lunedì 18 novembre 2013

Il pensiero di Friedman e l’Italia

Articolo di Francesco Giavazzi pubblicato sul Corriere della Sera il 15 novembre 2013
Da anni, in Italia, una sparuta pattuglia di liberisti si batte per il mercato, per le liberalizzazioni e per uno Stato meno invasivo. Sostengono i benefici della concorrenza e dell’apertura agli scambi, non per scelta ideologica ma perché pensano che mercati aperti e concorrenza siano gli strumenti per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal loro censo, e non dal loro impegno o dalle loro capacità. Nel frattempo, nel mondo, sono successe alcune cose.
La globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà: nel 1990 le famiglie in condizioni di povertà estrema erano nel mondo, 1 su 3; oggi sono poco meno di 1 su 5. Ma con la globalizzazione si sono accentuate le diseguaglianze, soprattutto nei paesi ricchi, e poco importa che il motivo non siano le importazioni cinesi, ma piuttosto le nuove tecnologie che premiano chi ha studiato e penalizzano il lavoro non specializzato. (Negli Stati Uniti il salario orario di un lavoratore che ha smesso di studiare a 16 anni era nel 1972, ai prezzi di oggi, di 15 dollari; è sceso a 11 nel 2006. Quello di un laureato è invece aumentato da 24 a 30 dollari l’ora).
In occidente è sparita la classe media tradizionale, quella che per mezzo secolo è stata il collante del sistema politico: al suo posto è nata una società nella quale chi ha scarsa istruzione è angosciato e cerca qualcuno che lo protegga. E non sempre il mercato dà buona prova di sé. Negli Stati Uniti è inciampato in almeno un paio di infortuni: nel 2002 le frodi degli amministratori di Enron, Tyco e WorldCom; più tardi la crisi innescata dai mutui subprime (se non fossero tempestivamente intervenute le banche centrali, cioè lo Stato, i mercati sarebbero precipitati, come accadde negli anni Venti).
Talora un mercato neppure esiste, come nel caso dell’energia: prezzi e forniture di Gas – l’80% dell’energia utilizzata in Italia – sono determinati da un cartello dominato dalla Russia. Pensare di aprire quel mercato alla concorrenza è un illusione un po’ infantile, almeno fino a quando non avremo costruito una decina di rigassificatori e ci vorranno, se tutto va bene, un paio di decenni. La Cina non consente che il valore della sua moneta sia determinato dal mercato. Per mantenere un tasso di cambio sottovalutato accumula una quantità straordinaria di euro e di dollari. La crescita cinese continua a dipendere dall’industria e dall’esportazione.
A parole il partito comunista si dice preoccupato della crescente diseguaglianza, ma poi non fa quasi nulla per correggere il tiro e spingere la domanda interna, soprattutto i servizi, in primis la sanità.
Sempre più i mercati aperti spaventano gli elettori. Nelle recenti campagne elettorali americane i candidati (anche Barack Obama e Hillary Clinton) hanno parlato con accenti critici della globalizzazione, e si sono ben guardati dall’attaccare sussidi pubblici che rendono ricchi gli agricoltori Usa a spese del resto del mondo, ad esempio dei coltivatori di cotone egiziani. In Francia il librale Sarkozy a parole predicava il mercato, ma provate ad aprire una linea aerea e a chiedere uno slot per un volo Linate – Charles De Gaulle: lo otterrete, ma alle 6 del mattino.
La maggioranza degli italiani ha votato per 4 volte un candidato, Silvio Berlusconi, che si è impegnato a salvare – con denaro pubblico – un’azienda (Alitalia) che perdeva, continua a perdere 1 milione di euro al giorno: non ho visto nessuno sfilare perchè le nostre tasse sono state usate per tenere in piedi decotta da anni. (Ho invece visto i tassisti romani festeggiare il sindaco Alemanno, che anni fa aveva solidarizzato con la violenta protesta dei tassisti contro il tentativo di Bersani di liberalizzare quel servizio). Insomma, il mondo sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata da chi, come i liberisti, vorrebbe meno Stato e più mercato. I cittadini non sembrano preoccuparsene: anzi, premiano chi promette “protezione” dal vento della concorrenza.
Che cosa non hanno capito i liberisti, dove hanno sbagliato? Alcuni ritengono che il problema nasca dall’errato accostamento di “concorrenza” e “mercato”. Concorrenza significa regole: in assenza di regole non è detto che il mercato produca una società migliore di quella in cui vivremmo se venissimo affidati a uno Stato benevolente. Affinchè il mercato e la globalizzazione diventino popolari è necessario “governarli”. E’ certamente vero, ma anche un po’ illuminista. Vedo anti-globalizzatori che occupano le piazze ma non vedo cittadini che manifestano perchè il Doha Round non fa un passo in avanti. La decisione dei Capi di Stato dell’UE di cancellare la concorrenza dai principi irrinunciabili stabiliti dal nuovo Trattato europeo è passata inosservata. Insomma, non mi pare che i cittadini reclamino più regole: la protezione che chiedono – e che alcuni politici promettono – è quella dei dazi e dei vincoli all’immigrazione, non quella che potrebbe offrire AntiTrust.
A me pare che i liberisti debbano porsi un compito più modesto: spiegare ai cittadini che l’alternativa al mercato, al merito e alla concorrenza è una società in cui i privilegi si tramandano di generazione in generazione: i fortunati e i prepotenti vivono tranquilli, ma chi nasce povero è destinato a rimanerlo, indipendentemente dal suo impegno e dalle sue capacità.
Convincerli che il modo per difender il proprio tenore di vita è chiedere buone scuole, non dazi.Il “miracolo economico” degli italiani degli anni ’50 e ’60 fu il frutto del mercato unico europeo e della lungimiranza di alcuni leader della Democrazia Cristiana – De Gasperi, ma anche Andreotti – che alla fine della guerra capirono l’importanza di entrare subito nella comunità economica europea. La caduta delle barriere doganali e l’ampliamento della domanda consentirono alle nostre imprese di allargare le fabbriche e di raggiungere una dimensione che ne determino’ il successo. La crescita tumultuosa di quegli anni creò opportunità per tutti. Non ho dati, ma penso che se qualcuno allora avesse chiesto agli italiani che cosa pensavano dell’apertura degli scambi, la maggior parte avrebbe risposto favorevolmente. L’Europa di allora è il Brasile, l’India e la Cina dei giorni nostri, ma i più oggi considerano l’apertura agli scambi una minaccia, non un’opportunità.
Mi pare che l’Italia si trovi in un “Cul de sac”. Da oltre un decennio abbiamo smesso di crescere: 10 anni fa il nostro reddito pro capite era simile a quello di Francia e Germania, il 27% più elevato che in Spagna, il 3%più che in Gran Bretagna. IN questi anni abbiamo perso 10 punti rispetto a Francia e Germania, la Spagna nonostante la crisi ha accorciato la distanza e siamo stati di nuovo superati dalla Gran Bretagna. Quando un paese non cresce le opportunità scompaiono e ciascuno si tiene stretto quello che ha mentre mercato merito e concorrenza – i fattori la cui assenza è all’origine della mancata crescita – spaventano.
I cittadini, preoccupati, chiedono protezione, qualcuno la promette e il paese si avvita. (Il paragone, lo so, indispettisce, ma la storia del declino dell’Argentina – un paese che ai primi del 900 era ricco quanto la Francia inizia con Peron – inizia proprio così).
Il tentativo di convincere la sinistra che mercato, merito e concorrenza sono gli strumenti per sbloccare l’Italia – tentativo fatto da alcuni liberisti, me compreso – è fallito. Nel frattempo la sinistra ha perso un’occasione storica: anzichè sbloccare la società a essa pure promesso protezione. Ma chi ha protetto? NOn chi temeva la globalizzazione – che infatti si è fatto proteggere dalla Lega – ma il sindacato, anzi i suoi leader. Temo ci vorrà qualche legislatura per riparare quell’errore.
I nuovi interlocutori dei “liberisti” (come sostiene da qualche tempo Franco Debenedetti) oggi sono i “protezionisti” – anche il M5S: sbagliano la diagnosi, ma hanno saputo cogliere e interpretare meglio della sinistra le angosce di tanti cittadini. E tuttavia la risposta alla mobilità planetaria non può essere il congelamento della mobilità domestica. Una società congelata non solo è giusta: si illude di proteggersi, in realtà spreca le sue risorse migliori e deperisce. E’ un lusso che forse possono permettersi gli Stati Uniti: per l’Italia sarebbe un suicidio.
Il libro che vi apprestate a leggere (o a rileggere) vi aiuterà a riflettere su molte di queste questioni. L’analisi del perchè gli interessi “concentrati” tendono ad averla sempre vinta è illuminante, anche se scoraggiante. Così pure l’esempio del perchè sia stato impossibile anche negli Stati Uniti, privatizzare il servizio postale. Il capitolo sulla burocrazia sembra la descrizione di un ministero italiano. C’è quasi di che rallegrarsi finchè non si arriva al capitolo che Milton e Rose Friedman intitolano “The tide is turning” (“il vento sta cambiando”). E’ cambiato negli Stati Uniti, solo un anno dopo la pubblicazione di questo libro, con l’elezione alla presidenza di Ronald Reagan. E negli stessi anni in Gran Bretagna con Margaret Thatcher.
In Italia non è stata sufficiente la “rivolta del Nord”, né con il blog di Beppe Grillo con il suo bottino di 163 tra deputati e senatori. Stiamo ancora aspettando il nostro Godot ma che arrivi presto, altrimenti troverà solo macerie.

