore Pietro Ichino sul mercato del lavoro. Per coloro che intendono confrontare la proposta del senatore Ichino e le osservazioni di Donata Gottardi segnalo il portale della Flexsecurity.
“Prima della formalizzazione della proposta di legge elaborata da Pietro Ichino, è utile riflettere su contenuti, obiettivi e finalità.Ci sono, come sempre, due piani di lettura – uno politico e uno tecnico –, ma mi pare necessario concentrarsi soprattutto nel cercare di comprendere meglio di cosa ci stiamo occupando.
Iniziamo dal titolo: “superamento del dualismo del mercato del lavoro”. Si tratta di un dualismo che ha ricevuto grande attenzione da anni, da quando si è messo in rilievo che esiste una cittadella di inclusi e un esercito di esclusi. Si tratta di una nozione sociologica. Più difficile, mi pare, sia applicarla in testo giuridico, a dimostrazione di quanto la legislazione del lavoro sia tutto sommato eccessivamente all’attenzione delle riforme, spesso a coprire assenza di strumenti e di politiche attive concrete.Proviamo comunque a declinare il dualismo in senso giuridico, decidendo chi fa parte degli inclusi e chi degli esclusi. La linea di demarcazione classica passa dal lavoro subordinato. Se fosse così, fanno parte dell’ambito incluso il lavoro a tempo parziale, ma anche l’apprendistato e il lavoro interinale.
Quanto al lavoro interinale, effettivamente, nelle FAQ (le domande ricorrenti, cui viene anticipatamente fornita risposta da Ichino) che accompagnano la proposta, l’autore ne afferma in linea di massima la sopravvivenza: durante il negoziato di transizione, “dovranno essere ben definiti i casi in cui la somministrazione temporanea di lavoro resta ammessa”. In altri termini, si esclude dal campo di applicazione della proposta il lavoro interinale con contratto a tempo indeterminato con l’agenzia di somministrazione (e contemporaneamente si ritiene utile ripristinare lo staff leasing, voluto dalla riforma del ministro Maroni e abrogato dal ministro Damiano, in considerazione della forte opposizione che aveva sollevato in ambito sindacale e giuridico), lasciando quindi comprendere come il discrimine venga collocato soprattutto (o esclusivamente?) a livello di durata del contratto. Se il lavoro interinale si svolge per la durata della missione – che è poi l’ipotesi ampiamente maggioritaria – rientra nell’ambito della proposta di superamento (alle condizioni che vedremo di seguito).
Nella proposta si dedica specifica attenzione al contratto a tempo determinato, che pure è lavoro subordinato, mantenendo la possibilità della sua stipulazione solo in ipotesi determinate.
Pur non essendo dato sapere la sorte dell’apprendistato (altra grande area di possibile contratto di lavoro), abbiamo quindi determinato che il dualismo di cui si parla nel titolo ha come discrimine non tanto la subordinazione quanto la apposizione di un termine al contratto di lavoro.
Ed in effetti, il lavoro a progetto – fattispecie tipica del cosiddetto lavoro parasubordinato – nella attuale regolamentazione legislativa prevede sempre l’apposizione del termine ed è uno dei contratti cardine degli ‘esclusi’, degli outsiders..A ben vedere non tutto é così lineare. Nell’articolo 5 della bozza, il discrimine torna a passare tra il lavoro subordinato da un lato e il lavoro autonomo e il lavoro parasubordinato ‘ben pagato’ dall'altro. Qui posso solo sollevare questo dubbio: possiamo davvero pensare che sia tale quando la retribuzione annua lorda sia superiore ai 40.000 euro? Se decliniamo questo ammontare al netto mensile, non mi pare che la soglia sia particolarmente elevata. E perché escludere chi percepisce una retribuzione superiore? L’obiettivo, in ogni modo, sembra essere quello di superare la possibilità di apporre un termine al contratto, qualunque esso sia, fatti salvi i casi indicati. Si assiste insomma a una sorta di riproduzione della situazione degli anni ’60, quando la prima legge sul lavoro a termine aveva indicato i casi tassativi di contratto a tempo determinato. Ora i casi indicati sono ancora più limitati. In questo siamo all’interno e anzi rafforziamo la prospettiva europea, soprattutto quella del Parlamento europeo, che continua a ripetere di considerare il contratto a tempo indeterminato la regola e il contratto a termine l’eccezione.
Fin qui, quindi, tutto bene? Se anche si condividesse questa impostazione, resta da affrontare la contropartita.
La proposta punta alla volontaria stipulazione di un contratto di transizione, non a caso collocato negli articoli di apertura (1 e 2) della bozza.
Occorre, a questo punto, trovare l’assetto di convenienze che porti i datori di lavoro a superare l’attuale frammentazione tipologica e a passare al nuovo sistema. Ed è così che incontriamo il cardine su cui ruota la proposta: la liberalizzazione del licenziamento.Inutile girarci attorno. Questo è il fulcro. Il fulcro è la riduzione di portata (in tutti i sensi possibili) dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, cioè la disposizione che ha introdotto quella che siamo abituati a chiamare ‘tutela reale’ (cioè la reintegrazione e il risarcimento economico, che già ora, quasi sempre, si traduce non tanto nel rientro al lavoro quanto nel pagamento di somme elevate da parte del datore di lavoro, pagamento che fa da deterrente rispetto al licenziamento). Molto si potrebbe dire su questo. Mi limito a ricordare quanto ampiamente noto: il nostro sistema produttivo è composto da microimprese e piccole imprese, che già applicano solo la cosiddetta ‘tutela obbligatoria’ (cioè la riassunzione o il pagamento di una indennità, di limitata entità e legata all’anzianità di servizio). E per queste imprese è quasi assente l’interesse a entrare nel sistema prospettato nella bozza. Del resto lo stesso Ichino lo afferma, nelle FAQ (“presumibilmente non saranno molte le piccole imprese che in questa fase stipuleranno il contratto di transizione”).
E allora? Se la maggior parte delle imprese non sarà coinvolta, di quale superamento di dualismo stiamo parlando?
Forse dobbiamo chiamare la proposta con il suo titolo: riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Continuo però a ritenere quanto meno bizzarro che proprio dal Partito democratico provenga la riproposizione – sia pure alcuni anni dopo la grande manifestazione di Roma – del superamento della tutela reale, dopo il suo accantonamento per mancanza di interesse da parte delle stesse imprese e del governo di destra.
Ma confrontiamoci ancora con la proposta, sospendendo la parte relativa alla riforma del licenziamento.Il periodo di prova diventa di sei mesi. Una novità limitata, se la guardiamo dal versante legislativo, dato che è già così. Su questo ci sono regole della contrattazione collettiva, che normalmente distinguono a seconda delle competenze e della professionalità della lavoratrice o del lavoratore. E non mi pare sbagliato.
Qui aggiungo una osservazione di portata più generale: forse le riforme dovrebbero semplificare, ma non uniformare o massificare. Siamo in un mondo sempre più complesso, con esigenze multiformi, non solo provenienti dalle imprese, ma anche dalle lavoratrici e dai lavoratori. Una regola uguale per tutti, mi pare un principio non adatto al ‘mondo liquido’.
