domenica 1 maggio 2011

Chiara Chiappa, Sindaco di Isola della Scala



Votare Chiara Chiappa a Sindaco di Isola della Scala significa realizzare una alternativa democratica e sconfiggere le posizioni di potere di Giovanni Miozzi che accumula in se numerosi incarichi, tra i quali Presidente della Provincia, Consigliere di Amministrazione di Acque Veropnesi e Sindaco uscente di Isola della Scala, e non potendo gestire direttamente ed a tempo pieno l'eventuale carica di Sindaco si accompagna nella lista da persone che gestiscono il comune da circa 20 anni che non hanno più nulla da esprimere per il bene dei cittadini. L'unica cosa di cui sono capaci è l'occupazione e la gestione del potere per il potere.
Inoltre, bisogna votare Chiara perchè esprime le qualità ed il talento delle donne.
Crescere senza svendere ol territorio

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mercoledì 27 aprile 2011

Provincia di Verona: contratto con il sindacato

Il Tribunale di Verona, giudice dott.ssa Cristina Angeletti, ha accolto il ricorso presentato da CGIL, CISL e UIL contro la Provincia di Verona, dichiarando illegittima la delibera n. 240 del 9 novembre 2010 tramite la quale la Giunta aveva adottato unilateralmente il contratto decentrato 2009 – 2010, senza la sottoscrizione del sindacato.
Nella sentenza si legge che “l’ente territoriale può senza dubbio adottare i provvedimenti urgenti e provvisori per colmare il vuoto generato dall’assenza di accordo fra le parti collettive; è, tuttavia, antisindacale, recepire quale accordo decentrato, una proposta contrattuale non accettata, poiché in tale modo è violato chiaramente l’art. 65 del D. Lgs. citato, nella parte in cui concede tempo fino al 31/12/2012 per concludere i nuovi contratti integrativi e, simbolicamente, è svilito il ruolo e la forza contrattuale del sindacato”. E ancora “accerta e dichiara l’antisindacalità della delibera 240/2010, limitatamente al punto 3 della sua parte dispositiva …….
Su questo problema Vincenzo D’Arienzo, segretario provinciale del PD, ha dichiarato che “con quel contratto, le destre: riducevano le indennità, gli incentivi e i premi di produttività; non rispettavano l’accordo triennale 2007/2009 coinvolgente quasi 400 dipendenti che nel corso dell’anno maturavano i requisiti per accedere alla progressione; intendevano sopprimere l’indennità di rischio per numerosi dipendenti, ridurre l’indennità di disagio e tagliare i salari accessori alle posizioni più basse, ma soprattutto avevano tentato di escludere i sindacati dalle trattative. Un’arroganza politica senza precedenti.
I sindacati CGIL, CISL e UIL, forti della sentenza che dichiara illegittima la decisione della Giunta, chiedono al Presidente e alla Giunta:
- “di prendere atto del fallimento della linea imposta dai dirigenti al tavolo negoziale, che ha comportato la rottura delle relazioni sindacali e posto l’Amministrazione contro il personale, sprecando inutilmente tempo risorse e denaro pubblico;
- di adottare le misure necessarie per la riapertura immediata del tavolo negoziale, nel pieno riconoscimento del ruolo del sindacato garantendo pari dignità delle parti al tavolo trattante, per discutere tutti gli istituti contrattuali, comprese le progressioni orizzontali che, sebbene il giudice non abbia rilevato in tale ambito un comportamento antisindacale della Provincia, ha comunque espresso di “non condividere la posizione della stessa nella parte in cui qualifica i “presunti” impegni come inesistenti e non vincolanti”.
Da questa vicenda esce sconfitta la Giunta Provinciale per aver adottato delle decisioni contrarie alla contrattazione sindacale e per aver assunto una posizione politica, al di là delle interpretazioni giuridiche, senza tentennamenti orientata a far fuori dalla contrattazione le organizzazioni sindacali. Questa posizione sostenuta da Luigi Olivieri, dirigente della Provincia, in un articolo, smentito lo stesso giorno da una sentenza del Tribunale di Torino, è stata fatta propria dalla Giunta senza riflettere sulle conseguenze sociali e politiche che simile decisione avrebbe comportato.
Nella Provincia nella fase attuale sembra che prevalgono le posizioni della burocrazia, tutto diritto e niente sensibilità sociale, e non le posizioni politiche di una Giunta all’altezza dei problemi e dotata di senso politico e sociale e capace di prevedere le eventuali conseguenze nei confronti dei dipendenti dell’Ente.
La provincia non ha ancora adeguato l’ordinamento provinciale ai principi al Titolo III Merito e Premi del D. Lgs. n. 150/2009 ed ha escluso dall’attuazione del Decreto il piano della performance e l’Organismo indipendente di valutazione. Un altro errore sostenuto dalla burocrazia provinciale che non si rende conto che la Provincia ha bisogno di cambiamenti per mantenere o migliorare la propria posizione strategica. Tra i motivi che hanno indotto la Giunta ad optare per il Nucleo di valutazione si riscontra il mantenimento nell’organismo del segretario/direttore generale, il quale per motivi di incompatibilità, stabiliti dalla CiVIT, non potrebbe essere nominato nell’Organismo di valutazione indipendente.
Il Presidente della Provincia dichiara che la riapertura della trattativa dipende dalla decisione della commissione indipendente. Se Miozzi si riferisce al Nucleo di valutazione sbaglia in quanto tale organismo non è per niente indipendente. Indipendente ed imparziale è l'Organismo indipendente di valutazione previsto dal D. Lgs. n. 150/2009 che la Giunta non ha voluto istituire.
Se la Giunta continuerà ad appiattirsi strumentalmente sulle posizioni ossequiose della burocrazia collezionerà errori come quello della delibera n. 240/2010.
Ma è così difficile per la Giunta assumere posizioni autonome dalla burocrazia nell’attuazione del D. Lgs. n. 150/2009?
Il problema è che l’Amministrazione Provinciale e la burocrazia provinciale hanno le medesime posizioni: la Giunta stabilisce la linea “tagli dei costi della contrattazione” e la burocrazia di riflesso si adegua a sostenere tesi poi smentite dal giudice.
Occorre che l’Amministrazione Provinciale faccia una seria valutazione tra i giuristi ed il management in quanto molto spesso i primi, non possedendo capacità e conoscenze organizzative, assumono posizioni in netto contrasto con il miglioramento della performance della Provincia e nel caso specifico contrarie alla legge.