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domenica 17 novembre 2013

Redistribuzione equa in Italia!

Articolo di Andrea Ichino pubblicato sul Corriere della Sera il 15 novembre 2013
Lo Stato tassa con una mano i cittadini e con l’altra restituisce servizi e trasferimenti che, nelle intenzioni, dovrebbero ridurre iniquità e colpire rendite parassitarie. Ma l’impressione diffusa è che, almeno nel caso italiano, il prelievo e la redistribuzione finiscano per aumentare le iniquità che lo Stato vorrebbe combattere o comunque per favorire rendite non meno odiose di quelle che dovrebbero essere eliminate.
Una buona parte della redistribuzioneavviene, ad esempio, in base al cosiddetto «Indicatore della Situazione Economica Equivalente» (Isee) che, dice il sito Inps, «consente ai cittadini di accedere,a condizioni agevolate, alle prestazioni sociali o ai servizi di pubblica utilità». Questo indicatore è purtroppo molto impreciso e, nella migliore delle ipotesi, fortemente dipendente dal benessere transitorio di una famiglia, non da quello di più lungo periodo che, invece, dovrebbe determinare maggiormente l’accesso a prestazioni agevolate.
Ma ancor più fuorvianti sono le informazioni fornite dall’Isee nel caso degli evasori fiscali i quali, oltre a sfuggire tasse e imposte, riescono, grazie all’esiguità dei loro redditi e ricchezze apparenti, a non pagare i servizi ricevuti e ad avere precedenza nell’accesso alle prestazioni. Chi evade, quindi, guadagna due volte dall’effetto combinato del prelievo fiscale e della conseguente redistribuzione, perché riceve sempre senza mai contribuire. Non meno inique sono le implicazioni distributive della «Cassa Integrazione in Deroga», per la quale la legge di Stabilità aggiunge 600 milioni di euro ai miliardi già spesi negli ultimi 5 anni. L’erogazione di questo sussidio, finanziato con fatica dalle tasse di chi produce reddito, è a totale discrezione degli assessori regionali competenti senza alcun criterio selettivo riguardo al reale stato di povertà o necessità dei beneficiari, né circa la loro effettiva disponibilità al percorso necessario per un nuovo lavoro produttivo.
In realtà il problema è più generale e lo si comprende pensando alla tassazione delle imprese. Il gettito fiscale da queste generato è di un ordine di grandezza pari ai sussidi che esse ricevono dallo Stato. Però, mentre il gettito proviene da quelle ben amministrate e con profitti positivi, i sussidi vanno anche a quelle che sono in difficoltà perché gestite male o comunque inefficienti e obsolete. Paradossalmente, queste imprese, che nulla dovrebbero ricevere, finiscono per essere privilegiate rispetto a quelle che vantano diritti ben più legittimi avendo fornito servizi allo Stato senza garanzia di essere pagate in tempi brevi. Anche in questo caso, l’imprenditore che evade o fa male il suo mestiere, riesce non solo a pagare poche tasse ma anche a ottenere maggiori sussidi e quindi ci guadagna due volte.
È triste doverlo ammettere, ma una frazione tutt’altro che trascurabile di ogni euro che lo Stato preleva dalle tasche dei cittadini, finisce per essere trasferita a chi non la merita. Quanto grande sia questa frazione è difficile dirlo, soprattutto in un Paese in cui la tutela formale della riservatezza impedisce di accedere ai dati che consentirebbero di formulare stime attendibili. Ma più passano gli anni e più si ha l’impressione che questa frazione aumenti.
Ecco quindi perché dobbiamo essere tutti molto preoccupati da qualsiasi proposta di reddito garantito, reddito di cittadinanza o altri simili congegni redistributivi, fino a che lo Stato non dimostri di essere davvero in grado di prelevare solo da chi ha le risorse per contribuire e di distribuire solo a chi merita un aiuto.
Non si tratta della tradizionale critica liberista al ruolo dello Stato nell’economia. Secondo questa critica bisogna ridurre la spesa pubblica e il prelievo fiscale perché lo Stato è meno efficiente del mercato nella produzione di beni e servizi, anche se magari più equo. La critica che propongo è diversa: lo Stato (per lo meno quello italiano) quando preleva e redistribuisce finisce per essere non solo più inefficiente ma anche più iniquo del mercato o delle altre soluzioni (volontariato, non profit) che la collettività da sola disegnerebbe per redistribuire.
Per dare un contributo alle Filippine colpite dal tifone, vi fidereste di più della nostra macchina statale o della Caritas e di Emergency?

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mercoledì 13 novembre 2013

E’ utile una tassa patrimoniale?