La contribuzione previdenziale viene rideterminata in misura uguale per tutti i rapporti. Ma questo, immagino, solo prendendo a riferimento la contribuzione nel rapporto tra lavoro subordinato e quella nel lavoro a progetto (e vecchie collaborazioni coordinate e continuative). Di nuovo mi chiedo: e l’apprendistato? E il lavoro domestico? E potrei continuare. In ogni caso, si tratta di una esigenza ampiamente condivisa, ma che deve tradursi anche in parificazione dei diritti. Ad esempio, ho sempre pensato che fosse inutile – ma continuiamo a farlo e a proporlo – parlare di congedo parentale laddove non vi sia inserimento fisico nell’organizzazione produttiva del datore di lavoro e determinazione dell’orario di lavoro. Stiamo davvero pensando di tornare al lavoro calcolato solo sulla base della messa a disposizione delle energie della lavoratrice e del lavoratore, senza tener conto del risultato del lavoro?
In ogni caso, ancora, si tratta di intervenire sul profilo previdenziale e sui diritti di sicurezza sociale, dove forse si potrebbe osare di più. In particolare si potrebbe forse finalmente riflettere sul contratto di attività, proposto ormai un bel po’ di anni fa in Francia, ma che richiede una revisione complessiva del sistema di Welfare.
Veniamo così alla protezione sociale in caso di crisi. La revisione degli ammortizzatori sociali è da tempo all’attenzione, compreso il passaggio agli enti bilaterali. Inutile mi pare però parlare di modello danese, dato che ci separano da quel Paese dimensione territoriale, efficacia dei servizi, cultura del lavoro e della società.
Per certi aspetti, basterebbe forse anche solo decidersi ad applicare la normativa che già abbiamo e che fonda le sue origini nelle riforme del primo governo Prodi, come nel caso dell’obbligo di accettare proposte di formazione e di lavoro.
Quanto agli enti bilaterali, possono essere un utile strumento, ma è evidente che tanto più piccolo è l’ambito (settoriale) di riferimento, tanto minori possono essere le risorse a disposizione.
Arriviamo finalmente ora al tema vero della proposta: la riforma del licenziamento per esigenze del datore di lavoro.
Sappiamo quanto sia difficile riformare il licenziamento. Ichino sostiene che in questo modo, finalmente, si dedicherà attenzione al licenziamento discriminatorio e che si formerà finalmente giurisprudenza sul diritto antidiscriminatorio. Una prospettiva interessante per chi, come me, da decenni si occupa di discriminazioni. Ma il ragionamento prova troppo. Se esiste la scorciatoia del pagamento di una indennità, già prequantificata, perché il datore di lavoro dovrebbe dichiarare che il motivo del licenziamento é fondato sul comportamento o su caratteristiche della lavoratrice o del lavoratore? Il controllo giudiziale si evita sempre. Oppure si pensa di avere convenienza a rischiare e a portare la causa davanti al giudice, … ma allora probabilmente si tratta di un datore di lavoro che non è entrato nell’alveo del contratto (volontario) di transizione.E’ sempre stato così, del resto. Il datore di lavoro, quando pure avrebbe potuto licenziare senza portare la motivazione (c.d. recesso ad nutum), apponeva la motivazione, facendo ricadere la colpa sulla lavoratrice o sul lavoratore, per risparmiare l’indennità di fine rapporto. E quando è cambiata la regola e si è previsto che l’indennità di fine rapporto spettasse anche nel caso di licenziamento determinato da comportamenti della lavoratrice o del lavoratore (c.d. licenziamento disciplinare), si è aggiunto che la motivazione occorresse sempre, sia per ragioni soggettive sia per ragioni oggettive.Ora, se per ragioni oggettive, scatta un automatismo … vedremo ridursi in maniera esponenziale la conflittualità in giudizio per licenziamento individuale. Forse é questo l'obiettivo, data l'incombenza della recessione e della crisi occupazionale. Ma mi pare una risposta 'strana' nel momento 'sbagliato'.
C’è ancora un punto da segnalare, che riguarda ancora una volta l’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Ichino interviene anche sulla disposizione vigente, eliminando la tutela reale e facendola diventare mera tutela obbligatoria. Al datore di lavoro, infatti, una volta che il giudice ha dato ragione alla lavoratrice o al lavoratore, si consente di scegliere tra la reintegrazione o il risarcimento economico, cioé quanto previsto ora per le imprese di minori dimensioni.
Qui siamo all’affossamento definitivo dell’articolo 18 Statuto dei diritti dei lavoratori. Ne siamo consci? E’ questo che vogliamo?
Nella bozza è previsto un sistema di ricollocazione, cioè servizi di politiche attive del lavoro. Ma non dovremmo utilizzare altri ambiti per far diventare effettive queste politiche? Mi pare interessante soprattutto segnalare una anomalia. Il contratto di ricollocazione al lavoro (art. 3) spetta in caso di licenziamento non disciplinare e di “licenziamento disciplinare dichiarato illegittimo in sede giudiziale” (art. 3, 1), sia pure con l’aggiunta che alla decisione del giudice non abbia “fatto seguito la reintegrazione”.
Perché escludere dal sistema di protezione sul mercato del lavoro coloro che sono stati licenziati per motivi disciplinari? Un conto è la protezione economica, un conto l’esclusione dalle attività formative e di ricollocazione.
Detto incidentalmente, mi pare manchi nella proposta un collegamento con il licenziamento collettivo per riduzione di personale.
Resta infine il profilo europeo. Mi piacerebbe innanzitutto che decidessimo di utilizzare il termine inglese delle istituzioni europee: flexicurity, ma questo attiene al mero piano formale.Resta quello sostanziale. I principi comuni di flexicurity sono stati proposti dalla Commissione europea e sono poi passati al vaglio del Parlamento europeo, che ha scritto parole chiare, rinviando al mittente e smascherando la Commissione. Ad esempio, il Parlamento europeo – che non è a maggioranza di sinistra, come è noto – rifiuta l’idea che si possa scambiare minore flessibilità in entrata con maggiore flessibilità in uscita. Purtroppo è proprio questo scambio ad essere alla base, mi pare, della proposta.Può darsi che Ichino abbia ragione. Spesso ha anticipato i tempi, diagnosticando i problemi e cogliendo le attese. Si pensi a quando ha parlato di 'collocamento impossibile', che però é diventata rinuncia al servizio pubblico di collocamento.
E quanto scrive in apertura del suo progetto va totalmente condiviso. Solo che non mi pare che la elaborazione corrisponda alle premesse e, soprattutto, riguarda un'altra cosa.Se accettiamo questa proposta dobbiamo essere consapevoli che non ci stiamo occupando, come annunciato, di un contratto unico, con progressione della tutela man mano che passa il tempo (quello che ho definito ‘contratto a punti’), ma piuttosto dell’invito a scambiare maggiore libertà di licenziamento – dando certezza dei suoi costi, compresa la riduzione della conflittualità giudiziale – con il superamento del lavoro parasubordinato. Con una ulteriore aggravante: le scarse probabilità di riuscita, se pensiamo che la maggior parte delle imprese (le piccole) non saranno coinvolte e che non é detto che il varco del lavoro autonomo e delle libere professioni (bastando l'iscrizione all'albo!) non diventi di nuovo un'autostrada per mantenere e non per ridurre il dualismo.
E ci stiamo occupando di eliminare la tutela reale del licenziamento. Forse sarebbe preferibile dichiararlo in maniera trasparente.”
Donata Gottardi