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martedì 26 aprile 2011

Gli investimenti esteri bloccati dal protezionismo

Intervento del senatore Pietro Ichino al Senato durante la sessione antimeridiana del 20 aprile 2011, nel corso dell’esame dell’articolo 7 del decreto-legge 31 marzo 2011 n. 34 (c.d. “decreto Omnibus”) – In argomento v. anche la relazione introduttiva svolta a Ferrara il 5 novembre 2010 e il saggio del 2007 Che cosa impedisce ai lavoratori di scegliersi l’imprenditore - Inoltre l’intervento del Presidente di Assonime Stefano Micossi del 13 e 14 aprile 2011, prossimamente on line su questo sito.
Signor Presidente, l’articolo 7 di questo decreto-legge è, in ordine di tempo, l’ultimo capitolo di una storia troppo lunga, che deve finire: quella di un’Italia che, quando le imprese straniere si propongono di investire i loro capitali in aziende italiane, alza le barricate per impedirlo.
Abbiamo visto questa storia – e mi limito all’ultimo decennio – quando le barricate venivano alzate contro la olandese Abn Amro che intendeva investire sulla Banca Antonveneta: e allora abbiamo visto mobilitarsi per disporre i cavalli di Frisia addirittura la Banca d’Italia del Governatore Fazio, con le sue truppe guidate da Giampiero Fiorani. Qui il resto del postMa era ancora la stessa storia quando la statunitense AT&T osò attentare all’italianità di Telecom Italia; o quando la spagnola Abertis osò fare altrettanto con Autostrade. Lo stesso è accaduto, anche se in modo meno aperto, in difesa della pochissimo prestigiosa italianità delle nostre Ferrovie e delle nostre Poste. E ultimamente la stessa storia si è ripetuta quando si è trattato di respingere Air France-KLM che intendeva rilevare Alitalia e si presentava con un assegno da un miliardo, più la disponibilità ad accollarsi i debiti della nostra Compagnia di bandiera per un altro miliardo e mezzo: abbiamo preferito rinunciare a quei due miliardi e mezzo e metterci di tasca nostra un altro miliardo o giù di lì, fra prestiti senza ritorno per tenere in vita l’azienda con la respirazione bocca a bocca e Cassa integrazione settennale per i dipendenti non assorbiti nella nuova impresa. Oltre a mettere in campo la clausola di esenzione per la nuova impresa dalle regole antitrust, in modo che il suo mantenimento in vita potesse essere garantito giorno per giorno dai viaggiatori ai quali l’italianissima Alitalia può far pagare, sulle rotte Milano-Roma e Torino-Roma, 300 euro per un biglietto che sulla rotta Londra-Glasgow ne costa soltanto 80.
Ora aggiungiamo il capitolo delle barricate contro Lactalis che intende investire su Parmalat. Non se ne sentiva davvero il bisogno.
Questo discorso critico, beninteso, non riguarda soltanto una politica del centrodestra: esso è rivolto semmai contro un’intesa protezionistica implicita, mai verbalizzata, cui nell’ultimo mezzo secolo hanno contribuito in qualche misura tutte le parti politiche, nessuna esclusa (se eccettuiamo alcune piccole formazioni interne ai grandi schieramenti contrapposti). Un’intesa protezionistica tacita nella quale alla parte più vecchia e conservatrice dell’establishment industriale ha fatto da sponda la parte più vecchia e conservatrice del nostro movimento sindacale. Il risultato di questa intesa sta nel dato che – come è stato sottolineato in quest’aula l’altro ieri da Enrico Morando e ieri da Maria Leddi, vede l’Italia penultima in Europa per capacità di intercettare gli investimenti nel mercato globale dei capitali: dietro a noi c’è soltanto la Grecia.
Per avere un’idea di quanto questa chiusura costi al nostro sistema economico, basti pensare che se l’Italia avesse la stessa capacità di aprirsi agli investimenti stranieri di un Paese europeo che in quella classifica occupa una posizione mediana, come l’Olanda (che riceve mediamente ogni anno un flusso di investimenti stranieri pari al 5 per cento del suo Pil), questo significherebbe per il nostro Paese ricevere un maggior flusso rispetto a quello attuale pari a circa il 3,6 per cento del Pil italiano, cioè un maggior flusso pari a poco meno di 60 miliardi di euro ogni anno. In altre parole, questo significherebbe per noi ricevere ogni anno maggiori investimenti pari a circa 29 volte quello che la Fiat di Sergio Marchionne ci ha prospettato con il progetto “Fabbrica Italia”.
