lunedì 10 giugno 2013

Emergenza Impresa

Intervista a Paola De Micheli, vicepresidente vicario del Gruppo Pd alla Camera, pubblicata su Sistemi e Impresa n. 5 – luglio/agosto 2013
L’Italia vive una crisi molto grave e complessa senza precedenti e la luce in fondo al tunnel della crisi non si intravede. Vuole raccontare le difficoltà  che incontrano le imprese nel contesto competitivo nazionale e globale?
Siamo tutti consapevoli del fatto che l’Italia attraversa la crisi economica più profonda dalla fine della seconda guerra mondiale. I numeri sono impietosi nel 2012: il Pil è caduto del 6,9 per cento rispetto al 2007, mentre il reddito disponibile delle famiglie del 9,5. Le ragioni di questo crollo sono soprattutto legate alla domanda interna, che riflette la contrazione della spesa delle famiglie e delle imprese.  A questo si aggiungono le pessime condizioni nell’offerta di credito, sempre più restrittiva e ciecamente selettiva. La profonda recessione che coinvolge l’Italia riflette fattori esterni (quali le tensioni finanziarie sui mercati internazionali), l’azione sui conti pubblici e le debolezze strutturali del nostro sistema economico. Questi numeri drammatici rendono chiaro, quindi, come al grande sforzo di risanamento sin qui fatto debba ora necessariamente accompagnarsi l’improcrastinabile rilancio dello sviluppo del Paese. Senza una nuova stagione di sviluppo anche il faticoso risanamento rischierà di essere vanificato. Per le imprese così è una fatica avere ordini, una scalata essere pagati. Un miraggio ottenere credito per qualunque ragione. Solo lo sviluppo può rispondere al drammatico rischio di desertificazione industriale che attanaglia il nostro Paese.
Quali interventi urgenti occorre prendere per sostenere la imprenditorialità nazionale e avviare la fase della crescita?
La questione fondamentale è il lavoro. Bisogna innanzitutto ridurre le tasse sul lavoro, in particolare su quello stabile e quello per i giovani neoassunti per togliere in questo modo dalla precarietà e dare certezza soprattutto alle nuove generazioni. Un importante passo è stato già compiuto fin qui dal governo Letta con il rifinanziamento di un miliardo della cassa integrazione in deroga per il 2013.
Occorre, poi, in tempi rapidi predisporre una nuova politica fiscale per la casa, che limiti gli effetti recessivi in un settore strategico come quello dell’edilizia privata.  La scelta del governo di prorogare gli incentivi per le ristrutturazioni e di innalzare al 65% i contributi per l’efficientamento energetico è un altro importante tassello per sostenere le politiche di sviluppo e di rilancio dell’economia. Si tratta, infatti, di un meccanismo automatico, rapido ed efficace per valorizzare investimenti e innovazione. Molto importanti sono anche gli incentivi per l’arredamento che concretizzano l’impegno preso dal Pd a sostegno degli imprenditori del made in Italy.
Tra gli interventi più urgenti è indispensabile, inoltre, proseguire col pagamento dello stock debito delle p.a.; rinunciare con ogni sforzo all’inasprimento dell’Iva, che deprimerebbe ancora di più i consumi; aumentare le dotazioni del Fondo centrale di garanzie per le piccole e medie imprese e del Fondo di solidarietà per i mutui. E continuare con più decisione nell’ammodernamento del sistema energetico con liberalizzazioni e investimenti, per recuperare un incredibile gap di costi accumulati negli ultimi 20 anni.
Gli imprenditori italiani sono poco propensi ad investire in particolar modo in innovazione e ricerca e, quindi, occorrono investimenti esteri per aumentare la ricchezza nazionale. Quali condizioni occorre realizzare per attrarre gli investimenti delle imprese straniere in Italia?
Il primo passo è, a nostro avviso, chiedere all’Europa di fare di più per la crescita. Dobbiamo chiedere che si dia seguito al Growth Compact e non solo al Fiscal Compact, che l’Europa faccia di più per promuovere gli investimenti, attuando finalmente la golden rule. Quindi politiche industriali di filiera, rilancio, attraverso meccanismi di esclusione dal patto di stabilità, di alcune indispensabili investimenti pubblici, senza compromettere il processo di risanamento della finanza pubblica. Per essere competitivi e riuscire ad attrarre gli investimenti stranieri è fondamentale mettere in atto una strategia complessiva che comprenda: la semplificazione della macchina della Stato, per renderla più agile ed efficiente, una riforma della giustizia civile, leggi più stringenti contro la corruzione che falsa le normali regole del mercato, una lotta senza quartiere contro la criminalità organizzata, una rete di infrastrutture più moderna e adeguata e soprattutto la diminuzione del costo del lavoro.