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mercoledì 21 gennaio 2009

Il Manifesto di Euston

La traduzione in italiano è stata effettuata dal blog in minoranza che ringrazio per la opportunità che ci ha offerto.
Per un rinnovamento della politica progressista
A. Preambolo
Siamo democratici e progressisti, e quello che proponiamo in questo documento è un allineamento politico del tutto nuovo. Molti di noi appartengono alla Sinistra, ma i principi che intendiamo stabilire non sono esclusivi; intendiamo anzi stabilire un contatto al di là della sinistra socialista, verso i liberali egalitari e tutti coloro il cui impegno per la democrazia non contiene alcuna ambiguità. Di più, il riallineamento dell'opinione progressista che costituisce il nostro obiettivo implica che si tracci una linea di demarcazione fra le forze della sinistra che rimangono fedeli ai propri valori autentici, e quelle correnti che di recente hanno mostrato un'eccessiva flessibilità riguardo a questi valori; implica che si faccia causa comune con tutti i veri democratici, socialisti o no. Questa iniziativa trova le sue radici e la sua base iniziale di sostenitori in Internet, specialmente nella 'blogosfera'. E` nostra impressione, tuttavia, che questa base non abbia voci rappresentative nei media e nei luoghi tradizionali di discussione della politica. Le affermazioni di principio che seguono costituiscono una dichiarazione di intenti, e servono ad inaugurare un sito Internet che servirà da aggregatore per le correnti di opinione che speriamo di rappresentare e per i diversi blog e siti che supportano questo invito ad un riallineamento della politica progressista.
B. Principi generali
1. Per la democrazia
Ci impegniamo a favore delle regole, procedure e strutture democratiche - libertà di opinione e di associazione, libere elezioni, separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e separazione di Stato e religione. Attribuiamo grande valore alle tradizioni e istituzioni, eredità di un buon governo, di quelle nazioni in cui la democrazia liberale e pluralista ha fatto presa.
2.Nessuna scusa per la tirannia
Ci rifiutiamo di cercare scuse, di mostrare indulgenza, di 'comprendere' i regimi reazionari e i movimenti per cui la democrazia e` un nemico da odiare - regimi che opprimono la propria popolazione e movimenti che mirano a farlo. Tracciamo una linea di demarcazione ben definita fra noi e quelle voci della sinistra liberale che sono rapide ad offrire apologie per simili forze politiche.
3.Diritti umani per tutti
Riteniamo che i diritti umani fondamentali codificati nella Dichiarazione Universale siano, appunto, universali, vincolanti per tutti gli Stati e i movimenti politici, e in effetti per ogni singolo essere umano. Le violazioni di questi diritti sono da condannare senza riguardo per chi ne sia responsabile o per il contesto culturale in cui avvengono. Rifiutiamo il sistema di due pesi e due misure secondo cui opera molta della sedicente opinione pubblica progressista, che tende regolarmente a deplorare molto di più le violazioni - sicuramente gravi e reali - commesse a occidente che quelle commesse altrove, per quanto evidentemente maggiori. Respingiamo anche la visione culturalmente relativista secondo cui estendere questi diritti umani basilari a tutti non sarebbe compatibile con determinate nazioni o popolazioni.
4.Uguaglianza
Aderiamo ad una politica generalmente egualitaria. Abbiamo fra gli obiettivi a lungo termine il progresso nei rapporti fra i sessi (fino a realizzare l'uguaglianza completa di genere), fra differenti comunità etniche, fra gli aderenti alle varie affiliazioni religiose, inclusi i non aderenti ad alcuna, e fra persone di ogni orientamento sessuale - ed una più diffusa uguaglianza sociale ed economica. Lasciamo aperta, viste le differenze di punti di vista fra di noi, la questione del miglior assetto economico per garantire questa piu` diffusa uguaglianza, ma sosteniamo gli interessi dei lavoratori ed il loro diritto ad organizzarsi in difesa di questi interessi. I sindacati democratici sono le fondamenta necessarie per la difesa degli interessi dei lavoratori, e sono una delle forze piu` importanti per la difesa dei diritti dell'uomo, la promozione della democrazia e l'internazionalismo egalitario. I diritti dei lavoratori sono a tutti gli effetti diritti dell'uomo. L'adozione universale delle Convenzioni Internazionali delle Organizzazioni Sindacali - oggi quotidianamente ignorate da governi in tutto il pianeta - e` una delle nostre priorità. Siamo impegnati nella difesa dei diritti dei bambini e nella protezione dalla schiavitu` sessuale e da ogni forma di abuso istituzionalizzato.
5.Sviluppo per la liberta`
Prendiamo posizione per lo sviluppo economico globale come condizione per la liberta` e contro l'oppressione economica strutturale e la degradazione ambientale. Non si puo` permettere all'espansione corrente dei mercati globali e del libero scambio di servire gli interessi ristretti di una piccola elite corporativa nel mondo sviluppato e dei loro clienti nei Paesi in via di sviluppo. I benefici dello sviluppo su vasta scala attraverso l'espansione del commercio globale devono essere distribuiti quanto piu` ampiamente possibile per servire gli interessi sociali ed economici degli operai, degli agricoltori e dei consumatori in tutti i paesi. Dalla globalizzazione deve conseguire l'integrazione sociale globale ed un impegno per la giustizia sociale. Sosteniamo la riforma radicale delle principali istituzioni di controllo economico globale (Organizzazione Mondiale per il Commercio, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) per realizzare questi obiettivi e sosteniamo il commercio equo e solidale, un incremento della cooperazione allo sviluppo, la cancellazione del debito e la campagna per cancellare la poverta` (Make Poverty History). Lo sviluppo può portare ad un incremento nell'aspettativa di vita e nella qualita` stessa della vita, rendendo meno pesante il lavoro e accorciando le giornate lavorative. Può donare liberta` ai giovani, possibilità di sperimentare cambiamenti agli adulti e sicurezza agli anziani, espandere gli orizzonti e le opportunita` di viaggiare ed aiutare a 'trasformare gli sconosciuti in amici'. Lo sviluppo globale deve essere sempre perseguito in maniera compatibile con i principi della crescita sostenibile.
6.Opposizione all'antiamericanismo
Rifiutiamo senza se e senza ma l'antiamericanismo che sembra aver contagiato tanta parte del pensiero della sinistra liberale (e parti di quello conservatore). Non si tratta qui di vedere gli Stati Uniti come società-modello. Siamo coscienti dei problemi e dei fallimenti di quella societa`, ma sono problemi e fallimenti comuni almeno in parte a tutto il mondo sviluppato. Gli Stati Uniti sono un grande Paese, sede di una democrazia forte con una nobile tradizione alle spalle, che puo` vantare durevoli successi sociali e politici. La popolazione degli USA ha prodotto una cultura viva e vibrante che porta piacere, ispirazione e a volte invidia a milioni di persone in tutto il mondo. Il fatto che la politica estera degli Stati Uniti spesso abbia contrastato i movimenti ed i governi progressisti in favore di forze autoritarie non giustifica un pregiudizio generalizzato contro il Paese o la sua popolazione.