Non possiamo, dunque, esimerci dal chiederci che cosa chiuda così rovinosamente il nostro Paese agli investimenti stranieri. Ed è la stessa domanda che si è posta Confindustria con la recente costituzione del Comitato Investitori Esteri presieduto da Giuseppe Recchi. Le risposte a questa domanda sono, certo, molte. Tra le cause principali di questa chiusura va innanzitutto annoverato il difetto di efficienza delle nostre amministrazioni pubbliche, con il conseguente eccesso di burocrazia che pesa su tutte le attività produttive.
Contribuiscono a questa chiusura, poi, i costi dell’energia e dei servizi alle imprese, nettamente più alti in Italia rispetto al resto d’Europa, anche per difetto di concorrenza nei rispettivi mercati.
Vi contribuisce, certo, anche un sistema delle relazioni industriali che gli osservatori stranieri qualificano come “vischioso e inconcludente”, a causa della perdurante grave lacuna di norme chiare in materia di rappresentanza e democrazia sindacale.
Vi è infine – non ultimo per importanza – il capitolo delle regole: regole con basso tasso di effettività, per difetto di senso civico diffuso e di cultura della legalità (e qui va detto che gli operatori stranieri sono riluttanti a impegnarsi in un Paese nel quale occorre anche “sapersi arrangiare” nella zona grigia della semi-legalità, quando non addirittura nell’illegalità piena: zone, queste, nelle quali occorre possedere un know-how molto particolare, di cui tipicamente gli indigeni dispongono in maggiore misura). Per applicare le regole occorre innanzitutto poterle conoscere facilmente; le nostre, invece, sono inconoscibili, perché caotiche (come questo decreto “Omnibus” che stiamo discutendo), sono disorganiche, scarsamente suscettibili di traduzione in inglese; ma anche perché cambiano in continuazione; e talvolta – come nel caso della norma di cui stiamo discutendo – perché vengono cambiate deliberatamente “in corso di partita” al fine di ostacolare l’investimento straniero. Magari per garantire a qualche produttore di latte padano la conservazione di una piccola rendita di posizione che potrebbe essere altrimenti insidiata dai concorrenti. Con buona pace della “frustata liberalizzatrice” annunciata dal Presidente del Consiglio meno di due mesi fa.
Non venga, signor ministro, a dirci che questo è necessario per ritorsione nei confronti di analoghe norme protezionistiche che in Francia assistono alcune produzioni considerate “strategiche”: perché se questo dovesse davvero portarci a considerare come “strategici” anche lo yogurt e lo stracchino, allora non si comprenderebbe più perché mezzo secolo fa abbiamo dato vita al mercato comune europeo. E comunque la storia insegna che gli investimenti stranieri, in linea generale, fanno bene a chi li riceve, portando con sé energie manageriali preziose, domanda di lavoro aggiuntiva, piani industriali innovativi che consentono di aumentare la produttività delle aziende e del lavoro che in esse si svolge, allargando così i margini per il miglioramento del trattamento dei lavoratori.
Signor ministro, diciamo le cose come stanno: la norma che stiamo discutendo è l’ultimo capitolo di una pluridecennale storia infelice, che ha contribuito a ritardare gravemente la crescita del nostro Paese; una storia della quale tutti in qualche misura portiamo una parte di colpa. Ma l’Italia ha un bisogno vitale di recuperare la capacità di attrarre quelle decine di miliardi che ogni anno restano fuori dai suoi confini: questa è l’unica leva di cui disponiamo per tornare a crescere in modo vigoroso, pur nella lunga e severa stagione di finanza pubblica all’osso che ci attende.
Oggi più che mai dobbiamo avere il coraggio di riconoscere gli errori del passato e di rompere una volta per tutte quella tacita intesa protezionistica che tanto male ha fatto al nostro Paese.