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Trasparenza e diritto alla conoscenza

Dal sito http://www.fainotizia.it/inchiesta/03-06-2013/diritto-alla-conoscenza-degli-atti-pubblici-che-punto-siamo

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martedì 4 giugno 2013

Imprese: investire nelle persone

Articolo di Roger Abravanel pubblicato sul Corriere della Sera il 4 giugno 2013
Ogni giorno che passa questo governo sembra dare ragione a chi sostiene che sembra essere incapace di avviare le riforme necessarie per fare ripartire la nostra economia. Proposte palliative sul lavoro. Passi indietro sulle poche lenzuolate lanciate in passato prima da Pier Luigi Bersani e poi da Mario Monti, come quella sacrosanta sulla liberalizzazione degli orari di apertura. Tutti segnali che non fanno ben sperare. In questo contesto chi guida le imprese italiane oggi rischia di trovare validi alibi per immobilizzarsi definitivamente aspettando che lo Stato paghi i suoi debiti e che le banche incomincino di nuovo a fare credito. Eppure esiste una grande opportunità per i migliori imprenditori e manager di partecipare attivamente a quella che sarà una selezione quasi darwiniana delle imprese italiane nei prossimi 5 anni.
Oggi in Italia abbiamo diverse centinaia di imprese medie che guadagnano e sono poco indebitate, se ne sono altrettante che perdono e/o hanno troppi debiti. Sono le prime quelle su cui puntare, le altre devono sparire, in gran parte assorbite dalle più forti. Ma per realizzare questo cambiamento sarà necessaria una trasformazione epocale del capitalismo italiano che oggi è incapace di fare finire le imprese in mano agli azionisti che valorizzano di più le risorse finanziarie e umane a loro disposizione.
Il capitale finanziario non è mancato (soprattutto quello bancario, perché gli imprenditori italiani sono quelli che meno hanno investito nelle proprie imprese): le imprese italiane hanno investito più di quelle tedesche, che però sono cresciute molto di più. Soprattutto, le imprese italiane hanno sfruttato male le risorse umane a loro disposizione. Lo dicono i loro lavoratori nei sondaggi di Great Place to Work («l'azienda per cui tutti vorrebbero lavorare»): si lamentano della mancanza di meritocrazia (solo un terzo di loro dice che «le promozioni vanno a chi se le merita di più», contro due terzi del personale delle multinazionali in Italia); in troppi dicono che non vengono valorizzati dall'azienda per cui lavorano (la metà sostiene che non vengono loro offerte opportunità di sviluppo professionale, contro il 20 per cento nel caso delle multinazionali) e denunciano la mancanza di spirito di collaborazione. E le rare imprese italiane che partecipano al sondaggio sono quelle più sensibili al problema, perché le altre non se lo pongono nemmeno.
Senza investimenti nelle risorse umane non bisogna stupirsi che l'innovazione ristagni e che nel 2012 le imprese italiane siano il fanalino di coda nell'utilizzare l' e-commerce per vendere e comprare online (meno di un quarto delle tedesche e inglesi, la metà delle spagnole e francesi). Alla fine si ritorna all'annoso problema, quello del capitalismo famigliare all'italiana che si preoccupa più della famiglia che dell'impresa. Il 50 per cento delle grandi aziende quotate è a controllo familiare contro il 25 per cento delle tedesche e delle francesi. I vincoli alla crescita che questa situazione comporta sono stati enormi. Per esempio le aziende italiane non hanno potuto sfruttare le acquisizioni che sono uno strumento chiave per crescere. È triste che nel 2012 il protagonista italiano nelle operazioni di acquisizione delle imprese italiane sia stata la Cassa depositi e prestiti (70 per cento delle acquisizioni sono state fatte con i suoi capitali). E la presenza della famiglia italiana non è solo troppo invasiva nel capitale delle aziende ma anche nel loro management: più del 40 per cento delle posizioni apicali delle grandi imprese italiane è ricoperto da membri della famiglia contro il 6 delle tedesche e il 20 delle francesi. E se la famiglia italiana è invasiva nelle grandi imprese, dilaga nelle medie e nelle piccole i cui consigli di amministrazione sono piene di famigliari e di consulenti della azienda (con enormi conflitti di interesse) e figli e cugini pullulano ovunque nel management quando non si incontrano a Capri e Santa Margherita alle riunioni dei «giovani imprenditori» della Confindustria. Non è con questi azionisti e questa governance e leadership che le imprese italiane più forti riusciranno a crescere. Se ne parla da anni, ma il redde rationem sembra essere arrivato.
Le opportunità di approfittare di questa imminente «selezione della specie» nel mondo delle imprese italiane sono enormi e la attesa di un governo che faccia ripartire dopo 20 anni la nostra economia non deve scoraggiare i futuri leader del capitalismo italiano che verrà.