7.Due popoli, due Stati
Riconosciamo il diritto all'autodeterminazione sia per il popolo ebraico che per quello palestinese nell'ambito della soluzione dei due Stati. Non vi potra` essere una soluzione ragionevole al conflitto israelo-palestinese finche` si cerchera` di subordinare o eliminare i diritti e le legittime aspirazioni di una delle due parti.
8.Contro il razzismo
Per i liberali e la sinistra, l'antirazzismo e` assiomatico. Siamo contro ogni forma di pregiudizio e comportamento razzista: il razzismo anti-immigrati della destra; il razzismo tribale ed interetnico; il razzismo contro le persone provenienti da Paesi musulmani o contro loro discendenti, particolarmente quando si usa la scusa della Guerra al Terrorismo. Il risorgere recente di un'altra, antica forma di razzismo, l'antisemitismo, non e` stato ancora riconosciuto da parti della sinistra e del pensiero liberale. Alcuni sfruttano le legittime rivendicazioni del popolo palestinese sottoposto all'occupazione militare israeliana, e nascondono il pregiudizio contro gli ebrei sotto la formula dell'anti-sionismo. Siamo contro anche questa forma di razzismo - come dovrebbe essere ovvio.
9.Uniti contro il terrorismo
Siamo contro tutte le forme di terrorismo. L'attacco deliberato alla popolazione civile e` un crimine secondo la legge internazionale e secondo tutte le leggi di guerra, e non puo` essere giustificato con l'argomentazione che viene commesso in difesa di una giusta causa. Oggi si e` diffuso il terrorismo ispirato dall'ideologia islamista, che minaccia i valori democratici, la vita e la liberta` delle persone in diversi Paesi. Questo non giustifica alcun pregiudizio nei confronti dei musulmani, che di questo terrorismo sono le vittime principali, e fra i quali si possono trovare alcuni dei suoi oppositori piu` coraggiosi. Ciononostante, come tutte le forme di terrorismo, questa e` una minaccia che deve essere combattuta, non scusata.
10.Un nuovo internazionalismo
Siamo in favore di una politica internazionalista e di una riforma della legislazione internazionale nell'interesse di una diffusione globale della democrazia e dello sviluppo. L'intervento umanitario, laddove necessario, non deve infrangere la sovranita` nazionale quanto piuttosto inquadrarla nell'ambito delle necessita` di vita in comune dei popoli di questo pianeta. Se uno Stato fa il minimo necessario per proteggere l'esistenza dei propri cittadini (non tortura o assassina la propria popolazione civile e ne soddisfa le esigenze basilari per la sopravvivenza), la sua sovranita` nazionale va rispettata; se tuttavia questo Stato viola atrocemente tale diritto all'esistenza, esso rinuncia automaticamente ad ogni pretesa di sovranita` su quella popolazione, e la comunita` internazionale ha il preciso dovere di intervenire e soccorrere. Passata una data soglia di atrocita`, abbiamo un basilare 'dovere di proteggere'.
11.Apertura
Respingiamo l'idea che non vi possa essere contrasto fra diverse parti della sinistra: abbiamo fatto tesoro della lezione disastrosa delle apologie per lo stalinismo ed il maoismo così come di esercizi intellettuali più recenti fatti nello stesso spirito (alcune delle reazioni ai crimini dell'11 Settembre, la ricerca di scuse e giustificazioni per i terroristi suicidi, le riprovevoli alleanze instaurate all'interno del movimento contro la guerra con fautori della teocrazia e dell'illiberalismo). Respingiamo alla stessa maniera l'idea che non vi possa essere un'apertura verso idee e individui a destra. Esponenti della sinistra che fanno causa comune con, o elaborano giustificazioni per, forze antidemocratiche dovrebbero essere criticati con forza e chiarezza. Allo stesso modo, dobbiamo prestare attenzione alle voci del pensiero liberale ed anche conservatore se queste contribuiscono al rafforzamento di norme e pratiche democratiche e alla lotta per il progresso umano.
12.Per la verità storica
Nel ricollegarci con le origini umaniste del movimento per il progresso umano, dobbiamo enfatizzare il dovere del rispetto che un vero democratico ha per la verità storica. Non sono solo i fascisti, i negazionisti dell'olocausto e i loro simili ad aver cercato di offuscare i fatti storici. Una delle tragedie della sinistra e` che la sua reputazione su questo punto e` stata gravemente compromessa dal movimento comunista internazionale, ed alcuni ancora non hanno imparato la lezione. Onestà politica e trasparenza sono obblighi primari per noi.
13.Per la liberta` delle idee
Sosteniamo la liberta' delle idee, pilastro del pensiero liberale. E` piu` necessario che mai che oggi, almeno entro le abituali restrizioni della diffamazione e dell'incitamento alla violenza, le persone siano libere di criticare le idee e le strutture ideologiche altrui. Questo include la liberta` di criticare le religioni: specifiche religioni come la religione in generale. Il rispetto per gli altri non implica il dovere di osservare il silenzio sulle loro credenze quando non le si condivide.
14.Open Source
Come parte del libero scambio di idee, e allo scopo di incoraggiare imprese intellettuali comuni, sosteniamo lo sviluppo aperto di software ed altri prodotti della creativita` umana, e ci opponiamo alla brevettabilita` di geni, algoritmi e fenomeni e prodotti naturali. Ci opponiamo all'estensione retroattiva delle leggi sulla proprieta` intellettuale a sostegno degli interessi finanziari delle grandi corporazioni detentrici della maggioranza dei copyright. Il modello open source e` collettivo e competitivo, collaborativo e meritocratico. Non e` un'idea astratta ma una realta` provata che ha creato beni d'uso comune la cui utilita` e robustezza hanno ampiamente superato la prova del tempo. Di piu`, i concetti comuni su cui si basa il lavoro della comunita` scientifica che ha dato origine al movimento Open Source hanno ben servito il progresso umano per secoli.
15.Un'eredita` preziosa
Respingiamo la paura della modernita`, la paura della liberta`, l'irrazionalismo, la subordinazione delle donne; riaffermiamo le idee che sono state il grido di battaglia delle rivoluzioni democratiche del Diciottesimo Secolo: liberta`, uguaglianza e fratellanza; diritti umani; ricerca della felicita`. Queste idee ed ispirazioni sono diventate eredita` di tutti noi grazie alle trasformazioni socialdemocratiche, egalitarie, femministe ed anticolonialiste del Diciannovesimo e Ventesimo Secolo - grazie alla ricerca della giustizia sociale, alla creazione dello Stato assistenziale, alla solidarieta` di uomini e donne, al concetto che nessuno dovrebbe essere escluso, nessuno lasciato indietro. Noi sosteniamo fino in fondo questi valori, ma non siamo dei fondamentalisti: sposiamo le idee e i valori della libera ricerca, del dialogo aperto e del dubbio creativo, riconosciamo la necessita` di aver cura nell'emettere giudizi, e l'impossibilita` di applicare soluzioni semplici, o completamente soddisfacenti, alle complessita` del mondo. Ci opponiamo senza mezzi termini ad ogni pretesa di avere in mano la verita' indiscussa o indiscutibile.