Articolo di Kenneth Rogoff pubblicato sul Corriere della Sera l’11 novembre 2013

Ci si chiede se sia compito dei Paesi avanzati introdurre tasse patrimoniali come mezzo per stabilizzare e ridurre il debito pubblico nel medio termine. Il Fondo monetario internazionale, solitamente conservatore, ha accolto l’idea con grande entusiasmo. Il Fmi calcola che una tassa una tantum del 10%, se introdotta rapidamente e senza preavviso, potrebbe ricondurre molti Paesi europei a un rapporto di debito pubblico/Pil simile ai tempi antecedenti la crisi. È un’idea affascinante.
L’argomentazione morale a favore di una tassa patrimoniale appare oggi più convincente che mai, con la disoccupazione ancora a livelli di recessione, mentre le profonde disuguaglianze economiche minacciano di lacerare il tessuto sociale. E se fosse davvero possibile far sì che questa tassa resti una tantum, essa potrebbe, in principio, rivelarsi assai meno dannosa che continuare a spingere verso l’alto le aliquote di tassazione del reddito.
Sfortunatamente, se la patrimoniale sembra un modo sicuro per aiutare un Paese a risalire la china dell’abisso fiscale, essa non rappresenta tuttavia la soluzione a tutti i mali. Tanto per cominciare, il gettito fiscale della patrimoniale una tantum potrebbe rivelarsi assai elusivo. L’economista Barry Eichengreen ha esplorato a suo tempo l’introduzione di imposte sul capitale nel primo e nel secondo dopoguerra, scoprendo che, a causa della fuga dei capitali e delle pressioni politiche che spingevano verso le dilazioni, i risultati erano spesso deludenti. Neppure le armate della Guardia di Finanza sarebbero capaci di bloccare l’esodo massiccio della ricchezza, se gli italiani dovessero fiutare l’arrivo di una pesante patrimoniale. La sovra e sotto fatturazione nel commercio, per esempio, è un metodo assodato per far sparire i soldi dal Paese. (Per esempio, l’esportatore dichiara un prezzo inferiore per le spedizioni estere e si tiene il gruzzolo in contanti al sicuro in un Paese straniero). Senza contare poi la corsa all’oro, ai gioielli e ad altri beni difficili da individuare. L’effetto deformante di una tassa patrimoniale sarebbe inoltre esacerbato dalla preoccupazione che l’una tantum rischia di diventare un’imposizione abituale. Dopotutto, la maggior parte delle tasse temporanee si trasformano in brevissimo tempo in tasse permanenti. Il timore di tasse patrimoniali future potrebbe scoraggiare lo spirito imprenditoriale e abbassare il tasso di risparmio. Per di più, le difficoltà amministrative nel mettere in piedi una tassa patrimoniale davvero omnicomprensiva sarebbero enormi, innescando tutta una serie di questioni e polemiche sull’equità dell’imposizione. Per esempio, sarebbe molto difficile attribuire un valore di mercato alle piccole imprese familiari diffusissime nei Paesi mediterranei.
Le tasse sul patrimonio che prendono di mira i terreni e le strutture potrebbero considerarsi esenti da tali preoccupazioni, mentre le imposte di proprietà sono molto meno frequenti al di fuori dei Paesi anglosassoni. In teoria, tassare i beni immobili è meno soggetto a distorsioni, mentre le tasse sulle strutture ovviamente rischiano di scoraggiare sia le opere di manutenzione che le nuove costruzioni. A questo punto, che altro possono fare i Paesi dell’Eurozona per aumentare i loro introiti sulla scia della ripresa economica? La maggior parte degli economisti vede con favore l’idea di allargare la base imponibile—eliminando, per esempio,detrazioni speciali e privilegi—in modo da mantenere basse le aliquote. Allargare la base del reddito imponibile è un elemento centrale delle proposte Simpson-Bowles per la riforma fiscale negli Stati Uniti.
In Europa, l’unificazione della percentuale Iva sarebbe un passo avanti verso una maggior efficienza, anziché creare distorsioni con diverse imposizioni fiscali per diversi beni. In principio, le fasce di basso reddito potrebbero essere compensate tramite l’erogazione di sussidi monetari. Un’altra idea è quella di ottenere nuovo gettito dalle quote o dalle tasse sulle emissioni di CO2. Reperire risorse tassando le emissioni nocive riduce le distorsioni, anziché crearle. Sebbene tali tasse siano mostruosamente impopolari—forse perché gli individui si rifiutano di ammettere la rilevanza delle emissioni nocive da essi prodotte—a mio avviso esse indicano una direzione importante per le politiche future (e proporrò nuove idee al riguardo).
Sfortunatamente, i paesi avanzati hanno attuato pochissime riforme fiscali fondamentali fino ad oggi. Molti governi si rassegnano ad aumentare le aliquote anziché rivedere e semplificare il sistema.
In Europa, si è fatto ricorso anche a una tassazione sommersa, in particolare la repressione finanziaria, per risolvere i problemi di un drammatico indebitamento pubblico. Tramite normative e direttive amministrative, banche, società di assicurazioni e fondi pensione sono stati costretti ad acquistare quote molto più consistenti del debito pubblico di quanto non avrebbero voluto. Si tratta però di un approccio assai poco lungimirante, in quanto i titolari finali di pensioni, contratti di assicurazione e depositi bancari sono in ultima analisi gli anziani e quella classe media già gravemente tartassata.
Vi è inoltre la questione irrisolta di quanto dovrebbero realmente pagare i Paesi periferici sul loro debito massiccio, a prescindere dallo strumento di tassazione. Sebbene il Fmi sembri particolarmente entusiasta sull’impiego della patrimoniale per ripianare le eccedenze del debito in Spagna e in Italia, pare ragionevole condividere il fardello con i Paesi del Nord. Come hanno fatto notare di recente gli economisti Maurice Obstfeld e Galina Hale, le banche francesi e tedesche hanno tratto ingenti profitti dalla gestione dei flussi tra i risparmiatori asiatici e la periferia dell’Europa. Sfortunatamente, tutte le discussioni sulla condivisione del debito non fanno altro che rallentare i tempi, rischiando di erodere l’efficacia di una qualsiasi patrimoniale quando essa sarà finalmente varata.
Tuttavia, il Fmi ha ragione in termini di equità e di efficienza—a insistere su una patrimoniale temporanea nei Paesi avanzati per abbattere il debito pubblico. Ma quasi certamente il gettito sarà inferiore, e i costi più elevati, di quanto non lascino presagire i calcoli fatti per promuovere l’iniziativa. Una tassa patrimoniale temporanea potrebbe essere davvero una soluzione per i Paesi che oggi sono in difficoltà, e occorre prendere seriamente in considerazione questa idea. Ma questo tipo di imposta non può sostituirsi alla necessità di avviare una riforma fiscale complessiva e a lungo raggio per instaurare un sistema di tassazione più semplice, più equo e più efficiente.