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lunedì 3 giugno 2013

Il futuro dei giovani

Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 31 maggio 2013
Anche se «fondata sul lavoro», la nostra Repubblica ha sempre fatto molta fatica ad offrire opportunità di occupazione ai propri cittadini. Quando fu approvato l’articolo 1 della Costituzione, gli italiani attivi erano solo cinquanta su cento, uno dei valori più bassi d’Europa. Persino durante il miracolo economico i posti di lavoro totali crebbero di poco: si espanse l’industria, ma si contrasse l’agricoltura. Da allora l’occupazione è aumentata, ma non abbiamo raggiunto i livelli degli altri Paesi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro femminile. La grande crisi ha fatto esplodere il fenomeno della disoccupazione giovanile. Nell’intervista rilasciata a Clemente Mimun, direttore del Tg5, il presidente Napolitano ha ricordato che non si tratta di una piaga solo italiana. Ma nel nostro Paese i giovani restano disoccupati più a lungo, hanno difficoltà a ottenere contratti stabili, sono vittime di «cicatrici» destinate a pesare nei loro percorsi di vita: un tratto davvero allarmante, come ha rilevato ieri l’Ocse. Inoltre, il 20% dei ragazzi fra i 15 e i 24 anni (il triplo rispetto alla Germania e quasi il doppio rispetto alla Francia) non «fa nulla»: non risulta iscritto a scuola o a corsi di formazione, non ha un lavoro e non lo sta cercando. Alcuni si arrangiano nel sommerso, ma il problema resta grave. Secondo stime della Ue (2011), la mancata formazione e occupazione di questi giovani è uno spreco economico enorme, quantificabile in 500 milioni di euro a settimana in termini di mancata crescita. Sulle politiche pubbliche che servirebbero per affrontare la questione giovanile si sono già detti e scritti fiumi di parole.
Il nuovo governo ripone molte speranze nella cosiddetta «garanzia giovani» raccomandata dalla Ue: fare in modo che ogni ragazzo riceva una qualche offerta concreta di lavoro o formazione entro quattro mesi dalla fine della scuola o dall’inizio della disoccupazione. Insieme a Hollande e Rajoy, il premier Letta ha chiesto all’Europa di mettere più risorse a disposizione dei Paesi membri, anche scorporando le spese necessarie (come quelle relative ai servizi per l’impiego o agli incentivi all’apprendistato) dal deficit pubblico. Gli schemi di «garanzia giovani» funzionano da tempo, e con successo, nei Paesi nordici. Ma il mercato del lavoro italiano è lontano anni luce dai suoi omologhi del Nord. Come primo passo, forse potremmo sperimentare uno strumento meno ambizioso, recentemente introdotto in Finlandia. Si chiama Chance Card (carta opportunità), viene data ai giovani che si trovano in maggiore difficoltà occupazionale, assicura priorità d’accesso ai servizi per l’impiego e di formazione e dà titolo a un bonus contributivo alle imprese che li assumono. La via maestra per aiutare i giovani resta tuttavia l’apprendistato. È su questo fronte che occorre investire (in soldi e in organizzazione), coinvolgendo scuole e imprese, perfezionando le regole introdotte dalla riforma Fornero e prevedendo nuove forme di stabilizzazione contrattuale flessibile per i neoassunti. Il presidente Napolitano ha giustamente osservato che l’articolo 1 della Costituzione va considerato come un «principio regolatore» a cui dovrebbero uniformarsi tutti gli attori politici e sociali.
È un’esortazione da prendere sul serio e che concretamente potrebbe assumere due forme. Sul piano delle decisioni politiche, governo e Parlamento dovrebbero impegnarsi a stimare e illustrare gli effetti occupazionali di ogni provvedimento di politica economica e sociale. Sul piano delle relazioni industriali, sindacati e datori di lavoro dovrebbero a loro volta inaugurare una nuova stagione di concertazione «creativa», capace di elaborare progetti innovativi su sviluppo e competitività, il cui principale metro di valutazione sia, appunto, la creazione di nuovo impiego. Abbiamo un pesante handicap storico da superare. Per riuscirci dobbiamo trasformarlo in una sfida nazionale, come fu l’ingresso nella moneta unica. Allora ce la facemmo. Con un nuovo colpo di reni e molto impegno, possiamo farcela anche oggi. A patto di provarci seriamente.