C.Elaborazioni
Noi difendiamo le democrazie liberali e pluraliste contro tutti coloro che cercano di minimizzare le differenze fra queste e regimi tirannici o totalitari, ma ci rendiamo conto che queste democrazie hanno a loro volta le loro manchevolezze. La lotta per lo sviluppo di istituzioni piu` democratiche, per dare maggior potere o voce a chi oggi non ne ha, e` una parte permanente dei programmi della sinistra.
Le fondamenta sociali ed economiche su cui le democrazie liberali si sono sviluppate sono contraddistinte da profonde diseguaglianze di ricchezza e reddito e dalla sopravvivenza di privilegi immeritati. A loro volta, le diseguaglianze globali sono uno scandalo per la coscienza dell'umanita`. Milioni di persone vivono in assoluta poverta`; ogni settimana decine di migliaia di persone - in particolare bambini - muoiono di malattie curabili; disparita` economiche fra individui e fra nazioni comportano una distribuzione ineguale e arbitraria delle possibilita` di vita e realizzazione personale.
Tutti questi fatti costituiscono un atto di accusa contro la comunita` internazionale. A sinistra, coerentemente con le nostre tradizioni, lottiamo per la giustizia e per una possibilita` dignitosa di vita per tutti; coerentemente con quelle stesse tradizioni, dobbiamo lottare contro le forze di una tirannia totalitaria che stanno nuovamente avanzando. Entrambe le battaglie devono essere combattute: non se ne puo` sacrificare una in favore dell'altra.
Noi respingiamo l'opinione che gli eventi dell'11 Settembre 2001 fossero un meritato contrappasso per gli Stati Uniti, o che fossero 'comprensibili' in nome di questa o quella legittima rimostranza contro la politica estera americana. Cio` che fu portato a termine quel giorno e` ne` piu` ne` meno che una strage, motivata da un'inaccettabile ideologia fondamentalista e non giustificabile in alcuna maniera, un fatto che non puo` e non deve essere mascherato in fraseologie evasive.
Gli estensori di questo documento hanno preso posizioni diverse sull'intervento in Iraq, alcuni a favore, alcuni contro. Riconosciamo che era possibile dissentire sulle giustificazioni per l'intervento, sulla maniera in cui e` stato eseguito, sulla pianificazione (o l'assenza di pianificazione) della fase di ricostruzione, e sulle prospettive per la creazione di un sistema democratico. Siamo tutti, comunque, concordi nell'identificare le caratteristiche reazionarie, protofasciste e criminali del regime baathista iracheno, e affermiamo che il suo rovesciamento e` stato una liberazione per il popolo iracheno. Siamo anche uniti nell'opinione che dal giorno della caduta di Saddam, la priorita` per ogni liberale e appartenente alla sinistra avrebbe dovuto essere la battaglia per porre in essere in Iraq un sistema politico democratico e per favorire la ricostruzione delle infrastrutture, per creare, dopo decenni di oppressione brutale, una situazione quotidiana che chi vive nei Paesi occidentali da` per scontata, piuttosto che insistere all'infinito sull'opportunita` o meno di intervenire.
Questo ci pone in opposizione non solo a coloro che, a sinistra, si sono espressi apertamente in favore delle bande di delinquenti baathisti e di jihadisti che costituiscono la cosiddetta Resistenza irachena, ma anche a coloro che cercano in ogni modo di rendersi equidistanti fra queste forze e quelle che cercano di creare in Iraq le condizioni per l'evoluzione del processo democratico. Non vogliamo neanche essere associati con coloro che a parole si dicono in favore di questo processo democratico, ma dedicano la stragrande maggioranza del proprio tempo a criticare gli avversari politici domestici (responsabili, si suppone, di tutto cio` che non va in Iraq) ed osservano un rispettoso silenzio a proposito delle forze della 'resistenza' irachena. I molti oppositori, a sinistra, del cambio di regime in Iraq che si sono dimostrati incapaci di capire le considerazioni che hanno portato altri, sempre a sinistra, a sostenerlo, distribuendo anatemi e scomuniche e di recente esigendo scuse pubbliche e dichiarazioni di pentimento, tradiscono gli stessi valori democratici che dicono di sostenere.
Il vandalismo contro le sinagoghe e i cimiteri ebraici e gli attacchi agli ebrei sono in aumento in Europa. L'antisionismo si e' ormai sviluppato ad un punto tale che organizzazioni che dovrebbero appartenere alla sinistra non si fanno problemi ad invitare oratori apertamente antisemiti ed a stringere alleanze con organizzazioni apertamente antisemite. Fra persone istruite ed influenti e` possibile trovare chi sostiene che la guerra in Iraq e` stata combattuta in nome di interessi ebraici, o chi fa 'educate' e sottili allusioni all'effetto negativo dell'influenza ebraica sulle relazioni internazionali - osservazioni del tipo che per oltre 50 anni dopo l'Olocausto nessuno avrebbe potuto fare senza essere esposto al pubblico ludibrio. Noi ci opponiamo a tutte queste forme di bigottismo.
La violazione dei diritti umani fondamentali ad Abu Ghraib, a Guantanamo e nel corso delle pratiche di rendition deve essere recisamente condannata per quello che e`, la violazione e l'abbandono di quei principi universali per la cui creazione gli stessi Paesi occidentali, e in particolare gli USA, portano la maggior parte del merito. Ma noi respingiamo il doppio standard con cui molti oggi a sinistra identificano quelle commesse dalle democrazie occidentali come le peggiori violazioni dei diritti umani, mentre mantengono il silenzio, o protestano in sordina, contro violazioni ben peggiori commesse altrove. Questa tendenza ha raggiunto un punto tale che un portavoce ufficiale per Amnesty International, un'organizzazione che merita e riceve enorme rispetto a livelo mondiale per i decenni di lavoro svolto in difesa dei diritti umani, puo` fare pubblicamente un paragone fra Guantanamo e i gulag, puo` affermare che le misure legislative prese dagli USA e dalle altre democrazie liberali nel corso della guerra al terrorismo costituiscono un'aggressione ai diritti umani peggiore di qualsiasi cosa si sia vista negli ultimi 50 anni, e puo` essere difeso in queste affermazioni da voci della sinistra liberale.
D.Conclusione
E` vitale per il futuro della politica progressista che chi condivide posizioni liberali, egalitarie ed internazionaliste si faccia sentire. Dobbiamo definire noi stessi in contrapposizione a coloro per cui l'intero programma progressista e democratico e` stato subordinato e totalmente uniformato ad un semplicistico 'anti-imperialismo' e/o all'ostilita` verso l'attuale amministrazione USA. I valori e gli obiettivi che dovrebbero far parte di quel programma - i valori della democrazia, dei diritti umani, la lotta contro il privilegio ed il potere senza responsabilita`, la solidarieta` con chi combatte tirannia e oppressione - sono cio` che per lungo tempo ha definito l'unica sinistra a cui valesse la pena di appartenere.
Euston Manifesto