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martedì 12 novembre 2013

Reddito minimo contro la povertà

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 10 novembre 2013
L’iter parlamentare della legge di stabilità si sta trasformando in un disordinato attacco alla diligenza. Come ai tempi della Prima Repubblica, vi è il rischio che il provvedimento finisca per premiare gli interessi dei più forti, a spese dei più deboli. Un esito disastroso: la crisi ha colpito duramente il ceto medio-basso e infoltito le fila degli indigenti. Dal 2005 ad oggi la povertà “assoluta” è passata dal 4,1% all’8% della popolazione. Si tratta di quasi cinque milioni di italiani, fra cui moltissimi bambini, che non possono permettersi consumi di base (vitto, alloggio, vestiti adeguati) e che si trovano all’estrema periferia del sistema di welfare, se non del tutto fuori.
In questo quadro va salutata con favore l’iniziativa del Movimento 5 Stelle per introdurre un “reddito di cittadinanza”, ossia un trasferimento monetario a chi si trova in difficoltà ed è disponibile al lavoro. L’idea non è certo nuova, ma è la prima volta che diventa cavallo di battaglia di una forza politica di primo piano nel bel mezzo di una legge finanziaria: governo e maggioranza non potranno far finta di niente.
La proposta dei grillini è precisa e dettagliata. Può diventare la base di partenza di una riforma efficace e praticabile? Su questo è lecito nutrire dubbi. Innanzitutto c’è il problema del nome. Ciò che i 5 Stelle prospettano è un classico schema di reddito minimo garantito, riservato ai poveri: non un reddito universale erogato a tutti i cittadini. E’ bene precisarlo, per non creare confusioni e alimentare irrealistiche aspettative. Altre perplessità riguardano le regole di accesso alla prestazione. Perché tener conto solo del reddito dichiarato dei richiedenti e non del patrimonio? In questo modo si rischia di premiare gli evasori. Sulla effettiva gestione dello schema (accompagnamento al lavoro, verifiche, sanzioni) la proposta coinvolge un numero eccessivo di soggetti istituzionali, attribuendo ai centri per l’impiego responsabilità e funzioni che nella situazione attuali questi non possono in alcun modo sobbarcarsi. Infine, il piano 5 Stelle ha un costo proibitivo (19 miliardi all’anno, dal 2014) e l’idea di finanziarlo tramite misure “giustiziere” (patrimoniale, prelievo sulle pensioni d’oro) non aiuta certo la sua praticabilità economico-politica. Ciò che stupisce dell’iniziativa grillina è poi il fatto che non tiene conto del ricco dibattito degli ultimi mesi sul reddito minimo e delle due articolate proposte già emerse a riguardo: quella del Reddito di inclusione sociale (Reis), predisposta dalle Acli (http://www.redditoinclusione.it/) e quella del Sostegno di inclusione attiva (SIA, http://www.linkiesta.it/sostegno-per-inclusione-attiva) elaborata da una commissione di esperti presso il Ministero del Lavoro. Sia detto senza offesa: entrambe queste proposte sono assai più meditate e coerenti rispetto a quella targata 5 Stelle e dunque più adatte a fungere da base di partenza (ovviamente migliorabile).
Proprio domani nasce a Roma un’”Alleanza contro la povertà in Italia” promossa dalle Acli, con la partecipazione di una ventina di soggetti pubblici e del Terzo Settore. L’obiettivo è quello di elaborare un piano organico e ampiamente condiviso di riforma “partendo dagli ultimi”. Se davvero i grillini vogliono passare dalla stagione della protesta a quello della proposta (che implica sempre mediazioni e collaborazioni), un raccordo costruttivo con questa iniziativa sarebbe fortemente auspicabile.
Intervista a Pietro Ichino su Affaritaliani del 7 ottobre

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lunedì 11 novembre 2013

Pensioni d’oro: sistema retributivo o contributivo?

Intervista a Pietro Ichino, senatore di Scelta Civica, a cura di Davide Allegranti pubblicata sul Corriere Fiorentino il 10 novembre 2013
Professor Ichino, condivide la proposta Renzi sul taglio delle pensioni superiori ai 3.500 euro
Mi sembra che Renzi abbia indicato i 3.500 euro mensili come limite al di sopra del quale è proponibile l’imposizione di un contributo di solidarietà. Cosa che non significa prevedere un prelievo su tutte le pensioni che superano questo limite. Occorre distinguere in modo molto preciso i trattamenti nei quali è ravvisabile un privilegio, e quelli nei quali esso non è ravvisabile.
Forse bisognerebbe intendersi anzitutto su che cos’è una pensione d’oro.
Guardi, io proporrei proprio di non usare più questa espressione. Distinguerei, piuttosto, tra pensioni interamente guadagnate da chi le percepisce, alte o basse che siano, e pensioni in parte non guadagnate.
In una trasmissione televisiva, Servizio Pubblico, c’era Michele, ingegnere, settemila euro lordi al mese. Faceva questa osservazione: basta con un approccio meramente ‘quantitativo’ che guarda solo all’ammontare delle pensione. Serve piuttosto un approccio ‘qualitativo’ che consideri i contributi versati da ciascuno. Lei come la vede?
Quel pensionato ha perfettamente ragione. Ci può essere una pensione di settemila euro che corrisponde perfettamente alla contribuzione versata in una vita di lavoro molto qualificato: quella pensione non va toccata. Ce ne può essere, invece, una di cinquemila euro, che corrisponde soltanto alla contribuzione del periodo finale della vita lavorativa di chi la percepisce, oppure liquidata dopo soli quindici o vent’anni di lavoro pubblico; e ci sono molti casi di questo genere nei quali se si ricalcolasse la pensione col sistema contributivo, i cinquemila euro si ridurrebbero alla metà.
E in quest’ultimo caso?
La proposta di legge che Irene Tinagli e io abbiamo elaborato e presentato in Parlamento, di cui ho parlato in un articolo sul Corriere l’estate scorsa e alla quale se ho ben capito anche Matteo Renzi si ispira, prevede un contributo di solidarietà calcolato in proporzione alla parte non guadagnata della pensione, sopra i 3.500 euro.
Ma il numero di pensionati sopra i 3.500 euro mensili in Italia è così elevato da far recuperare risorse rilevanti?
Il numero è elevato. Occorre però ricordare che anche nel vecchio sistema pensionistico legato all’ultima retribuzione erano previste delle riduzioni della rendita al di sopra di determinate soglie. Per questo la differenza tra pensione “retributiva” e pensione “contributiva”, anche ai livelli alti, può non essere elevatissima.
Il Pd ha proposto di ridurre la soglia sopra la quale far scattare il contributo di solidarietà previsto nella legge di stabilità, così da recuperare le risorse per attenuare la deindicizzazione di pensioni non troppo alte. Lei che ne pensa?
Sbaglierò, ma a me la deindicizzazione indiscriminata delle pensioni al di sopra di una determinata soglia sembra una misura sbagliata, proprio per il motivo che dicevo prima. Quando corrisponde ai contributi versati, la pensione di importo elevato deve essere trattata come tutte le altre: è in tutto e per tutto una retribuzione differita, che la persona interessata si è già guadagnata. Il discrimine non è tra pensioni alte e pensioni basse, ma tra pensioni interamente guadagnate da chi le percepisce e pensioni in parte regalate. Può essere in gran parte un regalo anche una pensione relativamente bassa, ma attivata dopo soli venti anni di lavoro. Per fortuna – anzi, per merito della riforma Monti-Fornero – queste cose d’ora in poi non possono più accadere. Ma sono in molti ancora oggi a godere di pensioni indebitamente attivate negli anni passati. L’importante è che il contributo che si chiede ai pensionati più fortunati venga immediatamente restituito a quelli meno fortunati, in termini di aumenti dei trattamenti o di riduzione del prelievo fiscale.