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Precarietà un male che non si vuole curare

Articolo di Tommaso Nannicini pubblicato da http://www.qdrmagazine.it/
Antefatto: Pietro Ichino, Luca di Montezemolo e Nicola Rossi hanno firmato a sei mani un intervento sul Corsera contro l'apartheid del mercato del lavoro, schierandosi a favore di un nuovo diritto del lavoro che garantisca tutti nello stesso modo attraverso un contratto unico a protezione crescente e un esteso sistema di welfare, ma senza nessuna inamovibilità per motivi economici e organizzativi. Apriti cielo. Il rottamatore Civati ha subito sparato a zero contro la sortita, rilanciando un post critico dal sito Prossima Fermata Italia. Il responsabile economia del Pd Fassina non è stato da meno sul suo blog e sull' Unità , scagliandosi contro un "paradigma culturale sbagliato e subalterno". Su Left Wing, Massimo D'Antoni ha bollato la proposta come "di destra", perché, a quanto pare, quelli di sinistra sanno bene che "i diritti tendono a crescere in modo solidale, che in qualche modo tutela chiama tutela, che essi traggono forza dalla loro indivisibilità e dal fatto di essere applicati in modo quanto più possibile esteso e uniforme".
Qui il resto del post Di questi attacchi, pur nella loro diversità, colpiscono due elementi. Primo: il tono liquidatorio e ostile. Come ci insegna Toqueville, l'arma di ogni dispotismo culturale è semplice: non la pensi come me? Ebbene, da oggi, tu sei "straniero tra noi". Sei di destra all'interno della comunità della sinistra (versione Left Wing). Oppure, sei un "fuoriuscito" o uno in procinto "di fuoriuscire" (versione Prossima Fermata Italia). Peccato che l'eccesso di zelo di alcuni non si limiti a voler epurare i riformisti, ma finisca per epurare una bella fetta di elettori del Pd (passati o potenziali). Secondo elemento: l'assenza di un'analisi del mercato del lavoro che abbia un qualche appiglio con la realtà. Fedeli alla massima di Bakunin per cui "la rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà", gli interventi di cui sopra hanno un rapporto disinvolto con il mondo che ci circonda. Può valere la pena, allora, di ricordare qualche fatto beatamente ignorato o apertamente contestato da queste analisi.
Primo dato di fatto: la legge Biagi non ha creato il dramma della precarietà in Italia. Chiunque lo sostenga mente sapendo di mentire. Le nuove forme di lavoro flessibile introdotte da quella legge o non hanno attecchito nel nostro mercato, o si sono limitate a completare il percorso del pacchetto Treu del 1997.
Secondo dato di fatto: da noi il livello del lavoro temporaneo non ha raggiunto le dimensioni patologiche di altri paesi come la Spagna. Negli ultimi quindici anni, la frazione di lavoro temporaneo è aumentata, ma non esplosa. Questo può voler dire solo una cosa: visto che gran parte dei nuovi contratti è di natura temporanea, una parte di questi conduce alla stabilizzazione (in caso contrario, la frazione di lavoro temporaneo dovrebbe crescere esponenzialmente nel tempo). Ciò non toglie che molti lavoratori restino in una condizione di precarietà troppo a lungo, ma non dimentichiamoci che l'Italia degli anni '90 arrivava da decenni di disoccupazione a due cifre. Il formidabile riassorbimento della disoccupazione (prima della crisi degli ultimi anni), soprattutto quella di lunga durata e anche in presenza di una crescita vicina allo zero, è stato favorito dalle riforme del lavoro. Ed è meglio essere precari (con una ragionevole speranza di stabilizzazione) che disoccupati. Certo, alcune fasce di lavoratori deboli restano incastrate in una trappola di precarietà permanente. Ma vanno aiutati con strumenti di welfare e investimento in capitale umano, non vendendo loro illusioni o cavalcandone le (legittime) frustrazioni.