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domenica 2 giugno 2013

Turismo Veneto dalla frammentazione all’integrazione

Si riporta il comunicato della conferenza stampa dei consiglieri regionali Roberto Fasoli e Franco Bonfante sulla nuova legge sul Turismo
“E’ stato determinante il contributo del PD nell’inserire le proposte più innovative ed in linea con le tendenze del turismo internazionale all’interno della nuova legge sul turismo approvata quasi all’unanimità (3 soli gli astenuti dal Consiglio Regionale il 30 maggio scorso.
Il relatore di minoranza, Roberto Fasoli, e tutto il gruppo consigliare del PD, coadiuvati da uno staff di esperti del settore, si sono fatti interpreti sia dei nuovi approcci alla gestione del turismo sia delle istanze provenienti dal territorio, dagli operatori e dai lavoratori di quello che è uno dei comparti trainanti dell’economia nazionale e veneta. Il lavoro preparatorio è durato due anni e molteplici sono state le occasioni di confronto costruttivo che hanno permesso di raccogliere osservazioni e proposte che si sono tradotte in emendamenti alla proposta di legge ed hanno permesso di migliorarla in modo significativo.
La governance del settore, la sua gestione a livello di destinazioni, la promozione per ambiti tematici,  l’innovazione e la qualificazione dell’offerta ricettiva, sono stati – insieme all’attenzione per la specificità del bellunese – al centro delle proposte e degli emendamenti presentati dai consiglieri PD in sede di dibattito e recepiti dal voto dell’aula.
In particolare tra le finalità si è impegnata la Regione Veneto a raccordarsi con l’organizzazione turistica nazionale e con le altre regioni e ad affiancare, sempre, nella promozione a livello internazionale, il marchio” Italia” al marchio “Veneto”; questo perché in una competizione sempre più globale bisogna potersi rapportare in modo diversificato a seconda dell’ampiezza e della distanza dei mercati.
A livello territoriale si è voluto   Italia e per le destinazioni turistiche  balneari, montane, lacuali, termali e d’arte che lo hanno reso attrattivo a livello internazionale. Grazie alle proposte del PD le destinazioni potranno essere organizzate e gestite secondo i moderni concetti del destination management senza per altro imporre alcuna soluzione giuridica o burocratica-amministrativa calata dall’alto, ma favorendone l’organizzazione bottom up (dal basso) attraverso un corretto ed equilibrato rapporto tra soggetti pubblici e privati che possa portare alla nascita di vere e proprie Organizzazioni di Gestione delle Destinazioni o DMO (Destination Management Organisation). I nuovi soggetti potranno così garantire una gestione unitaria e coordinata delle funzioni di informazione, accoglienza, assistenza turistica e promo-commercializzazione fino ad oggi gestite separatamente tra pubblico  e privato, saldando una antistorica frattura fra macro e micro marketing turistico.
Sul versante dell’offerta ricettiva si è contribuito a definire ed affermare anche in Veneto l’Albergo diffuso come forma di accoglienza alternativa che tende ad evitare lo spopolamento di aree di montagna, borghi e isole, attraverso il recupero dei centri storici.
Si è anche posto rimedio al problema di quella parte di offerta turistica che rischiava di sfuggire alla definizione di ricettività e quindi di non rapportarsi in modo adeguato nei confronti del turista e degli altri soggetti della filiera, affrontando, in particolare, il tema dei B&B e dgli appartamenti in affitto.
La specificità del bellunese, area di confine, è stata riconosciuta ai sensi del nuovo Statuto regionale anche per le materie turistiche,  affidate, con questa legge, completamente al territorio.
Infine, un emendamento del PD che mirava a recuperare – in tutto o in parte – il personale licenziato, dalle aziende/società provinciali che hanno gestito le funzioni di informazione , accoglienza, assistenza turistica e promozione locale è stato tradotto in Ordine del Giorno approvato dal Consiglio, ma soprattutto in un impegno formale dell’Assessore Finozzi a inserire nei provvedimenti attuativi della legge una formulazione che preveda che i soggetti gestori delle attività di informazione ed accoglienza turistica nell’individuazione del personale assegnato al servizio, siano incentivati a considerare la professionalità e l’esperienza maturate dal personale  proveniente dalle strutture che hanno gestito le funzioni di informazione, accoglienza,assistenza turistica e promozione locale per conto delle Province con qualsiasi tipo di contratto.
Un lavoro quello del PD che ha consentito, pur da posizioni e con ruoli distinti da quelli della Giunta e della maggioranza, di apportare significative modifiche e miglioramenti ad un testo di legge con luci ed ombre, ma che nella versione approvata appare più rispondente alle esigenze e alle aspettative di tutti gli attori del settore.
A Verona con questa leggge si aprono grandi possibilità. Per il Garda e per la città e l’insieme della provincia è possibile costituire in breve tempo delle realtà organizzate che mettano assieme la Provincia, la Camera di Commercio, i comuni, le associazioni datoriali, le organizzazioni sindacali, i consorzi di imprese, coinvolgendo anche altri importanti soggetti come Aeroporto, Fiera, Fondazione Arena, per una gestione integrata dell’intera filiera turistica offrendo, in collaborazione con la Regione, una gamma completa di servizi di qualità che ci permetterebbe di competere al meglio con le principali destinazioni turistiche a livello nazionale e internazionale e di porci all’avanguardia a livello regionale.
E’ una sfida che Verona può e deve raccogliere e alla quale come PD intendiamo dare il nostro contributo portando a compimento il positivo lavoro di confronto con le istituzioni, con le associazioni imprenditoriali e le organizzazioni sindacali, svolto in questi ultimi due anni per arrivare nel modo migliore alla nuova legge sul turismo. Ora spetta alla Giunta Regionale emanare al più presto le disposizioni attuative, raccordarsi con la programmazione nazionale anche attraverso un immediato confronto con i ministeri del Turismo/Cultura e con quello dello Sviluppo Economico, mettere a disposizione risorse adeguate”.