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martedì 20 gennaio 2009

Intervista a Michele Fiorillo

a cura di Francesca Nicastro
«Un luogo di riflessione e dialogo con i cittadini, un laboratorio di cultura politica per analizzare la società veneta e avanzare proposte di cambiamento». Michele Fiorillo, curatore assieme a Paolo Giacon de Il Pensiero Democratico (il cui progetto grafico è stato affidato a Francesco Frapporti), spiega così il senso dell’ambiziosa iniziativa editoriale del PD veneto: una rivista-laboratorio per far crescere e diffondere la visione democratica nella nostra regione. Il numero zero, che sarà dato alle stampe nei prossimi giorni, è già disponibile on-line sul sito www.partitodemocraticoveneto.org (cliccare sul banner nella colonna di sinistra).
Fiorillo, cosa si propone di essere Il Pensiero Democratico?
La rivista dei Democratici veneti intesi come il blocco sociale che crede nelle possibilità di trasformazione positiva della società veneta. Non vuole essere una rivista di partito. Vi scriveranno non tanto personalità del mondo politico, quanto esperti nei vari campi della scienza dalla politologia alla giurisprudenza, dalla sociologia alle filosofia, a partire dai docenti universitari.Ma vi contribuiranno anche professionisti, giornalisti, letterati e uomini di cultura, intellettuali, esponenti dell’associazionismo e del sindacato, e più in generale quei cittadini che vogliano mettere in campo idee creative e proposte approfondite.
Dunque si tratta di un vero e proprio laboratorio di cultura riformista?
Esatto. L’abbiamo immaginata come un centro studi e ricerche dei Democratici veneti che fornisca le strutture analitiche e le proposte per il cambiamento del Veneto. Un laboratorio intergenerazionale, dove a fianco dei contributi di persone autorevoli ed esperte ci saranno le riflessioni di giovani studiosi, di giovani ricercatori.
Come è articolata la rivista?
Ogni numero si aprirà con la sezione “Cultura democratica”, a cui seguirà la parte dedicata al “Veneto che verrà” e la sezione “Strumenti”, con le recensioni di libri da parte di giovani democratici.
Quali sono i temi del numero zero?
L’intervento del segretario Paolo Giaretta delinea nel trinomio mercato, eguaglianza e democrazia lo spirito della pratica della cultura democratica. Quindi ognuno di questi concetti vengono “esplosi” nelle relazioni degli esperti. Emilio Viafora, segretario della Cgil veneta, e Franca Porto, segretaria della Cisl, affrontano le questioni legate al mercato, alla produzione e al lavoro; Amedeo Levorato e Felice Casson si cimentano sul tema dell’eguaglianza, il primo affrontando la questione della povertà, il secondo dell’immigrazione; sulla democrazia c’è il mio intervento “Democratizzare la democrazia”. Offrono una riflessione sull’identità del PD Giorgio Tonini e Umberto Curi, quest’ultimo con un intervento critico che denuncia in questa fase insufficienze e mancanze.
Perché in copertina avete messo gli occhi di Barak Obama e la parola hope, speranza?
Perché Barak Obama incarna la speranza del cambiamento, una speranza che guida noi curatori della rivista e tutte le persone che afferiscono alla cultura democratica e riformista.
A chi si rivolge Il Pensiero Democratico?
È una rivista di approfondimento, per certi versi un po’ostica perché richiede pazienza di lettura, ma che ha uno sguardo e un pensiero lungo e complesso. Non si possono dare risposte semplici a problemi complessi, anche se la destra vuole farci credere questo. Si rivolge potenzialmente a tutti i cittadini, in particolare a quelli che si riconoscono nel campo progressista, ma è strumento per aprire un dialogo anche con chi non la pensa come noi.
Dove si potrà trovare?
Nel sedi del partito e sul sito internet del Partito Democratico Veneto. Stiamo pensando anche di fare delle presentazioni nelle librerie e ad altre forme di diffusione.
Una curiosità: perché l’avete battezzata Il Pensiero Democratico?
Perché crediamo che esista una visione democratica della società che ha percorso l’intera storia dell’uomo, visione che poggia su un’idea progressiva di libertà, di società aperta, plurale e di cittadini attivi, pienamente sovrani. Questa visione si contrappone a quella gerarchica e statica della società sottesa alla cultura della destra. La cultura democratica crede nella possibilità di emancipare l’uomo nella società a partire dagli individui e insieme dalla comunità.
Abbiamo deciso di usare il singolare e non il plurale – Il Pensiero Democratico e non Pensieri Democratici - per cercare di strutturare una visione comune a partire dal confronto ma anche dallo “scontro dialettico”.
La rivista è punteggiata da “glosse”, a margine degli articoli, di cosa si tratta?
Sono le “pillole democratiche” che contengono i pensieri di grandi pensatori e classici del pensiero filosofico-politico (ed economico) che proponiamo in particolare ai giovani lettori come “canone” del pensiero democratico.

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lunedì 19 gennaio 2009

La P.A. paga le imprese con ritardo

In un momento in cui il pianeta e l’Italia vivono una grave crisi economica e le imprese incontrano difficoltà per sopravvivere e l’accesso al credito rappresenta per loro una grande priorità, le Pubbliche Amministrazioni pagano i loro debiti nei confronti delle imprese con notevole ritardo.
Le imprese sono costrette per far fronte ai problemi di liquidità di rivolgersi alle banche sostenendo costi più elevati.
Il pagamento delle forniture e dei lavori alle imprese in Italia in tempi compresi tra i 10 mesi ed i 24 mesi.
Il tempo medio di pagamento delle Amministrazioni Pubbliche in Europa è il seguente:
- Portogallo 155 giorni
- Italia 135 giorni
- Francia 71 giorni
- Regno Unito 48 giorni
- Germania 40 giorni
Il grave problema del ritardato pagamento alle imprese è stato denunziato in molte occasioni dal Presidente di Confindustria, dal Presidente dell’Ance, da Presidente dell’API , dal Presidente dell’Osservatorio Imprese e Pubblica Amministrazione senza risultati visibili.
Nella situazione economica del nostro paese occorre sostenere le imprese, la domanda di consumo e la liquidità che scarseggia o costa molto. Al contrario le Pubbliche Amministrazioni nel pagare i propri fornitori adottano comportamenti che accentuano la crisi delle imprese, non rispettano la normativa secondo la quale i pagamenti devono essere effettuati entro tre mesi ed espongono le stazioni appaltanti a conseguenze pericolose di carattere finanziario ed economico.
Ogni cosa in Italia viene interpretata dai furbi in maniera sbagliata e, pertanto, il patto di stabilità ed i controlli effettuati dalla P.A. per i pagamenti di importo superiore a 10.000 euro creano le condizioni per ritardare i pagamenti alle imprese, le quali a loro volta trovandosi in difficoltà finanziaria non effettuano i pagamenti allo Stato nei tempi dovuti.
Quindi, si crea un circolo vizioso senza fine se non vengono presi provvedimenti adeguati ed efficaci.
Inoltre, il patto di stabilità deve essere rispettato nella programmazione degli investimenti e nell'affidamento dei lavori e delle forniture per non trovarsi dopo nell’impossibilità di procedere al pagamento per non superare i limiti del patto stesso.
Il decreto anti-crisi affronta il problema senza la condivisione da parte delle imprese, le quali preferiscono compensare i crediti ed i debiti con lo Stato. Invece il decreto prevede di scontare in anticipo i crediti vantati dalle imprese nel confronti della P.A.. Soluzione questa che le imprese non condividono perché temono un aumento delle spese.
Il debito stimato delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti delle imprese ammonta a 60 miliardi di euro. Il pagamento del debito dello Stato se corrisposto rappresenterebbe un valido sostegno alle finanze delle imprese.
Ancora una volta le Pubbliche Amministrazioni mettono in crisi il sistema e non adottano comportamenti efficaci e coerenti alla situazione economica e sociale dell’Italia.