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venerdì 8 novembre 2013

Partecipate: revocare Cda e riorganizzare i poteri

Articolo di Damiano Fermo, consigliere del Comune di Verona
In Agec occorre discontinuità, si nomini immediatamente un commissario che non sia al servizio di nessuno, solo dei cittadini.
Se la politica veronese vuole essere credibile dovrebbe rovesciare l'attuale modello di gestione delle aziende partecipate. Altrimenti il tosismo rimarrà per Verona una spessa maschera che ha coperto una faccia piena di ombre.
La lottizzazione del potere e l’opacità della gestione hanno un effetto diretto sulla tendenza alla corruzione e alla mala gestione. I Cda delle Partecipate veronesi non svolgono nessuna attività di controllo e indirizzo, non avendo talvolta ne le competenze ne l'interesse a farlo. Forse perché non rappresentano gli interessi dei cittadini per cui quell'ente opera, ma la fame partitica di mantenere una posizione di potere.
Vanno rivisti i poteri dei direttori generali e degli organi delle società. Non è possibile una situazione di onnipotenza come si è vista in Agec. Il Cda deve poter sfiduciare un Direttore se fuori controllo. Ma un Cda deve essere libero di poterlo fare. Deve essere composto da rappresentanti dei cittadini, non da pedine di partito, o meglio, del Sindaco.
La nostra città non può più permettersi di proteggere la mala gestione delle proprie risorse economiche.
Trasparenza, aprire le informazioni a tutti, e partecipazione, chiamare i cittadini alla gestione, sarebbero quegli anticorpi che porterebbero qualche opportunità di riscatto.
Tosi cominci ad avere fiducia nei propri cittadini. La fedeltà politica di Direttori troppo potenti da una parte e controllori incapaci o impossibilitati a fare il proprio lavoro, sta provocando danni enormi ai contribuenti veronesi. Le persone “di fiducia” per Tosi si sono dimostrate “di sfiducia” per i veronesi.
Dobbiamo aprire i Cda delle aziende partecipate a libere candidature indipendenti della società civile, oggi impedite da un regolamento che le sottopone alla sottoscrizione dei consiglieri comunali. Un modello ormai vecchio, superato dalla complessità delle dinamiche da gestire.
Ma forse questa politica vuole tenere lontani i cittadini dalla conoscenza e dalla partecipazione. Col rischio che dove non entra il cittadino entri invece la peggior speculazione politica ed economica.

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lunedì 4 novembre 2013

L’Italia rischia molto con Grillo

Editoriale di Eugenio Scalfari pubblicato su Repubblica il 3 novembre 2013
Grillo e l’Europa. Mi sembra questo il tema di maggiore attualità: la campagna elettorale che il proprietario e leader del Movimento 5 Stelle ha già aperto in vista delle elezioni europee del maggio 2014 e di quelle italiane che egli si augura e fa di tutto per provocare il più presto possibile.
Si tratta di una campagna di destra, una destra xenofoba contro gli immigrati, qualunquista contro i partiti (tutti i partiti, nessuno escluso) e contro le istituzioni, dal capo dello Stato al presidente del Consiglio ai ministri (tutti i ministri) e contro la magistratura e la Corte costituzionale.
Non è più anti-politico il Movimento 5 Stelle poiché ora una politica ce l’ha, l’ha scelta. È a suo modo una politica rivoluzionaria perché vuole abbattere tutta l’architettura esistente ma con un obiettivo reazionario perché vagheggia una dittatura, la sua. Il movimento di popolo che le sue parole d’ordine indicano con chiarezza fa leva sui sacrifici, le speranze frustrate e la rabbia che ne deriva, ormai molto diffusa, che gli italiani sentono con sempre maggiore acutezza.
Di chi è la colpa, chi ne sono i responsabili, stando alle indicazioni di Grillo? I partiti che governano il Paese da oltre mezzo secolo, l’establishment economico, i sindacati, l’Europa. Questi sono i nemici da sconfiggere, mettere in fuga e sostituire. Con chi? Col popolo finalmente svegliato da Grillo, che sarà naturalmente lui a guidare, a istruire e ad educare.
Quando questa opera di lunga lena sarà compiuta lui si ritirerà.
Ovviamente sarà celebrato nei libri di storia come quello che...
Da qualche settimana l’Europa così come è fatta oggi e l’euro che la Banca europea stampa sono diventati i nemici principali e rappresentano i bersagli sui quali sparare per primi. La stessa strategia è quella usata dal Fronte nazionale francese della Le Pen, dal movimento anti-europeo di Germania (dove però non hanno neppure superato la soglia per entrare in Parlamento), in Grecia, in Danimarca, in Olanda.
Grillo ha anche in mente una sua politica economica. Non è mai andato a scuola di economia e conosce per sentito dire le scuole di Cambridge, di Vienna e del Mit degli Usa; ma sa interpretare e semplificare quello che molta gente pensa: ridurre le tasse, combattere evasione e corruzione, infischiarsene del debito pubblico, spendere per creare posti di lavoro senza preoccuparsi delle coperture, rispondere a pernacchie alle direttive europee e mandare per aria l’euro. Chi se ne frega dell’euro. Meglio una moneta nazionale stampata in Italia in quantità capaci a fare star meglio la gente, i giovani, gli anziani, tutti.
L’Europa non reggerà il colpo. Anche la sua architettura attuale crollerà e i movimenti che l’hanno distrutta la ricostruiranno a modo loro. E poiché il movimento principale sarà il 5 Stelle, che guiderà il Paese con il debito più alto di tutti gli altri, sarà dunque il 5 Stelle — cioè lui — a guidare la ricostruzione.
Questo pensa Grillo, lo dice e lo diffonde. Ormai è un Verbo, naturalmente incarnato. Ma non è il solo poiché anche a destra c’è qualcuno che — in modi appena più sfumati nella forma ma identici nella sostanza — dice cose analoghe. Finora erano due populismi di segno contrario, adesso sono due nazionalismi entrambi di estrema destra, entrambi demagogici, entrambi irresponsabili ed entrambi visti con favore da alcuni milioni di elettori.