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venerdì 31 maggio 2013

Prospettive per la crescita

Articolo di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi pubblicato sul Corriere della Sera il 30 maggio 2013
Il rientro dell'Italia fra i Paesi «virtuosi» è stato accolto con unanime sollievo. Molti interpretano questa decisione come l'inizio di una nuova era, in cui i vincoli europei non saranno più un ostacolo all'aumento della spesa e al taglio delle tasse. Non è così.
Innanzitutto la chiusura della procedura di infrazione avviene a condizioni precise: che il deficit non superi più il 3% del Prodotto interno lordo (Pil) e che l'Italia faccia alcune riforme importanti: contratti di lavoro, partecipazione al lavoro delle donne, liberalizzazioni dei servizi, istruzione, giustizia civile, semplificazione delle tasse, banche, burocrazia. Tutte cose che avremmo dovuto fare anche senza farcelo chiedere.
L'ultimo Documento di economia e finanza (Def) del governo Monti (aprile) stima che il prossimo anno il deficit pubblico dovrebbe essere intorno all'1,8% del Pil. Se così fosse ci sarebbe la possibilità di diminuire le imposte sul lavoro di circa 20 miliardi, riducendo il cuneo fiscale, cioè la differenza fra salari netti per i lavoratori e costo del lavoro per l'impresa. Ciò alzerebbe il deficit, ma lo manterrebbe entro la soglia del 3%.
Purtroppo però, quelle stime sono basate su ipotesi ottimiste. E infatti solo poche settimane dopo la pubblicazione del Def, la Commissione europea abbassava il nostro tasso di crescita nel 2014 allo 0,7%, (ieri l'Ocse ha previsto 0,4) con un deficit che salirebbe al 2,5% del Pil. Insomma saremo fortunati se il deficit nel 2014 rimarrà sotto il 3% anche senza spendere un euro in più. Per il 2013 poi la Commissione prevede un deficit esattamente pari al 3% con un Pil che cade dell'1,3%. Ma l'Ocse stima -1,8, il che già ci porrebbe quasi sicuramente a rischio di riapertura della procedura.
Insomma lo spazio per un taglio delle tasse purtroppo non c'è, né il margine per utilizzare i fondi strutturali europei il cui cofinanziamento aumenterebbe il nostro deficit. L'uscita dalla condizione di «sorvegliati speciali» deve essere l'occasione per ripensare una strategia per la crescita e la riduzione del debito. Le cose da fare sono note da tempo. Attuare le riforme strutturali suggerite per l'ennesima volta dall'Europa. Rimettere le banche in condizione di prestare denaro, un altro punto sottolineato nelle raccomandazioni della Commissione. Per far questo, si può utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità (Ems), come ha fatto la Spagna. Diminuire la pressione fiscale, in primis sul lavoro, e di una quantità che faccia differenza, diciamo 50 miliardi.
Per far questo occorre negoziare con l'Unione Europea un temporaneo superamento della soglia del 3% in modo da poter ridurre subito le imposte sul lavoro.
Contemporaneamente adottare un piano di riduzione delle spese spalmato sull'arco di un triennio. Il deficit rimarrebbe superiore al 3% ancora per due anni e rientrerebbe solo fra tre. Come la Francia.Ovviamente affinché un simile piano sia credibile e si realizzi in tutte le sue parti, non solo in quelle più facili, dovremmo sottoporci alla sorveglianza di Bruxelles.
«Sorvegliati» rimarremo comunque,inutile illuderci, perché le stime di crescita ci spingeranno comunque oltre il 3 per cento anche senza far nulla su tasse e spese. Ma, allora, almeno barattiamo l'inevitabile controllo di Bruxelles per fare qualcosa di utile, non per sopravvivere navigando a vista intorno a un fatidico e inafferrabile 3 per cento.

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Stefano Rodotà non sorpreso del risultato del M5S