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Dal Forum politico delle donne Verona

Le componenti del coordinamento del Forum Politico delle Donne di Verona hanno letto lo scorso giovedì 15 gennaio nelle pagine della cronaca del quotidiano “L’Arena”, l’articolo intitolato “E nello stand de L’Arena ci sono le “moto girls”, in cui si presenta lo stand del gruppo Athesis nell’ambito del Motor Bike Expo. Si legge nel pezzo che tre “bellissime” (perché si potrebbero scegliere bruttissime!) modelle russe sono state ingaggiate per fare le “ragazze immagine” per celebrare con un sorriso ed un pizzico di ironia il vecchio detto “donne e motori…”.
Ci siamo chieste: ma dove sta l’ironia nell’utilizzare il corpo della donna per pubblicizzare un’iniziativa editoriale? Ormai le donne (più o meno svestite) sono sfruttate per vendere qualsiasi cosa, dallo yogurt alle tariffe telefoniche e, francamente, non ci troviamo proprio nulla di ironico. Sembra che senza un bel “lato B” o un bel “lato A” in Italia non si riesca a vendere quasi più nulla! Piuttosto, lo consideriamo deprimente e ancor più ci sorprende che un giornale come L’Arena per vendere copie in più, debba ricorrere a simboli e immagini tanto stereotipati, logori, noiosi e poco rispettosi della bellezza femminile. E’ proprio il caso di dire, come avete scritto, che il motto “donne e motori…” è vecchio, anzi “stracampio” come direbbero la popolare Olga e il suo Gino.
Per farvi perdonare, un consiglio; all’edizione del prossimo anno del Motor Bike Expo, perché non ingaggiare anche tre bei “moto boys”? Per il piacere delle motocicliste (che ormai sono tante) e delle lettrici del giornale, che finalmente potrebbero dire di leggere un quotidiano all’avanguardia nelle “pari opportunità” (come le intendete voi).

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domenica 18 gennaio 2009

Il Pensiero Democratico

E’ nato “Il Pensiero Democratico”, quaderno di riflessione politica del Centro Studi e Ricerche dei democratici veneti. La redazione è composta da Michele Fiorillo e Paolo Giacon ed il progetto grafico è curato da Francesco Frapporti.
Gli argomenti trattati nel primo numero sono molto interessanti ed impegnativi e riguardano i contenuti politici del progetto del Presidente degli USA Barack Obama, il mercato, il lavoro, il Veneto ed altri problemi emergenti in una prospettiva di cambiamento e di costruzione di un futuro coerente ai valori della giustizia e della eguaglianza.
Nell’editoriale viene affermato che l’obiettivo è quello di “creare un luogo in cui pensare, uno spazio di riflessione e proposta politica, di severa analisi sociale culturale ed economica. L’ambizione è quella di creare uno strumento per dare al nostro Veneto e al nostro Paese una nuova speranza di cambiamento. Sarà uno spazio offerto a tutti i cittadini veneti per l’incontro, il confronto e dove necessario anche lo scontro dialettico che può manifestare, nella nettezza delle posizioni opposte, la possibilità di una nuova e superiore sintesi o la chiarezza della loro inconciliabilità.”
Si indicano gli argomenti trattati nel primo numero:
Cultura Democratica
- Mercato, eguaglianza e democrazia. Le sfide per i riformisti di Paolo Giaretta, senatore e segretario regionale del Partito Democratico del Veneto;
-L’identità democratica di Giorgio Tonini, senatore;
- Appunti su politica, scuola e cultura di Umberto Curi, docente presso l’università di Padova
Mercato, Produzione e Lavoro;
- La crisi produttiva in Veneto di Emilio Viafora, segretario generale della Cgil Veneto;
- Contro la crisi, innoviamo il Veneto di Franca Poro, segretario generale della Cisl Veneto;
Eguaglianza
- Ripartire dai poveri, nelle comunità locali di Amedeo Leorato, presidente di Aps Holding;
- La disciplina dell’immigrazione illegale nei paesi dell’Unione Europea di Felice Casson, senatore;
Democrazia
- Democratizzare la democrazia di Michele Fiorillo, perfezionando in Filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa;
Il Veneto che verrà
- Un’agenda per i riformisti veneti di Francesco Iori, giornalista;
- Nordest. Otto luglio duemilaquarantasette di Paolo Giacon, dottorando presso l’Università di Padova;
- Città venete: identità forme e tradizioni di Filiberto Tartaglia, docente presso l’Università di Padova;
- Geografia delle differenze e città diffusa di Davide Ruzzon, architetto e dirige la rivista TArch;
Strumenti
In questa parte la rivista presenta i seguenti libri:
- Avanti giovani, alla riscossa, M. Livi Bacci – presentazione di Elisa Cavazza, studente in Filosofia;
-Razza Padana, A.Signore e A. Trocino, presentazione di Marco Taietta, lavoratore e studente in Lettere;
- La fabbrica dei veleni, F. Casson – presentazione di Matteo Avogaro, studente in Giurisprudenza;
- Con tutta l’energia possibile, L. Maugeri – presentazione di Marco Ferrari, ingegnere chimico;
- Non pensare all ’elefante!, G. Lakoff, presentazione di Paolo Tognon, studente in Lettere;
- La promessa americana. Discorsi per la presidenza di B. Obama e La coscienza di un liberal, P. Krugman, presentazione di Leonardo Ebner, studente in Filosofia.