Mi direte che questa è una visione pessimistica. Me lo auguro, naturalmente. Di solito tendo all’ottimismo della volontà e della ragione, che unifica la dicotomia di Gramsci. Ma ora, avendo alquanto approfondito il problema, molti dubbi mi hanno assalito. Alcuni li ho già manifestati due domeniche fa discutendo le caratteristiche del circuito mediatico. Oggi torno su questo tema e su quello delle tecnologie che da vent’anni hanno preso il governo del mondo.
Molti amici che illustrano la filosofia italiana, tra i quali nomino qui Severino e Galimberti, hanno già affrontato questo tema; ma a me pare che sia venuto il momento di trarne alcune conclusioni che influenzano direttamente l’assetto della società globale nel quale vive ormai l’intero pianeta.
Il cosiddetto “Datagate” rappresenta il centro di questo discorso. Ha agitato e continua ad agitare ormai da molti giorni le Cancellerie e i media di tutto il mondo, ma mi sembra che un punto sia stato trascurato: non esiste un Datagate semplicemente nordamericano che si estende e spia l’intero pianeta.
La raccolta, la registrazione e l’eventuale ascolto delle conversazioni telefoniche esiste in ogni società telefonica locale e — ecco il punto di fondo — ciascuna di esse è interconnessa con tutte le altre. Le conversazioni tra telefoni cinesi, sono registrate, classificate e ascoltabili in Cina ma sono interconnesse con quelle Usa e così le conversazioni che si svolgono in India, in Australia, in Brasile, in Gran Bretagna, in Canada, in Germania, in Russia, in Iran, in Siria, in Egitto. Insomma nel mondo intero, ovunque ci sia l’industria telefonica e gli strumenti che consentono le conversazioni.
Il Datagate mondiale non è stato che l’insieme di queste interconnessioni, alle quali si aggiunge un’altra rete che è quella di Internet.
Queste due tecnostrutture ci portano ad una conclusione che non ci piace affatto perché coinvolge un diritto fondamentale: la «privacy»; che è stata infranta e insieme con essa quel tanto di libertà che ne deriva.
La «privacy» e la libertà che da essa discende fanno ormai parte di un’altra epoca, non più della nostra. Sociologi e tecno-operatori di tutto il mondo sono perfettamente consapevoli di questa situazione e si domandano se esista la possibilità tecnica e la volontà politica di resuscitare la privatezza e quel tanto di libertà che vi è comunque connessa. Esiste ma comporta l’uso di regole e strumenti molto sofisticati. Oltre alla volontà politica di applicarli.
Naturalmente le due reti planetarie, quella dell’interconnesione e delle conversazioni telefoniche e quella di Internet, hanno effetti travolgenti sul circuito mediatico e quindi sulla formazione delle pubbliche opinioni. Ho già esaminato questo tema due domeniche fa mettendo in luce l’enorme potenza che le nuove tecnologie hanno conferito al sistema mediatico. Sono forze ambivalenti: cercano e possono scoprire la verità sull’andamento dei fatti e possono al tempo stesso manipolarla per meglio catturare l’interesse del pubblico.
In Italia sperimentammo il rischio che questi circuiti possono esercitare su singole persone quali per esempio il capo di un’agenzia di informazioni che aveva ottenuto un contratto operativo dalla Telecom di Tronchetti Provera e se ne valse per ascoltare alcune utenze private che potevano interessare uno dei dirigenti dei Servizi segreti italiani. Il quale ultimo usò in parte quelle intercettazioni per ragioni di sicurezza pubblica ma in parte per propri tornaconti personali. Ci fu un processo che durò alcuni anni arrivando ad una sentenza di condanna per Tavaroli (titolare dell’agenzia) e la sua squadra. Tronchetti fu condannato per la ricettazione di un dossier.
Ricordo questo fatto per dire che per un qualsiasi cittadino può essere molto più pericoloso per la sua privacy la rete locale che lo registra non quella americana o cinese o indiana che dispongono anch’esse di quella conversazione. Che cosa volete che me ne importi se la National Security Agency può accedere alle mie conversazioni? Non le ascolterà mai, non sa neppure chi sono. Se non ho fatto alcuna azione contro la sicurezza pubblica.
Potrò essere invece ascoltato da un Pollari di turno che sa benissimo qual è la mia professione e che può avere sotto gli occhi le mie conversazioni per sessant’anni con capi di partito, capi di imprese, di associazioni, di governi. Questo avviene in ciascun Paese e i mediatori di queste compravendite di conversazioni non fanno altro mestiere che quello di raccogliere materiali potenzialmente ricattatori sulla vita privata di persone che abbiano avuto un peso nella vita pubblica del Paese.
Conclusione: il Datagate abolisce la privacy, le reti locali sono le più temibili per i cittadini comuni, quella generale può esercitare interventi di difesa antiterroristica e/o spiare capi di Stato, di governo, di multinazionali.
Il tutto è integrato con i circuiti mediatici i quali influenzano nel bene e nel male la formazione e l’evoluzione dell’opinione pubblica mondiale. Un esempio: sia Assange sia Snowden disponevano di un enorme fondo di intercettazioni ma per rivelarlo e rivelarsi hanno dovuto ricorrere a due giornali, il Guardian e il New York Times, alla loro carta stampata e ai siti di cui dispongono.
Questo è ormai il mondo in cui viviamo con accresciuta fatica.
Se per concludere andiamo dal più grande al meno grande, deriva da questa analisi la vitale importanza che l’Europa divenga al più presto uno Stato federale, l’euro non sia in nessun caso messo a rischio, gli strumenti politici europei si trasformino in strutture federali alle quali i governi, i Parlamenti, le Corti costituzionali, la Difesa, la politica estera dei singoli Stati trasferiscano i loro poteri.
Contro l’irrilevanza degli Stati europei, considerati ciascuno per proprio conto, non esiste altra alternativa.
L’Italia e il suo governo debbono battersi per questo obiettivo. La destra nazionalista, xenofoba anti-euro, è una catastrofe di fronte alla quale i sacrifici di oggi diventerebbero caramelle.
La ripresa sarà lenta ma comincerà certamente nel 2014, tutti i sintomi ci sono già e tutte le fonti lo confermano.
Ma c’è anche l’incoscienza degli incoscienti e il pericolo è quello. Papa Francesco, lei che ci crede preghi per noi che ne abbiamo bisogno. Sarà comunque una preziosa testimonianza.