Terzo dato di fatto: la flessibilità del lavoro introdotta negli ultimi due decenni e l'aggiustamento della spesa pubblica sono stati realizzati scaricandone i costi sulle giovani generazioni. Il combinato disposto di (1) riforma delle pensioni, (2) mancata estensione degli ammortizzatori sociali, (3) mancato snellimento della pubblica amministrazione e (4) riforma del lavoro flessibile soltanto "al margine" (lasciando immutate le rigidità del lavoro standard) ha prodotto una situazione difficile per i giovani. Fassina, CGIL & company possono scandalizzarsi quanto vogliono contro chi denuncia le iniquità generazionali, ma il rapporto tra il reddito da lavoro di chi ha meno di 30 anni e chi ne ha più di 65 era intorno al 150% nei primi anni '70 ed è sceso sotto l'80% nel 2008 (dati Banca d'Italia). E, per tutelare il "diritto alla pensione" dei padri (passando dal metodo retributivo al contributivo senza utilizzare il pro-rata), si è regalato alle giovani generazioni aspettative pensionistiche da fame. Tra l'altro, il problema della precarietà non riguarda solo il privato e i "padroni". In molte amministrazioni pubbliche, per far quadrare i conti, molti giovani meritevoli e con voglia di lavorare sono assunti con contratti di collaborazione. Perché Fassina non propone di espellere dal partito sindaci e presidenti che utilizzano questi metodi? Semplicemente, perché quegli amministratori gli risponderebbero che stanno facendo gli interessi dei cittadini, e che sarebbero felici di stabilizzare o pagare il doppio tanti giovani volenterosi, a patto di potere licenziare, spostare ad altre sedi o ridurre lo stipendio per miriadi di inamovibili. Le rigidità dei padri tarpano le ali ai sogni dei figli. Nessun pasto è gratis.
Quarto dato di fatto: i diritti costano e chi lo nega prende in giro l'onestà intellettuale di chi l'ascolta e le speranze di chi ha bisogno di quei diritti. I diritti materiali hanno un costo e per questo, a differenza dei diamanti, non sono per sempre. È compito della politica, di volta in volta, indicare le priorità: quali interessi sono meritevoli di tutela e quali sono chiamati a farcela da soli. C'è una strana alleanza tra il conservatorismo di chi agisce da stanco custode delle priorità e degli strumenti dettati dalla politica di ieri, e il liberismo di chi chiede alla politica di fare un passo indietro definitivo rispetto al domani. Entrambi tolgono alla politica il compito di ridisegnare le priorità. Chi ama i diritti, invece, li vuole redistribuire, per fronteggiare le compatibilità imposte da un'economia che cambia. Conosco l'obiezione: ecco i soliti riformisti malati di economicismo, nelle vesti di tristi ragionieri che predicano la dura legge dei vincoli. Niente di più falso. Chi pone questi problemi è l'alfiere del cambiamento possibile. Gli altri vendono fumo. Come ci insegnano Stephen Holmes e Cass Sunstein: "una teoria dei diritti non disposta a calarsi dalle vette della morale nel mondo reale, dove le risorse sono scarse, sarà profondamente incompleta perfino dalla prospettiva morale".
Insomma, il programma riformista di redistribuzione dei diritti è in campo (basta leggere, solo per fare qualche nome, Pietro Ichino, Maurizio Ferrera, Tito Boeri, Andrea Ichino e Michele Salvati). A quanto pare, la pattuglia dei suoi detrattori all'interno del Pd è nutrita, anche se non proprio compatta. Civati si limita a cavalcare le litanie anti-precarietà. D'Antoni propone più diritti per tutti (chi paga? Berlusconi quando rivenderà la casa di Lampedusa?). Fassina mischia in un unico calderone vis polemica anti-liberale, posizioni da socialdemocrazia classica (tutela del lavoro dipendente, politica industriale, redistribuzione) e proposte ispirate al buon senso su cui sarebbe bene discutere (come l'innalzamento della pressione contributiva sui contratti flessibili). Ma l'impianto politico-culturale di questi attacchi alle proposte Ichino è chiaro: fermiamo qualsiasi tentativo di spostare i democratici italiani su posizioni da sinistra liberale alla Blair.
Sarebbe bello se, un po' come avviene con i referendum dei cantoni svizzeri, il Pd convocasse subito un congresso tematico su lavoro e welfare. A quel punto, tutti i dirigenti del Pd dovrebbero dire da che parte stanno rispetto a piattaforme alternative. Veltroni in qualche modo ha già scelto, iscrivendo le proposte Ichino nell'impianto del Lingotto. Bersani, Letta, Franceschini e Zingaretti che cosa pensano del lodo Fassina e del suo impianto culturale? E Renzi cosa pensa delle posizioni del sito dei rottamatori? Per favore: dite qualcosa. Anche non di riformista, ma qualcosa. L'Italia ha un disperato bisogno di politica.
Tommaso Nannicini. Economista. Docente di econometria all'Università Bocconi di Milano. PhD in economia presso l'Istituto Universitario Europeo, ha insegnato all'Università Carlos III di Madrid e svolto attività di ricerca al Fondo Monetario Internazionale e al MIT di Boston. Passioni: politica e baseball.