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sabato 17 gennaio 2009

Elisa Cavazza su Il Pensiero Democratico

Elisa Cavazza, coordinatore dei giovani del Partito Democratico di Verona, ha presentato sul primo numero della rivista “Il pensiero Democratico” il libro di Massimo Livi Bacci (demografo Università di Firenze, senatore del Partito Democratico) “Avanti giovani alla riscossa”, Il Mulino 2008. La presentazione di Elisa propone una lettura molto interessante dei giovani e del libro di Livi Bacci che merita di essere diffusa ulteriormente.
“Un saggio scientifico, preciso, aggiornato, e persino scorrevole. Livi Bacci parte da una domanda urgente, nella sua semplicità: chi sono i giovani, e qual è l’incidenza del loro operare nella società di oggi? Il quadro delineato offre una risposta davvero completa, talvolta impietosa, ricca di dati oggettivi, sociologia, confronti storici e geografici sulla condizione giovanile in Italia. Ed è un po’ come leggere finalmente in chiaro, nero su bianco, quel che serpeggia nel sentire comune, quel che si nasconde sotto le ansie di un’intera generazione, quel che ogni tanto la politica (quella buona) tenta di denunciare senza, con questo, smuovere un granché. È la “sindrome del ritardo”, che attanaglia vite individuali e sviluppo socioeconomico.
Il fitto intreccio di problematiche, sociali e individuali, si dipana velocemente attraverso l’analisi di pochi indicatori fondamentali: si parla di eccessiva lunghezza dei processi formativi, di età sempre più elevata all’abbandono della casa parentale, di ritardo all’ingresso nel mondo del lavoro, di ritardo nella vita di coppia, fino alla dilazione delle decisioni riproduttive. E le conseguenze sono complessivamente rovinose. Certo, non mancano alcuni indicatori positivi: rispetto al secolo ‘900 i giovani d’oggi stanno meglio in termini di salute e consumi, sono più istruiti, hanno maggiori opportunità di esplorare il sé e di cercare la propria realizzazione, rimandando ogni decisione definitiva che non sia stata pienamente desiderata.
Anche merito dell’aumento delle cure, delle attenzioni e delle opportunità per i figli, rispetto all’investimento dedicato in media dai genitori fino agli anni 80. La società bloccata e immobile che ne esce, però, concede sempre meno prerogative fondamentali ai giovani. “Stanno meglio ma contano meno”. Contano meno, ad esempio, nella distribuzione del reddito. Perché i giovani guadagnano 2,8 volte in meno rispetto alla fascia 50-60 anni: il divario più ampio d’Europa. Perché subiscono il rallentamento dei “salari d’ingresso”, per poi trovarsi stabilizzati in carriere poco dinamiche che non permettono di recuperare. Perché in Italia, più che altrove, la relazione
tra retribuzione e titolo di studio salta per milioni di ragazzi sottoccupati.
Contano meno perché il sistema formativo rallentato produce conoscenze obsolete, con gravi costi per gli individui e per la collettività. Contano meno perché a cascata si rallenta il passaggio alla vita adulta e all’autonomia.
Così accade che il potenziale d’innovazione complessivo della popolazione si riduca in basso (nella fascia d’età fino ai 35 anni) senza aumentare in alto (oltre i 55 anni). Nella vita professionale si diffonde il sospetto che “chi è dentro non abbia proprio alcuna voglia di fare spazio a chi è fuori”. La lunga dipendenza dai genitori, nella casa parentale, influenza la formazione culturale e limita le esperienze autonome, spesso portando le giovani coppie a riprodurre le ineguaglianze sessuali e sociali delle generazioni precedenti.
Scompare il futuro, diminuiscono le nascite (1950: 63 genitori ogni 100 figli; 2010: previsti 146 ogni 100) e di conseguenza le risorse per una società vitale, che per il momento trova la sua salvezza nella popolazione immigrata.
Accade che il benessere si traduca in sfiducia e apatia. Che l’astensionismo elettorale sia in continuo aumento, che la disinformazione e il disimpegno vadano di pari passo con la perdita di peso politico dei soggetti giovani.
Basti pensare che l’età media degli eletti alla Camera dei Deputati nel 1948era di 46 anni, nel 2006, invece, di 52. Un anno ogni decennio, acquista il Parlamento. E le cause vanno ben al di là dell’allungamento medio del ciclo vitale!
Ma il danno più grave si ha nel campo del sapere e dell’innovazione, dove si combinano sindrome del ritardo e politiche dissennate per l’istruzione, minando così nel profondo le basi per lo sviluppo.
Snocciola dati, Livi Bacci, incrocia fattori eterogenei. Mette in luce rapporti di causa-effetto tra gli elementi della crisi giovanile. Denuncia responsabilità a tutti i livelli del sistema sociale, culturale e politico. Con grande onestà intellettuale propone interpretazioni e relazioni non banali, smentisce
falsi miti. Senza ideologie, evitando accuratamente la sovrapposizione di pregiudizi culturali, l’autore racconta i meccanismi bloccati della società italiana.
Non lascia certo indifferenti riscontrare nei dati di una ricerca scientificamente impeccabile tutti i motivi dell’urgenza di una riscossa giovanile. “Poiché i giovani sono pochi, logica vorrebbe che su di loro si investisse molto, assegnandogli maggiori responsabilità e funzioni di rilievo”. Chiaro. Forse non ancora a sufficienza.
La crudezza dei dati si offre allora come bagaglio fondamentale, da un lato per realizzare la concretezza dei problemi, che sono strutturali, di una società intera; dall’altro per capire da dove partire, da dove ripensare i giovani, da dove inventare questa riscossa. L’autore ci fornisce qualche suggerimento.
Sono tre le vie necessarie, nessuna sufficiente, se priva delle altre due. In primo luogo la via di un cambiamento politico: una classe politica, una leadership che sappia motivare scelte individuali valorizzando il rischio e l’autonomia. Poi un cambiamento normativo: imporre quote, aumentare le
risorse per le finalità di affermazione giovanile, cambiare le leggi, le regole di partecipazione, eliminare gli ostacoli che limitano l’ascesa sociale dei giovani. Infine la terza via: un processo d’incentivi all’autonomia giovanile, attraverso interventi di lungo periodo sui meccanismi d’immobilità sociale.
La prima tappa obbligata è l’investimento sugli adolescenti, in termini prevalentemente formativi. Risalire la classifica dei paesi dell’Osce, che relega i quindicenni italiani al terz’ultimo posto in fatto di competenze scientifiche. Allo stesso tempo l’investimento formativo va coordinato con politiche di integrazione dei giovani stranieri immigrati, che dal 2010 costituiranno plausibilmente quasi il 20% della risorsa giovanile italiana.
Ma è la condizione femminile una delle chiavi fondamentali. La sfida più grande: far quadrare il cerchio per aumentare la natalità e allo stesso tempo la presenza femminile sul mercato del lavoro. Impossibile? L’Europa dimostra il contrario, l’Italia impari. Francia e Scandinavia investono risorse pari a 2 punti del PIL, a questo scopo.
Tutti gli interventi per rovesciare la condizione giovanile italiana sono difficili, ma necessari. Tutti comportano risorse ingenti, grandi investimenti, rischio e lungimiranza. Migliorare l’efficienza della formazione terziaria (università) costa, non riduce le spese. Si possono trarre diverse lezioni da questa ricca (povera!) fotografia italiana. Di certo l’analisi proposta da Livi Bacci non nasconde la pesante responsabilità di politiche miopi susseguitesi negli anni. E così si riscopre che c’è bisogno di politica, di buona politica, di politica fatta dai giovani. A monte e a valle. Non è vuoto giovanilismo, è riprendersi il futuro. È farsi sentire come soggetti attivi, tornare protagonisti della società presente e a venire.
Si tratta di non autocensurarsi, non rassegnarsi a rimanere periferici e passivi. Si tratta di dimostrare che la politica può e deve urgentemente tornare a fare la differenza, in meglio, nella vita reale dei cittadini. Per i giovani italiani, e per l’Italia tutta.”
Elisa Cavazza

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