Intervista a Stefano Rodotà a cura di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera il 30 maggio 2013
Non voglio dire che lo prevedevo. Ma non sono affatto sorpreso». Stefano Rodotà è uno dei personaggi politici più amati dal Movimento 5 Stelle, che lo avrebbe voluto al Quirinale. Ora analizza, senza fare sconti, un risultato che è andato ben al di sotto delle aspettative.
Perché non è sorpreso?
Per due ragioni. La prima è politica: hanno inciso sul voto i conflitti, le difficoltà e le polemiche di queste settimane. La seconda è che avevo detto che la parlamentarizzazione dei 5 Stelle non sarebbe stata indolore. E così è stato. Il passaggio dalla rete al Palazzo, per intenderci. Faccio una battuta: quando si lavora in Parlamento, non è che di fronte a un emendamento in commissione vado a consultare la rete. Serve un cambiamento di passo.
Che non c'è stato.
La rete da sola non basta. Non è mai bastata. Guardiamo l'ultima campagna elettorale: Grillo è partito dalla rete, poi ha riempito le piazze reali con lo tsunami tour. Ma ha ricevuto anche un'attenzione continua dalla televisione. Se si vuole sostenere che c'è una discontinuità radicale con il passato non è così: anche per Obama è stato lo stesso. Si parte dalla rete, ma poi si va oltre.
Il problema è che forse non sono andati abbastanza oltre.
Non hanno capito che la rete non funziona nello stesso modo in una realtà locale o su scala nazionale. Puoi lanciare un attacco frontale, ma funziona solo se parli al Paese. In queste elezioni hanno perso i due grandi comunicatori: Grillo e Berlusconi». Alle Amministrative, poi, contano molto i candidati. «Sono stato molto colpito dalle dichiarazioni avventate del candidato 5 Stelle di Roma: si è lamentato perché i media non gli avevano dedicato abbastanza attenzione. Ma come? Non era stata teorizzata l'insignificanza dei vecchi media?.
Forse a qualcosa servono ancora.
Come serve l'insediamento a livello locale. Il candidato sconosciuto della rete si trova in difficoltà rispetto a chi ha una forte presenza territoriale. Non è un caso che il partito che ha tenuto di più in queste elezioni sia stato il Pd, nonostante la forte perdita di voti.
Per Grillo è colpa degli elettori.
L'ho sentita troppe volte questa frase. Elettori immaturi, che non capiscono. Si dice quando si vuole sfuggire a un'analisi. Ma erano gli stessi elettori che li hanno votati alle Politiche. È una reazione emotiva, una spiegazione che non spiega nulla.
Per i 5 Stelle non sono «padri» un po' ingombranti Grillo e Casaleggio?
Non voglio fare quello con la matita rossa. Però, certo, non bastano più le loro indicazioni. Un movimento nato dalla rete, che ha svegliato una cultura politica pigra, una volta entrato in Parlamento deve cambiare tutto. E non può dire ai parlamentari: non dovete elaborare strategie.
È proprio quello che ha detto il capogruppo Vito Crimi.
Le istituzioni fanno brutti scherzi. Penso alle parole di Grillo che contestava l'articolo della Costituzione secondo il quale il parlamentare deve operare senza vincolo di mandato. Ecco, io credo che tutti i parlamentari dovrebbero avere la libertà di esercitare il proprio mandato, anche se non in una logica individualista. Non si può delegare tutto. I parlamentari a 5 Stelle devono avere la libertà di lavorare. In alcuni casi lo stanno già facendo e ho sentito anche interventi di qualità.
Il risultato deludente non è stato causato anche da un eccesso di chiusura e dalla mancanza di interlocuzione con il Pd?
Posso anche stabilire la linea del "tutti a casa" e "no a tutti", ma poi devo valutare le conseguenze. Si deve avere la capacità di confrontarsi con gli altri in Parlamento. Altrimenti si rischia di alimentare una nuova conventio ad escludendum . E probabilmente c'è anche un problema di inesperienza.
La «verginità» politica è neldna dei 5 Stelle.
Non ho mai creduto al valore dell'inesperienza, che rivendicano come verginità dalle compromissioni. Io ci misi molti mesi a imparare. Il Parlamento richiede competenza. So che stanno cercando di rimediare con bravi consulenti.
E ora?
Ora Grillo e Casaleggio devono rendersi conto che siamo entrati in una fase nuova e che quello che ha determinato il successo non è un ingrediente che può essere replicato all'infinito. Per esempio: alle Europee cosa faranno? Una campagna fortemente antieuropeista, come Berlusconi? Sarebbe un rischio enorme. Cresce enormemente la responsabilità della sinistra.
Che non sta messa bene.
Capisco il sollievo del Pd per il voto, ma ci sono problemi che non si cancellano con un'interpretazione consolatoria. Il Pd è un pezzo fondamentale della sinistra, ma non è tutta la sinistra. E deve guardare anche alla società. Il referendum di Bologna, per esempio: c'era una maggioranza schiacciante, sulla carta, per il finanziamento alle scuole private. E invece questa maggioranza è stata spazzata via.