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sabato 23 aprile 2011

Chiara Chiappa candidata Sindaco di Isola della Scala

Cosa devo dire di Chiara? E' una donna capace ed intelligente, molto sensibile ai temi sociali ed ai diritti civili e una donna che stimo tanto per i suoi valori e la sua determinazione. La candidatura di Chiara è un motivo di orgoglio per le donne di Isola della Scala che rappresentano la metà degli elettori.
Gli uomini di Isola della Scala devono imparare a fidarsi delle donne per le loro specifiche capacità come nel caso di Chiara Chiappa.
I giovani, donne ed uomini, che apprezzano il cambiamento e sono in attesa di costruire il loro futuro troveranno in Chiara Chiappa un interlocutore sensibile, attento e preparato.
Per i motivi esposti è necessario che nasca una vasta partecipazione dal basso per sostenere la candidatura di Chiara che rappresenta le speranze ed i sogni dei cittadini di Isola della Scala.
Mercoledì 27 aprile, alle ore 20,45, presso l’auditorium Santa Maria Maddalena di Isola della Scala in via Roma 35 verrà presentata la lista di Chiara Chiappa “Isola nostra il Bene Comune. Si parlerà di trasparenza, sviluppo sostenibile, rispetto e valorizzazione dell’ambiente, scuola, cultura, lavoro e sicurezza sociale. Questi sono alcuni temi con cui si intende dare dar voce alla speranza di una svolta significativa per Isola della Scala.
E’ una lista che nasce dal basso e dalla società civile e non si avvale dei posti di potere già occupati in altre amministrazioni.
Si parla tanto di etica nella politica e intanto si occupa l’incarico di Presidente della Provincia, di membro del Consiglio di Amministrazione di Acque Veronesi e …. dopo si esige di essere eletti a Sindaco di Isola della Scala. Il centro destra ama il cumulo delle cariche e si diletta a concentrare le responsabilità di gestione degli enti su pochi uomini.
Bisogna rompere questo circolo vizioso con responsabilità e determinazione che fa male al paese ed allontana sempre di più la politica dai cittadini onesti.
Un grazie a Chiara Chiappa, la quale si candida a Sindaco di Isola della Scala per rompere le incrostazioni di potere e realizzare la trasparenza affinché i cittadini di Isola siano informati di tutto quello che avviene nelle sale del potere e possano partecipare con proposte e valutazioni alla vita politica del comune.
Chiara ha 49 anni e vive a Isola della Scala dal 1990. E’ sposata e ha due figlie, Cecilia e Novella, di 21 e 12 anni.
E’ cresciuta a Tarmassia, dove ha imparato il grande senso di comunità e solidarietà che ancora oggi vi si respira. Dopo la maturità scientifica si è trasferita a Verona, dove ha lavorato fino al 1989 in una cooperativa agricola sociale per l’ inserimento al lavoro di giovani con disagio sociale, una esperienza professionale e soprattutto umana, che considera solo momentaneamente sospesa.
Nel 1993 ha iniziato ad occuparsi di amministrazione del personale: da 11 anni ha aperto uno Studio Associato di Consulenza del Lavoro a Verona in cui lavorano tutte donne. E’ iscritta all’Albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio del Tribunale di Verona ed è delegata della Fondazione dei Consulenti per il Lavoro alle attività di ricerca e selezione e intermediazione del personale.
La sua professione le permette di conoscere in modo capillare l’economia del territorio, capire le potenzialità delle imprese e individuarne le possibilità di sviluppo, promuovere la conciliazione delle esigenze dei lavoratori con quelli delle aziende
La sua attività politica e di volontariato è cominciata nel 1978 con le ACLI: dal 1985 al 1988 ha avuto poi la prima esperienza amministrativa come Consigliere Comunale a Isola della Scala. Da allora ha continuato a partecipare attivamente in associazioni culturali, ambientaliste e di promozione sociale. Nel 2009 è stata eletta nella Assemblea Nazionale del Partito Democratico.
“Ho deciso di candidarmi, dichiara Chiara, per diventare il nuovo sindaco di Isola della Scala, per garantire alla nostra città un futuro di sviluppo che non comprometta le nostre risorse naturali, che abbia come priorità i servizi per le famiglie e non solo i centri commerciali e l’edificazione selvaggia”.
“So di rappresentare, conclude Chiara, il desiderio di tutti coloro che vogliono vedere tornare una gestione del bene comune trasparente e senza sprechi, so di rappresentare le aspirazioni di chi vuole bene a questa terra e vuole che i suoi figli trovino qui le opportunità per esprimere al meglio il proprio talento. Ci vorrà un grande impegno, ci vorrà una grande partecipazione, ma Isola, la Nostra Isola, deve essere un posto dove sia bello vivere, crescere, prosperare, in armonia con il mondo che la circonda”.
Sito di Chiara Chiappa