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Turismo sociale ed integrazione europea

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 28 ottobre 2013
Vent’anni fa un coraggioso giudice della Corte europea di giustizia, Francis Jacobs, affermò in una sentenza che la cittadinanza UE conferisce diritti inviolabili di non discriminazione. Quando valica una frontiera nazionale, chiunque possegga il passaporto color porpora può dire civis europeus sum e invocare il rispetto di questi diritti.
La sentenza uscì appena dopo il Trattato di Maastricht (che istituiva, appunto, la cittadinanza UE). Da allora nell’Unione sono entrati 16 nuovi paesi e si sono firmati tre nuovi Trattati: Amsterdam, Nizza e Lisbona. Quest’ultimo ribadisce a chiare lettere i diritti di libera circolazione e non discriminazione. Ma la formula civis europeus sum sta rapidamente perdendo la propria efficacia. Ad essere sotto attacco è soprattutto l’accesso al welfare da parte dei non nazionali provenienti da altri paesi membri. I governi di Berlino, Londra, Vienna e L’Aia hanno chiesto formalmente a Bruxelles di cambiare le norme vigenti per combattere il cosiddetto “turismo sociale”: gli spostamenti da un paese all’altro in cerca dei sussidi più generosi. Dietro la richiesta si nasconde un malumore profondo, che riguarda il processo di integrazione in quanto tale. E che spinge a ristabilire i tradizionali confini, a “proteggere i diritti e gli interessi legittimi dei nativi” – come candidamente recita la lettera dei quattro governi. In tempi di crisi, malumori e paure in seno all’opinione pubblica sono comprensibili. Ma se i governi le cavalcano, cosa resterà dell’Europa? Se va bene, solo le fredde regole di “mutua sorveglianza” fiscale, neanche fossimo in una prigione. Se va male, potrebbe non restar nulla, i sogni e gli sforzi di tre generazioni andrebbero irrimediabilmente perduti.
Tutti i dati e le ricerche disponibili indicano che non c’è nessun turismo sociale di massa. Vi è, certo, un discreto numero di cittadini UE che risiedono in paesi membri diversi dal proprio: la loro quota è di circa il 2%, con punte sopra il 3% in Irlanda, Belgio, Gran Bretagna, Austria e Germania. La crisi ha accresciuto un po’ i flussi da Sud a Nord e da Est a Ovest. Si tratta però di persone attratte da opportunità di lavoro, anche manuale. Se prendiamo come riferimento la popolazione residente con più di 15 anni, scopriamo che sette migranti UE su dieci hanno un’occupazione, di contro a 5 o 6 nazionali. Se perde il lavoro, il migrante riceve il sussidio pubblico solo se ha pagato tasse e contributi, esattamente come i nazionali. I governi firmatari della lettera sostengono che l’obiettivo dei cosiddetti “turisti sociali” sono soprattutto le prestazioni di assistenza finanziate dal gettito fiscale, come il reddito minimo. La Commissione europea ha però calcolato che i migranti UE sono meno del 5% del totale di beneficiari di queste prestazioni. In alcuni casi (quelli che fanno più notizia) ci sono frodi o abusi. Ma si tratta di fenomeni che si possono contrastare con piccoli accorgimenti legislativi e controlli più efficaci. Non vi è sicuramente bisogno di mettere sotto accusa i principi di parità di trattamento e di libera circolazione – i quali peraltro, sempre secondo lo studio della Commissione, fanno bene anche al PIL.
Che dire degli immigrati che provengono dai paesi extra-UE? I barconi di Lampedusa hanno di nuovo acceso i riflettori su di loro. Dopo il cordoglio e la compassione, sono ricominciate a circolare accuse di “opportunismo sociale” ancor più pesanti rispetto a quelle rivolte ai migranti UE. Anche nel caso degli extra-comunitari e del loro accesso al welfare valgono però le stesse considerazioni relative ai migranti UE. Un recente studio OCSE stima che nella maggioranza dei paesi europei (Italia compresa) il saldo fra ciò che gli extra-comunitari versano allo Stato e ciò che ricevono in termini di prestazioni e servizi è meno favorevole rispetto a quello dei nazionali. Il contributo dell’immigrazione al PIL è inoltre positivo: nessun “pasto gratis”, dunque.
Comprendere questa realtà può essere contro-intuitivo. E capire non significa dover accettare tutti gli effetti che l’immigrazione da paesi lontani e diversi produce sul piano sociale, culturale e dei costumi. Teniamo però presente che le dinamiche di globalizzazione riservano a noi europei un futuro di “mixité”: una di mescolanza fra popoli e culture che potremo temperare e regolare ma non evitare. Per questo è fondamentale che l’UE resista oggi ai ripiegamenti nazionalistici che avvengono al proprio interno. La civiltà che ha inventato l’idea di cittadinanza non può fallire nel trasferirla ora dal livello nazionale a quello sovranazionale.
Sull’edificio che ospita il Consiglio dei ministri UE, a Bruxelles, spicca la scritta latina Consilium. Aggiungere la formula civis europeus sum potrebbe finalmente dare mun’anima e una missione simbolica a questa istituzione, che oggi parla solo con i governi e ha smarrito la capacità di comunicare con i suoi più importanti interlocutori. I cives d’Europa, appunto.