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mercoledì 29 maggio 2013

Elezioni amministrative: vince l’astensionismo

I risultati delle elezioni amministrative sono stati molto chiari anche se qualche partito o movimento non riconosce la sconfitta e non prende coscienza  degli effetti della competizione elettorale. Grillo attribuisce agli elettori la colpa del crollo del M5S. Giustificazione questa assurda e paradossale mai utilizzata dalle forze politiche per nascondere la propria sconfitta. Se ad ogni elezione i perdenti confermano la propria visione ed attribuiscono la responsabilità della sconfitta agli elettori non vi è alcuna analisi e valutazione oggettiva e seria sul comportamento degli elettori.
In questa consultazione elettorale i punti di forza del M5S si sono trasformati in punti di debolezza. Infatti, la mancanza di democrazia interna, il movimento personalizzato e centralizzato focalizzato su un leader carismatico, la posizione di non assumere responsabilità di governo e di rimanere al di fuori per far saltare il sistema politico non ha premiato il M5S.
Il M5S ed il PDL sono delle forze politiche personalizzate con un leader carismatico che è capace, purtroppo, di raccogliere consensi. L’assenza in questa campagna elettorale di Grillo e Berlusconi ha facilitato lo scarso risultato di tali forze politiche in particolar modo il M5S.
In queste consultazioni si è rafforzato il partito delle astensioni che ha penalizzato tutte le forze politiche ed in maggior misura il M5S che aveva tratto benefici nelle ultime elezioni politiche. Parte degli elettori sono passati dalla contestazione attiva, votando il M5S alle elezioni politiche del 24-25 febbraio, alla contestazione passiva, astenendosi dal voto nelle recenti elezioni amministrative.
La Lega ha subito un tracollo elettorale sia rispetto alle elezioni politiche sia rispetto alla competizione regionale.
Le previsioni elettorali per il PDL lasciavano presupporre un buon successo nelle elezioni amministrative. Al contrario il risultato non ha rispettato le previsioni ed i sondaggi.
Il PD si attesta tra il 25% ed il 26%, si impone come primo partito ed i suoi candidati sono andati bene in tutti i comuni.
Il risultato positivo del PD in un momento di crisi politica ed economica è stato assecondato dalla buona amministrazione (il caso di Achille Variati a Vicenza), dalla conoscenza dei candidati (Ignazio Marino a Roma) nel territorio, dalle primarie che hanno coinvolto gli elettori e dalla presenza territoriale del partito (voto di appartenenza), la quale pur non essendo ottimale rappresenta pur sempre il primo anello della catena di partecipazione alla vita politica.
Nessun partito ha conseguito un risultato elettorale superiore al 30% ed i consensi elettorali ai partiti si presentano in modo frammentario con nessuna prospettiva di semplificazione e di rafforzamento.
Rimane irrisolta la crisi del rapporto tra il sistema politico ed i cittadini ed il partito delle astensioni si è rafforzato ulteriormente con le recenti elezioni amministrative.
I partiti dovrebbero pensare oltre ai consensi ricevuti soprattutto alle astensioni. Nel caso in cui gli astenuti dovrebbero entrare in campo è possibile realizzare un quadro politico imprevedibile ed ingestibile così come è avvenuto il 24-25 febbraio con le elezioni politiche.
Occorre guadagnarsi la fiducia e la credibilità degli elettori attraverso comportamenti e provvedimenti chiari, responsabili e coerenti all’obiettivo di recuperare almeno parte significativa delle astensioni. Per fare questo si possono seguire due vie:
- La via istituzionale della buon governo finalizzata alla crescita economica ed al superamento della crisi, superando la visione ragionieristica dell’austerità, al fine di restituire nelle mani dei giovani il loro futuro e di sostenere e superare le emergenze sociali del paese;
- La via della partecipazione democratica con l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione perché non sono tanti i partiti che spontaneamente si richiamano all’associazionismo politico per contribuire democraticamente a determinare la politica nazionale. Quindi, occorre una legge ordinaria che stabilisca i requisiti minimi di democrazia interna e trasparenza che i partiti devono possedere per concorrere alla vita politica.
In questo ultimo periodo ho letto tante dichiarazioni da parte di esponenti politici del PD, i quali ricoprono cariche importanti nel partito, che si ergono a rinnovatori, criticando l’apparato e la nomenclatura ed attribuendo la vittoria nelle ultime elezioni amministrative ai territori.
Ritengo che nei momenti di crisi ognuno deve svolgere al meglio il proprio ruolo: dai parlamentari ai segretari di circolo, dai segretari provinciali ai membri della direzione politica ai diversi livelli. Criticare senza aver svolto al meglio il proprio ruolo è sterile e non serve a nulla. Tale esercizio è utile solo a coloro che assumono tale posizione fino a quando non vengono scoperti dall’elettorato.
In periferia gli elettori del PD possono essere classificati in militanti ed in elettori in senso stretto. Questi ultimi hanno confermato la fiducia al PD ma sono sempre in una posizione di attesa ed attenti a quello che farà il partito per risolvere i problemi sociali ed economici causati dalla crisi. Quindi, si tratta di un elettorato mobile che in qualunque momento può cambiare posizione politica. I militanti rappresentano la base elettorale stabile dell’elettorato del PD. E’ necessaria ed urgente un strategia politica del PD finalizzata ad ampliare la militanza attraverso il coinvolgimento dei cittadini sui problemi del territorio ed a rafforzare il proprio elettorato con un’azione di Governo che privilegi i problemi emergenziali del paese.
Il PD vive enormi problemi in periferia pur essendo in una posizione di vantaggio rispetto agli altri partiti: la non sufficiente mobilitazione, il PD dei quadri interessati a salire la scala del potere e la mancanza di strategia politica per realizzare un sistema aperto e trasparente che sviluppi la partecipazione politica.
Ritengo, al di là delle responsabilità del PD centrale che deve ristabilire nuove regole e strutture che corrispondano alle esigenze di un partito moderno del terzo millennio, che sia urgente ripensare il partito in periferia per allargare i consensi e coinvolgere i cittadini nelle scelte decisionali. I fattori da utilizzare nelle strutture periferiche del partito sono: - Unità; - Trasparenza; - Comunità; - Sistema aperto.