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lunedì 18 aprile 2011

Diego Zardini, collaborazione tra Università e Provincia

In attuazione del D. Lgs. n. 150/2009 e di rinnovamento dei comuni della provincia di Verona, Diego Zardini, capogruppo del PD alla Provincia di Verona, ha inviato una lettera al Predidente della Provincia, Giovanni Miozzi, all’Assessore, Giuliano Zigiotto, al Presidente del Consiglio ed ai Capigruppo Consiliari con la proposta di un progetto tra la Provincia e l’Università.
Nella lettera Diego Zardini rileva “quanto sia fondamentale su tale argomento il ruolo, anche politico, che può e, a mio avviso deve, giocare la Provincia di Verona con la proposta che si potrà declinare in misura larga e condivisa fino ad arrivare ad un testo da portare in Consiglio. Non è escluso che un esperimento del genere, se trovasse positivi riscontri, potrebbe fungere da apripista anche per altre amministrazioni provinciali nel prossimo futuro. Si tratta di una proposta di collaborazione tra Amministrazione Provinciale e Università di Verona”.
“Il gruppo consiliare del PD in Provincia di Verona, dichiara Diego Zardini capo gruppo del PD in consiglio provinciale, in stretta collaborazione con Antonino Leone, responsabile Riforma della PA del PD, ha portato avanti un serio confronto con le amministrazioni locali e provinciali circa l'attuazione del decreto legislativo 150/2009 sulla riforma della pubblica amministrazione.
Abbiamo cercato in ogni modo di favorire una trasparente discussione sugli obiettivi e sulle modalità di raggiungere determinati risultati in un settore strategico per il rilancio dello sviluppo e della crescita, ovvero la trasparenza, l'efficienza e l'innovazione nel settore delle pubbliche amministrazioni”.
“La Riforma detta Brunetta, conclude Zardini, è piena di lacune e sbaglia profondamente la filosofia per raggiungere i risultati tutta protesa verso slogan d'effetto ma inefficaci e controproducenti, tuttavia è diventata occasione per il PD di fare proposte concrete e specifiche sul territorio e produrre quel cambiamento che i cittadini veronesi ci chiedono. E' ben chiaro al PD che la riforma della PA non può essere slegata dalla riforma federale e della politica, unita ad un sano realismo dovuto all'applicazione del patto di stabilità. Per questo è stato proposto agli altri gruppi presenti in consiglio provinciale di implementare un progetto in collaborazione con l'Università di Verona, in due fasi, per un serio monitoraggio dell'applicazione degli elementi fondanti della riforma e poi un contributo tecnico-scientifico ai piccoli comuni per individuare risorse e strategie di attuazione”.
La proposta è molto interessante e proficua, dichiara Antonino Leone, responsabile PA del PD, per realizzare nella Provincia di Verona una rete di collaborazione tangibile tra le istituzioni al fine di avviare un cambiamento positivo nei comuni veronesi. Si ritiene che la proposta possa essere valutata positivamente dai gruppi consiliari della Provincia nell’unico interesse delle comunità locali.
Si riporta la proposta del consigliere provinciale Diego Zardini.
Progetto Università e Provincia per il D. Lgs. n. 150 del 2009
“Considerato che
l’economia italiana, a causa della grave crisi economica, registra una bassa e lenta crescita della ricchezza che non è sufficiente a creare prospettive positive ai problemi sociali del paese;
le Pubbliche Amministrazioni rappresentano un fattore che influisce sulla crescita economica dell’Italia. Le PA efficienti ed efficaci aiutano a superare la crisi economica in quanto intervengono sulla qualità della vita dei cittadini e sulla competitività delle imprese, le quali oggi subiscono i tempi lunghi ed i costi della burocrazia;