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venerdì 1 novembre 2013

Il difficile rapporto tra imprese e PA

Interventi di Vincenzo Perrone, Antonio Pone e Diego Zardini

Articolo di Antonino Leone pubblicato su Sistemi e Impresa n. 7– ottobre 2013
L’Italia non ha ancora una strategia chiara, incisiva e veloce per avviare la crescita. Al momento i cittadini e le imprese soffrono per la recessione. Si parla tanto dei problemi del paese e nel frattempo la capacità di acquisto ed i consumi decrescono e le imprese registrano la diminuzione degli ordini. Un argomento da affrontare con urgenza è quello delle PA, il cui livello basso di efficienza e di efficacia ricade sulla spesa pubblica e sulla produttività e riduce il benessere dei cittadini e la competitività delle imprese. Inoltre, il posizionamento basso dell’Italia nell’indice che misura la percezione della corruzione nel settore pubblico e politico (72° posto su 174 paesi) implica corruzione, opacità, e sistema debole di controllo che comportano un impatto negativo sull’economia, sull’attrazione degli investimenti esteri e sulla credibilità del paese.
“Per capire, afferma Vincenzo Perrone docente di Organizzazione presso l’Università Bocconi di Milano, quanto la qualità della pubblica amministrazione sia importante per l'economia basta provare a immaginare, per paradosso, che da domani tutto ciò che è responsabilità pubblica improvvisamente scompaia. Senza polizia i negozi verrebbero assaltati e depredati. E così le banche fino al completo tracollo degli scambi con la gente armata e chiusa in casa a difendersi, come in un brutto film di fantascienza. Senza controlli e assicurazioni pubbliche nessuno si azzarderebbe più a consumare cibo di cui non potrebbe conoscere origine e storia. Le aziende smetterebbero di assumere perché non ci sarebbero più i laureati e i diplomati che il sistema pubblico produce ogni anno. E così via. L'elenco potrebbe continuare. Il rapporto tra pubblica amministrazione ed economia è un rapporto simbiotico. L'una non vive senza l'altra. E occorre aggiungere che una PA efficiente e in salute genera fattori di vantaggio competitivo (come un sistema efficace ed efficiente di giustizia civile)invisibili ma altrettanto importanti quanto i brevetti o la qualità dei prodotti. Il problema italiano è che abbiamo trasformato una relazione simbiotica in una relazione parassitaria. Dove l'una parte cerca di succhiare energia all'altra per sopravvivere a sue spese”.
Quando si parla di PA si fa riferimento a leggi e regolamenti che sono stati prodotti in grande quantità e poco di organizzazione e risultati. Ritengo che per migliorare le PA sia necessario: l’introduzione del performance management; l’adattamento delle strutture ai cambiamenti delle organizzazioni; la trasparenza totale dei piani e dei risultati di gestione dei servizi.
Vincenzo Perrone afferma che “occorre in primo luogo smettere di regolare per legge processi e strutture organizzative. Per uno che come me si occupa di organizzazione questo è il nodo vitale per una riforma della PA. Se per spostare una persona, riorganizzare un ufficio, ridisegnare snellendola una procedura occorre emanare una legge è impossibile adattare il sistema alla velocità necessaria. Si genererà solo attrito, ritardo e inadeguatezza. E anche una profonda frustrazione in dipendenti e dirigenti pubblici motivati e dediti al lavoro che sognano di essere messi nelle stesse condizioni dei lavoratori privati per dimostrare (come spesso ci si riesce per fortuna) che la PA può essere efficace ed efficiente”.
Concordo con Vincenzo Perrone in quanto le PA hanno bisogno di adattarsi in modo continuo e veloce ai cambiamenti e, pertanto, non possono aspettare i tempi lunghi dell’approvazione di una proposta di legge. Rimane il problema delle PA che non utilizzano l’autonomia per cambiare.
Nelle PA vi è l’esempio dell’Inps che avvalendosi della propria autonomia operativa e gestionale si è distinta per aver intrapreso fin dagli ottanta metodi di lavoro e modelli organizzativi coerenti con i cambiamenti avvenuti nelle organizzazioni anticipando le leggi. Antonio Pone, direttore dell’Inps della Regione Veneto, ricorda che l’Inps introdusse la funzione di pianificazione e controllo di gestione, il modello di management by objectives, la misurazione e la valutazione dei risultati, il controllo di gestione in ambito pubblico.
“Sul piano organizzativo, afferma Antonio Pone, dalla fine degli anni 90’ l’Inps ha superato il tradizionale schema funzionale, caratterizzato da elevata segmentazione settoriale e da pluralità di livelli gerarchici, in favore di un assetto organizzativo lean, imperniato sul gruppo di lavoro come cellula base, formato da operatori tendenzialmente polivalenti, e che deve essere in grado di seguire sotto ogni profilo la specifica tipologia di utente assegnata (assicurato/pensionato, percettore prestazioni di sostegno del reddito, percettore di prestazioni assistenziali, soggetto contribuente)”.
Antonio Pone afferma che “l’Inps su un piano operativo è una moderna azienda di servizi. Rispetto ad una normale azienda multiservizi, il tratto caratterizzante è l’estrema numerosità e varietà delle linee di prodotto. Si tratta, infatti, di un ente che, caso unico a livello europeo e probabilmente mondiale, concentra tutte le gestioni pensionistiche e le forme di sostegno del reddito. Il monitoraggio della performance richiede, quindi, in primis, un eccezionale livello di analiticità, tale da corrispondere a tale complessità. Nel catalogo INPS sono enumerati circa 400 prodotti, via via estendendosi man mano che nuove competenze o nuove attività vengono svolte dall’INPS”.
“A partire dal 2004 è stato realizzato il cd cruscotto direzionale, conclude Antonio Pone, che nella sua versione iniziale prevedeva un carnet di 99 indicatori (divenuti 252 alla data odierna), ponderati tra loro attraverso un sistema di pesatura, che consente di mettere a confronto le singole sedi, indicatore per indicatore, e anche a livello complessivo, di ottenere una graduatoria sintetica delle sedi più virtuose sotto il profilo dell’efficacia e dell’efficienza riscontrata negli indicatori di riferimento”. L’autonomia organizzativa in questo caso ha premiato l’Inps.
Pongo alcune domande a Diego Zardini, neo parlamentare del Partito Democratico, che ha presentato un disegno di legge che si pone l’obiettivo di introdurre negli enti territoriali e nel servizio sanitario nazionale il performance management.
Che cosa non ha funzionato nelle autonomie locali?
“Dopo circa quattro anni dalla riforma delle PA (D. Lgs. n. 150/1999) si può affermare che ha avuto una scarsa incidenza sulle autonomie locali a causa dei pochi obblighi, dei tanti principi ai quali gli enti interessati dovevano adeguare l’ordinamento e della facoltà di adottare alcuni strumenti manageriali. Le autonomie locali hanno scelto di enunciare i principi senza alcuna implementazione operativa, di trattare la trasparenza come un adempimento e di non introdurre, avendone solo la facoltà, alcuni strumenti manageriali essenziali per avviare un percorso di cambiamento. Tale decreto si è rivolto quasi completamente ed in modo obbligatorio alle amministrazioni centrali dello Stato ed agli enti pubblici non territoriali trascurando gli enti territoriali ed il Servizio sanitario nazionale in materia di trasparenza, di performance management e di organismo di valutazione della performance. La maggior parte dei comuni capoluogo e delle regioni avevano anticipato la riforma e, pertanto, non hanno incontrato difficoltà ad adeguarsi alla nuova normativa. In questo caso l’autonomia degli enti ha prodotto degli ottimi risultati. Al contrario molti enti locali, non essendo obbligati dalla normativa, non hanno introdotto gli strumenti previsti dal Decreto e si sono limitati ad applicare la trasparenza in modo parziale lasciando fuori gli aspetti dell’organizzazione (indicatori, risorse, andamenti gestionali) e la fasi del ciclo di gestione della performance”.
Quali strumenti la sua proposta di legge prevede di introdurre nelle autonomie locali?
“Considerato che molti enti non hanno utilizzato la loro autonomia per avviare il cambiamento, ritengo che sia necessario introdurre obbligatoriamente alcuni strumenti manageriali.
Per valutare l’efficienza e l’efficacia della produzione di un servizio ed intervenire con azioni correttive nel caso in cui si presentano degli scostamenti rispetto al piano è necessario introdurre il sistema di misurazione e valutazione della performance. In assenza di tale sistema si naviga a vista con interventi operativi indipendenti dalle variabili che intervengono nel processo produttivo (risorse umane, fattori produttivi, organizzazione e gestione del processo, qualità e quantità del servizio) con il rischio conseguente di accumulare sprechi, di porre in essere un’organizzazione del processo di produzione comprensiva di attività inutili che non creano valore.
Il management ha bisogno di un sistema di dati ed informazioni elaborate che riflettano lo stato dell’azienda e consentano di effettuare le scelte giuste in sede di pianificazione, di gestione e di azioni correttive. La proposta prevede la definizione di indicatori comuni di andamento gestionale al fine di realizzare il benchmarking e di replicare le best practices.
Robert S. Kaplan e David P. Norton sostengono che le aziende devono iniziare a chiedersi non solo se stanno facendo le “cose bene” ma se stanno facendo le “cose giuste” e raccomandano il miglioramento della performance nel bilanciamento dei due fattori.
La letteratura manageriale sulle PA non pone a favore del Nucleo di valutazione o dei Servizi di controllo interno per l’autoreferenzialità espressa e per i risultati insufficienti conseguiti. Tali organismi operano in un’ottica prettamente amministrativa e formalistica, si limitano a poche riunioni l’anno, non hanno sviluppato canali di comunicazione con l’esterno, non hanno inciso sullo sviluppo e miglioramento dei servizi e dell’organizzazione del lavoro, non hanno introdotto indicatori di performance nelle amministrazioni pubbliche al fine di realizzare la verifica dei risultati ed un benchmarking tra le PA ed i membri di tali organismi vengono nominati a prescindere dalla conoscenza e dalla professionalità possedute.
La proposta di legge, al contrario da quanto prescritto dal D. Lgs. n. 150/2009, prevede l’adozione da parte degli enti territoriali e del Servizio sanitario nazionale dell’Organismo indipendente di valutazione della performance, il quale sostituisce i servizi di controllo interno ed il nucleo di valutazione, a cui vengono assegnate le attività di controllo strategico e quelle indicate dall’art. 14, c. 4, del D. Lgs. n. 150/2009. Tale scelta consente di salvaguardare l’autonomia e l’indipendenza dell’Organismo e di effettuare la selezione dei membri attraverso un processo, stabilito dalla Civit, che assicura la scelta di persone in possesso di conoscenza e competenze elevate.
La proposta di legge prevede l’introduzione nella tipologia dei controlli interni, art. 147 del TU delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, degli strumenti manageriali che costituiscono il sistema di performance management”.
A che punto siamo con l’applicazione della trasparenza totale?
“Le autonomie locali che non hanno realizzato il sistema di misurazione e valutazione della performance si trovano nell’impossibilità oggettiva di dare attuazione alla trasparenza per mancanza di dati ed informazioni. La trasparenza se costruita su un sistema di performance management consente ai cittadini di effettuare gli opportuni controlli ed al management di conoscere in ogni momento l’andamento gestionale dell’ente ed intervenire per mutarne il percorso. Non bastano piccoli correttivi a vista per migliorare la performance delle PA ma occorre introdurre un sistema di performance management trasparente ed efficace”.
Il gap tra le imprese italiane e quelle straniere rappresentato dal vantaggio competitivo che queste ultime beneficiano dal funzionamento della macchina statale è elevato. Occorre superarlo al più presto.

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