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martedì 28 maggio 2013

Ulss n. 22 di Bussolengo lenta con gli invalidi civili

Il Comitato Regionale INPS del Veneto ha organizzato una riunione che si è svolta il 16 maggio con all’ordine del giorno “Informativa Direzione regionale attuazione art. 20 Lg. 102/2009 e stato di cooperazione applicativa – Invalidità civile”.  In tale riunione sono stati trattati le problematiche relative al processo invalidità civile gestito dell’Ulss di Bussolengo ed è stato deciso di inviare una lettera al Governatore della Regione Veneto, all’Assessore Regionale alla Sanità, all’Assessore Regionale al Sociale, alla Segreteria Sanità Regione Veneto, al Dipartimento Prevenzione Regione Veneto ed ai Servizi Sociali Regione Veneto.
Tale posizione è stata presa dopo le interrogazioni presentate al fine di superare le problematiche relative ai lunghi tempi di attesa nella effettuazione delle visite sanitarie e nella definizione delle prestazioni di invalidità civile:
-al Ministro per la Pubblica amministrazione e la Semplificazione ed al Ministro per gli Affari Regionali presentata dai Parlamentari del Partito Democratico Diego Zardini e Alessia Rotta;
- alla Giunta Regionale ed all’Assessore regionale alla sanità presentata dai consiglieri regionali del Partito Democratico Franco Bonfante e Roberto Fasoli.
Si riporta integralmente la lettera sottoscritta dal Presidente Comitato regionale INPS, Franco Piacentini, e dal Vicepresidente Comitato regionale INPS, Franco Beltrame.
“Informiamo le SS. VV. che il 16 u.s. si è svolta una qualificata riunione tematica del Comitato regionale dell’INPS finalizzata alla verifica dell’andamento della gestione dell’invalidità civile.
La partecipazione a questa riunione era stata allargata ai Dirigenti delle Direzioni Prevenzione e Servizi Sociali della Regione Veneto, e ai Rappresentanti degli Istituti di Patronato, tutti componenti del “Tavolo Tecnico sull’Invalidità Civile”, costituitosi, anche grazie alla Disponibilità della Regione Veneto, il 4 giugno 2012 presso l’INPS regionale.
Com’è noto, Regione, Aziende ULSS e INPS sono, per effetto della legge 102/09, strettamente interconnessi nell’ambito del procedimento che conduce alle concessioni e alle provvidenze economiche.
Per l’Assessorato regionale al Sociale, la dott.ssa Annalisa Basso è intervenuta nel dibattito che si è sviluppato dopo l’esauriente relazione della Direzione regionale INPS, nelle persone del dott. Antonio Pone e della dott.ssa Sonya Boncompagni.
E’risultata assente la Direzione Prevenzione.
La riunione ha fatto emergere importanti positività che si stanno sviluppando a livello locale.
Positivamente si riscontrano la generalizzata riduzione del fenomeno del silenzio-assenso e il progressivo allargarsi dello sviluppo della “cooperazione applicativa” tra gli applicativi delle Aziende ULSS e quelli INPS.
Invece, negativamente, si registrano criticità e ritardi, messi in luce in svariati interventi presenti in alcune realtà territoriali: si veda, ad esempio, la incomprensibile difficile situazione all’Azienda ULSS n. 22 di Bussolengo, che rifiuta ogni dialogo operativo con l’Istituto, con conseguenze negative per l’utenza.
Al tempo stesso, pare emergere una dilatazione dei tempi di attesa per la prima visita, in misura diversa presso le varie Aziende ULSS della regione.
Per evitare il riproporsi dei tempi lunghi d’attesa (insopportabili per le persone disabili e non autosufficienti nell’iter per l’accertamento della effettiva invalidità civile soggettiva, diventa fondamentale uno stretto raccordo operativo tra Regione, INPS e Aziende ULSS, per consentire di massimizzare la presenza dei medici INPS nell’ambito delle commissioni integrate, garantendo in tal modo il numero legale.
Nel confidare nell’attenzione delle SS. VV. a quanto sopra riportato e in attesa di riscontro, ringraziamo e cordialmente salutiamo”.
Dalla replica effettuata alle interrogazioni sopra riportate sembra che l’Ulss di Bussolengo non si sia resa conto dell’importanza della velocità nella definizione delle pratiche di invalidità civile che può essere conseguita attraverso il rispetto del disegno organizzativo, comprensivo delle procedure informatiche realizzate a tale scopo, e la continua ricerca di forme di collaborazione con l’Inps. Il tempo è importante per gli utenti in particolar modo per i soggetti interessati all’invalidità civile.
Fino a questo momento non si hanno notizie positive da parte della struttura sanitaria di Bussolengo. Il problema è aperto e non verrà dimenticato.

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