il D. Lgs. n. 150/2009 rappresenta un’opportunità da cogliere per avviare un cambiamento positivo nelle Amministrazioni Centrali dello Stato ed in particolare negli enti locali;
il processo di cambiamento, avviato dal D. Lgs. n. 150/2009, interessa i comuni della Provincia di Verona e va sostenuto da interventi innovativi realizzati nel territorio;
I comuni veronesi che hanno aderito al progetto “Performance e Merito” dell’Anci sono solo 5 e, pertanto, solo questi potranno ricevere assistenza e supporto.
i comuni di piccole dimensioni non essendo dotati di management e di capacità finanziaria incontrano notevoli difficoltà ad attuare i cambiamenti necessari per migliorare la qualità dei servizi erogati. Per tali problemi il sistema degli enti locali è poco propenso ad innovare e ricorre a scelte difensive che non creano valore per i cittadini;
Si propone
di realizzare un progetto tra la Provincia e l’Università di Verona, Facoltà di Economia, al fine di conoscere la situazione organizzativa dei comuni veronesi in rapporto al D. Lgs. n. 150/2009 e di intervenire a supporto dell’adeguamento dei comuni ai principi del medesimo decreto;
Il progetto che si propone consta delle seguenti fasi:
- Prima fase, studio e ricerca sullo stato di attuazione del D. Lgs. n. 150/2009 nei comuni della Provincia di Verona;
- Seconda Fase, scegliere e sostenere degli ambiti territoriali o aggregati di comuni omogenei che si trovano in difficoltà a realizzare la riforma.
Si ritiene che il coinvolgimento dell’Università su questa problematica sia molto importante al fine di avviare un cambiamento positivo nei comuni veronesi.
Con tale progetto si intensifica il rapporto tra l’Università di Verona ed il territorio e si creano rapporti di collaborazione proficui e produttivi nell’interesse delle comunità locali.
La presente proposta, aperta ai contributi di tutti i gruppi consiliari della Provincia, rappresenta la fase iniziale di un progetto unitario nell’unico interesse dei comuni della provincia di Verona. Per tale motivo devono essere coinvolti i gruppi consiliari con pari dignità al fine di pervenire ad una proposta unitaria da approvare in Consiglio Provinciale.
All’Amministrazione Provinciale verrà delegata la proposta operativa di attuazione di tutti gli atti e rapporti necessari alla realizzazione del progetto”.

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Over Meccanica di Verona in crisi

 

Una delegazione del Partito Democratico formata dal Segretario Provinciale del PD, Vincenzo D’Arienzo, dalla senatrice Mariapia Caravaglia, dal deputato Gianni Del Moro, dai consiglieri regionali, Franco Bonfante e Roberto Fasoli, e dal responsabile Lavoro, Diego De Carlo ha incontrato i lavoratori della Over al fine di concordare le azioni e le soluzioni possibili per superare questo momento di grave crisi.
Il Partito Democratico di Verona, già impegnato con interrogazione parlamentare, raccolta fondi e supporto ai lavoratori in presidio presso l'azienda, chiama all'impegno tutti gli attori della città perché con l'unita' di tutti che si possono superare le difficoltà. L'obiettivo e' aiutare la Over Meccanica a uscire dalla crisi e, per questo, il Governo attivi un tavolo tra le parti interessate per giungere in tempi rapidi alla soluzione più adeguata e per operare nei confronti delle banche creditrici per difendere un'importante azienda italiana, utilizzando eventuali strumenti che vengono ipotizzati in questi giorni per altre realtà industriali italiane.
La Over occupa circa 250 dipendenti, produce con tecnologie all’avanguardia e prodotti richiesti dal mercato. La crisi è finanziaria che può essere superata con adeguati investimenti ed azioni concordate con le banche creditrici. 

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